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    October 31

    Israele ha usato una bomba all'uranio in Libano?

    "Israele ha forse usato una nuova arma a base di uranio nel sud del Libano, questa estate durante l’assalto di 34 giorni che è costato la vita a più di 1300 Libanesi, la maggior parte dei quali civili?" si domanda Robert Fisk su The Indipendent (http://www.news.indipendent.co.uk)

    Sappiamo che Israele ha usato le bombe americane di tipo “bunker-buster” [sfonda-bunker n.d.t.] contro i quartieri generali di Hezbollah a Beirut. Sappiamo che hanno imbottito il Libano meridionale con bombe a grappolo nelle ultime 72 ore di guerra, lasciando decine di migliaia di piccole bombe che stanno ancora uccidendo ogni settimana dei civili Libanesi. E sappiamo ora –dopo che ebbe categoricamente negato l’uso di tali munizioni- che l’esercito Israeliano ha anche usato bombe al fosforo, armi il cui uso dovrebbe essere limitato in base al terzo protocollo delle Convenzioni di Ginevra, che né Israele né gli USA hanno firmato.

    Ma le prove scientifiche raccolte da almeno due crateri di bombe a Khiam e ad At-Tiri, scena di un duro scontro tra i guerriglieri Hezbollah e le truppe Israeliane lo scorso Luglio e Agosto, suggeriscono che anche munizioni a base di uranio potrebbero ora essere incluse nell’arsenale Israeliano – ed essere state usate contro obiettivi in Libano. Secondo il Dr. Chris Busby, British Scientific Secretary of the European Committee on Radiation Risk [segretario scientifico britannico del comitato europeo sul rischio da radiazioni n.d.t.], due campioni di terreno sollevati da bombe Israeliane, pesanti o guidate, mostravano “elevati segni di radiazioni”. Entrambi i campioni sono stati inoltrati per ulteriori indagini con uno spettrometro di massa al laboratorio di Harwell in Oxfordshire –usato dal Ministero della Difesa – che ha confermato la concentrazioni di isotopi di uranio.

    L’iniziale rapporto del Dr. Busby afferma che vi sono due possibili ragioni per la contaminazione. “La prima è che l’arma sia un qualche nuovo piccolo dispositivo a fissione nucleare o una qualche altra arma sperimentale (ad esempio un’ arma termobarica) basata sulle alte temperature generate da un flash di ossidazione dell’uranio … La seconda possibilità è che l'arma sia una convenzionale arma penetrante anti-bunker all'uranio ma che utilizza uranio arricchito piuttosto che uranio impoverito.” Una fotografia dell'esplosione della prima bomba mostra grandi nubi di fumo nero che potrebbero essere il risultato della combustione dell'uranio.

    L'uranio arricchito è prodotto dal minerale dell'uranio naturale ed è usato come combustibile per i reattori nucleari. Il prodotto di scatto del processo di arricchimento dell'uranio impoverito, un metallo estremamente duro usato nei missili anticarro per penetrare le armature. L'uranio impoverito è meno radioattivo dell'uranio naturale, che a sua volta è meno radioattivo dell'uranio arricchito.

    Israele non ha una buona reputazione sulla veridicità delle sue affermazioni riguardanti l'uso di armi in Libano. Nel 1982 negò di avere usato armi al fosforo su aree civili sino a che dei giornalisti non scoprirono dei civili morti o in punto di morte le cui ferite prendevano fuoco quando venivano esposte all'aria.

    "Io ho visto due bambini morti che, una volta presi da dei loculi di obitorio a Beirut ovest durante l'assedio israeliano della città, hanno improvvisamente preso fuoco." cita a riguardo Robert Fisk. Israele ha, ancora una volta, ufficialmente negato l'uso del fosforo in Libano durante l'estate - eccetto che per “illuminare” gli obiettivi - persino dopo che dei civili furono fotografati negli ospedali libanesi con ustioni consistenti con l'uso di munizioni al fosforo.

    oi, una domenica, Israele ha improvvisamente ammesso di non aver detto la verità. Jacob Edery, il ministro israeliano incaricato delle relazioni tra governo e Parlamento, ha confermato che granate al fosforo sono state usate in attacchi diretti contro Hizbollah, aggiungendo che “secondo la legge internazionale l'uso di munizioni al fosforo è autorizzato e che l'esercito israeliano si attiene alle regole internazionali”.

    Mark Regev, portavoce del ministro degli esteri israeliano, alla domanda fatta da The Independent se l'esercito israeliano avesse usato munizioni all'uranio in Libano quest'estate, ha detto: “Israele non usa alcun armamento che non sia autorizzato dalla legge internazionale o dalle convenzioni internazionali”. Questo, però, porta più domande che risposte. Molte leggi internazionali non considerano le moderne armi all'uranio perché non erano state inventate quando furono stabilite regole umanitarie come le Convenzioni di Ginevra e perché i governi occidentali rifiutano ancora di ammettere che il loro uso può causare danni a lungo termine alla salute di migliaia di civili che vivono nell'area delle esplosioni.

    Le forze americane e britanniche hanno usato centinaia di tonnellate di testate all’uranio impoverito (DU [Depleted Uranium n.d.t.]) in Iraq nel 1991- le loro ogive penetranti rinforzate erano fabbricate con i prodotti di scarto dell'industria nucleare- e cinque anni dopo un'epidemia di cancro è emersa in tutto il sud dell'Iraq.

    Le iniziali valutazioni dell'esercito Usa mettevano in guardia contro gravi conseguenze per la salute pubblica se tali armi fossero state usate contro veicoli corazzati. Ma l'amministrazione Usa e il governo britannico hanno poi fatto di tutto per sminuire queste affermazioni. Eppure i casi di cancro hanno continuato a diffondersi insieme a resoconti sul fatto che i civili in Bosnia- dove l'uranio impoverito era pure stato usato dall'aviazione della Nato- stavano soffrendo di nuove forme di cancro. Le bombe all'uranio impoverito furono ancora una volta usate nell'invasione anglo americana dell' Iraq nel 2003 ma è troppo presto per registrare un qualche effetto sulla salute.

    “Quando un penetratore all'uranio colpisce un obiettivo duro le particelle dell'esplosione rimangono per tantissimo tempo nell'ambiente,” ha affermato il Dr Busby ieri. “Esse si diffondono su lunghe distanze. Possono essere inalate sin dentro i polmoni. L'esercito sembra davvero credere che questa roba non sia così pericolosa come invece è”. Eppure, perché Israele dovrebbe usare una tale arma quando degli obiettivi- come nel caso di Khiam, ad esempio- che sono a sole due miglia dal confine israeliano? La polvere espulsa dalle munizioni all'uranio impoverito può volare oltre i confini internazionali, proprio come il gas al cloro usato da entrambe le parti in combattimento negli attacchi della prima guerra mondiale spesso ritornava addosso a chi lo aveva lanciato.

    Chris Bellamy, professore di scienza e dottrina militare alla Cranfield University, che ha commentato il resoconto di Busby, ha detto: “Alla peggio si tratta di una qualche arma sperimentale con una componente all'uranio arricchito presente con uno scopo che ancora non conosciamo. Come ipotesi migliore- se ci è permesso dirlo- questo fatto mostra un atteggiamento menefreghista nell'uso dei prodotti nucleari di scarto.”

    I campioni di terreno provenienti da Khiam- luogo di un tristemente noto campo di tortura nel periodo in cui Israele aveva occupato il Libano meridionale 1978 il 2000 ed una roccaforte di prima linea di Hizbollah nella guerra di quest'estate- è una porzione di terra rossa colpita da un'esplosione; il rapporto isotopico era di 108, indicante la presenza di uranio arricchito. Il resoconto di Busby afferma che “saranno probabilmente significativi gli effetti sulla salute delle locali popolazioni civili in seguito all'uso di grossi penetratori all'uranio e alle grandi quantità di particelle respirabili di ossido di uranio presenti nell'atmosfera... Raccomandiamo che l'area venga esaminata alla ricerca di ulteriori tracce di queste armi con l'obiettivo di bonificarla.”

    Quest'estate la guerra in Libano è iniziata dopo che i guerriglieri di Hizbollah hanno attraversato la frontiera libanese con Israele, catturato due soldati israeliani e ucciso altri tre, scatenando un massiccio bombardamento da parte di Israele di villaggi, città, ponti e infrastrutture civili del Libano. I gruppi che si occupano di diritti umani hanno affermato che Israele ha commesso crimini di guerra quando ha attaccato i civili, ma che anche Hizbollah era colpevole di tali crimini perché aveva lanciato missili in Israele che erano riempiti di contenitori con sferette che trasformavano tali razzi in primitive bombe a grappolo monouso.

    Molti libanesi, però, hanno concluso da tempo che l'ultima guerra in Libano è stata un test degli armamenti per americani e iraniani, che, rispettivamente, rifornivano Israele e Hizbollah di munizioni. Proprio come Israele ha usato ancora non sperimentati missili Usa nei suoi attacchi, così gli iraniani sono stati capaci di mettere alla prova del fuoco il razzo che ha colpito una corvetta israeliana lungo la costa libanese, uccidendo quattro marinai israeliani e quasi affondando l'imbarcazione dopo un incendio a bordo durato 15 ore.

    Non è ancora nota quale sia l'utilità per i fabbricanti di armi degli ultimi risultati scientifici sul potenziale uso di armi all'uranio nel Libano meridionale. E non è noto nemmeno il loro effetto sui civili.
    October 30

    Ma ci rendiamo conto?

    Al TG1 di oggi veniva detto, molto prudenzialmente, che i soldati americani morti in Iraq sono stati, nel mese di ottobre, "solo" un centinaio. In realtà risulta che siano stati almeno cinque volte di più, di cui più della metà soltanto nella cruenta esplosione di Camp Falcon riportata anche all'interno di questo blog (e ovviamente anche di altri, perchè se non fosse per Internet e per i pochi siti che fanno un po' di controinformazione seria, staremmo tutti a credere che Bush ogni sera parli con gli angeli e quindi ce ne andremmo a letto felici e contenti).
     
    In Afghanistan invece vengono ripresi i soldati tedeschi che, dopo gli alpini italiani e i granatieri, vengono sorpresi con le mani nel sacco, o meglio, nel cadavere: giocano con le ossa e il teschio di un caduto afghano, in una macabra danza della morte, il tutto ripreso con solerzia dalla telecamera e dalla macchina fotografica. Forse il clima di tensione in cui questi ragazzi si trovano a vivere quotidianamente, nell'incubo di attacchi improvvisi, può creare qualche sconquasso mentale. Forse qualcuno di loro è semplicemente un poco di buono, che fa lo stupido tanto laggiù come lo avrebbe potuto fare in Patria. Oppure sono entrambe le cose... Ma rimane il fatto che cose del genere fanno rabbrividire: ci dobbiamo stupire se poi gli afghani si incazzano e tornano a confidare nei talebani? Dopo aver fatto cose simili che ci aspettiamo, che vengano a metterci le braccia intorno al collo e a ricoprirci il volto di baci?
     
    Lula presidente per la seconda volta del Brasile: nonostante il ballottaggio, è stato un nuovo trionfo. Mancavano da scrutinare ancora il 20% delle schede ma matematicamente era ormai chiaro che sarebbe stato lui il vincitore, con un distacco umiliante per il suo principale avversario. Ma adesso Lula dovrà dare un seguito molto più concreto alle sue promesse di quanto non abbia già fatto nei quattro anni finora trascorsi: è vero che per mettere le mani in una società e in una burocrazia come il Brasile ci vuol tempo, a maggior ragione se si vogliono dare dei risultati tangibili con cui combattere la spaventosa miseria in cui si dibatte gran parte del paese. Ma la scusa regge fino a un certo punto, se molti collaboratori del presidente vengono poi sorpresi con le mazzette in mano, denaro che è sottratto al popolo (proprio quel popolo che ha dimostrato di avere più fiducia in Lula e nei suoi collaboratori che nella tecnocrazia liberista che ha retto il paese fino a cinque anni fa). Vedremo...
    October 29

    Un ex ufficiale della CIA e dei Marines confessa: "l'11 settembre fu un complotto interno"

    In un articolo pubblicato su Infowars, Steve Watson cita la storia di un altro ex uomo dell'intelligence Usa che adesso ammette la possibilità che gli attacchi dell'11 settembre 2001 siano stati "un colpo di Stato neoconservatore e neonazista" (sue testuali parole). L'élite che l'anno precedente era giunta al governo assumendo attraverso il gruppo di Bush il controllo del paese in circostanze elettorali poco chiare, usufruendo di manipolazioni del conteggio dei voti e della disinformazione offerta dalle principali reti mediatiche nazionali, aveva bisogno di un avvenimento di fortissima portata per mobilitare a proprio vantaggio l'opinione pubblica, in modo da ottenerne il consenso senza il quale sarebbe stato difficile introdurre tutte le misure necessarie a consolidare il proprio potere: trasformazione delle istituzioni democratiche, erosione delle libertà civili, guerre per il controllo delle risorse energetiche e per la difesa del dollaro, tutto in nome della "guerra al terrore" giustificata dall'11 settembre. Un 11 settembre che sempre di più oggi appare frutto dei governanti americani.

    In una recensione del libro di Webster Tarpley “9/11 Synthetic Terror: Made in USA”, per Amazon, Steele afferma che è il libro “più forte degli oltre 770 libri che ho recensito”.

     

     

    Steele continua dicendo: “Sono costretto a concludere che l'11-9 è stato, come minimo, lasciato avvenire come un pretesto per la guerra (leggete la mia recensione del libro di Jim Bamford “Pretext for War”), e sono costretto a concludere che ci sono sufficienti prove per incriminare (ma non necessariamente per imprigionare) Dick Cheney, Karl Rove e altri per un colpo di Stato di tipo neonazista e neo conservatore e per aver dato una spinta allo scontro di civiltà (leggete le mie recensioni di “Crossing the Rubicon” e di “State of Denial”). La cosa più affascinante è il modo in cui l'autore lega Huntington, autore di “Clash of Civilizations” con Leo Strauss, l'anello di congiunzione tra i nazifascisti e i neocon.”

    La biografia di Steele è impressionante. Egli è stato il secondo civile col grado più alto (GS-14) nello U.S. Marine Corps Intelligence [intelligence del corpo dei marines n.d.t.] tra il 1988 e il 1992. Steele è un ex funzionario della Central Intelligence Agency per le operazioni clandestine. Egli è il fondatore e presidente di Open Source Solutions, Inc., ed è un esperto riconosciuto sulla vulnerabilità informativa e dei computer. Steele ha ottenuto le lauree in Relazioni Internazionali e in Pubblica Amministrazione presso la Leigh University e la University of Oklahoma. Ha ottenuto anche qualifiche in Politica dell’ Intelligence dalla Harvard University e in Studi sulla Difesa dal Naval War College. Adesso si occupa delle recensioni, fra l'altro, per l'importante sito americano dedicato ai libri Amazon, per quanto riguarda il settore militare e di Intelligence. Il suo parere è quindi "professionale".

    Questo è un altro esempio di quanto sia andato lontano il movimento per la verità sul 11-9 nel corso di quest' ultimo anno. Prima delle elezioni del 2004 Steele sosteneva la rielezione di George W. Bush; ora, ha mutato ovviamente parere sul suo presidente. I "pentiti" che fuoriescono dalla CIA per svuotare il sacco su ciò che sanno dell'11 settembre si stanno moltiplicando, come del resto avviene nell'esercito con ufficiali che abbandonano la divisa e svelano al mondo le barbarie di cui le forze armate americane si sono macchiate in questi anni di guerra al terrore. Lo scorso mese Bill Christison, un uomo con 28 anni di carriera nella CIA, ex National Intelligence Officer e Direttore dell'Ufficio di Analisi Politica e Regionale della CIA, aveva affermato pubblicamente che l'11-9 è stato un affare interno. Insieme con Ray McGovern, per 16 anni nella CIA, questo trio mette insieme un totale di più di 65 anni nell’ intelligence. Si può dire con sicurezza che sanno riconoscere un'operazione clandestina [‘covert op’ n.d.t.] quando ne vedono una.

