Filippo's profileRIFLESSIONI GLOBALIPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
January 25 Questa volta parliamo di Hillary Clinton
(Nella foto: Hillary accompagnata dal marito Bill riceve l'ovazione dei delegati democratici)
Di Hillary Clinton come "volto nuovo" della politica americana, probabile candidata per i Democratici alla Presidenza degli Usa, se ne parla ormai da anni, da quando suo marito era ancora il numero uno del paese. E' dotata di carisma, piace alle donne e sa farsi rispettare dagli uomini, e con lei per la prima volta nei 230 anni di storia degli Stati Uniti la Casa Bianca potrebbe avere come inquilino una donna: indubbiamente un grosso segnale di novità. Ma, come per la cilena Michelle Bachelet o la francese Segoléne Royale, c'è il rischio (o meglio ancora, la certezza) che la novità si fermi qui: cambia il sesso dello Statista, ma le idee rimangono le stesse dei predecessori.
Il successo della Senatrice è facilmente prevedibile, e questo significa che gli Usa si ritroveranno probabilmente a vivere sotto il controllo della stessa gerarchica oligarchia che per questo paese ha significato una diffusa immigrazione illegale, la devalutazione del dollaro, un deficit di proporzioni mostruose, l'11 Settembre, e in tutto il mondo il diffondersi di un odio generalizzato nei confronti dell'America. L'elettorato si è stancato di bere Coca Cola e così adesso l'establishment si sta preparando a fargli ingurgitare la Pepsi. Tanto dietro i Repubblicani quanto dietro i Democratici ci sono gli stessi gruppi di potere e di pressione, il famoso apparato politico - militare che ha raggiunto dimensioni elefantiache durante la Guerra Fredda e che dalla fine degli anni '80 lavora per il conseguimento dell'egemonia mondiale, a qualsiasi costo (anche a costo di sacrificare la vita e il benessere dei cittadini americani). La differenza tra un presidenza e una maggioranza repubbicane e una presidenza e una maggioranza democratiche non esiste, perchè a comandare veramente negli Stati Uniti sono le grandi corporations, le lobbies, l'apparato militare e finanziario: gli inquilini della Casa Bianca svolgono il mero compito di passacarte, o di paravento, pronti ad assumersi le responsabilità di eventuali errori (com'è il caso di Bush, chiamato a rispondere del fallimento della guerra in Iraq che, a ben vedere, altri hanno deciso per lui).
Anche se Hillary Clinton viene considerata un grande cambiamento in positivo per la storia degli Stati Uniti dopo la disastrosa esperienza dell'amministrazione Bush, in realtà una sua presidenza sarebbe in perfetta continuità con quella repubblicana. La Clinton ha votato a favore del Patriot Act e della guerra in Iraq, e sono così tanti i Democratici che sono accecati dal culto della sua personalità che finiranno per votarla massicciamente allo scopo di riportare la famiglia Clinton nuovamente al potere. Mentre è stato fatto qualche progresso nell'educare i liberali sulla finta messa in scena del consenso che riguarda il paradigma destra-sinistra, rimane il fatto che la maggioranza dei cittadini vede ancora la Casa Bianca come fosse una sorta di super bowl politico, dove il successo della loro "squadra" è tutto ciò che conta e l'unica cosa che conta, e questo ovviamente a spese di tutta l'America.
"Ho ritenuto essere la cosa più appropriata viste le circostanze, che per la verità andavano indietro al 1998 quando l'amministrazione Clinton aveva concluso che il regime Iracheno doveva cambiare, che il presidente (Bush) dovesse avere l'autorità di perseguire quell'obiettivo", ha dichiarato Hillary dopo aver dato la propria approvazione personale al tragico pantano in Iraq. La guerra di Bush all'Iraq nel 2003 è stata la continuazione delle operazioni di "regime change" operate a partire dal '98 dall'amministrazione Clinton contro Bagdad; la presidenza di Hillary Clinton, se ci sarà, completerà questo lungo processo politico. Dietro tre diversi presidenti, c'è sempre la solita mano, l'insieme di poteri forti che realmente governa gli Stati Uniti e che hanno fatto fare a Bush una serie di restrizioni costituzionali che impoveriscono il coefficiente democratico del paese: gli Usa stanno diventando, poco per volta, una "dittatura delle corporations" in cui i Presidenti svolgono solo la funzione di paraventi e specchietti per le allodole. Anche la tattica di accerchiamento della Russia, perseguita con tanta forza dall'amministrazione Bush attraverso i "regime changes" in Kirghizistan, Georgia e Ucraina, e l'invasione dell'Afghanistan, è iniziata in realtà durante l'amministrazione Clinton, con la guerra in Kosovo del '99 e il cambio di vertici a Belgrado dell'ottobre 2000.
Il dibattito di questi giorni sull'incremento del numero di soldati schierati in Iraq è un altro teatrino delle marionette: Hillary ha il ruolo di ingannare gli americani. Il dibattito è strutturato secondo i migliori bizantinismi: non ci si domanda se gli Usa debbano subito venirsene fuori dall'Iraq, bensì se sia necessario mandare altri 20.000 soldati al massacro oppure no. I Democratici continuano ad interpretare la loro parte in questa farsa e lanciano vuote minacce di "risoluzioni non vincolanti", le quali non mordono e non significano assolutamente niente. Tanto per capire quanto guerrafondaia sarà la prossima amministrazione democratica, qualora vensse eletta: il manager della campagna elettorale della Cliton ha già paragonato Hillary all'ex Primo Ministro Inglese Margaret Thatcher e ha tracciato i contorni del suo stile descrivendolo come "Forte nelle questioni di politica estera. La gente deve sapere che tu le farai sentire sicure". Questo si traduce in ancora più guerra e relativi morti statunitensi, e in una ulteriore dissacrazione di quello che rimane della Costituzione Americana.
Hillary Clinton è la tipica donna dell'alta élite americana che non ha nulla a che spartire con l'ipotetica base democratica, quella dei poveri e degli oppressi, dei disoccupati a causa della deindustrializzazione e degli immigrati d'origine messicana, colombiana o portoricana che costituiscono ormai la metà del paese. Lo scorso anno era subito corsa ad informare gente della risma di David Rockfeller e di Beatrice, la Regina d'Olanda, riguardo le sue aspirazioni presidenziali e questo durante la sua visita alla conferenza annuale del gruppo Bilderberg, tenutasi ad Ottawa, in Canada. Si sa chi sono i Bilderberg: un gruppo che fa sfoggio del proprio potere di scegliere i nuovi monarchi, le nuove guide di una nazione. Sia Bill Clinton che Tony Blair hanno partecipato a questa conferenza prima di essere eletti rispettivamente Presidente e Primo Ministro e anche John Edwards fu selezionato dai Bilderberg nel 2004 come candidato alla vice presidenza nella campagna del democratico John Kerry. I finanziatori delle aspirazioni presidenziali della Clinton comprendono il magnate neo conservatore nonchè proprietario di Fox News, Rupert Murdoch, con il quale Hillary si incontra spesso in ricevimenti talmente lussuosi da essere privi del minimo senso di buon gusto, assieme a Roger Ailes e ad altri pezzi grossi dell'area repubblicana. La Fox News di Murdoch fu la TV che "regalò" la presidenza a Bush nel 2000, quando tutti gli altri canali americani davano in vantaggio Al Gore: adesso Hillary si fa amico il suo proprietario per avere da lui l'indispensabile copertura mediatica alle prossime elezioni presidenziali. Mentre Bill è andato a far festa assieme ai Bush, Hillary non è stata da meno, spassandosela con gente come Newt Gingrich, Bill Frist, John McCain e Rick Santorum.