    Nel corso dei passati due anni abbiamo assistito a un diluvio di ex membri di governi o di agenzie di intelligence che hanno reso pubblici, audacemente, i loro dubbi sulla storia ufficiale dietro l'11-9. Questo è davvero incoraggiante e stabilisce un precedente per i futuri informatori che potrebbero considerare di intraprendere lo stesso cammino.

    October 27

    Kissinger: l'uomo di sangue che è consigliere segreto di Bush

    Richard Walker di American Free Press analizza con rara bravura un articolo di Bob Woodward, editore del Washington Post, il cui libro "State of Denial" ha creato non pochi problemi d'immagine alla Casa Bianca: secondo lui Henry Kissinger continua ad essere, nell'ombra, il vero fulcro della politica estera e militare del governo Bush, assumendo il ruolo di "consigliere segreto" durante le sue numerose visite al presidente.
     
    La presenza di Kissinger alla Casa Bianca di Bush non dovrebbe sorprendere quelli che hanno studiato la sua carriera politica, dalla sua influenza nel movimento neoconservatore alla sua appartenenza al gruppo ombra conosciuto come Bilderberg. Il suo ruolo da consigliere può aiutare a spiegare alcune posizioni del presidente riguardo la guerra in Iraq ed anche alcuni dei suoi discorsi. Infatti uno dei motti preferiti di Kissinger è "l'assenza di alternative schiarisce la mente in modo meraviglioso." In altre parole, mai cercare alternative, o come disse ad alcuni dei più noti regimi durante il suo impiego come consigliere per la sicurezza nazionale, "per avere successo porta a termine il lavoro in fretta."
     
    Secondo Woodward, Kissinger pensa di stare combattendo la guerra del Vietnam un'altra volta, con la differenza che questa volta ha intenzione di vincerla. Allo stesso modo Bush ha detto chiaramente che cercherà la vittoria in Iraq - qualunque cosa significhi - e non importa quanti soldati Americani perderanno la vita. Ed ecco allora che Kissinger è uscito dall'ombra quest'anno per fare una serie di affermazioni al fine di promuovere il piano neocon per la ricostruzione del Medio Oriente e per creare un nuovo ordine mondiale. E' stato specialmente attivo nell'articolare prospettive che si incastrano con la percezione Israeliana di come l'America dovrebbe sviluppare la sua strategia nel Medio Oriente. Tedesco, di origini ebree, Kissinger non ha mai fatto segreto del suo supporto al Sionismo, e dei propri legami con Israele. Il 3 Settembre ha pubblicamente dichiarato che le nazioni Europee dovrebbero mettere da parte le differenze con gli Stati Uniti perché entrambi starebbero per affrontare una possibile “guerra di civiltà” che “minimizzerebbe la sfiducia d’oltreoceano eredità della guerra in Iraq." Il genere umano sta facendo fronte ad una “catastrofe globale”, ha avvertito, e questo significa che l’America e i suoi alleati devono cominciare a costruire un “nuovo ordine mondiale.”
    Se il passato di Kissinger insegna qualcosa riguardo al suo “nuovo ordine mondiale” è che andrà a letto con i dittatori e che il costo della sua politica in perdite di vite umane non sarà mai troppo alto per la sua sensibilità. Una analisi veloce dei suoi giorni come consigliere per la sicurezza e come segretario di stato sotto Nixon e Ford, conferma la sua passione per torbide guerre clandestine, così come la sua abilità nel nascondere la verità al Congresso e al popolo Americano.
    Nel 1969, sostenne il bombardamento segreto a tappeto della neutrale Cambogia che portò all’uccisione di mezzo milione di vite innocenti, e che si crede abbia contribuito alla conseguente salita del dittatore, Pol Pot i cui Khmer Rossi hanno massacrato milioni di persone in quelli che vennero poi conosciuti come killing fields. Nel 1973, gli fu conferito il premio Nobel per la Pace per avere negoziato il cessate il fuoco con il Vietnam del nord, anche se poi la guerra in Vietnam continuò per altri due anni.

    Se la Cambogia è un esempio della sua abilità nell’operare nell’ombra un altro esempio è il suo supporto all’invasione di Timor Est da parte del corrotto regime Indonesiano del generale Suharto. Sono stati resi noti documenti che mostrano come il giorno precedente l’invasione del 7 Dicembre 1975 Kissinger disse al dittatore: “È importante qualunque cosa tu faccia che tu vinca in fretta.” Kissinger era preoccupato che l’opinione pubblica americana non accettasse una brutale o prolungata occupazione di Timor Est che solo nove giorni prima aveva dichiarato l’indipendenza dal Portogallo. L’invasione portò alla morte di quasi un quarto di milione di Timoresi e la successiva occupazione uccise quasi un terzo della popolazione in quello che Amnesty International definì genocidio.
    Infine, visto che stiamo nel Mediterraneo, è doveroso ricordare la guerra civile in Libano, che iniziò proprio nel 1974 per neutralizzare i palestinesi ivi rifugiatisi, supportando attivamente le milizie cristiano-maronite, e che preparono il terreno per la successiva invasione israeliana; dopo di allora, i gruppi paramilitari cristiano-maroniti, finanziati ed armati dalla CIA in forma di autentici squadroni della morte, agirono sempre come longa manus delle forze di occupazione israeliane, dando il migliore esempio della loro macabra efficacia con Sabra e Chatila. Kissinger si è sempre vantato di quell'azione, al pari del suo omologo israeliano Sharon, e sa che di sicuro non rischierà mai di fare la fine che invece faranno Mladic e Karadzic se un giorno dovessero essere catturati e giudicati per il massacro di Srebrenitza.
    October 26

    Usa, bipolarismo perfetto: due partiti della guerra

    Secondo Mike Whitney di Information Clearing House a due settimane dal voto di medio termine in Usa i Democratici sono nell'euforia più assoluta ma, contrariamente alle aspettative dei loro elettori, il ritiro dall'Iraq non verrà preso minimamente in considerazione. John Walsh, in un articolo intitolato "Elections 2006: The Fix is already In" (per leggerlo in lingua originale andare su www.counterpunch.org/walsh10142006.html ), svela le tristi modalità di selezione dei candidati attuate all'interno del partito democratico. Tutti i "pacifisti" sono stati cancellati dalla lista, e ciò dimostra l'intenzione di non portare assolutamente gli Stati Uniti fuori dalla rovinosa guerra in Iraq; e questo nonostante il fatto che circa 8 democratici su 10, per un percentuale pari quindi al 78%, voglia l'immediato ritiro delle truppe. Il Democratic Leadership Council, praticamente il vertice del partito, ha preferito finanziare i candidati favorevoli alla guerra e al suo mantenimento.
     
    Come dice Walsh:

    "Il 64 % dei candidati democratici nei 45 seggi in bilico SI OPPONE ad un calendario per il ritiro dall'Iraq. Prestate attenzione: non solo queste personalità democratiche si oppongono alle proposte di legge Murtha o McGovern per il ritiro rapido o il de-finanziamento della guerra; si oppongono persino ad un calendario... La posizione di questi candidati democratici è indistinguibile da quella di George W. Bush".
    A questo punto c'è da aspettarsi che i Democratici non porteranno mai il loro paese fuori dall'Iraq, né aboliranno il Patriot Act o il Military Commissions Act del 2006 (che permette a Bush di imprigionare cittadini statunitensi senza accuse e torturarli a sua discrezione). Il partito è stato co-optato da una cricca pro-business, guerra-fondaia e devasta-libertà di sostenitori del libero commercio, che sente di poter semplicemente mettere una faccia migliore alle politiche imperiali.
    Il risultato è che le differenze tra Partito Repubblicano e Partito Democratico a questo punto si fanno veramente minimali; praticamente, uno si chiama repubblicano e ha per simbolo l'elefante, l'altro si chiama democratico e ha per simbolo l'asinello; per il resto sono uguali in tutto e per tutto, a cominciare dalla loro impresentabilità politica e dalla commistione di interessa che li lega entrambi ai grandi arsenali e petrolieri del paese.
     
    In ogni modo, nonostante la drammatica disaffezione dal Partito Repubblicano, Bush e Co. devono tenere qualcosa di riserva per le elezioni di medio termine. Dopotutto, la flotta navale Eisenhower sta navigando verso il Golfo per un possibile confronto con l'Iran; il "caso Corea" è servito soltanto per rimandare questo futuro confronto militare di qualche settimana: quindi c'è da aspettarsene delle belle da un momento all'altro.
     
    Non dimentichiamoci poi di un altro importante punto: Bush e Cheney non hanno assemblato tutte le leve del dominio tirannico (compreso il rifiuto dello habeas corpus, il giusto processo e le leggi che proibiscono punizioni crudeli) solo per trasferire l'autorità ai leader democratici al Congresso. La loro intenzione è di creare un nuovo regime differente da quello parlamentare che ha governato gli Usa fin dalla loro esistenza; un regime in cui non possano rispondere davanti al popolo e alla giustizia della propria responsabilità, con maggiore sfacciataggine di quanto non avvenisse già in passato. Non potranno certo permettere che i Democratici li sostituiscano nel guidare questo nuovo marchingegno istituzionale, e per tanto il "cambio della guardia" c'è da scommettere che non avverrà.
     
    I Democratici sono proiettati verso le elezioni piuttosto fiduciosi di poter riottenere un posto al tavolo della politica e di far sentire le proprie voci sulla condotta della guerra. Non hanno intenzione di lasciare l'Iraq. Vogliono semplicemente cambiare direzione e minimizzare i danni agli interessi di lungo termine degli Stati Uniti. La loro strategia è probabilmente simile alle raccomandazioni (prossime a venire) dello "Iraq Study Group" di James Baker. Infatti, si può star sicuri che i leader di entrambi gli schieramenti abbiano già collaborato nei dettagli del rapporto, per renderlo più appettibile a Bush.
     
    Il team di Bush non rinuncerà mai al potere, né accetterà i risultati di un sistema di ballottaggio che disprezza totalmente. Hanno passato 6 anni a "trasformare" l'esercito in modo che serva i soli interessi dei mandarini delle aziende. Hanno trasformato la FEMA in un'organizzazione segreta che difende lo status quo politico da potenziali minacce alla sicurezza interna (e si ricordino le disposizioni COG del Governo, che sciolgono il Congresso), oltre ad aver creato un regime di tortura globale ed assassinio per eliminare preventivamente nemici reali o immaginati.
     
    Figurarsi se Bush e soprattutto coloro che lo sostengono, potranno permettere che questo sistema che si sono creati a loro immagine e somiglianza possa passare a dei tiranni di serie B come i Democratici...
     
    Una piccola nota: l'agenzia stampa Prensa Latina riporta che "Luis D. Elia, sotto-segretario per l'Edilizia Sociale nel Ministero per la Pianificazione Federale Argentina, ha scritto un memo in cui parla dell'acquisto da parte di Bush di 98,842 acri di terra nel Paraguay del Nord, tra il Brasile e la Bolivia" (13 ottobre). Bisogna allora riconoscere che Bush è un tipo previdente: se per caso le cose dovessero andare male in futuro negli Usa, cosa c'è di meglio di un bell'esilio dorato in Sud America come facevano i criminali di guerra nazisti?
    October 25

    Nuove teorie sull'omicidio di Anna Politkovskaija: la guerra geopolitica tramite l'informazione

    John Laughland (membro del British Helsinki Human Rights Group e socio di Sanders Research) nel sito Lew Rockwell (www.lewrockwell.com) esamina l'uccisione di Anna Politkovskaija e il clamore che ha suscitato nei media occidentali iniziando proprio da questi ultimi la sua analisi. Considera l'evoluzione del pluralismo in Occidente negli ultimi anni, e la stretta sinergia che collega in Occidente il mondo dei media con gli interessi geopolitici di controllo delle risorse energetiche perseguiti dai governi occidentali sempre più accanitamente. Il discorso non è del tutto sballato, anzi.
     
    L'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, il 7 ottobre scorso, è stato accolto con l'unanimità monolitica che è diventata il segno distintivo della cosiddetta stampa libera occidentale. Il quotidiano di destra Daily Telegraph ha dedicato il 9 gennaio un fondo all'omicidio, che cominciava con la frase:

    "'Talvolta le persone pagano con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensano,' disse lo scorso anno Anna Politkovskaja a proposito della Russia di Putin".

    Quello stesso giorno anche il quotidiano di sinistra Guardian ha pubblicato un fondo sull'omicidio, che cominciava così:

    "'Talvolta le persone pagano con la propria vita per dire ad alta voce quello che pensano,' disse Anna Politkovskaja a una conferenza sulla libertà di stampa lo scorso dicembre.

    Tutta la stampa britannica, americana e dell'Europa occidentale ha esaltato la Politkovskaja come "uno dei giornalisti russi più coraggiosi e brillanti" (The Guardian), "una delle poche voci che osavano contraddire la linea del partito" (The Daily Telegraph), "una forza incendiaria che lottava per la libertà" (The Independent), "la più famosa giornalista investigativa russa" (The Times), "una delle più coraggiose giornaliste russe" (The New York Times); "una vittima di raro coraggio" (The Washington Post). Tutte queste citazioni provengono dagli articoli di fondo che ciascuno di questi giornali ha ritenuto di dover dedicare alla sua morte. In realtà, Anna Politkovskaja era praticamente sconosciuta in Russia. La reazione esemplare di un ricco uomo d'affari russo durante una cena a Buxelles la sera dell'omicidio è stata:

    "Politkovskaja? Mai sentita nominare".

    Sotto questo aspetto la Politkovskaja ricorda un altro giornalista che aveva rapporti con il Caucaso, Georgij Gongadze, il cittadino ucraino dal cognome georgiano il cui omicidio nel 2000 fu strumentalizzato dagli Stati Uniti nel tentativo di compromettere l'allora presidente ucraino, Leonid Kučma. La Politkovskaja non era sconosciuta come Gongadze, che si limitava ad avere un semplice sito web (anche se a Washington DC fu ricevuto dal Segretario di Stato Madeleine Albright), mentre il giornale per il quale lavorava la giornalista russa ha una diffusione di 250.000 copie, una tiratura limitata in un paese di 270 milioni di abitanti qual'è la Russia.

     


    [Georgij Gongadze nella foto con la moglie e i due figli]

    I media britannici e americani hanno anche fatto a gara nell'indicare come colpevole il presidente Putin. Il Financial Times ha scritto che:

    "In senso ampio, il signor Putin ha la responsabilità di aver creato, attraverso l'attacco del Cremlino ai media indipendenti, un'atmosfera in cui possono aver luogo omicidi di questo tipo".

    Il Washington Post ha affermato pomposamente che:

    "È possibile, senza svolgere alcun lavoro di indagine, indicare ciò che è in definitiva la causa di queste morti: il clima di brutalità che ha prosperato sotto il governo di Putin".

    Tutti i giornali insinuavano che la Politkovskaja fosse stata uccisa da alleati del presidente russo per aver raccontato la verità sulla guerra in Cecenia. Secondo loro la Russia è quasi una dittatura in cui il governo non è disposto a tollerare alcuna forma di dissenso, e hanno illustrato questa teoria facendo riferimento - anche se in termini stranamente vaghi - al numero dei giornalisti che sono stati vittima di omicidi su commissione simili a questo.

    È qui che emerge la tendenziosità delle loro versioni e quindi possiamo chiamarli bugiardi. Alcuni di questi articoli contenevano sbrigativi riferimenti all'ultimo giornalista ucciso a Mosca prima della Politkovskaja, il direttore americano di Forbes magazine, Paul Klebnikov, senza aggiungere che nessuno aveva mai suggerito che fosse stato il governo russo a far uccidere Klebnikov. Al contrario: mentre la Politkovskaja era un'oppositrice di Putin, Klebnikov si opponeva agli oligarchi. Scrisse un brillante libro su Boris Berezovskij - uno dei libri più informativi sulla transizione russa negli anni Novanta, in cui accusava Berezovskij di omicidio e di collusione con la malavita e i trafficanti di droga ceceni - e pubblicò una serie di interviste con uno dei capi separatisti ceceni, intitolate poco diplomaticamente "conversazioni con un barbaro". Per il suo lavoro fu premiato con un proiettile in testa. Quando morì, sulla stampa occidentale non fu celebrato il suo coraggio, anche se era americano, perché Klebnikov per tutta la vita aveva affermato che la politica occidentale in Russia è basata su un'alleanza con criminali, e che gli "uomini d'affari" che l'occidente esalta come combattenti per la libertà - Berezovskij ha asilo politico in Gran Bretagna - sono di fatto un mucchio di spietati assassini. Non era il caso di additare come eroe un giornalista che oltre a svelare le trame inconfessabili della Russia aveva svelato anche quelle degli Stati Uniti e dei suoi principali alleati. L'opinione pubblica avrebbe reagito in modo poco cortese.

    All'opposto di Klebnikov e della Politkovskaja, l'unico giornalista russo ucciso che tutti i russi conoscevano - e il cui nome è praticamente sconosciuto in Occidente - era Vlad List'ev. Era noto come il Larry King russo, perchè anche lui appariva nei teleschermi russi in camicia e bretelle, facendo da anfitrione con i suoi ospiti.
    Quando cadde sotto i proiettili del suo assassino, la notte del 1° marzo 1995, List'ev era il più popolare conduttore russo di talk show e una delle persone più ascoltate del paese, una vera stella della televisione. Era appena diventato direttore del canale principale, ORT (ora Primo Canale). Nonostante la sua immensa fama, i media occidentali non hanno mai citato il suo omicidio come un esempio dell'illegalità o dell'intolleranza incoraggiate dall'allora presidente Boris El'cin (che è quello che stanno facendo adesso con Putin). Questo è certamente dovuto al fatto che - per usare i leggiadri eufemismi di Wikipedia - "Quando List'ev tagliò fuori l'intermediazione delle agenzie pubblicitarie privò molti uomini d'affari corrotti di una fonte di enormi profitti". In parole povere, significa che secondo la maggior parte dei russi List'ev fu assassinato o da Boris Berezovskij - che assunse il controllo di ORT immediatamente dopo l'omicidio, e ampiamente a causa di esso - o da Vladimir Gusinskij, un magnate televisivo rivale che, come Berezovsky, è un oligarca dell'era El'cin ora in esilio. L'unico giornalista occidentale che discusse apertamente della possibilità che il mandante dell'omicidio List'ev fosse Berezovsky, Gusinskij o un alleato di Berezovskij, e cioè il magnate della pubblicità Sergej Lisovskij, fu, stranamente, Paul Klebnikov.

    Tra i colleghi della Politkovskaja alla Novaya Gazeta ci sono celebri commentatori filoamericani come l'analista della difesa Pavel Felgenhauer, che lavora anche come articolista per la Jamestown Foundation: il direttore di quell'organizzazione, Glen Howard, è direttore esecutivo del Comitato americano per la pace in Cecenia, un gruppo neocon che appoggia un "compromesso politico" con i terroristi della provincia del Caucaso Settentrionale della Federazione Russa. Questo può spiegare perché si riesca a trovare una sola, monolitica opinione sulla Politkovskaja in tutti i media occidentali.

    Allo stesso tempo, però, nella stessa presunta dittatura russa c'è una grande varietà di ipotesi sul suo omicidio. Le teorie che ora circolano a Mosca sull'assassinio comprendono (oltre a quella che indica come responsabili il governo russo o le autorità cecene):

    - la vendetta di poliziotti corrotti ricercati o incarcerati in seguito ai suoi articoli sensazionalistici;
    - una cospirazione degli oppositori del presidente russo e del primo ministro ceceno, Ramzan Kadyrov, per screditarli;
    - la vendetta di ex-militanti ceceni;
    - un omicidio voluto dai nazionalisti russi che si oppongono a Putin (il suo nome era sulle liste di morte di vari gruppi neonazisti);
    - la provocazione politica per screditare le autorità cecene o innescare reazioni in quella provincia;
    - una cospirazione di oppositori dell'ex repubblica sovietica della Georgia, con la quale Mosca è attualmente impegnata in un acceso scontro diplomatico.

    Scegliete l'ipotesi che vi sembra più plausibile, ma soprattutto notate che la varietà stessa di punti di vista smentisce l'affermazione che la Politkovskaja si trovasse a combattere contro una macchina mediatica monolitica controllata dal governo.

    Tra i molti punti di vista espressi, pochi sono più efficaci come questo, scritto da un commentatore di Lentacom.ru:

    "L'omicidio Politkovskaja produce inequivocabili benefici per l'Occidente. Nell'ultimo mese c'è stato un ufficioso giro di vite nei confronti della Russia. I tentativi di far entrare l'Ucraina nella NATO. L'intenso dialogo dell'alleanza con la Georgia. Il comportamento di Saakašvili (il presidente georgiano), molto umiliante per la Russia e certamente concordato precedentemente con le potenze occidentali. Teoricamente, l'omicidio Politkovskaja distoglie l'attenzione dalla Georgia e fa sì che crescano le pressioni occidentali sulla Russia: da questo, oggi, la Georgia può trarre solo vantaggi.
    Credo tuttavia che coloro che hanno commissionato il crimine siano più globali. Non ci sono prove dirette del fatto che qualcuno a Ovest possa aver fornito istruzioni. Non c'è dubbio, però, che l'Occidente ne sia un beneficiario diretto".

    Non dobbiamo credere a questa o ad altre teorie del complotto. Ma in Russia il lettore ha un gran numero di diversi punti di vista da prendere in considerazione, tutti facilmente accessibili all'uomo comune che compri un giornale o che navighi su internet. A Ovest, invece, anche il più assiduo e incallito teorico della cospirazione troverà molto difficile trovare qualcosa di diverso dall'ipotesi che indica Putin come colpevole.

    Che cosa vi dice tutto questo sul pluralismo politico e mediatico in Occidente?
     
    Nel frattempo si avvicina il summit sull'energia di Lahti, in Finlandia, che si terrà proprio questa settimana. Come sottolinea Mike Whitney, in Information Clearing House, la grande attenzione data dai media occidentali al caso Politkovskaija ed alle ultime gaffe di Putin distolgono volutamente i media (e quindi l'opinione pubblica europea ed americana, impossibilitata a ricevere informazioni) dalla vera posta in gioco, ovvero la contesa alla Russia del monopolio delle risorse energetiche mondiali, gas e petrolio.
     
    L'obiettivo del meeting era quello di risolvere i fastidiosi problemi riguardanti la politica energetica, ma il piano nascosto era quello di fare pressione sul Presidente russo Putin affinché firmasse per concedere il controllo delle risorse energetiche vitali del suo paese agli attori più importanti al mondo nel campo energetico. Il proposto "Trattato Ufficiale sull'Energia" è stato ideato per vincolare le risorse della Russia attraverso obblighi legali che promuovono totalmente gli interessi dei giganti dell'energia. Il trattato non è diverso da quello proposto nella Costituzione dell'Unione Europea, che fu bocciato lo scorso anno quando l' "informato" pubblico europeo si rese conto che era un altro progetto "non necessario" ideato dalle importanti industrie per annullare la sovranità nazionale, la sicurezza ambientale e le libertà civili. Il "Trattato Ufficiale sull'Energia" e la Costituzione europea sono focalizzati sugli stessi obiettivi, ossia stabilire una struttura legale per piazzare il mondo e le sue risorse (in graduale diminuzione) nelle mani di un piccolo gruppo di plutocrati occidentali oscenamente ricchi.
     
    Le "élite" occidentali hanno portato avanti un'intensa campagna di relazioni pubbliche contro Putin sin dal momento in cui il Presidente russo decise di nazionalizzare la "Yukos Oil" e la mise sotto il controllo della Gazprom. La Gazprom sta velocemente divenendo la più grande società di petrolio nel mondo e molto probabilemente raggiungerà questo obiettivo prima del 2010.

    La decisione di Putin di nazionalizzare la società è stata accolta positivamente in Russia (l'approvazione della popolazione nei suoi confronti è stabilmente oltre il 70%) ed ha avuto un profondo effetto nello stabilizzare il valore del rublo e lo standard di vita. La maggior parte della popolazione russa ancora ricorda il triste esperimento capitalista del "libero mercato" che fu fatto durante gli anni '90 quando il rublo naufragò e le risorse nazionali furono messe all'asta da un sempre ebbro Yeltsin (sotto la supervisione di consiglieri occidentali). "Gli Oligarchi", nome con il quale erano conosciuti, contribuirono in maniera importante al declino dell'economia russa, così come alla sua perdita di prestigio in campo internazionale. Putin ha risollevato l'orgoglio nazionale, alimentato una nuova crescita economica, e sta rapidamente riportando la Russia ad essere una potenza mondiale. Se i prezzi delle risorse energetiche continueranno a salire, cosa che accadrà sicuramente, la Russia sarà da tenere in considerazione per tutto il ventunesimo secolo. Figurarsi a questo punto l'agitazione che percuote a Washington la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato, fino a pochi anni fa del tutto convinti che alla Russia sarebbero serviti decenni soltanto per raggiungere uno status di vita accettabile, e quindi depredabile nel mentre con assoluta facilità. Non parliamo poi del dramma in cui si trovano a vivere le Cancellerie dei principali alleati degli statunitensi, il cui futuro dipende da quest'ultimi in tutto e per tutto.
     
    I politici ed i gruppi di potere statunitensi sono preoccupati per l'ascendente sviluppo della Russia e stanno cercando di sviluppare strategie per minare il suo progresso. L'ultimo obiettivo pensato è quello di integrare le prodigiose risorse naturali russe nel sistema globale, che è un altro modo di dire che un piano è stato ideato per affermare il "controllo diretto" sul petrolio e sul gas della Russia. E' la trasposizione sul piano del commercio delle risorse energetiche di ciò che sono stati (e continuano ad essere) il FMI e il WTO per controllare l'economia e l'industria dei paesi di sviluppo, impedendo loro di diventare concorrenziali con l'Occidente e di metterne in discussione la potenza.

    Dal momento che l'ingordigia è inesauribile, è improbabile che questa battaglia finirà presto.

    Il nome di Putin figura già in maniera autorevole nel registro dei nemici degli Usa, che ora comprende Ahmadinejad, Chavez, Morales, Castro, Kim Jung-II, al Assad, Haniyeh e Muqtada al Sadr. Ogni persona che difende i propri interessi nazionali a discapito del prevalente sistema di feudalismo globale può aspettarsi di ritrovare il proprio nome nei reticoli di Washington e di essere puntualmente demonizzato nei media statunitensi.
    In accordo con la BBC, il proposto "Trattato Ufficiale Sull'Energia" vorrebbe creare una collaborazione commerciale in maniera tale da rendere più semplici gli investimenti delle società nel settore energetico russo, e vorrebbe usare gli oleodotti della Russia per esportare il petrolio ed il gas che le società producono. L'accordo vorrebbe essere progettato in maniera tale da assicurarsi che la Russia tratti tutti gli stati europei alla stessa maniera, e che getti le basi per una collaborazione commerciale a lungo termine.

    Perché?

    Perché Putin dovrebbe consentire alle società straniere di spartirsi le ricchezze della Russia? Putin non sta facendo beneficenza. Lui si aspetta di usare le risorse della nazione per migliorare le cose per la popolazione russa, che è esattamente ciò che sta facendo. D'altronde l'insistenza continua nell'entrare in una alleanza commerciale viola il principio centrale del capitalismo; il diritto alla proprietà privata. Queste sono risorse russe. Risorse che non appartengono ad una famiglia estesa di gruppi di predatori.

    Il meeting in Finlandia non ha niente a che fare con nessun onesto giudizio sul capitalismo o sul "fair play" o su qualsiasi cosa riguardo questa faccenda. È solo un esempio in più della continua estorsione e coercizione mascherata sotto il nome di "negoziazione multilaterale". È tutta una sciocchezza.

    Putin è stato criticato perché usa il petrolio ed il gas naturale per mandare messaggi ai rivali in Georgia ed Ucraina. Il Vicepresidente Cheney ha chiamato questi messaggi "blackmail" ["posta indesiderata", ndt]. In realtà, è una forma efficace e pacifica di mandare un messaggio ai provocatori facendo capire loro che ci sono limiti alla pazienza di una persona. Non è saggio pizzicare il naso di un uomo che sta riscaldando le tue case e alimentando i tuoi veicoli. E' altrettanto interessante notare come lo stesso Cheney biasimi la politica del Venezuela, in cui Chavez usa il petrolio nazionale per appoggiare le riforme sociali e il miglioramento delle condizioni della popolazione negli altri paesi sud americani: infatti anche in quel caso l'influenza americana nella regione viene messa in pericolo e diminuisce.
     
    Cheney è l'ultima persona che dovrebbe parlare di "blackmail".

    Può qualcuno dimenticare l'estorsione-racket che la Enron ha condotto contro la popolazione statunitense, evadendo dieci miliardi di dollari mentre la "Commissione Federale per l'Energia" (FEC) guardava bellamente dall'altra parte? O i clamorosi prezzi del gas (che hanno creato un profitto senza precedenti per i giganti del petrolio) che si sono misteriosamente abbassati alle pompe di benzina giusto qualche settimana prima delle elezioni di metà mandato?
    È una mera coincidenza che il pupazzo degli Stati Uniti in Georgia, Mikail Saakashvili, abbia arrestato 4 ufficiali russi provocando una furiosa reazione di Mosca, giusto qualche settimana dopo che le "élite" statunitensi avevano deciso di adottare un "approccio duro" con Putin? È oltre la possibile immaginazione pensare che l'amministrazione Bush voglia creare una crisi solo per provocare la Russia?
    Ma ritorniamo a ciò che dicevamo all'inizio del ragionamento: che cosa dire a riguardo dell'omicidio della giornalista Anna Politkovskaya?

    La stampa occidentale sembra aver già trovato il colpevole in Putin senza alcuna traccia. Sfogliando attraverso i 1.400 articoli scritti sull'assassinio, parrebbe che abbiano trovato le impronte con il sangue di Putin su tutto il cadavere, ma, senza dubbio, la notizia è falsa.

    Leggete questo assurdo pezzo di Tom Shaker sul "New York Times" del 22/10/2006: "La signora Politkovskaya, colpita a morte questo mese in ciò che sembra essere un omicidio svolto da professionisti, ha fatto un nome per se stessa [riguardo il suo possibile omicida] con il duro reportage sulla guerra in Cecenia, lei che era una critica feroce dell'amministrazione del Presidente Vladimir Putin".

    Perciò Putin l'ha uccisa?

    Se Putin fosse coinvolto nella morte della Politkovskaya a quel punto lui sarebbe colpevole di un atroce crimine per il quale non ci sarebbe difesa. Ma è stato lui? La morte della giornalista sembrerebbe familiare ai lettori che seguirono l'assassinio del precedente Primo Ministro [del Libano] Rafik Hariri. Le indagini sostenute dagli Statunitensi non hanno prodotto prove valide di un coinvolgimento siriano, ma l'omicidio, a causa di tendenziosi reportage nei media, ha obbligato la Siria a ritirare le proprie truppe dal Libano. Questo ritiro, a sua volta, ha spianato la strada per un attacco di Israele giusto un mese più tardi.

    Un'altra coincidenza?