I clan Bush e Clinton, checchè se ne dica, sono tutt'altro che rivali: semmai collaborano nello spartirsi equamente il potere all'interno del paese, allargandosi in campi tutt'altro che moralmente accettabili come quello del nacotraffico (i più attenti studiosi della storia americana si ricorderanno certamente dell'invasione di Panama, nel 1989, dovuta al fatto che l'allora presidente panamense Noriega aveva "nazionalizzato" il Canale sottraendolo alle autorità americane, e mettendo così in seria difficoltà il traffico di stupefacenti che proprio attraverso di esso doveva passare per raggiungere il Nord America). Chi avrà studiato i meandri della storia americana sarà al corrente di come i Clinton e i Bush abbiano personalmente tratto profitto da massiccie operazioni di contrabbando della droga avvenute a Mena, piccolo centro nel nord ovest dell'Arkansas, e questo mentre Clinton era proprio Governatore dell'Arkansas. Alex Jones, coraggioso giornalista freelance americano, ha intervistato un gran numero di ex ufficiali della CIA la cui funzione era quella di scaricare la cocaina. Bush senior si è incontrato undici volte con i Clinton nel corso dell'anno che ha preceduto l'annuncio di quest'ultimo di volersi candidare alla Presidenza. I teenager Don Henry e Kevin Ives furono assassinati per essere stati testimoni accidentali della operazione di contrabbando della droga da parte della CIA a Mena. Bill Clinton fornì il suo aiuto per la copertura, tanto quanto per il riciclaggio di denaro. La relazione Clinton - Bush è quindi di lunga data, non passa tanto per il sottile ed è alquanto fruttifera.
E' risaputo che i Clinton e i Bush hanno spesso villeggiato assieme nel corso degli ultimi anni. L'anno scorso, sulla CBS, Clinton ha rivelato di vedere i Bush come una famiglia adottiva, e che Barbara Bush si riferisce a lui chiamandolo "figlio mio". È questa realmente la fotografia di due ideologie politiche distinte e opposte, schierate l'una contro l'altra? Nel 2005, George W. Bush ha invitato i due Clinton ad una festa in loro onore e li ha adulati con grande enfasi nel momento in cui ha scoperto un paio di ritratti dei due coniugi da appendere alla Casa Bianca. Bush lo ha descritto come una persona che "ha una grande compassione per le persone che hanno bisogno di aiuto...un uomo pieno di entusiasmo e di calore". Questo dopo che la campagna di Bush del 2000 era stata tutta costruita sul fatto che Clinton non avesse l'onore o la dignità che sono necessarie alla Casa Bianca. In pubblico i due clan si offendono reciprocamente per galvanizzare, motivare e ingannare i loro elettorati, ma in privato si tendono la mano per meglio coadiuvare l'apparato politico - militare alle loro spalle.
Un sondaggio nazionale condotto domenica scorsa dal Washington Post ha rivelato che la Clinton è in testa di un 24% sul più vicino contendente Democratico, il Senatore Barack Obama, e tutto questo la proietta come la pretendente che è in grado di battere qualunque candidato che verrà presentato dai Repubblicani, con la sola possibile eccezione dell'ex sindaco di New York nonchè simbolo dell'inganno sull'11 Settembre Rudolph Giuliani. Dinanzi a numeri del genere ben difficilmente alle prossime primarie democratiche a venir votato per la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti sarà il Rappresentante al Congresso Ron Paul, che a differenza di Hillary Clinton ha votato contro l'invasione illegale dell'Iraq e che pure a differenza di Hillary si oppone fermamente al coinvolgimento degli Usa in ulteriori disavventure all'estero come per esempio in Iran. Difficilmente Cindy Sheehan, che ha promesso di opporsi ad Hillary, e di ricorrere alla sua considerevole influenza per affondare la candidatura della Clinton, potrà veramente farsi ascoltare alla convention democratica. Forte di un appoggio mediatico senza precedenti, Hillary Clinton gode all'interno dei Democratici e presso l'elettorato di un consenso bulgaro.
Si preparano per gli Stati Uniti altri quattro anni di farsa. January 23 Iran, aggiornamenti. Da febbraio in poi per la guerra tutti i giorni saranno buoni
(Una vignetta presa dal sito ufficiale della Resistenza Irachena www.uruknet.info)
Stando ad un articolo scritto dal colonnello Sam Gardiner su Global Researh, uno dei più importanti siti di geopolitica a livello modiale, entro febbraio esisteranno tutte le condizioni per un attacco militare americano all'Iran. Questo significa che dalla fine di febbraio in poi qualunque giorno sarà buono per gli americani per portare la guerra in Iran, basteranno solo delle buoni condizioni climatiche e una situazione in Iraq tale da propiziare l'attacco; nessun problema invece per quanto riguarda il casus belli, alla cui ricerca gli Usa lavorano praticamente da sempre.
Il secondo gruppo di attacco partirà dalla West Coast il 16 gennaio. Sarà raggiunto da navi sminatrici inglesi e statunitensi. Ai sistemi missilistici di difesa nordamericana è stato inoltre ordinato di dispiegarsi sul Golfo Persico. Uno squadrone di caccia Stealth F-117 è appena stato dispiegato in Corea, forse per controllare la stessa Corea del Nord che interpreta le operazioni contro l’Iran come un’opportunità per manifestare la propria aggressività. E qui è doveroso fare un brevissimo excursus: quando avvene il test atomico nord coreano, gli Usa stavano proprio per muovere guerra all'Iran. Mentre le autorità di Pyongyang annunciavano di aver svolto con successo l'esplosione sotterranea del loro primo ordigno nucleare, una flotta statunitense navigava diretta verso il Golfo Persico. Per colpa della Corea del Nord gli americani hanno dovuto rimandare di mesi il loro attacco militare all'Iran, ma stavolta non ci saranno ulteriori procrastinazioni: ecco perchè il Pentagono ha dislocato uno squadrone dei suoi Stealth nella penisola coreana. Inutile sottolineare che tale mossa costituisca anche una minaccia alla Cina, che incoraggiò i nordcoreani a fare il loro test atomico (pur ufficialmente dispprovandoli) proprio perchè gli Usa allentassero la morsa sull'Iran sul quale Pechino ha numerosi interessi di ordine politico ed economico. La Cina dal canto suo ha risposto alla dimostrazione di forza americana con un'altra esibizione di muscoli: pochi giorni fa un missile cinese ha abbattuto un vecchio satellite, dimostrando così di possedere missili in grado di mettere in difficoltà l'apparato offensivo statunitense.
Come giustamente dice Sam Gardiner, questa si chiama escalation. Gli Stati Uniti stanno appoggiando alcune fazioni iraniane. Come l’Iran dispone di truppe per operazioni speciali in Iraq, così gli Stati Uniti hanno a disposizione truppe speciali che operano in Iran. Come l’Iran supporta Hamas, due settimane fa abbiamo scoperto che gli Stati Uniti appoggiano Abbas. Allo stesso modo, come l’Iran e la Siria sono a favore di Hezbollah in Libano, allo stesso modo la Casa Bianca ha consentito alla CIA di aprire un’indagine al fine di sostenere i gruppi di opposizione in Libano. Come l’Iran sta appoggiando la Siria, abbiamo recentemente appreso che a breve gli Stati Uniti sosterranno economicamente i gruppi di opposizione.
Abbiamo appreso questa settimana che il Presidente ha autorizzato un attacco all’ufficio di collegamento a Irbil, il che ha creato una nuova frattura diplomatica fra Iran e Stati Uniti, nella parte sciita dell'Iraq che è destinata a giocare un ruolo di primo piano nella ormai prossima guerra contro Teheran, e quel che più conta è che non si è trattato di un avvenimento involontario, ma ricercato e voluto dagli americani, appositamente per dar luogo a un casus belli con cui aprire un'escalation contro gli iraniani.
La Casa Bianca continua ad affermare l’assenza di piani militari contro l’Iran. Ovviamente, i fatti dicono il contrario. Altrettanto chiaramente, gli iraniani leggeranno che l’amministrazione non sta facendo quello che dice. E’ possibile che la strategia della Casa Bianca punti a mettere in atto un piano per intimidire l’Iran sotto diversi fronti, e questo non porterà a nulla di tragico. Dall’altra parte, se gli Stati Uniti stanno per colpire l’Iran, assisteremo ad alcuni passi di cui non è stato reso conto. Innanzitutto, sappiamo che esiste uno staff guidato dal National Security Council la cui missione è di creare rabbia nel mondo contro l’Iran. Come prima della Seconda Guerra del Golfo, questo media group inizierà a spacciare storie per legittimare l’attacco contro l’Iran. I missili statunitensi forniti agli stati del GCC (Gulf Cooperation Council - organizzazione internazionale dei sei stati arabi del Golfo Persico) sono soltanto una parte dello spiegamento della difesa. Ci si può tranquillamente aspettar di vedere alcuni missili della difesa con sede in Europa dispiegati in Israele, proprio come prima della Seconda Guerra del Golfo.