    È sfortuna che i media non abbiano avuto lo stesso interesse che hanno mostrato per la morte della Politkovskaya anche per i 130 giornalisti che sono stati uccisi in Iraq. Nel caso più recente, quello di Terry Lloyd, il coroner definito "illegalmente ucciso" una volta finito sotto il fuoco delle truppe Usa. Andre Walker, vice-assistente del coroner di Oxfordshire, ha detto, "Avendo preso in considerazione tutte le tracce, sono [...] sicuro che se questo omicidio fosse avvenuto sotto la legge inglese, sarebbe stato considerato un omicidio illegale".

    "Omicidio?"

    Come è sfuggito tutto ciò all'attenzione dell'Unione Europea? Oppure l'indignazione dell'Unione Europea è selettiva come quella dei media statunitensi, che scelgono i proprio eroi e i cattivi in base a ciò che ne pensa Washington?

    Per quanto riguarda l'UE e per quanto riguarda l'interesse improvviso dei media occidentali nei confronti della "democrazia che perde colpi" nella Russia di Putin; noi non abbiamo mai sentito simili proteste riguardo alla moltitudine di leggi repressive approvate da quando Bush è al governo negli USA; incluso in "Patriot Act" ed il "Military Commision Act" del 2006 che abroga gli 800 anni della vecchia costituzione riguardo lo "habeas corpus". Né l'UE ha mostrato alcun interesse nella proliferazione di "gulag" statunitensi, come Guantanamo e Abu Ghraib, che si sono diffusi intorno al mondo come granelli di sabbia spinti dal vento. Le finte proteste di "comportamento anti-democratico" sono naturalmente limitate agli avversari del team di Bush.

    Putin è un fiero nazionalista che sta facendo del suo meglio per aumentare lo standard di vita della Russia mentre sta facendo i necessari compromessi con i giganti mondiali dell'energia. Come tutti i nazionalisti russi, è fermamente convinto che il suo paese abbia una missione per il mondo e per l'umanità, una storia vecchia che si può trovare persino nella narrativa psicologica russa dell'Ottocento, come Dostoevskij, e che in epoca sovietica anzichè scomparire semmai si rigenerò. La Russia di oggi è il frutto di queste antiche idee, e non vuole aspettare un giorno di più per ritornare ad essere una grande potenza mondiale, ruolo che del resto le spetta. Secondo l'agenzia di Stampa russa Novosti, Putin ha detto:

    "Bozze di leggi che si stanno affrontando nella Duma mirano ad affidabili imprese straniere ed ad altri investimenti nell'economia della Russia; leggi che garantiscano i diritti dei proprietari, e minimizzino il numero di sfere dove l'investimento straniero non possa essere usato".

    "Queste sfere", ha aggiunto Putin, "saranno per lo più ristrette da misure di garanzia, ed includeranno il più largo ed i più grandi depositi di sicurezza che si possano trovare nel mondo ed in Russia". Queste misure di garanzia potranno essere contate sulle dita di una mano. Tutto il resto sarà accessibile".

    Putin sta aprendo il mercato della Russia e sta cercando strade per soddisfare le più grandi società petrolifere mentre sta facendo crescere allo stesso tempo l'economia russa. Lui crede che "una reciproca dipendenza rinforzi la sicurezza energetica del continente europeo e crei buoni prerequisiti per un ulteriore avvicinamento in altri campi".

    Ha ragione, ma è anche tragicamente ingenuo. Questo desiderio di pace e collaborazione reciproca ricordano certe idee della perestroijka e della glasnost di Gorbacev, e tutti sappiamo allora come andò a finire. L'Occidente e gli Stati Uniti in primo luogo approfittarono delle aperture del Cremlino per destabilizzarlo a dovere. Ha dato uno sguardo all'Iraq di recente?

    L'intera civiltà sta per essere ridotta in macerie per soddisfare la sete di petrolio del mondo. Perché la Russia dovrebbe essere risparmiata?

    Dovremmo aspettarci più violenza in Cecenia ed in Georgia così come un immutato flusso di abusi nei media occidentali.

    Putin sta scalando posizioni nella lista degli obiettivi di Washington. Per i neocon lui è il nuovo Hitler; è solo che noi non lo abbiamo realizzato prima.

    October 24

    Israele ammette: "In Libano abbiamo usato armi al fosforo

    In un articolo di Umberto De Giovannangeli, visto su www.pressante.com, viene svelato quello che numerose foto che erano circolate subito dopo la fine del conflitto israelo-libanese avevano fatto pensare: delle armi nuove e terribili erano state utilizzate contro la popolazione inerme, producendo gli stessi risultati di quelle impiegate dagli americani a Fallujah. E poichè a Fallujah erano state usate armi al fosforo, facendo due più due se ne deduceva che...
     
    In quei drammatici 34 giorni «Le Forze di Difesa hanno utilizzato munizioni al fosforo in diverse forme e in diverse fasi», afferma Yaakov Edri (ministro per i rapporti col parlamento ed esponente di Kadima) in risposta all'interpellanza della capogruppo del Meretz (sinistra pacifista) Zahava Galon.
     
    «Le Forze di Difesa - aggiunge il ministro - hanno fatto uso delle bombe al fosforo durante la guerra contro Hezbollah in attacchi sferrati contro obiettivi militari in campo aperto». Edri ha sottolineato che la legge internazionale non vieta l´uso delle armi al fosforo e che le «Forze di Difesa hanno usato questo tipo di munizioni in conformità delle disposizioni del diritto internazionale». Il ministro non ha specificato dove e contro quali tipi di obiettivi sono state utilizzate le bombe al fosforo. Il terzo protocollo della Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali che prevede restrizioni nell´uso di speciali tipi di armi non è stato siglato da Israele e Stati Uniti. Durante la «guerra dei 34 giorni» diversi media internazionali, tra cui l´Unità, avevano resocontato di civili libanesi ricoverati in ospedale - molti poi deceduti - con ferite caratteristiche di attacchi con bombe al fosforo, sostanza che brucia quando viene a contatto con l´aria. Il Libano come il Vietnam. Racconta il dottor Hussein Hamud al-Shal, che lavora al Dar al-Amal Hospital di Baalbek, una delle città più colpite dai raid aerei israeliani nella valle della Bekaa, di aver ricevuto tre corpi «totalmente raggrinziti, con la pelle nero-verde», caratteristiche di ferite proprie delle bombe al fosforo. Le bombe al fosforo provocano ustioni dolorose e distruggono completamente i tessuti organici. Il colpo diretto di una bomba al fosforo determina ustioni serie e una morte lenta.
    Il diritto internazionale vieta l´uso di armi che provocano «ferite eccessive e sofferenze non necessarie, e molti esperti ritengono che le bombe al fosforo rientrino direttamente in tale categoria. La Croce Rossa Internazionale ha stabilito che la legge internazionale vieta l´uso di bombe al fosforo e di altre armi infiammabili contro le persone, siano esse civili o militari. «L´uso di queste armi in un conflitto che ha colpito pesantemente la popolazione civile libanese, è un fatto estremamente grave, su cui occorre un supplemento di indagini. Ed è ciò che mi appresto a chiedere al ministro della Difesa Amir Peretz», dice a l´Unità la deputata Galon.

    Le ammissioni del governo israeliano sull´uso delle bombe al fosforo nella guerra in Libano hanno provocato la protesta delle più importanti associazioni israeliani per i diritti umani israeliane, come B´Tselem, e di Peace Now: «Sono troppe e documentate le denunce sull´uso di "armi sporche" sia in Libano che a Gaza da poter essere liquidate come propaganda anti-israeliana. Dobbiamo fare piena luce su questa pratica», ci dice Yaariv Oppenheimer, segretario generale di «Peace Now» e parlamentare laburista. Dal Libano a Gaza. Altro teatro di guerra e di sperimentazione di «armi sporche». Indicativa in proposito è la testimonianza rilasciata al sito Peace Reporter dal dottor Joma al Saqqa, chirurgo allo Shifa Hospital di Gaza City. «I corpi di molte vittime dei bombardamenti israeliani - racconta il dottor al Saqqa - sono giunti allo Shifa hospital completamente fusi. Al punto di assumere un coloro scuro come il carbone. Spesso erano letteralmente spezzati. I feriti, invece, presentavano delle zone del corpo gravemente ustionate, con bruciature che avanzavano all´interno fino alle ossa distruggendo muscoli e organi. Alcuni dei feriti avevano le ossa degli arti completamente esposte e bruciate, senza più tessuti sopra...».

    «Il solo contatto con le schegge di queste munizioni - prosegue il dottor al Saqqa - con il viso o altre parti del corpo produce bruciature che, quando colpiscono il volto, rendono le persone completamente irriconoscibili anche alle proprie famiglie. Le persone ferite da queste armi hanno raccontato di aver cercato di fermare il fuoco con acqua o sabbia, tutti riferiscono che "le fiamme tornavano ancora e ancora più alte"». «Le ferite che ci troviamo davanti, così come i corpi deformati dei morti - conclude il responsabile del reparto chirurgico dell´ospedale centrale di Gaza City - ci fanno pensare all´uso di armi al fosforo bianco e con sostanze batteriologiche che di fatto "avvelenano" il corpo».
    October 23

    Finalmente in Iraq sono state trovate le armi di distruzione di massa!

    Ebbene si, le armi di distruzioni di massa sono state trovate. Il problema è che non appartenevano a Saddam, no. E nemmeno è stato trovato un solo grammo del fantomatico uranio del Niger che Saddam sembrava si fosse procurato di contrabbando (riguardo a questo fatto, si sapeva già da prima che la guerra inizasse che si trattava di una castroneria inventata da Colin Powell). Armi chimiche progettate dai vertici del regime baathista, dunque? Men che meno. Armi batteriologiche? Macchè. Supercannoni sulla falsariga della Grande Bertha del '14 - '18? No. E allora cosa?
     
    Si tratta molto probabilmente di quella che in gergo è definita una "arma nucleare tattica". Solo che apparteneva all'esercito americano. E' esplosa nel deposito di armi di Camp Falcon provocando la morte di 400 persone tra soldati americani e iracheni, e causando danni all'esercito Usa che potrebbero eccedere il miliardo di dollari. Ma procediamo con ordine.
     
    Innanzitutto vedetevi questo video, che illustra la faccenda in maniera abbastanza eloquente: http://video.google.com/videoplay?docid=-7753921336651131261
     
    Ed ecco due notizie conflittuali al riguardo. La prima:

    Bollettino della Resistenza Irachena per gli eventi di mercoledì 11 ottobre 2006. Tradotto e/o compilato da Muhammad Abu Nasr, membro del comitato editoriale di Free Arab Voice.

    - Nove enormi aerei da trasporto conducono vittime statunitensi alla base di al-Habbaniyah dopo il devastante attacco di martedì notte della Resistenza al deposito d'armi Falcon, indicando pesanti perdite. Gli Usa affermano "nessuna vittima", ma il regime iracheno evacua 90 soldati fantoccio feriti all'ospedale di ar-Ramadi.

    - I resti del deposito d'armi Falcon vengono descritti come un "deserto distrutto dal fuoco, senza edifici". Mercoledì gli elicotteri Usa continuano a riversare acqua sul sito per estinguere le ultime fiamme. I funzionari fantocci stimano che le perdite economiche statunitensi potrebbero eccedere il miliardo di dollari. L'esercito fantoccio iracheno ordina a due reggimenti di muoversi verso la Baghdad meridionale per colmare il vuoto lasciato dalle truppe Usa decimate.
    http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report669.htm


    E la seconda:

    Nonostante siano state innescate esplosioni multiple e le squadre anti-incendio abbiano dovuto fare gli straordinari, non ci sono state vittime, e poco danno è stato fatto agli edifici e ai veicoli posizionati lungo la grande base militare situata nel quartiere Doura di Baghdad, ha detto il colonnello Michael Beech, comandante della 4a Brigata di Combattimento, 4a Divisione della Fanteria.
    http://www.blackanthem.com/News/military200610_1476.shtml

    Quale versione si accorda con il video?
     
    L'articolo che svela questa notizia (e che in quanto tale non è stata ovviamente riportata da alcun media occidentale) è stato scritto da Mark E. Smith, su OpEDNews. Vedere il link originale su: http://www.opednews.com/maxwrite/diarypage.php?did=2029
     
    Ecco ora un po' di foto su quel che rimane del Campo di munizioni Falcon dopo l'esplosione dell'arma misteriosa, diffuse dall'agenzia Rense:


     

    La TBR News, invece, in un articolo intitolato "Le Follie della Zona Verde" dice questo:

    [...]

    Oltre 300 soldati statunitensi, dell'esercito e dei Marine, agenti della CIA, traduttori Usa e contractor sono stati uccisi sul colpo o sono morti subito dopo mentre erano in viaggio per l'ospedale o nell'ospedale, mentre oltre 125 sono stati gravemente feriti, richiedendo attente cure mediche, e 39 hanno riportato ferite minori. Dai resoconti, resti carbonizzati e irriconoscibili di persone erano sparsi su un'area di otto blocchi.

    122 membri delle forze armate irachene sono stati uccisi e 90 gravemente feriti, venendo evacuati anch'essi verso l'ospedale militare statunitense ad al-Habbaniyah, situato a circa 70 km ad ovest di Baghdad. Il personale medico statunitense ad al-Habbaniyah ha inizialmente dichiarato che l'ospedale militare Usa nell'imponente base occupata dagli Statunitensi aveva iniziato a ricevere morti e feriti. L'ospedale militare ad al-Habbaniyah, il più grande nell'Iraq occupato, è stato aperto il 12 maggio di quest'anno in risposta ad un improvviso aumento (censurato) delle vittime Usa.

    [...]

    ( http://www.tbrnews.org/Archives/a2547.htm#001 12.10.2006 )

    October 22

    Chi sono gli squadroni della morte iracheni (e chi c'è dietro di loro)?

    Un articolo di Steven Harris di Al - Jazeera svela l'anatomia dei famigerati squadroni della morte operanti in Iraq, e soprattutto mette a nudo le loro ultime responsabilità (per la verità assai poco approfondite, se non deliberatamente e totalmente trascurate dai media occidentali).
     
    Da più di un anno e mezzo uno sviluppo drammatico dei crimini di guerra in Iraq è rappresentato dall'uccisione a ritmo quotidiano di decine di persone, i cui corpi vengono poi fatti ritrovare in discariche, edifici abbandonati, fiumi o automobili posteggiate in luoghi appartati. Le vittime, nella maggior parte dei casi, prima di essere freddate con un colpo di pistola alla testa, erano state seviziate e mutilate; ultimamente si è diffusa la macabra pratica delle decapitazioni. Non ha fatto il giro dei giornali e dei telegiornali la scoperta, avvenuta il 6 giugno 2005, di 9 teste mozzate all'interno di buste di plastica lasciate sul bordo di una strada all'interno di cassette per la frutta. Questi fatti, quando vengono riportati dai media occidentali, sono soltanto trattati senza ulteriori analisi su quali siano i mandanti e perchè siano avvenuti; quanto alle immagini, esse sono talmente forti per l'opinione pubblica che nessun canale o giornale si azzarda a trasmetterle o divulgarle. Ma, per quanto ripugnanti, queste notizie non stupiscono nè sconvolgono chi si sia ormai fatta un'idea circa la natura dei meccanismi politici attualmente in azione in Iraq, e che comprendono la strategia di contro insurrezione portata avanti dagli Usa proprio attraverso gli "squadroni della morte".
     
    Negli anni '80 gli Usa hanno formato, addestrato ed armato interi squadroni della morte in America Centrale e Meridionale. Il Guatemala, il Salvador, il Cile, la Colombia e il Nicaragua furono i principali banchi di prova per questi squadroni paramilitari, e agirono da autentici laboratori politici. Si trasmetteva così in America Latina l'esperienza dei primi squadroni della morte attivati durante la guerra del Vietnam, che ricevevano dalla CIA ogni mese la lista delle personalità scomode da uccidere (anni dopo la CIA ammise che il quantitativo era di ben 1800 persone uccise dagli squadroni della morte ogni mese). Solo il Guatemala, che fu il paese che più soffrì l'azione degli squadroni, ha avuto fino ad oggi 200.000 morti e 40.000 desaparecidos; le conseguenze sull'immagine e la popolarità degli Stati Uniti in quelle regioni come presso una buona parte dell'opinione pubblica mondiale furono così nefaste che nel '99 l'allora presidente Bill Clinton si scusò pubblicamente per le responsabilità americane in Guatemala.
     