Del pari, ci si può aspettare anche lo spiegamento di ulteriori caccia USAF nelle basi irachene, e forse in qualcuna in Afghanistan. Sentiremo parlare dello spiegamento ai confini con l’Iran di alcune delle nuove forze in arrivo. La loro missione sarà quella di controllare ogni movimento iraniano verso l’Iraq. Fra gli ultimi passi prima di arrivare all’attacco, vedremo tankers USAF posizionarsi in luoghi insoliti, come la Bulgaria. Verranno usati per rifornire i bombardieri B-2 per sferrare l’attacco all’Iran. Quando accadrà, mancheranno pochi giorni all’attacco.
E’ tuttavia probabile, tutti noi vogliamo crederlo e sperarlo, che la Casa Bianca dica la verità. Forse non c’è intenzione di portare l’Iran al passo successivo. Abbiamo solo bisogno di una scintilla. Il pericolo è di aver però creato le condizioni che possono portare a una grande guerra del Medio Oriente. January 22 Aprile - maggio: guerra all'Iran!
(Nella foto: a sinistra il presidente iraniano Mahumud Ahmadinejad, a destra il presidente siriano Bachar al Assad) I preparativi militari Usa per un attacco all'Iran sono sempre più frenetici e massicci, preludio ad una guerra ormai imminente. Mentre il duetto Baker - Hamilton, di recente promozione all'interno dell'amministrazione Bush dopo il voto di mezzo termine dello scorso novembre, continua a lavorare sul progetto di dialogo con Siria e Iran, il presidente George W. Bush, che è l'unico in tutta la baracca ad avere realmente l'ultima parola, opera in senso contrario. Nel discorso di mercoledì scorso sull’Iraq, pur ammettendo che la guerra sia stata "uno schifo", ha promesso di "interrompere il flusso degli appoggi dall’Iran e dalla Siria" e di "scovare e distruggere il sistema di comunicazioni che fornisce sofisticate armi e addestramento ai nostri nemici in Iraq". Peccato però che tutto questo non risulti ai vertici militari britannici, principali alleati degli Usa in Iraq e non solo.
Poco tempo dopo il presidente ha autorizzato un’incursione contro una missione governativa iraniana nel nord dell’Iraq, durante la quale sei diplomatici iraniani sono stati sequestrati. L’Iran ne ha chiesto il rilascio e il risarcimento per aver avuto i loro uffici distrutti. Questa è l'ennesima dimostrazione che, alla Casa Bianca, si cerca il casus belli per litigare con l'Iran a tutti i costi. Infatti la settimana scorsa il vice presidente Dick Cheney ha definito la "minaccia" iraniana come "crescente, pluridimensionale e preoccupante per tutta la zona", asserendo che gli Stati Uniti avrebbero preso le misure necessarie contro chiunque provi a destabilizzare l’Iraq. Nel frattempo una flotta americana, composta da portaerei e sottomarini nucleari, si sta avvicinando al Golfo Persico.
Anche Israele, fratellino minore degli Usa e loro principale alleato nel Medio Oriente, non rimarrà con le mani in mano: è in corso di preparazione un programma militare che prevede l'attacco dei siti nucleari iraniani mediante l'utilizzo di bombe nucleari antibunker. E' comunque chiaro che, nella futura e ormai prossima guerra all'Iran, Usa e Israele si divideranno i compiti cercando di rendere le loro tattiche e operazioni militari il più possibile complementari fra loro: infatti, sebbene Israele attaccherà con la propria aviazione l'Iran, il suo compito principale rimarrà comunque quello di badare alla Siria e soprattutto agli Hezbollah, alleati degli iraniani in terra di Palestina, e che ovviamente si scateneranno non appena pioveranno le bombe sull'Iran. A fare la guerra a quest'ultimo saranno quindi soprattutto gli americani: divisione dei compiti, per un più facile e razionale successo.
Come a voler dimostrare che questa sarà la tattica, gli Stati Uniti hanno inviato sedici o più F16 alla base aerea di Incirlink, nel sud della Turchia, con aerei cisterna per il rifornimento in volo e vi hanno installato un sistema di preallarme. Le basi americane nella regione si stanno equipaggiando con razzi anti-missile Patriot, il che fa pensare che queste possano presto essere sotto attacco. Anche l’invio dei 25.500 soldati americani ora in viaggio verso l’Iraq è sospetto: i vertici militari non credono che sia un numero sufficiente per sedare una sommossa o per affrontare un conflitto settario, però sarebbero sufficienti per frenare le milizie Scite irachene pro-iraniane che nell’eventualità di una vera e propria guerra tra Stati Uniti ed Iran si metterebbero ovviamente dalla parte di quest'ultimo.
Ultimo segnale sospetto, che fa pensare all'imminenza di una guerra: Israele ha invitato i 25.000 membri della comunità ebraica iraniana a lasciare urgentemente il paese, anche se la maggior parte ha deciso di restare.
Intanto gli Usa cercando di rassicurare la comunità internazionale, dicendo che la guerra contro l'Iran è la farneticazione dei soliti giornalisti antiamericani. Tony Snow, portavoce della Casa Bianca, ha minimizzato la minaccia alla sovranità dell’Iran dicendo che si tratta di una "leggenda metropolitana". Tuttavia non ha saputo spiegare perché il Segretario di Stato Condoleezza Rice, in giro per gli stati arabi sunniti, stia facendo loro la corte affinchè si aggreghino alla Casa Bianca e suoi alleati contro l’Iran, con la vaga promessa di un prossimo interessamento americano alla riapertura del processo di pace nel conflitto israelo-palestinese. Inoltre un ex comandante di flotta russo, ammiraglio Edward Baltin, dice che la presenza di sottomarini nucleari in zona significa un possibile attacco contro l’Iran: in questo caso la "leggenda metropolitana" di Tony Snow starebbe velocemente prendendo piede.
Se l’amministrazione Bush sta bluffando nella speranza che Teheran si allinei tagliando i legami con gli Sciti iracheni e rinunciando alle proprie ambizioni nucleari, tutto ciò potrebbe rivelarsi controproducente, e le conseguenze sarebbero terribili. Visto però che il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ha definito l’eventualità di un Iran con armi nucleari come "un’inaccettabile minaccia esistenziale", e che il presidente degli Stati Uniti sulla scia delle sue tendenze messianiche guida da sei anni il paese sul sentiero delle guerre di religione, è probabile che gli americani siano pronti ad andare fino in fondo. Dal punto di vista di Bush c’è un solo problema: come legittimare un attacco all’Iran? La strada delle Nazioni Unite è oramai fuori discussione. Russia e Cina hanno fatto capire chiaramente la loro posizione e non hanno esitato ad usare il loro veto al recente incontro del Consiglio di Sicurezza ONU sulla giunta militare del Myanmar. I bei tempi della guerra in Kosovo, con l'ONU ridotto a strumento diplomatico degli Usa, sono ormai passati.
Allora, come può vendere l’idea di una guerra contro l’Iran ad un popolo americano già disgustato e sfinito da quella irachena, per non parlare del Congresso guidato dai Democratici che stanno facendo il diavolo a quattro per riportare "i ragazzi" a casa? Risposta molto semplice: non può. Tuttavia, se fosse Israele ad accendere la miccia, come fece nel 1981 quando bombardò il centro di ricerca di Tuwaitha in Iraq nel nome della propria sacrosanta sicurezza, gli Stati Uniti avrebbero via libera. Dalla prospettiva di Israele però questa opzione è molto pericolosa, data la stretta vicinanza agli Hezbollah libanesi e alla Siria, alleati dell’Iran, che hanno di recente rafforzato i loro arsenali. A questo punto cosa rimane? Può essere che gli Stati Uniti stiano deliberatamente provocando l’Iran con la speranza che dia loro una scusa per attaccarlo? Cosa succede se l’Iran non abbocca? Un altro caso come quello del Golfo del Tonkino?
Secondo il redattore di Arab Times Bush dovrà comunque inventarsi qualcosa per attaccare l'Iran prima delle dimissioni di Blair, che lascerà la carica di premier tra pochi mesi. Il primo ministro britannico ha sacrificato la sua popolarità per appoggiare le guerre di Bush in medio oriente. Indebolito politicamente dalla sua lealtà nei confronti della destra repubblicana Usa, Blair ha promesso pubblicamente di dimettersi dal suo ufficio al numero 10 di Downing Street a partire da questo maggio. Basandosi su calcoli politici, le fonti hanno informato l'Arab Times che il mese di aprile sarà il più probabile per l'attacco, in modo da consentire a Tony Blair di giocare un ruolo importante nella giustificazione in occidente della escalation di una guerra profondamente impopolare. Secondo degli analisti che lavorano per la Casa Bianca un attacco militare combinato contro obiettivi iraniani indebolirebbe il regime degli ayatollah e porterebbe al rovesciamento anche del governo siriano: sono argomenti che indubbiamente trovano ascolto, entusiasmo e supporto presso quei "petromonarchi" del Golfo, che a Siria e Iran hanno sempre guardato con grande preoccupazione. Il più rispettato esperto Usa di sicurezza, l'ex colonnello Usaf Sam Gardiner, ha presentato una sequenza di manovre tattiche che si svolgeranno e che precederanno il lancio dell'assalto delle forze armate Usa contro obiettivi in Iran: un progetto che il colonnello Gardiner teme che sia non a torto un'escalation per portare con cautela un allargamento della guerra in Medio Oriente. Dice a tal proposito Gardiner: "Come uno degli ultimi passi prima di un attacco vederemo aerei cisterna dell'aviazione Usa spostati in luoghi insoliti, come la Bulgaria. Questi verranno usati per rifornire durante le loro missioni di attacco contro l'Iran i bombardieri B-2 basati negli Usa. Quando ciò accadrà saremo solo a pochi giorni da un attacco".
Nel 2003 Bush e Cheney hanno ordinato di lanciare la guerra all'Iraq il 18 e il 19 di marzo. Queste date sembrano ora nella finestra di opportunità di rilevanza operazionale, essendo il periodo di maggiore probabilità dalla metà di marzo a metà aprile, non ultimo per mere ragioni meteorologiche. Nel frattempo possiamo aspettarci di vedere un'escalation del tipo di quella prevista dal colonnello Gardiner e da altri, e la gestione delle percezioni (cioè la deliberata creazione di propaganda da parte del governo Bush-Cheney) un compito che è stato per breve tempo condotto dall'Office of Strategic Influence stabilito subito dopo l'11 settembre 2001. L'ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld chiuse poi l'Office of Strategic Influence quando l'esposizione della sua sfrontata disinformazione diede luogo a un'indignazione internazionale rischiosa per la credibilità politica di tutto l'estabilishment repubblicano. Secondo SourceWatch, Rumsfeld ha nascostamente resuscitato l'OSI in una varietà di nuove forme: l' Office of Global Communications; l' Information Awareness Office (IAO) e il CounterInformation Team. Insomma, Rumsfield dopo le elezioni di mezzo termine dello scorso novembre è uscito dalla porta ma è rientrato dalla finestra.
Le successive mosse militari saranno dal punto di vista tattico come quelle presentate da Gardiner, nonchè sincronizzate insieme ad una tempesta di propaganda anti-iraniana proveniente dalle agenzie di gestione della percezione che sono sotto il controllo del Pentagono. L'attacco Usa avrà sicuramente l'effetto di rinforzare il governo di Ahmadinejiad, la cui impopolarità è emersa alle elezioni municipali iraniane della scorsa settimana in cui i candidati governativi sono stati sconfitti da quelli dell'opposizione. Voci provenienti da ogni parte dello spettro politico iraniano stanno ormai criticando il presidente Ahmadinejad che ha convenientemente lasciato Theran per un lungo tour in America Latina. Col forte crollo della popolarità di Ahmadinejad egli accoglierà con favore i piani di guerra Bush e Cheney, perché essi gli permetteranno di avvolgersi nella bandiera e di giocare il ruolo del difensore della fede.
Secondo la ING Wholesale Banking, le conseguenze economiche di un attacco Usa all'Iran saranno severe. Esperti finanziari predicono forti reazioni nei mercati, e stanno già raccomandandosi di vendere le azioni israeliane. L'impatto sul greggio Brent sarà drammatico con la previsione di prezzi che cresceranno sino agli $ 80 al barile parallelamente a forti crolli nei prezzi delle azioni. Analisti esperti predicono cadute drammatiche del dollaro Usa, guadagni da obbligazioni governative, mercati azionari e materie prime industriali insieme a picchi nei prezzi del petrolio e dell'oro.
Secondo gli ultimi sondaggi, due terzi degli americani appoggiano negoziati con l'Iran e si oppongono a un attacco militare Usa che allargherebbe una guerra già profondamente impopolare. La scorsa settimana il senatore democratico del Delaware Joseph Biden, ha avvertito il segretario di Stato Condoleezza Rice che qualunque allargamento della guerra contro l'Iraq tramite un attacco attraverso i confini iraniani darebbe inizio a una crisi costituzionale in America. E' stato ormai tracciato lo scenario per uno storico confronto politico in America che rivaleggerà con la crisi dello Watergate degli anni '70. January 18 Esiste una Grande Germania?
Di Grande Germania si è tornati a parlare, a distanza di cinquant'anni dall'ultima volta, quando la BRD e la DDR si sono riunificate nel 1990. Certo, la Germania del 1990 era per estensione territoriale circa la metà di quella del 1914: là dove oggi ci sono la Polonia e i tre Stati baltici, un tempo era tutto territorio tedesco; e l'attuale Kaliningrad, enclave russa tra la Polonia e la Lituania, era fino al 1945 la famosa Koenigsberg che aveva dato i natali nientemeno che a Kant.
Eppure la Germania Ovest, quando il mondo era ancora diviso in due blocchi, era economicamente e industrialmente molto più forte della vecchia Germania hitleriana, la quale a sua volta era stata di gran lunga più potente di quella guglielmina. In seguito alla riunificazione la Germania Ovest si è dovuta accollare molti problemi che erano propri della ex Germania Est, a cominciare da un'economia pianificata e in fase di rallentamento che doveva essere riconvertita al capitalismo praticato da cinquant'anni nella Repubblica Federale. Sono sorti numerosi problemi sociali, dovuti proprio alla chiusura di molte imprese della vecchia Germania Est che erano incapaci di reggere la concorrenza con quelle dell'Ovest, e la disoccupazione nei land che un tempo formavano la DDR è tuttoggi al 20%. Quanto ad infrastrutture poi non c'erano paragoni: l'ex DDR, assorbita nella nuova Grande Germania, era drammaticamente carente in fatto di autostrade, ferrovie, aeroporti, ecc se confrontata alla parte occidentale: questo ostacolava la possibilità di attirare investimenti che ne potessero rilanciare l'economia, e così il governo federale ha dovuto spendere da allora valanghe di marchi prima e di euro poi per rendere competitivo il territorio tedesco orientale a livello europeo, e collegarlo al resto della CEE. Nata all'interno del blocco sovietico, la DDR aveva infrastrutture e vie di comunicazione che guardavano tutte ad Est, mentre adesso il baricentro si era spostato ad Ovest. Questo era ovviamente lo stesso problema di tutti gli altri ex paesi satelliti dell'URSS, con la differenza che quest'ultimi si trovavano da soli a dover procedere a tale "riconversione verso ovest" delle loro strutture, mentre la vecchia DDR era stata letteralmente annessa dalla BDR, la Repubblica Federale Tedesca; il che ha dato luogo ad un altro sgradito effetto collaterale di ordine sociologico, perchè mentre i cechi, gli ungheresi, gli sloveni, ecc, trovandosi da soli si sono rimboccati le maniche facendo passi da gigante, i tedeschi dell'Est hanno sviluppato una nuova mentalità da assistiti nei confronti dei loro fratelli dell'Ovest, esattamente come un tempo l'avevano avuta nei confronti dello Stato socialista che pr quarant'anni abbondanti li aveva governati.