    Al momento dell'invasione statunitense dell'Iraq nel marzo 2003, fino al giugno 2004 l'esperienza degli squadroni della morte era totalmente ignota nel paese e i soldati americani erano quotidianamente feriti e uccisi dalla resistenza irachena; era una situazione che gli Usa non avevano assolutamente previsto, poichè si attendevano che la popolazione li avrebbe accolti cingendo fiori. Per risolvere il problema venne così inviato John Negroponte, già ambasciatore Usa in Honduras tra il 1981 e il 1985, il periodo in cui l'operato degli squadroni della morte nel piccolo paese centro americano era al parossismo. John Negroponte è noto per aver sempre negato l'esistenza degli squadroni della morte, sebbene tutti sappiano che li dirigesse personalmente dall'ambasciata. Nel periodo in cui è stato ambasciatore Usa in Iraq tra il giugno 2004 all'aprile 2005 gli squadroni della morte iracheni si sono formati e consolidati, fino a raggiungere la spietatezza e l'efficienza oggi conosciute. Il fatto che questi fossero stati organizzati dagli Stati Uniti e avessero contribuito alle lunghe sofferenze della popolazione irachena è stata così universalmente riconosciuto e documentato che il Newsweek ha persino pubblicato un articolo a proposito del fatto che il governo considerasse seriamente di seguire il modello latino-americano di uccidere chiunque fosse semplicemente sospettato di opposizione agli interessi statunitensi. Una fonte militare Usa è stata citata dai media statunitensi nel dire: "la popolazione sunnita non paga pegno per l'appoggio dato ai terroristi (...), è senza conseguenze per essi. Dobbiamo cambiare questa situazione".
     
    Le traumatizzate popolazioni dell' America Centrale potrebbero descrivere agli Iracheni i metodi utilizzati dagli squadroni della morte. Le persone erano prelevate e torturate da soldati che portavano uniformi regolari di giorno, ma circolavano su automobili non immatricolate di notte al fine di prelevare e uccidere gli uomini ostili al regime o i semplici sospettati di simpatie in tal senso. I testimoni iracheni raccontano, pressoché quotidianamente, di vittime prelevate da persone che si spostano su dei land-cru isers bianchi della Toyota, che indossano uniformi della polizia, giubbetti antiproiettile, caschi e che sono armati di pistole 9mm Glock. Queste armi sono impiegate da molti agenti di sicurezza privati statunitensi e vengono forniti alle forze irachene di sicurezza dall'armata Usa. Le analogie tra gli squadroni della morte latino americani e quelli iracheni sono notevolissime. Per quanto riguarda l'accessibilità di queste notizie da parte dell'opinione pubblica mondiale e in particolare quella occidentale i cui paesi sono coinvolti in prima persona nel conflitto iracheno, è meglio stendere un velo pietoso: la censura è infatti imposta con la minaccia del fuoco e delle armi. In Iraq infatti, i servizi di informazione occidentali, quali la BBC e la Reuters, riportano solo il fatto che alcune persone sono prelevate da uomini che indossano delle uniformi della polizia. I giornalisti che osano fare inchieste o esporre in prima persona la direzione Usa sono avvisati. I massacri di giornalisti che cercano di documentare le uccisioni di stato hanno accompagnato qualsiasi guerra sporca contro una popolazione civile. Dopo che l' intervento in Iraq ha preso il via, dozzine di giornalisti, cameraman e altri dipendenti dei media sono stati uccisi dalle forze statunitensi, in circostanze sempre misteriose che mai sono state chiarite in modo indipendente. Un tipico esempio è quello del 24 giugno 2005, quando Yasser Salihee, un corrispondente speciale iracheno per l' agenzia stampa Knight Ridder, è stato ucciso con una pallottola alla testa allorché si avvicinava ad un punto di controllo, nei pressi della sua abitazione a Baghdad Ovest, da truppe irachene e statunitensi. Si pensa che il proiettile sia partito da un cecchino solo. Secondo alcuni testimoni oculari, nessun colpo di avvertimento è stato esploso. Nell'ultimo mese, Salihee aveva raccolto prove che le forze irachene sostenute dagli Stati Uniti avessero perpetrato massacri extragiudiziari di membri riconducibili alla resistenza anti-statunitense. La sua inchiesta ha fatto seguito ad un articolo del New York Times, nel maggio del 2005, che spiegava nei dettagli come i militari Usa avessero formato i commandos iracheni del ministero degli interni, conosciuti con il nome di "Brigata Lupo", sul modello degli squadroni della morte nati negli anni '80 al fine di reprimere l'insurrezione di sinistra in Salvador.

    (nella foto, Yasser Salihee)

    La "Brigata Lupo", cioè lo squadrone della morte più conosciuto e più temibile, è stato organizzato e diretto dagli Stati Uniti. La maggior parte dei suoi dirigenti e del suo personale ha prestato servizio nelle forze speciali di Saddam Hussein e nella guardia repubblicana, perpetrando massacri, torture e repressioni. L'unità è stata impiegata contro la resistenza nelle zone ribelli, come ad esempio nelle città di Mosoul e di Samarra, e, nel corso dell'ultimo anno, ha giocato un ruolo di prim'ordine permettendo alle forze Usa di prendere un leggero ascendente praticando massacri in sua vece, benché all'epoca degli avvenimenti, tra i meglio documentati, di Haditha, si mostrarono soldati americani che massacravano essi stessi Iracheni di ogni età. Il principale consigliere statunitense della Brigata Lupo, dall'epoca della sua nascita fino ad aprile del 2005, è stato James Steele. Questi ha comandato il gruppo militare U.S.A. in Salvador durante il periodo più caldo della guerra di anti-insurrezione, e gli è stato riconosciuto il merito di aver organizzato e equipaggiato quella che è stata riconosciuta come la migliore forza anti-terrorista in quella regione. Durante una campagna lunga 12 anni, fatta di uccisioni e repressioni, le unità salvadoregne, addestrate e sviluppate da persone come Steele, hanno ucciso più di 70.000 persone.

    Il consueto aspetto dei corpi che arrivano all'obitorio principale di Baghdad dimostra che sono stati ammazzati con procedimenti metodici. Questo è confermato dallo stesso direttore dell'obitorio, Faqir Baqir. Le loro mani vengono regolarmente ammanettate dietro le spalle, i loro occhi bendati e sembrano aver subito torture. Nella maggior parte dei casi appaiono segni evidenti, come se gli stessi fossero stati frustati con delle corde, sottoposti a scariche elettriche o picchiati con oggetti taglienti. Tutto questo fino alla morte del soggetto, spesso avvenuta con un colpo di pistola alla testa. A marzo di quest'anno, M. Baire, il quale è stato forzatamente invitato a lasciare l'Iraq, ha affermato che, in pochi mesi, più di 7.000 vittime riconducibili agli squadroni della morte sono giunte nel suo obitorio di Baghdad. M. Baire è certamente uno di quei testimoni scomodi e troppo "loquaci" che se rimanessero in Iraq anzichè andare in esilio rimarrebbero anche loro vittime degli squadroni della morte.

    Gli squadroni della morte sono molto occupati ultimamente, in seguito all'aumento delle perdite militari statunitensi. A Mosoul, ad esempio, dozzine di persone sono state imprigionate dai commando nel novembre del 2005, come corollario di un'operazione volta a riportare la città sotto il controllo della coalizione. Nelle successive settimane, più di 150 corpi di persone torturate prima di essere uccise sono stati trovati in quella zona. A Samarra, dozzine di altri corpi sono stati rinvenuti nel vicino lago di Thartar, come spazzatura delle operazioni portate avanti dai comandos della polizia di quella città. A partire dallo scorso febbraio, fino all'aprile del 2006, più di 100 corpi sono stati trovati nel fiume Tigri, vicino alle zone ribelli di Bagdad che sono anche le più turbolente di tutto il paese. Il governo iracheno ha inizialmente dichiarato che erano corpi di paesani prelevati dagli insorti nel villaggio di Maidan. Tutto ciò è stato poi smentito. Le vittime sono provenienti da più villaggi e da molte città, compresa Kut nel nord e Bassora nel sud. La polizia del settore ha dichiarato ad alcuni giornalisti che molti sono stati uccisi nelle loro automobili mentre attraversavano le loro zone, fermati da uomini armati di kalashnikov in prossimità di alcuni punti di controllo.

    Altri massacri sono stati scoperti a Baquba e a Qaim, prossima alla frontiera con la Siria, all'indomani delle operazioni di contro-insurrezione delle forze Usa e dei loro squadroni della morte. Questi ultimi sono stati occupati, così come lo furono ugualmente in America Latina, nell'assassinare oltre 200 universitari, per la maggior parte oppositori dell'operazione Usa in Iraq. Dozzine di corpi sono stati ritrovati negli ultimi due mesi a Baghdad. L'Associazione dei Discepoli Musulmani (AMS), cioè la principale organizzazione pubblica sunnita, accusa direttamente la Brigata Lupo di aver fermato alcuni imam e guardiani di moschee, di averli torturati e uccisi, sbarazzandosi poi dei corpi gettandoli in un discarica nella zona di Shaab a Baghdad.

    George Bush ha dichiarato che la sua amministrazione lavorava a stretto contatto con i ministeri dell'interno e della difesa iracheni, al fine di migliorare la cooperazione delle operazioni anti-terrorismo e lo sviluppo delle loro strutture di comando. E' evidente che gli Stati Uniti paghino e equipaggino degli uccisori per terrorizzare, torturare e assassinare quegli Iracheni accusati di avere legami con la resistenza popolare. Questi sarebbero, secondo le stime di un anonimo analista statunitense di Newsweek, circa 400.000, sottoforma di ausiliari e personale di sostegno. La guerra in Iraq ha già seriamente compromesso la posizione degli U.S.A. in Medio Oriente e nel mondo intero. Le immagini dei soldati americani che maltrattano sessualmente i prigionieri iracheni, mettendo loro dei sacchi in testa e colpendo un insorto ferito, hanno macchiato ovunque l'immagine degli Stati Uniti, rendendo la cooperazione con quel paese sempre più difficile, anche per quelli che sono loro alleati da lunga data.

    Tra tutti i funzionari statunitensi che hanno svolto un ruolo di primo piano in America Centrale e si sono poi riciclati in Iraq, possiamo citare Elliott Abrams, il quale ha supervisionato la politica di quelle zone per il dipartimento di stato e che adesso ricopre il ruolo di consigliere in Medio Oriente, membro del Consiglio di sicurezza nazionale di Bush, e il vice-presidente Dick Cheney, il quale fu ardente difensore della politica statunitense in America Centrale, mentre era membro della camera dei rappresentanti. Quanto a Negroponte, dal 2004 è nientemeno che direttore della National Intelligence, nata in quell'anno per supervisionare tutti i servizi statunitensi, CIA prima di tutto. Il successore di Negroponte, il generale Hayden, proprio di questi tempi, è stato candidato per dirigere la CIA. Nessuno in Iraq dovrebbe aspettarsi che venga fatta giustizia per il coinvolgimento di Negroponte, della CIA o dei loro squadroni della morte. Quanto all'Iraq stesso, devastato da guerre e sanzioni, gli squadroni della morte rappresentano semplicemente l'ultimo di tutti i traumi terrificanti inflitti dagli Stati Uniti a quel paese.

    October 21

    Doppiezze di un impero in declino

    In un articolo intitolato "L'impero decadente" e pubblicato su Papeles de Mandinga, la giovane e promettente giornalista americana Eva Golinger (in foto) ha messo a nudo le contraddizioni di una potenza in declino, quella americana, caratterizzata dal tacciare (spesso dicendo consapevolmente una bugia) gli altri paesi suoi rivali dei difetti che da sempre la contraddistinguono, e ora più che mai.

    (nella foto Eva Golinger)

    Ma addentriamoci più approfonditamente nella questione. Alcuni giorni fa una ragazzina di quattordici anni è stata interrogata da funzionari dei Servizi Segreti Usa, per aver postato in Internet, su un sito di chat, un commento contro George W. Bush. Julia Wilson, viso pieno di lentiggini, apparecchio ai denti ed in spalla uno zaino decorato con un tenero cuore, è stata prelevata dalla sua scuola a Sacramento, in California, durante una lezione di biologia, e obbligata a rispondere alle domande degli agenti di sicurezza.

    Un giornale californiano ha riportato che la ragazzina aveva messo sul sito web "MySpace.com" un fumetto contenente l'immagine d'un coltello che pugnalava la mano del Presidente George W. Bush, con sotto la scritta: "Muoia Bush". Fu quest'immagine, una delle tante che Julia aveva utilizzato per decorare una pagina web "anti-Bush", a provocare la visita dei funzionari dei Servizi Segreti e del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti alla scuola secondaria "McClatchy" di Sacramento in California. "Dissi loro che semplicemente non sono d'accordo con la politica di Bush", ha spiegato Julia Wilson. "Non ho nessun piano per danneggiare Bush. Sono molto pacifica; semplicemente Bush non mi piace", ha ribadito la ragazzina dopo essere stata interrogata da cinque funzionari governativi, che portavano armi di corto e lungo raggio.

    Per lo meno, non l'hanno imprigionata a Guantanamo o in qualche altra prigione segreta, dove il regime di George W. Bush detiene persone che esprimono disaccordo col suo mandato fascista. E la Società Interamericana di Stampa, la Commissione dei Diritti Umani dell'Organizzazione degli Stati Americani, Giornalisti Senza Frontiere ed il Dipartimento di Stato Usa dicono che in Venezuela non c'è libertà d'espressione? La doppia morale e la decadenza dell'impero statunitense crescono quotidianamente e la sua condotta sfacciata si smaschera da sola.

    Altrettanto sta avvenendo nel caso della Corea del Nord e delle recenti sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. I nostri popoli non vogliono armi nucleari da nessuna parte, ma non si può nemmeno condannare il test nucleare in Corea del Nord, senza prima menzionare che sono gli Stati Uniti d'America a possedere il più grande arsenale del mondo d'armi di distruzione di massa e ad aver compiuto oltre mille esperimenti con quelle armi, danneggiando il nostro sistema ecologico e minacciando il mondo intero. Inoltre, gli Stati Uniti sono l'unico paese che ha usato armi nucleari contro altre nazioni; una prima volta la mattina del 6 agosto 1945 a Hiroshima in Giappone, ed un'altra tre giorni dopo nella città di Nagasaki. Più di 200.000 persone morirono immediatamente e centinaia di migliaia furono (e continuano ad essere) danneggiate nel corso dei giorni, mesi ed anni successivi.

    Nel periodo dal 1945 al 1996, gli Stati Uniti realizzarono 215 esperimenti di armi nucleari in atmosfera e 815 sottoterra; la Russia ne fece 219 atmosferici e 496 sotterranei; l'Inghilterra 21 atmosferici e 24 sotterranei; la Francia 50 atmosferici e 160 sotterranei e la Cina 23 atmosferici e 22 sotterranei. Attualmente, delle cinque potenze coinvolte nella Convenzione per la Non Proliferazione delle Armi Nucleari, che sono anche i cinque paesi permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, gli Stati Uniti possiedono da 5.735 a 9.960 armi nucleari; la Russia da 5.830 a 16.000; l'Inghilterra oltre 200; la Francia 350; la Cina 130. Esistono anche nuove potenze nucleari, che non partecipano alla suddetta Convenzione, ma che hanno ugualmente sviluppato armi nucleari: l'India ne ha da 75 a 113; il Pakistan da 65 a 90; la Corea del Nord da 1 a 10 armi nucleari; Israele ne possiede tra le 75 e le 200, benché si rifiuti di ammetterlo ufficialmente.

    E allora, da dove proviene la vera minaccia nucleare? Tutti sappiamo che sono gli Stati Uniti e la loro politica militarista ed egemonica a mettere in pericolo il nostro mondo ed il futuro della nostra umanità. Si deve fare un appello per il disarmo nucleare di tutte queste nazioni, senza eccezioni né doppia morale. Le aggressioni dell'impero Usa aumentano velocemente, e noi popoli reagiremo con la forza e le possibilità che abbiamo, ma la denuncia dell'ipocrisia statunitense e della minaccia delle armi di distruzione di massa, a qualunque paese appartengano, deve essere inflessibile e contundente.

    (nella foto, il disegno incriminato)
    October 20

    Qualche nuova teoria sull'assassinio di Anna Politkovskaija

    Secondo un articolo pubblicato su www.movisol.org, l'assassinio di Anna Politkovskaija andrebbe inquadrato nella serie di omicidi mirati che hanno insanguinato la Russia nelle ultime settimane, e che hanno tutti come obiettivo la destabilizzazione del presidente Vladimir Putin e l'abbassamento dell'immagine internazionale del paese. Tali omicidi sono stati compiuti da veri e propri professionisti al soldo del crimine organizzato russo, che vanta forti legami con i vecchi oligarchi formatisi nell'era Eltsin oggi latitanti dalla giustizia dopo il riordino del sistema economico e produttivo del paese varato dal presidente Putin. Il più famoso fra i vari oligarchi è Boris Berezowskij, fuggito dalla Russia proprio poco tempo dopo l'ascesa al potere di Putin e oggi riparato in Inghilterra. Questa è la lista di tutti gli assassinii avvenuti nelle ultime settimane:

    * Il 14 settembre è stato assassinato Andrei Kozlov, vice presidente della banca centrale russa. Deciso sostenitore della politica del governo, Kozlov era impegnato contro il riciclaggio del denaro ed aveva ordinato il ritiro di alcune licenze bancarie.

    * Il 30 settembre è stato assassinato Enver Zighashin, ingegnere capo della TKN BP, la sussidiaria russa della British Petroleum. Si tratta di un assassinio che certamente non ha risolto gli attriti tra Russia e imprese petrolifere occidentali ma li ha piuttosto aggravati.

    * Il 7 ottobre è stata assassinata Anna Politkovskaya.

    * Il 10 ottobre è stato assassinato Alexander Plokhin, direttore della branca moscovita della Vneshtorgbank, banca di stato che riveste un ruolo importante nei rapporti economici che la Russia intrattiene con Africa, Asia, America Latina ed Europa, in particolare quelli promossi dallo stesso Putin. La Vneshtorgbank ha recentemente acquistato il 5% del gigante aerospaziale europeo EADS, proprietario di Airbus. L’acquisto ha suscitato una notevole controversia, sia a motivo delle implicazioni economiche che quelle di sicurezza.

    * Il 16 ottobre è stato assassinato Anatoly Voronin, esperto immobiliare della Itar-Tass.

    Alexander Lebedev che è comproprietario, con Michail Gorbaciov di Novaya Gazeta, il giornale su cui scriveva la Politkovskaya, ha pubblicato un commento intitolato: “Chiunque abbia sparato alla Politkovskaya mirava ai suoi avversari” — in altre parole mirava al regime di Putin. La Politkovskaya era così nota come oppositrice del regime, scrive Lebedev che è fin troppo facile sospettare coloro che lei criticava. “Ma non dobbiamo considerare attentamente la possibilità che chi ha ordinato l’assassinio voleva che noi facessimo proprio questo? Forse un’ondata di rabbia contro coloro che la giornalista criticava è proprio l’effetto su cui contavano i killer? Così sparando alla giornalista miravano ai suoi avversari”.
    Nel corso della sua visita in Germania, tra il 10 e l’11 ottobre, il presidente Putin ha fatto due volte riferimento al grave episodio. A Dresda il presidente ha detto, secondo quanto riferito dalla Pravda: “Non molto tempo fa fu ucciso un altro giornalista, Paul Khlebnikov. Dopo la pubblicazione del libro intitolato «Conversazioni con un barbaro», in cui i personaggi principali sono posti in cattiva luce, lui è stato ucciso. Non so chi l’abbia uccisa [Anna Politkovskaya], ma è chiaro che chi si sta sottraendo alla giustizia ha valutato l’opportunità di sacrificare qualcuno per incoraggiare i sentimenti anti russi nel mondo”.
    Nell’intervista concessa l’11 ottobre al Sueddeutsche Zeitung, pubblicata integralmente solo sul sito Kremlin.ru, Putin ha detto: “Saprete che diversi anni fa un giornalista americano di origini russe, Paul Khlebnikov è stato ucciso in Russia. Si era occupato dei problemi della Repubblica di Cecenia ed aveva scritto un libro intitolato «Conversazioni con un barbaro». Stando alle indagini, i protagonisti del libro non erano contenti di come Khlebnikov li ha presentati e lo hanno distrutto”.
    l “barbaro” in questione è Khodj-Akhmed Nukhayev, il finanziatore del separatismo del Caucaso Settentrionale: Oggi Nukhayev vive in Israele, fa affari con il lord inglese McAlpine ed è sospettato di collegamenti con Boris Berezovsky. Khlebnikov era il genero di John Train, personaggio di Wall Street impegnato nelle operazioni contro Lyndon LaRouche. Nel 2005 Anna Politkovskaya ha ricevuto il “Premio per il coraggio civile” del Northcote Parkinson Fund di John Train.
    Se ci pensiamo bene, tutto torna. L'immagine della Russia come unica, reale ed immediata oppositrice ai disegni di egemonia americana a livello mondiale sta crescendo di giorno in giorno nei focolai geopolitici del pianeta: dal Sud America all'Asia al Mondo Arabo. Insieme al proseguimento della guerriglia sotterranea geopolitica, l'unica arma che gli americani hanno a disposizione è quella di infangare l'immagine della Russia presso l'opinione pubblica occidentale, dipingendole l'immagine barbarica che in passato già le era stata affibbiata con successo. In un mondo caratterizzato dal monopolio delle reti di informazione da parte dei magnati americani, questo metodo integrativo può funzionare benissimo, ed infatti al momento ha dato al Pentagono e alla Casa Bianca notevoli soddisfazioni. La Russia è riuscita ad ostacolare con successo i disegni imperialistici americani nel Medio Oriente e in America Latina, e altrettanto in Asia Centrale; se insieme a questo riuscisse a consacrarsi del tutto, anche presso l'importante opinione pubblica dell'Occidente, come la reale antitesi degli Stati Uniti, il suo trionfo sarebbe totale e la sua ascesa inarrestabile. L'influenza russa presso le cancellerie europee aumenterebbe palpabilmente, mentre al momento dipende soltanto dall'argomento energetico (che è comunque vincente, visto che sta portando Gazprom persino ad acquisire importanti quote di mercato in Sud America dopo l'Unione Europea); di sicuro quelle stesse cancellerie dovranno riflettere sulla facilità con cui Israele e Stati Uniti sono stati ridimensionati, nel Medio Oriente, in Algeria, in America Latina, semplicemente con l'invio di materiale bellico di qualità dalla Russia. Con poca fatica, il Cremlino è riuscito a destabilizzare i piani vitali dell'attuale gendarme e padrone del mondo; la guerra dei media (e degli omicidi mirati) difficilmente potrà nascondere a lungo questo nuovo fenomeno internazionale.

    October 19

    Anche la Cina si sta dando da fare

    Nell'articolo precedente esaminavo la Cina nella sua condizione attuale: una potenza al momento continentale che ha bisogno ancora di qualche anno per diventare una potenza mondiale. Per raggiungere questo obiettivo, come del resto anche per raggiungere quello di cui sta godendo attualmente, ha avuto bisogno in tutto e per tutto della tecnologia e dell'assistenza americana, e questo l'ha compromessa legandola a doppio filo alle élites attualmente dominanti negli Usa, quelle stesse che stanno trascinando il mondo in una guerra globale e globalizzata. Tuttavia a Pechino non hanno molta voglia di venir trascinati per i capelli dal clan Bush e dai loro sostenitori nel baratro verso cui tutta l'America sta marciando, nè tantomeno vogliono che il loro ruolo mondiale si trovi ipotecato dagli attuali padroni americani. Ne va della sovranità e dell'indipendenza del paese, e quindi bisogna elaborare le straegie opportune a far sì che la Cina cessi di essere del tutto una potenza di seconda classe; queste passano unicamente attraverso lo scompaginamento dei piani di egemonia mondiale americani basati sul controllo del petrolio medio orientale e centro asiatico. Se il petrolio di cui tanto ha bisogno la Cina per crescere non sarà in mani americane ma in mani pechinesi, vi sarà la possibilità concreta di invertire i ruoli, ponendo gli Usa in soggezione della Cina al contrario di quanto sta avvenendo attualmente. Questa è la riflessione che ho fatto dopo aver letto un interessante articolo di Henry Makow in "Save the Males" che si riferisce proprio ai giochi sotterranei di Cina e Corea del Nord nei confronti degli Usa e della loro sventurata politica estera.
    L'assunto dal quale i dirigenti cinesi si sono mossi è questo: l'impero americano, per quanto potente e smisurato nelle proprie ambizioni, non può permettersi il lusso di fare due guerre contemporaneamente, oltretutto su fronti così lontani fra loro come quello medio orientale e quello nord asiatico. Facendo sì che la Corea del Nord con la sua fittizia potenza nucleare minacciasse la Corea del Sud e il Giappone, la Cina da una parte ha dovuto sì accettare quest'ultime potessero sentirsi implicitamente autorizzate a darsi anch'esse all'atomica militare, ma al contempo ha salvato l'Iran e inferto un grave colpo alla presenza americana in Iraq.
    Quando una flotta navale degli Stati Uniti si precipitava verso l'Iran (a causa della sua ricerca nucleare), la Corea del Nord stava facendo esplodere armi nucleari e minacciando di attaccare il Giappone e gli Stati Uniti! Nulla potrebbe dimostrare meglio il fallimento della politica estera di Bush. Nei termini della "Grande Scacchiera" di Brzezinski questo è "scacco matto" agli Stati Uniti e ad Israele, fantocci dei banchieri centrali di Londra. Gli Stati Uniti si sono già ritirati dalla provincia di Al Anbar. Il ritiro dal resto dell'Iraq è ora solo una questione di tempo. Intanto, negli Usa si prende atto dell'impossibilità di lasciare a Bagdad, dopo il ritiro, una democrazia liberale: tutt'al più una teocrazia sulla falsariga di quella iraniana. La resa, non solo strategica ma anche ideologica alla "mano armata dell'Islam", è totale e incondizionata.
    Giovedì mattina, la Resistenza Irachena ha fatto saltare in aria il principale arsenale statunitense a Baghdad, uccidendo centinaia di soldati e distruggendo miliardi di dollari in armi. Quella era una vera notizia, dunque non è stata riportata. La situazione militare in Iraq precipita giorno dopo giorno; il Capo di Stato Maggiore dell'esercito britannico ha ammesso che la Gran Bretagna ha bisogno di andarsene via al più presto, mentre anche i generali americani cominciano a ribellarsi. I politici statunitensi, che non sono ciechi, iniziano a parlare della necessità di trattare con l'Iran. In poche parole, la politica estera dominata dai neocon è allo sbando. E su tutto questo, come detto in maniera molto più particolareggiata nell'articolo precedente, pesa la ripresa russa.