Questi problemi non si sono ancora risolti. I tedeschi dell'Est hanno dapprima gettato rapidamente alle ortiche la loro Patria, "il primo Stato Socialista della Nazione Tedesca" come lo aveva definito Herick Honecker, seguendo il miraggio della fratellanza con i loro connazionali dell'Ovest e dell'arricchimento facile sotto il capitalismo. Ma in seguito, quando sono sopraggiunte le difficoltà appena esaminate, è emersa l'amara consapevolezza di aver detto addio troppo presto a quella DDR che in quarant'anni d'esistenza era stata in grado di dare loro comunque un'identità, per quanto imperfetta, differenziando i tedeschi dell'Est da quelli dell'Ovest al punto che tuttora permangono numerose incomprensioni. La differenza che c'è fra la Germania meridionale, cattolica, bavarese e colorita, e quella settentrionale, prussiana e protestante, non è così marcata come quella che a tutt'oggi persiste fra l'Ovest e l'Est del paese. Nella riscoperta da parte dei tedeschi dell'Est della vecchia DDR frettolosamente abbandonata si è creato un folto commercio souveniristico un tempo riservato solo al turista nostalgico, che ha toccato un po' tutti i meandri della storia di questa "Germania numero due" che fu la Repubblica Democratica Tedesca.
La Trabant, che produceva le automobili del cittadino medio della Germania Orientale, l'alternativa d'Oltrecortina al Volkswagen Maggiolino costruito nella Germania Occidentale, è tuttora in attività, sebbene non produca più automobili ma si dedichi al restauro e al mantenimento di quelle prodotte fino al 1991, oggi diventate oggetti da collezionista. Produce catalizzatori per rendere il motore a due tempi della piccola "Trabi" ecocompatibile alle nuove, rigorissime normative europee sulle emissioni, e cura la manutenzione delle tante "Trabant 601" e "Wartburg" che girano ancora per Berlino come vetturette da affittare a turisti eccentrici, disposti a viaggiare su questi pezzi di storia pagando di più che prendendo a noleggio una Mercedes. La MZ, la più importante casa motociclistica della Germania Est, dopo qualche anno magro in cui le sue fumose e antiquate moto a due tempi sembravano destinate a non avere più mercato, ha ricevuto una ricca iniezione di capitali malesi, ha messo in cantiere nuovi progetti e adesso non viene più considerata l'alternativa povera alle ricchissime moto BMW di produzione bavarese. E, se la Trabant accarezza il sogno di rimettere in produzione la sua vecchia 601 (carrozzeria in materiale plastico "Duroplast" e motore bicilindrico a due tempi di 600 cc) per il mercato africano, la MZ invece ha regalato le catene di montaggio delle sue vecchie moto di epoca socialista alla Kanuni, azienda motociclistica turca che detiene il primato delle vendite nei Balcani.
La SED, il vecchio partito unico della ex DDR, che in seguito alla caduta del muro di Berlino cambiò nome in PDS (da "Partito Socialista Unificato" a "Partito del Socialismo Democratico"), dopo alcuni anni di incomprensione da parte del suo vecchio elettorato, cavalcando il malcontento dei tedeschi dell'Est ha riguadagnato velocemente posizione superando, nei land della ex Germania Orientale, persino gli odiati socialdemocratici della SPD venuta dall'Ovest. Insomma, sia pure nelle forme più variegate, si assiste ad un revival della vecchia Germania Democratica, e c'è chi dice che mai come di questi tempi si videro così tanti visitatori alla tomba del defunto leader della DDR e segretario della SED dal 1971 al 1989, Herick Honecker: il sepolcro è letteralmente inondato da garofani rossi, e non sono quelli dei soliti vecchi nostalgici, venuti magari dall'estero. Persino ai funerali di Mischa Wolf, l'ex capo della Stasi, i servizi segreti della DDR, "la polizia segreta più efficiente del mondo" come dicevano gli americani, morto recentemente, il commiato è stato generalizzato. I giovani, figli di coloro che nella DDR abitavano e che abbatterono il muro, oggi si sentono traditi e abbandonati dal governo venuto dall'Ovest e guardano indietro, verso un passato che non era certamente idilliaco ma che, cosa importante per un giovane, lasciava spazio al sogno, al sole dell'avvenire.
E' una Grande Germania delle malinconie, erede dei vecchi filosofi e delle ingiustizie della storia. January 14 Russia e Bielorussia, storia di uno strano amore![]() (nella foto: a sinistra il presidente russo Putin, a destra il presidente bielorusso Lukashenko) Che cosa si nasconde dietro la "guerra del gas" tra Russia e Bielorussia? Solo un osservatore superficiale potrebbe pensare che essa sia la ripetizione di quella che lo scorso anno contrappose Russia e Ucraina: allora si trattò della riposta "ritorsiva" di Mosca alla decisione della coppia Yushenko - Timoshenko, all'epoca al governo di Kiev dopo la famosa "rivoluzione arancione", di portare l'Ucraina fuori dell'influenza russa, verso la NATO, verso gli americani. In questo caso, invece, mai Russia e Bielorussia si sono trovate più vicine ed unite. Lo scontro tra Mosca e Minsk avviene sullo sfondo del progetto di unione fra Russia e Bielorussia che ambedue i paesi perseguono ormai da più di un lustro. E' un progetto decollato alla fine degli anni '90, quando al Cremlino c'era ancora Eltsin, e che avrebbe dovuto coinvolgere anche l'Ucraina e la Federazione Yugoslava: paesi, quest'ultimi, ritiratisi dal programma dopo le rivoluzioni del 2005 e del 2000 che li hanno portati sotto l'influenza americana. Il processo di unificazione tra Federazione Russa e Repubblica di Belarus ha preso slancio negli ultimissimi anni, da quando la politica estera di Putin ha acquistato maggior identità entrando in discontinuità con la linea politica della precedente era Eltsin. Il prossimo anno sarà quello decisivo, perchè finalmente nascerà il nuovo Stato formato da Russia e Bielorussia. E qui iniziano i problemi, in primo luogo per Putin. Se il nuovo Stato non dovesse nascere e Russia e Bielorussia dovessero quindi proseguire ciascuno per conto proprio la loro esistenza (basterebbe semplicemente che l'unione fra i due Stati fosse rimandata di qualche mese), Putin si troverebbe costretto, in base all'attuale Costituzione russa, a non potersi più ricandidare alla presidenza del suo paese; altrimenti dovrebbe riformare la Costituzione per abrogare il limite dei due mandati. Questo perchè il secondo mandato presidenziale scadrà proprio nel 2008 e in base all'attuale Costituzione non è previsto che il presidente uscente possa essere eletto per più di due volte consecutive. Ma se Russia e Bielorussia si dovessero unire, allora nascerebbe un nuovo Stato per il quale andrebbe scritta una nuova Costituzione, e in quel caso Putin non sarebbe più il presidente della Russia per la terza volta consecutiva, ma il presidente dell'Unione russo - bielorussa per la prima volta. Questo è il motivo principale per cui Putin ha tutto l'interesse ad affrettare i tempi dell'unione tra Mosca e Minsk; per contro Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha più di un motivo per rallentarla. Sia ben chiaro: tanto Putin quanto Lukashenko desiderano questa unione, la perseguono da anni; solo non vanno d'accordo sui tempi d'attuazione. La Russia è oggi una delle più importanti potenze mondiali, in termini economici (è la quinta riserva valutaria al mondo), industriali (leader nella produzione d'acciaio, alluminio, e nei settori aeronautico, navale), energetici (ha nelle sue mani un terzo del gas e del petrolio del pianeta), militare, e così via. La Bielorussia è un piccolo paese europeo, senza risorse proprie eccetto quelle di ordine agricolo. Anche i sistemi economici sono molto diversi: la Russia è stata catapultata dalla convulsa era Eltsin in un "capitalismo della giungla" al quale Putin ora sta facendo un po' di "normalizzazione", per renderlo