    Il risveglio dell'orso russo può frenare le ambizioni di Bush

    Un articolo di Schuyler Ebbets in "The Peoples Voice", ha suscitato questa mia riflessione: gli Stati Uniti sono precipitati nel giro vizioso del declino, e qualunque azione facciano per contrastarlo altro non ne ottengono che confermarlo e accelerarlo, favorendo anzichè impedendo i due giganti (Cina e Russia) che storicamente rappresentano i suoi due massimi rivali geopolitici.
    Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti avevano consacrato il loro ruolo di nuova potenza egemone, erede delle tradizioni democratiche dell'Impero Britannico nonchè del suo ruolo di attore globale; aveva schiacciato le dittature dell'Europa e imposto il parlamentarismo, contrapponendosi al tempo stesso all'altra nuova potenza, che raccoglieva il testimone dei vecchi totalitarismi abbattuti e da essa stessa fagocitati. Certo, la visione è fin troppo romantica, decisamente atlantistica, ma in un terreno dove la democrazia imperfetta degli Usa si scontrava con lo stalinismo più parossista poteva reggere e funzionare, sia da un punto di vista ideologico sia da un punto di vista soprattutto pratico. Nell'area filoamericana i comunisti (che allora erano stalinisti) potevano parlare e organizzarsi, mentre nell'area filosovietica chiunque non fosse stato stalinista veniva privato delle libertà fondamentali, e questo la diceva lunga sulla differenza fra i due sistemi.
    Da allora, tuttavia, molte cose sono cambiate. Per ostacolare la potenza sovietica, gli americani si sono impantanati nel dare il sostegno a forze oscurantiste e conservatrici in tutto il terzo mondo, soprattutto laddove il colonialismo finiva per dare spazio a nuovi Stati nazionali. Il loro nome ha cominciato a coincidere con quello di dittature della peggiore specie, anacronistiche e tribali, militari e neofasciste, dall'Africa al Sud America fino all'Asia. Da "terra di speranza e di libertà", gli Stati Uniti si sono trasformati, checchè ne dicano gli irriducibili filoatlantici, nei principali sostenitori internazionali di terrorismo, contro nazioni come il Guatemala o l'Iran di Mossadeq, il Laos, la Cambogia, il Vietnam, la Corea, la Palestina, Timor Est, Panama, il Cile, Haiti, El Salvador, il Mozambico, la Somalia, l'Angola, la Yugoslavia, l'Iraq e l'Aghanistan, solo per citare gli esempi più famosi. In un trentennio gli Stati Uniti hanno guadagnato la maschera di tiranni globali, senza dimostrare in questo nessun complesso d'inferiorità rispetto alla gerontocrazia brezneviana, a Gheddafi, agli Ayatollah iraniani o ai fondamentalisti islamici palestinesi e libanesi tanto demonizzati dai media occidentali. Laddove le multinazionali americane si trovavano minacciate nel portare avanti i loro scopi di depredamento delle risorse nazionali ai danni dei più poveri, l'amministrazione americana non ha esitato a dare carta bianca alla CIA per sistemare la questione nella maniera meno democratica possibile, come dimostrano il caso del Cile di Allende oppure quello degli squadroni della morte in Brasile (e ultimamente anche in Iraq).
    Tuttavia quegli episodi non furono niente in confronto a quanto si sta vivendo ora: l'America di oggi, da quando G. W. Bush ha "scippato" le elezioni al suo concorrente Al Gore, ha impresso un cambiamento alla società e alle istituzioni americane semplicemente incredibili, ovviamente nel senso peggiorativo del termine. Considerando la popolazione statunitense nè più nè meno che una immensa quantità di potenziali reclute per realizzare i propri disegni egemonici mondiali attraverso l'attività militare, la nuova nomenklatura americana ha fatto strage tanto di giovani americani quanto di uomini, donne e bambini innocenti in Iraq e Afghanistan (a proposito: solo in Iraq i soldati americani morti sono quasi 3000, quelli resi invalidi 100mila mentre gli iracheni morti sono 385mila), pur di garantirsi per sempre un posto al sole nell'economia mondiale. Ogni Convenzione di Ginevra è stata vilipesa e calpestata attraverso reati di guerra come la tortura e l'uccisione su larga scala di civili; sono state usate armi proibite come le bombe a frammentazione e il fosforo bianco. Hanno poi causato con una sola azione non solo un reato contro l'umanità ma anche contro l'ambiente, cospargendo l'Iraq e l'Afghanistan di isotopo U238 (in pratica l'uranio impoverito, che si ottiene dall'Uranio 238) che hanno reso incoltivabili larghissime fasce di territorio, il che comprometterà per generazioni la possibilità di vita e di sviluppo di quei paesi; non solo, l'isotopo U238 ha graziosamente aumentato con cifre a due numeri il numero di aborti spontanei e di leucemie infantili, senza parlare poi dell'incidenza di malformazioni alla nascita. Alberto Gonzales, avvocato personale di George Bush, ha stilato al riguardo un rapporto assolutorio nei confronti dell'amministrazione americana, sostenendo che "questo nuovo paradigma rende obsolete le rigide limitazioni di Ginevra sull’interrogazione dei prigionieri nemici e rende curiosi alcuni dei suoi provvedimenti." Attenzione: ai tempi del processo di Norimberga il gerarca nazista Keitel fu condannato a morte (dietro pressioni americane) anzichè all'ergastolo proprio per aver difeso i genocidi delle SS definendo "obsolete" le leggi della Convenzione di Ginevra. Dopo aver stilato questo rapporto, Alberto Gonzales non ha fatto la fine di Keitel, ma è stato nominato da Bush Procuratore Generale.
    Oggi la nazione che ai tempi di Reagan lottava contro "l'impero del male" si è trasformata in un altro impero del male a sua volta,  ben più pericolosa e sprezzante del diritto internazionale di quanto non lo fosse stata l'Unione Sovietica dell'epoca brezneviana, all'epoca molto più simile alla Germania di Guglielmo II che agli Stati Uniti di oggi nel vivere la propria politica estera. Centinaia di prigioni di tortura americane nel mondo sono state costruite da quando Bush è presidente, nel tentativo di terrorizzare e trattare con brutalità l’umanità in sottomissione.
    Malgrado i tentativi di resistenza, tutti i paesi, chi più chi meno, si trovano ai piedi dell'Aquila americana, da essa satellizzati e spoliati delle loro ricchezze per assecondare i suoi fini espansionistici. La stessa Cina, che viene da tutti additata come la principale rivale degli americani, è in realtà molto più dipendente dagli americani oggi di quanto non lo fosse ai tempi del mondo bipolare, quando essendo in naturale opposizione ai sovietici aveva negli Usa un naturale interlocutore, pur mantenendo rispetto a quest'ultimi una forte autonomia che la rendeva a tutti gli effetti il terzo polo mondiale. Molte società e multinazionali si trovano in Cina e usano i lavoratori cinesi come fossero schiavi, e le autorità cinesi non possono farci nulla perchè il loro sviluppo, che è necessario, passa anche attraverso questo; nell'agricoltura cinese l'OGM americano introdotto dalle peggiori corporations statunitensi spopola e anche in questo caso le autorità cinesi non posso farci nulla perchè hanno comunque da sfamare un miliardo e 300 milioni di popolazione, poco importa se causando ai cinesi seri problemi di salute; nella gestione dell'economia, della burocrazia, dell'esercito, ecc, i cinesi si avvalgono di tecnologie americane, in mano a società americane, e anche in questo caso le autorità cinesi non possono farci nulla perchè l'alternativa a questa strada sarebbe quella di metterci il doppio del tempo nello svilupparsi: un esempio su tutti, i software usati dall'immensa amministrazione pubblica cinese li fornisce la Microsoft, il software libero che lo usino i piccoli paesi africani. In cambio di tutte queste cose, la Cina ha erogato e investito negli Usa montagne di dollari, che i neoconservatori americani hanno usato per pagare i propri disegni espansionistici a livello mondiale (la Cina è il primo creditore mondiale degli Usa) e ha quindi la necessità di far sì che gli Usa restino forti se vuole che questi possano un giorno ripagarle tutti questi soldi. L'economia cinese è imbrigliata dai negozi Walmart, anch'essi americani. Per non parlare di questioni come Taiwan, intorno al quale passano le navi cinesi che permettono al dragone rosso di mantenere viva la sua florida bilancia commerciale, e che è una sorta di postazione avanzata americana affacciata sulla Cina: si potrebbe quasi dire che gli americani tengano il drago per le palle. Sul fronte militare, fermo restando che l'elettronica indispensabile al funzionamento di un qualsiasi esercito e soprattutto di quello cinese che è di 2,3 milioni di unità la passano le società americane, la Cina non è ancora in grado di impensierire del tutto gli americani e perchè questo avvenga, alle attuali condizioni, serviranno almeno altri dieci anni. Al momento la stessa potenza nucleare cinese è irrisoria, se confrontata a quella americana, e si avvale di pochi missili balistici nucleari intercontinentali e di un solo sommergibile nucleare. La Cina è un attore fondamentale a livello asiatico, dove può giocare il ruolo di padrone del continente, ma perchè possa definirsi una potenza a livello mondiale le occorrono ancora degli anni, appunto una decina circa.
    Diverso è invece il discorso della Russia: dipinta come "paese in rovina" dai media tradizionalmente allineati se non addirittura di proprietà delle corporations Usa, al punto che tutti immaginano la Russia come una nazione irrimediabilmente perduta, essa possiede al contrario la maggior parte delle ricchezze e delle risorse mondiali: il 13% delle riserve di petrolio, il 32% di gas naturale, il 30% di carbone e la più grossa produzione mineraria di ferro al mondo pari a 101400 Mt all'anno. La Russia è leader nella produzione di alluminio, stagno, titanio, tantalio, niobio, e nelle attività minerarie di terre rare; possiede un terzo dei giacimenti d'oro nel mondo, il 10,2% di platino e il 50% delle riserve mondiali di diamanti. Inoltre la Russia costruisce ed esporta tutti i tipi di macchinari dal laminatoio all’aeromobile ad alta prestazione e veicoli spaziali, navi, treni, automobili, apparecchiature per le comunicazioni, macchinari agricoli, attrezzature per l’edilizia e per generare l’energia elettrica, strumenti medici e scientifici, beni di consumo non deperibili, prodotti tessili e alimentari. Per i suoi 17.075.400 km quadrati la Russia è due volte la massa di terra di tutti i 50 Stati Uniti ed è il più grande paese su tutta la terra; ha il 20% della provvista del mondo di acqua disgelata, incontaminata, pura. Solo nel lago Baikal e nella regione siberiana si trova la più ampia area coperta da foresta della terra, un 750 milioni di ettari stimati.
    Sotto il profilo militare, la Russia ha un 1.520.000 di personale attivo con compiti militari, di cui il 78,2% nell'esercito, il 13,2% nella marina militare e l'8,6% nell'areonautica. Anche se le capacità militari si sono notevolmente ridotte rispetto all'epoca sovietica, a causa dei minori stanziamenti seguiti alla crisi economica che seguì la fine del comunismo, negli ultimi anni la Russia ha riguadagnato terreno sia sul fronte delle tecnologie sia sul fronte degli investimenti militari, raggiungendo livelli d'eccellenza. Nel 2002 (sono passati quattro anni da allora) il Cremlino ha dichiarato di essere in grado di schierare un esercito di 38.906.796 uomini, di età compresa tra i 15 e i 49 anni. Oltre alla capacità di combattere una guerra tatticamente massiccia la Russia ha anche 6.000 testate nucleari strategiche, la maggior parte delle quali sono schierate su missili MIRVed da terra posizionati verso gli Stati Uniti. In più, possiede pure una flotta immensa di sottomarini nucleari capaci, dagli oceani del pianeta, di portare con le atomiche l’America all’oblio.

    (Nella foto, un missile balistico russo a testata nucleare modello MIRVed)
    Da quando Bush ha rubato la carica ad Al Gore nel 2000, i Russi non hanno creduto ai neoconservatori e al loro piano di dominare la terra sia economicamente che militarmente. Le genti russe non si piegheranno mai ai neoconservatori e la Russia è l’unico paese rimasto sulla terra con la capacità e la volontà di resistere all’America: lo dimostrano le ingenti manifestazioni anti americane che hanno percosso la Crimea (la cui popolazione è a maggioranza russa) quando il governo della coppia Yushenko - Timoshenko ha aperto l'area alle basi Nato. La Nato alla fine fu costretta ad abbandonare la Crimea, mentre le popolazioni slave festeggiavano l'accadimento con i canti della vittoria della Seconda Guerra Mondiale, e la Rada, il parlamento locale, proclamava tutto il territorio della Crimea "Nato free".
    Sebbene il presidente della Russia, Putin, saggio e astuto, si mostri amichevole con Bush, le sue azioni parlano più delle sue parole. Se non fosse per la Russia, l’America si sarebbe già avviluppata sul pianeta e avrebbe schiavizzato i suoi abitanti. Poiché la Russia sta fornendo le armi ai paesi del mondo che hanno bisogno di difendersi dall’America, per i neoconservatori non è stato possibile reprimere, uccidere e distruggere gli indifesi come avrebbero voluto. Se non fosse stato per la Russia, l’America avrebbe annientato facilmente gli iracheni e rubato il loro petrolio. La Russia ha fornito le genti irachene di occhiali ad intensificazione di luce notturna, dell’equipaggiamento di interferenza radar, di lanciagranate e lanciarazzi (RPGs), di fucili da cecchino Dragonov, del famoso fucile russo da battaglia AK47, della mitragliatrice pesante DShK Soviet 12.7 mm, di molte altre armi e letteralmente di tonnellate di munizioni.


    (Un iracheno esibisce il suo AK47 dopo l'abbattimento di un elicottero Usa nei primi giorni dell'aggressione americana all'Iraq)
    Israele avrebbe avuto vita molto più facile nella sua ultima guerra contro il Libano ed avrebbe ucciso la popolazione libanese se non fosse stato per i missili Metis-M, Sagger AT-3, Spigot AT-4 e Kornet AT-14 prodotti dalla Russia e che il Libano ha utilizzato piuttosto efficacemente per distruggere i carri armati e gli elicotteri israeliani.
    Un altro episodio significativo è dato dal Venezuela: Quando il regime di Bush dichiarò apertamente di avere l’intenzione di uccidere Hugo Chavez, (il presidente del Venezuela eletto democraticamente) e di impadronirsi delle risorse petrolifere dei venezuelani, sembrava che nessun paese osasse opporsi all’impero e mettersi in difesa del Venezuela. Nonostante il Venezuela avesse un vasto esercito di quasi un milione di cittadini spinti dal desiderio di combattere per difendere il loro paese, non avevano armi. La Russia e il presidente Putin, si fecero avanti e vendettero al Venezuela 100.000 fucili d’assalto AK-103 e acconsentirono ad aiutare il Venezuela a costruire una fabbrica per produrre più fucili ed un’altra per fabbricare munizioni di 7,62 mm per i loro nuovi fucili. La Russia acconsentì ad inviare 38 elicotteri da battaglia Mi-17V-5 e elicotteri Mi-35M da supporto fuoco, oltre all’accordo di fornire aeri da caccia multiruolo Su-30MK2. Ora sarà impossibile per il regime americano fare strage della popolazione venezuelana e derubarla. Sarà impossibile per le società americane entrare in Venezuela e schiavizzarne la gente.
    Come "l’impero del male" cercherà di mettersi in azione per uccidere, derubare e schiavizzare, ogni volta incontrerà della resistenza perché c’è un paese ad aiutare gli indifesi e i deboli del mondo, e questo paese è la Russia.

    October 18

    Bush: difendere l'impero in "cielo terra e mar"

    Bush ne ha combinate altre due delle sue. Mentre in Iraq gli americani continuano a morire (più di 3000, ma gli iracheni passati a miglior vita sono già 360mila stando alle ultime fonti), mentre si inasprisce il confronto con russi e cinesi per il controllo dell'Asia Centrale e dello spazio ex sovietico circostante alla Russia, mentre la politica di sanzioni alla Corea del Nord divide l'ONU, suscita le tentazioni nucleari di Corea del Sud e Giappone e spinge a una nuova catastrofe umanitaria il paese asiatico, giungono da Washington due notizie destinate a segnare il futuro della democrazia americana più del Patriot Act e delle vergogne di Guantanamo e di Abu Grahib. Viene cancellato l'Habeas Corpus, e si crea così una nuova contraddizione con i principi idealistici della Costituzione Americana: per difendere la sicurezza nazionale, gli USA potranno arrestare chiunque in qualunque parte del mondo, senza rivelargli i capi di imputazione, e interrogandolo ricorrendo a forme di tortura come la privazione del sonno, l'ipotermia, e tutti quei metodi che un tempo si applicavano alla Lubianka e ora, da qualche anno a questa parte, anche alla Casa Bianca (ma si usavano anche prima...). La CIA potrà tenere prigioni segrete a giro per il mondo e raggiungerle con voli altrettanto segreti; insomma, si conferma la tesi di "sovietizzazione" degli USA (nel senso di "stalinizzazione") avanzata da Eric Margolis nel "Toronto Sun". La reazione spropositata ai fatti dell'11 settembre snatura la democrazia americana, ne ricacciano i valori a un solo esercizio teorico, riducendola nella pratica a un regime semibarbaro non molto diverso da quelli che si proclama di combattere. Quel che è peggio è che ciò non avviene casualmente, ma secondo un preciso disegno oligarchico-autocratico che vede il gruppo Bush e i suoi accoliti come esecutori e beneficiari. E poi si parla di Putin...
     
    Un altro colpo grosso Bush l'ha fatto annunciando i futuri piani americani per lo spazio. Monopolio assoluto per gli USA, anche se si incoraggia l'iniziativa privata (i costi della NASA sono sempre più proibitivi, e allora se qualche privato, purchè americano, si fa avanti, ben venga). Guai se altri paesi proveranno a mettere in discussione che lo spazio è la "nuova frontiera" appartenente unicamente agli USA; immediate, come era ovvio che dovesse succedere, le polemiche a livello internazionale. Infatti la possibilità che gli USA vogliano il monopolio dello spazio per realizzarvi la propria supremazia militare è tutt'altro che peregrina; Bush stesso si era fatto eleggere, nel 2000, con l'annuncio di voler riprendere il programma di "guerre stellari" (SID) iniziato da Reagan negli anni '80, ai tempi della Guerra Fredda, e poi rimasto interrotto con la fine dell'Unione Sovietica. La Casa Bianca ha smentito di avere strategie militari per l'immediato riguardanti lo spazio, ma ha contemporaneamente ammesso di potervi ricorrere in futuro. La motivazione del nuovo programma per lo spazio di Bush trova ragioni nella valenza che esso ha ormai per la difesa e l'economia degli USA; e difatti, in un quadro internazionale che vede l'economia statunitense e il potere del dollaro perdere terreno, riservarsi l'esclusiva per lo spazio con tutta l'importante industria che vi gira intorno è importantissimo. Non è poi un mistero che i cinesi, negli ultimi anni, abbiano portato avanti ambiziosi programmi di "colonizzazione spaziale" in parte complementari a quelli russi ed europei. Indubbiamente lo spazio sarà uno dei terreni di scontro fra le grandi potenze del prossimo futuro.