più conforme alle regole di mercato, buttando fuori gli oligarchi che hanno osato troppo; la Bielorussia è in tutto e per tutto uno Stato socialista classico, dove tolto il vecchio Partito Comunista gli enti dell'economia pianificata della vecchia Unione Sovietica continuano a funzionare egregiamente, ben oliati e mantenuti da un Lukashenko che di aprire il paese al capitalismo di rapina occidentale non ne vuole sapere. In una situazione del genere unire troppo rapidamente i due paesi, vista la loro sproporzione per dimensioni geografiche, demografiche, industriali, minerarie, economiche, si tradurrebbe nè più nè meno in un inglobamento della Bielorussia da parte della Russia; e la prima non avrebbe garanzie circa la preservazione della propria diversità economica e sociale da parte della seconda. Questo è il motivo per cui Lukashenko vuole sì l'unione tra il suo paese e la Russia, ma senza correre troppo: non ha tutti i torti nel voler essere ricordato dai suoi cittadini come colui che ha rifondato l'Unione Sovietica, anzichè come l'uomo che ha fatto della Bielorussia una nuova regione russa. Perchè questa è un'altra caratteristica di Lukashenko: fu lui l'unico membro del Soviet Supremo, nel 1991, a votare contro lo scioglimento dell'URSS. La sua ambizione è di partire dalla Bielorussia, piccolo paese di 10 milioni di abitanti ai margini dell'Europa, per arrivare a rifondare il vecchio impero sovietico da tutti compianto. Un altro aspetto che non dobbiamo sottovalutare è che Lukashenko è stato appena rieletto, con un voto plebiscitario che ha spazzato via l'opposizione filo americana sostenuta dall'estero, mentre Putin si troverà in una situazione molto simile alle prossime elezioni (se la Costituzione russa sarà stata riformata, oppure se si candiderà alla presidenza del nuovo Stato russo - bielorusso): una situazione dove sia Lukashenko che Putin si trovano dinanzi a delle opposizioni che ricevono i loro fondi e appoggi politici dagli oligarchi russi dell'era Eltsin, dal Dipartimento di Stato Usa, e dai gruppi filo americani dell'Europa Occidentale, con l'obiettivo di porre i loro paesi sotto l'egemonia americana. Lukashenko è accusato in Bielorussia dall'opposizione filo americana di avere rapporti molto stretti con Putin, Putin è accusato dall'opposizione filo americana in Russia di avere rapporti molto stretti con Lukashenko, definito "l'ultimo dittatore d'Europa" perchè non ha svenduto l'economia del suo paese agli occidentali e agli oligarchi russi loro alleati. Il loro progetto di unione, poi, ha fatto impazzire le cancellerie di mezzo Occidente. Adesso, cosa molto strana, giunge la notizia che Russia e Bielorussia si guardano in cagnesco: il che ha tutta l'aria di essere un gioco delle parti, dove Putin e Lukashenko fingono per ingannare le loro rispettive opposizioni interne e l'Occidente. Non dimentichiamoci poi degli aspetti esterni della crisi: quando l'anno scorso vi fu la guerra del gas tra Russia e Ucraina, la Bielorussia era il grande alleato attraverso cui Mosca avrebbe fatto passare i suoi oleodotti e gasdotti per "aggirare" l'Ucraina, in direzione della Germania, guidata fino ad allora da Schroeder e alleato affidabile del Cremlino. Nel blocco del gas attuato in Ucraina a rimanerne danneggiati furono i paesi dell'Europa meridionale con i quali la Russia si trovava in aperta ostilità, per esempio la Romania di Traian Basescu ma soprattutto l'Italia di Berlusconi. In questo caso invece a rimanere danneggiata è proprio la Germania, che con Angela Merkel ha allentato i suoi rapporti con la Russia avvicinandosi troppo agli americani. Sono proprio questi "riscontri geopolitici" che fanno pensare che la crisi tra Russia e Bielorussia sia più recitata che realmente vissuta di quanto non lo sia stata quella dello scorso anno tra Russia ed Ucraina. Di sicuro Lukashenko intende usare tutto quello che è in suo potere per far sì che l'unificazione tra Russia e Bielorussia non si risolva in un assorbimento di quest'ultima da parte della prima, ma che avvenga su basi prioritarie dando vita ad un nuovo Stato e non semplicemente costituendo un aumento territoriale della Russia. La crisi dello scorso anno ha dimostrato che l'Ucraina, al momento, è un partner inaffidabile per la Russia, perchè non ha saputo resistere alle infiltrazioni politiche occidentali rimanendo vittima della "rivoluzione arancione" sostenuta dagli americani. La Bielorussia, in virtù di ciò, ha acquisito maggiore importanza, perchè ha dimostrato ai russi di essere l'unico "Stato cuscinetto" capace di collegare la Russia all'Occidente senza esporla a contaminazioni pericolose, respingendo gli obiettivi di espansione ad est della NATO e dell'UE. Per questo motivo i progetti di costruzione di nuovi oleodotti e gasdotti russi verso Occidente prevedono il loro passaggio attraverso la Bielorussia anzichè l'Ucraina. Lukashenko vuole che alla Bielorussia sia riconosciuto uno "Status speciale" all'interno della nuova comunità che i due paesi formeranno a partire dal prossimo anno e che, non dimentichiamoci, si prevede che crescerà in futuro allargandosi ad altri Stati dell'ex Unione Sovietica: ora che la Russia è ritornata ad essere una grande potenza politica ed economica i paesi circostanti non desiderano altro che di riunirsi ad essa, magari nella forma di una federazione "a maglie larghe". Questo spiega perchè Lukashenko vuole che sia mantenuta alla Bielorussia la tariffazione di favore sul gas e il petrolio concessagli finora dalla Russia; altrimenti, Minsk applicherà un dazio per tutto il combustibile russo che per raggiungere l'Occidente deve passare attraverso la Bielorussia. Per la Bielorussia il calo dell'economia dovuto agli aumenti delle tariffe del gas e del petrolio sarebbe un'autentica catastrofe. Fino ad oggi Mosca ha concesso a Minsk, in cambio dell'amicizia politica in vista di una futura unione politica, petrolio e metano a meno della metà del prezzo di mercato; stessa cosa, per gli stessi principi, aveva fatto fino allo scorso anno con l'Ucraina. Questo favore ha facilitato il progetto di Lukashenko di fare della Bielorussia uno Stato socialista economicamente e socialmente avanzato: obiettivo centrato, perchè la Repubblica di Belarus cresce ogni anno con numeri da tigre asiatica. Lukashenko è sicuramente un buon capo politico, ma le risorse energetiche a basso costo gli sono state di grande aiuto nel fare della Bielorussia un paese con uno Stato sociale efficiente, il tasso di disoccupazione più basso d'Europa, e tutti gli indici economici in crescita (Chavez ha preso ad esempio la Bielorussia di Lukashenko per il suo progetto di trasformare in Repubblica Socialista il Venezuela): ma cosa succederà se la bolletta energetica del paese dovesse raddoppiare? A quel punto la Bielorussia come alternativa al blocco economico e industriale avrebbe solo quella di lasciarsi annettere, e quanto prima possibile, dalla Russia, confidando che le sia preservata una certa autonomia. Questi sono i motivi per cui la Bielorussia ha tutto l'interesse a rallentare l'unificazione, pur essendo stato il paese che a questo processo ha dato vita, mentre la Russia ha tutto l'interesse ad accelerarlo. January 09 La guerra al terrorismo è arrivata anche nel Corno d'Africa?
Il Corno d'Africa, ovvero la Somalia, Gibuti, l'Etiopia e l'Eritrea, quella regione di cui una parte dei territori formavano un tempo l'Impero mussoliniano con la sigla di Africa Orientale Italiana, è precipitata di nuovo nella guerra dopo non esserne mai effettivamente uscita. Una lunga sequela di conflitti interetnici, calamità naturali e carestie ha reso questa porzione del Continente Nero una delle più povere e dissestate del mondo, incapace di raggiungere un minimo di consolidamento sociale ed istituzionale.
E' notizia di questi giorni la conquista da parte delle Corti Islamiche di quasi tutto il suolo etiopico, col governo legittimamente riconosciuto dalla comunità internazionale (ma non dai vari Signori della Guerra somali, espressione delle differenti tribù, che hanno spartito il paese in vari sceiccati in lotta fra di loro, dopo la caduta del regime di Siad Barre nel 1991) ridotto a controllare una porzione minima del territorio; della conseguente reazione dell'Etiopia (paese cristiano copto che al suo interno ha una cospicua minoranza somala e musulmana da tenere sotto controllo) che prontamente ha invaso la Somalia sconfiggendo le Corti Islamiche e restituendola al "governo di transizione"; della controreazione dell'Eritrea, principale rivale dell'Etiopia nella regione, che ha appoggiato le Corti Islamiche contro l'esercito etiope sia pur senza successo, visto che gli aiuti hanno risentito della povertà del paese donante e sono arrivati sempre col contagocce. Da quando nel '93 l'Eritrea si è resa indipendente dall'Etiopia a seguito di una sanguinosa guerriglia di liberazione, ne è diventata la principale antagonista: entrambi i paesi sono divisi e contrapposti da un odio nazionalistico, alimentato in Etiopia dal considerare l'Eritrea una provincia separatista che senza alcun diritto si è resa indipendente da Addis Abeba, e in Eritrea dal considerare l'Etiopia un paese colonialista che senza alcun diritto si è impadronito di Asmara dopo la fine del colonialismo italiano in ambedue i paesi nel 1941. Accanto a loro c'è un altra ex colonia italiana ed inglese, la Somalia, nella quale da 15 anni non si riesce a consolidare nessun governo centrale forte, in grado di spezzare i movimenti separatisti tribali alimentati dai vari Signori della Guerra; Etiopia ed Eritrea hanno visto nella situazione di anarchia generalizzata della Somalia l'occasione per estendere la propria influenza oltre i loro confini, e la loro potenza; e così si fanno la guerra per interposta persona, in suolo somalo, attraverso i miliziani somali, islamici o non islamici che siano. La Somalia è divisa fra un fronte eritreo e un fronte etiope, fra Signori della Guerra filo etiopici e Signori della Guerra filo eritrei; è il modo migliore per questi due paesi per affrontarsi, visto che le guerre combattute direttamente (l'ultima fu nel 2000) si sono sempre risolte senza nè vincitori nè vinti. L'Etiopia vuole lo sbocco sul mare, che ha perso da quando l'Eritrea si è resa indipendente, e lo cerca nell'anarchia somala, sperando di allargare i propri territori; l'Eritrea vuole mantenere il suo potere contrattuale sull'Etiopia, che attualmente per accedere al mare continua a servirsi dei porti eritrei (e Asmara guadagna parecchio da questa situazione, nè avrebbe altri fonti di guadagno in alternativa) e vuole impedire che Addis Abeba possa rendersi più potente di quanto già non lo sia; e così vanno avanti, in perpetuo, con questa guerra statica, della quale a pagare i danni sono ormai solo gli inermi civili somali. Dietro l'Etiopia e l'Eritrea ci sono i grandi interessi occidentali e medio orientali, immensi fiumi di denaro di varia provenienza: il Corno d'Africa è una zona strategica, affacciata sul Mar Rosso, a un tiro di schioppo dalla Penisola Arabica, così vicina al Golfo Persico; controllarla è d'importanza vitale per tutti. Americani, sauditi, israeliani, yemeniti, russi, cinesi, libici, e chi più ne più ne metta, quando alleati fra di loro, quando in rivalità, si affrontano perchè a controllare la Somalia siano i loro beniamini, etiopi o eritrei che siano.
Il conflitto si sta allargando. Gli Usa, che sostengono l'Etiopia, hanno esultato per il trionfo delle milizie etiopi nello scacciare le Corti Islamiche dalla Somalia, ma al tempo stesso si rendono conto che tale vittoria sarà di effimera durata; bisogna prendere tempo e cercare nuove soluzioni. Per questo motivo Bush ha telefonato al presidente dell'Uganda Yoweri Museveni, esortandolo ad inviare le sue truppe in Somalia. Le forze del Kenia invece già si tengono pronte. Ma ripercorriamo da capo tutta la vicenda, per capire meglio che cosa stia avvenendo nel Corno d'Africa. Come già detto, il motivo dell'invasione etiope è la presa del potere in quasi tutta la Somalia da parte delle milizie dell'Unione delle Corti Islamiche (UCI) lo scorso anno. Le milizie scacciarono i Signori della Guerra che avevano dominato la politica somala nei 15 anni passati. La vittoria delle milizie era fondata sul genuino sostegno popolare: molta gente era stanca della violenza e della brutalità del dominio dei signori della guerra. In aggiunta, diversi capi importanti dei clan somali erano preparati ad appoggiare l'UCI per stabilizzare il paese. Il successo dell'UCI è stato un colpo ai piani degli Usa per la regione: Bush si avvicinò sempre più a quei Signori della Guerra che erano disposti a fungere da agenti nella "guerra al terrore". Il curriculum sanguinoso di questi signori della guerra ed il fatto che avevano diviso aspramente la Somalia venivano dimenticati, a condizione che avessero accresciuto la presenza degli Usa nella regione.
La presa del potere da parte dell'UCI è stata anche una sconfitta per il "governo di transizione" della Somalia, costituito nel 2004 in Kenia dopo lunghi negoziati di pace: governo non riconosciuto dai somali, come detto prima, ma solo da quella parte di comunità internazionale compiacente verso gli interessi occidentali. Ciò che dice la BBC a proposito di questo governo è altamente significativo: "L'amministrazione del presidente Abdullahi Yusuf, formata da ex signori della guerra, spesso lottava per controllare i propri membri, per non parlare del paese. I suoi primi 18 mesi in carica sono stati passati a litigare su dove collocare la sua base, stabilendo alla fine la città di Baidoa come capitale; Mogadiscio era considerata troppo pericolosa".
Gli Usa ed il governo di transizione giurarono di distruggere l'UCI e lo strumento prescelto per raggiungere tale scopo fu il governo etiopico di Meles Zenawi: solo l'Etiopia ha la potenza militare, eredità della passata collaborazione fra i sovietici e il regime di Menghistu, invero ormai ridotta a vecchi lanciarazzi e carrarmati alquanto scassati, per annientare le Corti Islamiche. Meles Zenawi, attuale presidente dittatore dell'Etiopia, è da lungo tempo un favorito dell'occidente: nel 2005 ha fatto parte della Commissione per l'Africa di Tony Blair e sostiene la marcia del neoliberismo in tutto il continente; un epilogo singolare per un uomo che fino al 1991 era il delfino del dittatore comunista e filosovietico Menghistu. L'Etiopia è stato uno dei due soli paesi africani nominati come parte della "coalizione dei volonterosi" degli Usa che sostennero l'invasione dell'Iraq nel 2003: un'ulteriore dimostrazione di quanto profonda sia stata la conversione politica dell'attuale Negus etiope. Per tutte le condanne occidentali dei governi africani repressivi, i crimini di Meles sono stati stranamente non rilevati. Gli attacchi alle dimostrazioni di studenti e lavoratori durante le elezioni del 2005, l'abolizione di fondamentali diritti democratici e molto altro ha ricevuto soltanto il più lieve rimprovero da parte della Gran Bretagna e degli Usa.
In luglio, quando gli Usa e la Gran Bretagna sostenevano l'invasione israeliana del Libano, Meles si sentì in grado di inviare le sue truppe dall'altra parte del confine in Somalia. E da allora le truppe etiopiche hanno saggiato il terreno per una offensiva totale. La scorsa settimana Meles ha ordinato un'invasione su vasta scala sostenuta da migliaia di soldati, artiglieria pesante, carri armati e bombardamenti aerei. Il 26 dicembre dei funzionari Usa hanno dichiarato l'appoggio del regime Bush all'invasione, affermando che l'Etiopia aveva "genuine preoccupazioni per la sicurezza". Le forze etiopiche hanno incontrato qualche resistenza, incassando pesanti perdite in scontri con giovani somali a Mood Moode, Daynuuna, Idale e Bandiiradley. Ma la grande superiorità delle armi etiopiche, fornite nei decenni da Usa, Urss ed Israele, ha significato che hanno vinto facilmente in battaglie studiate. Ora hanno preso la capitale Mogadiscio e la roccaforte dell'UCI a Kismayo. Comunque, la guerra potrebbe essere lontana dalla fine: i combattenti dell'UCI non possono affrontare apertamente carri armati ed aeroplani ma, come hanno scoperto gli Usa in Iraq, la resistenza irregolare può essere molto efficace contro degli occupanti impopolari. Il nuovo governo dipenderà pesantemente dal sostegno etiopico. I signori della guerra che ora ritorneranno al potere hanno poca base popolare e possono sopravvivere soltanto con l'appoggio esterno. E la luce verde degli Usa all'espansione etiopica potrebbe tentare Meles a rinnovare la pressione sull'Eritrea; i due paesi giunsero vicini alla guerra lo scorso anno.
Nel frattempo le armi etiopi avranno bisogno di una rinfrescatina: le tecnologie militari di Addis Abeba sono ferme, salvo alcuni casi, agli anni '80: in parte sono frutto di aiuti israeliani, quando il governo di Tel Aviv aiutò Menghistu nel reprimere le rivolte eritree, e sovietici, quando Menghistu fruiva del sostegno militare del Cremlino nella guerra dell'Ogaden contro la Somalia ed era alleato dell'Urss. Dopo il '91, con l'arrivo di Zenawi, l'esercito etiope ha fruito di tecnologie americane; ma le numerose guerre hanno condotto a un loro rapido logoramento. Dinanzi al dubbio che l'Etiopia possa reggere una guerra a lungo termine, gli Usa cercano da una parte di potenziare l'arsenale etiope e dall'altra di estendere il conflitto ad altri loro alleati, Kenya e Uganda in primo luogo, proprio per alleggerire la pressione su Addis Abeba, senza trascurare un intervento diretto americano: proprio oggi da Gibuti, dove gli Usa hanno una delle basi militari più importanti dell'Africa, aerei della U.S. Air Force sono decollati per bombardare in Somalia dei guerriglieri dell'UCI asserragliati in un villaggio dell'interno.
E così, mentre in Africa si muore per la fame, per la sete e per le malattie, le grandi potenze continuano a spendere i loro soldi non per risolvere questi problemi, ma per aumentare i budget militari. L'UOMO nero deve morire perchè l'occidente è razzista, ma l'ORO nero si deve salvare a tutti i costi! January 02 Iraq: per gli Usa l'obiettivo è la guerra civile
Il 2007 inizia con le polemiche sulla condanna a morte di Saddam Hussein e soprattutto sul suo uso strumentale da parte degli americani per condurre l'Iraq alla guerra civile. Tutti credono che l'Iraq di oggi sia nella guerra civile, ma in realtà questo è quantoci viene raccontato dai mass media controllati, direttamente o indirettamente, dai gruppi di potere che hanno sostenuto l'invasione dell'Iraq e le scelte politiche dell'amministrazione Bush. L'Iraq di oggi, semmai, è un paese che si oppone all'occupazione militare americana e al governo collaborazionista che vi è stato imposto dagli Usa; sciiti e sunniti hanno fatto causa comune nel lottare contro gli occupanti statunitensi, il cui scopo è di impadronirsi delle ricchezze petrolifere del paese e di difendere il dollaro dalla concorrenza dell'euro nel mercato internazionale del petrolio. Sciiti e sunniti combattono contro l'esercito americano che occupa il loro paese, prima che lottare fra di loro.
Questo è il fenomeno, tanto spiacevole per la Casa Bianca, che si è verificato non appena gli americani hanno invaso l'Iraq; si aspettavo che gli iracheni li accogliessero con corone di fiori, e invece hanno tirato fuori gli AK-47, altrimenti noti come Kalashnikov, e detto fra noi hanno fatto pure bene. Si sono trovati dinanzi a sciiti e sunniti coalizzati fra di loro (e questo perchè in Iraq, come in qualsiasi paese arabo, la divisione non è fra gruppi religiosi ma fra tribù, e all'interno di esse si può essere indistintamente sciiti oppure sunniti oppure alouiti; insomma, la fede religiosa non fa testo) nel difendere il proprio paese dalla rapacità dell'imperialismo statunitense. Come potevano allora gli americani spezzare il fronte unito formato da sciiti e sunniti, nel disperato tentativo di controllare l'Iraq?
La prima risposta fu data dagli squadroni della morte. Nel 2004 Paul Brenner, ambasciatore americano in Iraq, venne sostituito da John Negroponte, un altro pezzo grosso della destra repubblicana statunitense fin dai tempi dell'amministrazione Nixon. Negroponte si è fatto conoscere durante gli anni '80 in Nicaragua, Guatemala, El Salvador, quando vendendo le armi agli iraniani (all'epoca ufficialmente nemici degli Usa, sotto embargo e guardacaso in guerra con l'Iraq di Saddam Hussein) ricavava il denaro con cui finanziare gli squadroni della morte (fu il famoso scandalo Iran - Contras che portò l'amministrazione Reagan a un passo dall'impeachment) che massacravano la popolazione di interi villaggi, per poi darne la colpa ai sandinisti sostenuti da Cuba all'epoca al governo del Nicaragua e attirare contro di loro l'ira dei popoli dell'America Centrale. In questo modo la guerriglia di sinistra, che stava per conquistare l'intero Centro America fino a contagiare anche il Messico, veniva infangata presso l'opinione pubblica latino-americana e si trovava privata di quel consenso che le garantiva il successo politico. Gruppi dell'estrema destra, i contras o squadroni della morte, erano pagati dall'amministrazione Reagan e ad essere accusati dei loro stermini erano i sandinisti di sinistra: semplicemente geniale.
John Negroponte attuò la medesima tattica, a distanza di quindici anni, anche in Iraq: gruppi di iracheni, addestrati dall'esercito americano, iniziarono a massacrare altri iracheni: erano sciiti che fermavano i sunniti in posti di blocco improvvisati e li decapitavano, oppure sunniti che entravano nelle case degli sciiti e li mitragliavano. In questo modo si diffondeva l'idea che nel paese fosse in atto la guerra civile fra sciiti e sunniti, che in realtà combattevano uniti contro il governo d'occupazione militare americano e gli eserciti occupanti inglese ed americano. Gli squadroni della morte iracheni hanno ucciso a tuttoggi decine di migliaia di persone. Questa tattica militare e psicologica doveva servire a disgregare la Resistenza Nazionale Irachena, che invece si è rafforzata di mese in mese fino al punto che, oggi, l'Iraq è di fatto non controllato più dagli americani. Il numero di marines americani uccisi dal 2003 ad oggi ha superato il numero di 3000, mentre i mutilati e gli invalidi permanenti sono oltre centomila. Le operazione militari della Resistenza Nazionale Irachena hanno neutralizzato le capacità militari dell'esercito americano, causando al Pentagono danni incalcolabili: nell'attacco a Camp Falcon dell'ottobre scorso, per esempio, gli Usa hanno perso in un colpo solo 400 miliardi di dollari in attrezzature belliche, comprese testate nucleari leggere, saltate per aria causando fra l'altro la morte di centinaia di soldati americani ed iracheni. Questa era una notizia da prima pagina sui giornali ma, poichè dimostrava la debolezza degli Usa in Iraq, non è mai stata riportata.
Gli americani hanno capito benissimo che non potranno mai combattere efficacemente la Resistenza Nazionale Irachena se non ne spezzeranno l'unità fra sciiti e sunniti. Gli squadroni della morte però non sono stati sufficienti a raggiungere tale scopo. Hanno fatto buttare via un sacco di soldi in armi ed addestramenti, per creare gruppi paramilitari che oltretutto un indomani potrebbero benissimo sottrarsi al controllo americano unendosi, essi sì, alle organizzazioni terroristiche. A questo punto la Casa Bianca e il Pentagono decidono di giocare la carta più preziosa fra quelle in loro possesso: la condanna a morte di Saddam Hussein.
Uccidendolo se ne fa un martire, soprattutto per i baathisti e per i sunniti dei quali Saddam è l'icona; anche questo potrebbe servire a distaccare i sunniti dagli sciiti, che hanno sempre odiato Saddam per il modello politico laico e socialista che incarnava, del tutto avverso a quello della repubblica islamica rappresentato dall'Iran in cui essi si sono sempre riconosciuti. Ecco che allora la condanna a morte di Saddam viene eseguita (malgrado i giornali occidentali dicano che Saddam fosse nelle mani degli iracheni) da soldati americani incappucciati per non venire riconosciuti; ecco allora che questi soldati americani, quando a Saddam viene messo il nodo scorsoio al collo, gridano "Muqtada! Muqtada! Muqtada!" (Muqtada al - Sadr è l'imam sciita più potente del paese, uno dei principali nemici degli americani e avversario anche dei baathisti di Saddam) allo scopo di venir identificati dagli iracheni, che poi seguiranno il video e il resoconto dell'esecuzione, come sciiti. In questo modo i sunniti vedranno negli sciiti i responsabili dell'assassinio del loro leader, e l'unità tra sciiti e sunniti, già messa in crisi dai precedenti tentativi americani, andrà definitivamente in pezzi. Questo è l'obiettivo che gli americani vogliono perseguire.
L'Iraq diventerà allora un nuovo Afghanistan, dove i suoi due gruppi principali entreranno in lotta fra di loro e gli americani potranno applicare il principio romano del divide et impera. Ovviamente, solo a patto che l'unità fra sciiti e sunniti vada in frantumi; altrimenti, ci saranno soltanto altri nuovi lutti per l'imperialismo americano. |
|
|