    Aggiornamento sugli imprevisti latinoamericani

    In Ecuador i risultati che apparivano scontati ieri tramite il conteggio rapido dei voti effettuato dall'impresa brasiliana E-vote oggi risultano del tutto sballati dopo una notte di conteggio manuale effettuato dai tribunali elettorali di ogni provincia: stando al 40,87 dei voti finora scrutinati, il milionario Alvaro Noboa sarebbe il primo col 25,21% dei voti contro il 25,03% dell'izquierdista Rafael Correa. Seguono, ribaltati anch'essi in quanto a rapporti di forza, Gilmar Gutiérrez col 15,70% e il socialista Leon Roldos col 15,41%. Secondo voci governative, l'impresa brasiliana E-vote aveva garantito di fornire le prime percentuali sull'elezione del presidente e dei deputati a due ore dalla chiusura dei seggi elettorali nella stessa domenica, tuttavia il suo sistema di calcolo si era bloccato a mezzanotte dopo aver macinato il 75% dei voti. Preso atto del "collasso", come è stato denominato dal presidente del Tribunale, l'organismo elettorale ha così deciso di sospendere il contratto con l'impresa e di pagare la penale di 5,2 milioni di dollari.
    Dite quel che vi pare, ma quando c'è di mezzo l'elettronica e il riconteggio dei voti in fretta e furia, i dubbi sulla serietà del voto fioccano come i funghi dopo un'abbondante pioggia autunnale. Mi viene in mente il recente episodio del Messico, un'altra "elezione scippata". E infatti, dice l'ANSA Ansalatina: "Tras los problemas con el conteo, unas 200 personas protestaron ayer en las afueras del Tribunal electoral de Ecuador, contra las irregularidades en el procesamiento de votos, por lo que el gobierno dispuso que se incrementen las medidas de seguridad para apoyar la labor del organismo."

    A Buenos Aires tale era l'entusiasmo e la commozione per il ritorno alla luce della salma di J. D. Peron, che il trasporto del padre della Patria si è trasformato in un autentico incidente. I due principali sindacati peronisti hanno forzato la barriera creata dalle forze dell'ordine insieme al resto della folla, già delirante. Questo episodio ricorda un po' i funerali, avvenuti 34 anni dopo la rivolta ungherese del '56, di Imre Nagy, giustiziato dai sovietici dopo la repressione di Budapest perchè aveva preso troppo alla lettera il concetto di "destalinizzazione". Oppure il ritorno della salma di Napoleone in Francia, avvenuto in tempi in cui la telecamera ancora non era stata inventata, ma che gli storiografi assicurano essere stato festeggiatissimo.

    A Nuova York invece la situazione continua ad essere nebulosa. Il Palazzo di Vetro rimane diviso sull'assegnazione del seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza al Guatemala o al Venezuela. Domani, alle 10 ora locale di Nuova York, si ripeterà la votaziones segreta; al momento il Guatemala tiene 33 voti di vantaggio sull'avversario, per un totale di 110 contro 77. Lo scontro fra Caracas e Washington è totale, con quest'ultima che appoggia scopertamente le diplomazie dei paesi centroamericani. Tuttavia gira un'insicurezza di fondo nella compagine filostatunitense: l'ambasciatore del Guatemala all'ONU, Jorge Skinner Klee, ha assicurato che il suo paese manterrà la candidatura, anche quando non riuscirà ad ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria all'elezione nel Consiglio di Sicurezza: "Tenemos 33 votos de ventaja, no es momento de pensar en abandonar la carrera".

    October 17

    America Latina: alla ricerca di identità e stabilità

    In Argentina il governo di Nestor Kirkhner è deciso a riportare il paese agli antichi fasti di quando, con Juan Domingo Peron e la sua First Lady Evita, dava da mangiare a mezzo mondo ed era uno dei principali granai. L'opera è giunta a buon punto ma, raggiunta la stabilità politica e sociale, ripagato per intero tutto il debito, costretto persino lo spietato FMI a mettersi in ginocchio dinanzi al governo di Buenos Aires e ad umiliarsi davanti alla popolazione che aveva potuto affamare impunemente ai tempi di Menem, adesso bisogna pensare anche all'immagine. Giunge oggi da Buenos Aires la notizia che il corpo di Juan Domingo Peron sarà trasferito in un nuovo mausoleo appositamente dedicatogli, nella periferia della capitale, a San Vincente, a 60 km a sud. Là i suoi resti potranno ricongiungersi a quelli della sua seconda sposa Eva, dopo aver riposato per 33 anni nel cimitero cittadino de La Chacarita. E' un simbolo della Nazione, come Mao per la Cina Popolare, Lenin per la Russia, Chang Kai Shek per la Cina Nazionalista, Ho Chi Minh per il Vietnam, Pilsudsky per la Polonia, Kekkonen per la Finlandia, Senghor per il Senegal, persino Kim Il Sung per la Corea del Nord; e così via. E si sa, le icone, specie per un paese che sogna il riscatto, sono beni che conoscono una profonda rivalutazione.
     
    In Ecuador domenica scorsa invece ci sono state le elezioni governative. Stando ai dati provenienti dal Tribunal Supremo Electoral di Quito, il candidato izquierdista Rafael Correa si colloca primo, con il 25,22% dei voti, superando per un margine scarso il suo principale rivale, il multimilionario Alvaro Noboa, che ha il 25,01%. Seguono il socialista Leon Roldos con il 15,96% e Gilmar Gutiérrez, fratello del vecchio presidente Lucio Gutiérrez, con il 15,26%. Va però detto che al momento sono stati scrutinati solo il 50,92% dei voti, pari a 18643 sezioni su un totale di 36613. E' un piccolo paese l'Ecuador, ma è il più sviluppato fra quelli dell'ambito andino dopo il Cile, e potrebbe quindi costituire un ulteriore e interessante tassello da aggiungersi a un continente, quello sudamericano, che si va tingendo sempre più di rosso, con il Cile di Michelle Bachelet, la Bolivia di Morales, il Venezuela di Chavez, l'Argentina di Kirkhner, e così via. Si vedrà come andrà a finire.
     
    Intanto, all'ONU continua duro il confronto fra Venezuela e Guatemala per l'assegnazione di un seggio nel Consiglio di Sicurezza: dietro al primo ci sono i paesi latinoamericani (e non solo) ostili all'invadenza degli USA, che aspirano a un nuovo ordinamento mondiale, non solo da un punto di vista politico ma soprattutto in termini economici e sociali. Dietro al secondo invece c'è la vecchia tradizione USA di considerare l'America Latina, soprattutto quella istmica, come il proprio giardino di casa; il Guatemala è uno degli ultimi alleati degli statunitensi nella regione, e nel Consiglio di Sicurezza per gli USA equivarrebbe ad un secondo voto da aggiungersi al proprio. Ma è anche un paese travolto da una cronica guerra civile, col governo che controlla soltanto il territorio circostante alla capitale e niente più, mentre tutto il resto del paese versa nell'anarchia più totale. E', insomma, un paese che sarebbe meglio se fosse oggetto di una riunione del Consiglio di Sicurezza, piuttosto che esserne membro... Ma anche per questo motivo è più controllabile e quindi più funzionale agli interessi degli USA nel Consiglio di Sicurezza; il lavorio diplomatico che è stato svolto da parte della Casa Bianca per assicurare al Guatemala la vittoria nella votazione per l'assegnazione del seggio di membro biennale del Consiglio di Sicurezza è stato intenso. E infatti i risultati si vedono: alla sedicesima votazione ancora non è stato deciso il vincitore del confronto Guatemala - Venezuela (quando quest'ultimo era dato per largamente favorito), con una votazione rispettiva di 108 contro 76. Difficilmente i sogni degli Stati sudamericani di mandare Caracas al Consiglio di Sicurezza ONU potranno realizzarsi, ed innegabilmente è un'opportunità persa per tutto il Continente.
     
    October 16

    Preparativi di guerra e di complotto 3: Ma la Corea è credibile come minaccia nucleare?

     
      USA DI SELING S. HARRISON
    MSNBC

    È proprio Kim Jong Il a provocare una crisi regionale? Una considerazione esclusiva di quello che Pyongyang veramente ricerca.

    Il 19 settembre 2005, la Corea del Nord ha sottoscritto un accordo sulla denuclearizzazione, ampiamente sbandierato, con Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud.
    Pyongyang si impegnava ad “abbandonare qualsiasi armamento di tipo nucleare e i programmi nucleari esistenti.” D'altro canto, Washington si impegnava con la Corea del Nord a “rispettare in modo vicendevole la sovranità, la coesistenza pacifica, e di compiere passi per normalizzare le loro relazioni.” Quattro giorni dopo, il Ministero del Tesoro USA imponeva indiscriminatamente sanzioni finanziarie contro la Corea del Nord destinate a tagliar fuori questo paese dall'accesso al sistema bancario internazionale, marchiandolo con l'accusa di “stato criminale” per contraffazione e riciclaggio di denaro e per traffico di armi di distruzione di massa (1)

    A seguito, L'atomica coreana? E' un solo albero dentro la foresta del riarmo nucleare dell'Asia e soprattutto del Giappone (Dossier a cura di www.contropiano.org/); Un bagliore nel buio (Alex Lattanzio; Bollettino Aurora)

    L'amministrazione Bush affermava che questa successione di accadimenti era una pura coincidenza. Qualsiasi sia la verità, ho potuto riscontrare in un recente viaggio a Pyongyang che i dirigenti della Corea del Nord hanno considerato le sanzioni finanziarie come la lama tagliente di un tentativo calcolato di elementi dominanti nell'amministrazione per troncare alla base gli accordi del 19 settembre, per schiacciare il regime di Kim Jong e in conclusione provocare il suo collasso.
    Le mie conversazioni hanno fatto chiarezza sul fatto che i test missilistici Nord-Coreani di luglio e la minaccia dell'ultima settimana di condurre un esperimento con esplosione nucleare in una data non specificata, “in futuro”, sono stati direttamente provocati dalle sanzioni USA. Agli occhi dei Nord-Coreani, questa pressione si deve accompagnare con la pressione per mantenere l'onore nazionale e, se tutto va bene, per dare slancio a nuovi negoziati bilaterali con Washington che possano alleggerire la stretta finanziaria. Quando ho messo in guardia dai test nucleari, dichiarando che questi avrebbero rafforzato a Washington gli oppositori ai negoziati, diversi funzionari di alto grado mi hanno replicato che tattiche “soft”, leggere, non avrebbero dato buon esito e che loro non avevano nulla da perdere.

    Non era un segreto per i giornalisti che avevano seguito i negoziati del settembre 2005, o per i Nord-Coreani, che l'accordo era aspramente avversato all'interno dell'amministrazione e che aveva rappresentato una vittoria per i fautori di un avvicinamento alla Corea del Nord conciliante, rispetto ai proponenti di “un cambiamento di regime” a Pyongyang. Il capo dei negoziatori USA, Christopher Hill, doveva fronteggiare la dura opposizione di membri chiave della sua stessa delegazione ad ogni passaggio della trattativa.
    In modo particolare veniva tormentato da Victor Cha, direttore per gli Affari Asiatici presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale e da Richard Lawless, sottosegretario alla Difesa, dato che Hill aveva convenuto di condurre intense trattative bilaterali con la Corea del Nord a Beijing, prima dei negoziati a sei (2). A loro modo di vedere, colloqui bilaterali equivalevano ad un implicito riconoscimento diplomatico, e i “passaggi per normalizzare le relazioni” previsti dagli accordi avrebbero legittimato un regime canaglia. Quando Hill aveva offerto un pranzo in Beijing al capo delegazione dei negoziatori Nord-Coreani, il Vice Ministro degli Esteri Kim Gye Gwan, Cha e Lawless si rifiutarono di intervenire. Quando venne concluso un accordo di massima, costoro tennero bloccato il documento finale per tre giorni, cercando senza successo di indurre la Casa Bianca ad insistere per termini più duri. La questione finalmente fu portata a risoluzione solo quando la Cina aveva fatto insistenze per il rispetto dell'accordo abbozzato.

    Durante le sei ore di intensi scambi di opinione reciproci con Kim Gye Gwan, nel suo ministero e in due colazioni di lavoro a confronto diretto con la sola presenza di un interprete, egli continuava a ripetermi: “Come potete aspettare che noi ritorniamo a negoziare, quando risulta chiaro che la vostra amministrazione è paralizzata da divisioni tra coloro che ci hanno in odio e coloro che desiderano trattare seriamente? L'anno scorso, nello stesso momento in cui eravamo impegnati in una lunga trattativa di questo tipo, la vostra parte stava progettando per le sanzioni. Cheney aveva fatto questo per impedire ulteriormente il dialogo che ci avrebbe portato ad una coesistenza pacifica. Anche molti dei vostri dirigenti, perfino il Presidente, hanno manifestato il proposito di un cambiamento di regime. Noi abbiamo concluso che la vostra amministrazione è disfunzionale!”

    Ad un certo punto del nostro pranzo di commiato, il 22 settembre, Kim non stava più nella pelle ed esprimeva un commento esplicito che chiaramente prefigurava la minaccia del Ministero degli Esteri a portare avanti un test nucleare. "Noi realmente desideriamo coesistere in pace con gli Stati Uniti,” egli affermava, “ma voi dovete imparare a coesistere con una Corea del Nord che possiede armi nucleari. Voi avete imparato a convivere con altre potenze nucleari, e allora perché non con noi?” Io replicavo, “Quello che non si fa sentire, è come voi siete effettivamente impegnati a denuclearizzare.” “Lei mi fraintende,” mi rispondeva. “Noi, senza alcun dubbio, siamo pronti ad adempiere agli accordi del 19 settembre, gradualmente, ma non vogliamo smantellare completamente e in via definitiva il nostro programma di armi nucleari, fin tanto che le nostre relazioni con gli Stati Uniti non siano del tutto normalizzate. Questo avrà bisogno di qualche tempo, e fino a che noi raggiungiamo l'obiettivo finale, dobbiamo trovare un modo di coesistere.”

    La Corea del Nord è divisa fra i falchi che preferiscono le armi nucleari e i pragmatisti che stanno premendo per riforme economiche e per un accordo di denuclearizzazione con gli Stati Uniti. Proprio come l'impegno politico perseguito dall'amministrazione Clinton rafforzava i pragmatisti, così lo slittamento di Bush verso una politica per un cambiamento di regime ha dato vigore alle iniziative dei falchi.

    Le sanzioni finanziarie sono veramente pesanti. In realtà, gli Stati Uniti hanno chiesto a tutte le banche del mondo di non fare affari con la Corea del Nord e di non occuparsi di alcuna transazione che vede coinvolto quel paese. (3) L'amministrazione Bush afferma che questo è necessario per rafforzare le leggi contro il riciclaggio e la falsificazione di denaro e per cercare di mettere un freno a transazioni relative ad armi di distruzione di massa. Ma dichiarazioni da parte di funzionari del Ministero del Tesoro hanno sottolineato che l'obiettivo è quello di tagliar fuori la Corea del Nord da qualsiasi rapporto finanziario con il resto del mondo.

    Il 23 agosto, il sottosegretario al Tesoro Stuart Levey dichiarava al The Wall Street Journal: “Gli USA continuano a raccomandare alle istituzioni finanziarie di valutare con attenzione il rischio di tenere una qualsiasi relazione con la Corea del Nord.”
    Ho riscontrato sollecitazioni della Corea del Nord verso l'area dell'Euro, “confermate da uomini di affari stranieri e da missioni diplomatiche straniere di area Euro”, nelle quali importazioni legittime di attrezzature per l'industria leggera per la produzione di beni di consumo erano state bloccate, dato che le banche non volevano intervenire mettendo mano alle transazioni. “Se gli USA non sono disposti ad abolire ogni sanzione finanziaria,” ha affermato il Ministro degli Esteri Paik Nam Soon, “allora ci devono mostrare in altre maniere che sono pronti a rinunciare alla politica per il cambiamento di regime.”

    Kim Gye Gwan spiegava chiaramente cosa Pyongyang aveva in mente, quando invocava negoziati bilaterali senza precondizioni che portassero ad un pacchetto di accordi che doveva essere seguito dalla ripresa dei colloqui a sei. Ad esempio, egli indicava, gli USA avrebbero dovuto abolire alcune, se non tutte, delle sanzioni in cambio di concessioni Nord-Coreane, come una cessazione della produzione di plutonio nel reattore di Yongbyon, una moratoria dei test missilistici o un impegno a non trasferire armamenti nucleari o materiale fissile per conto terzi. Oppure Washington avrebbe potuto offrire incentivi da negoziarsi, come aiuti energetici e la rimozione della Corea del Nord dalla lista del Dipartimento di Stato dei paesi terroristi in cambio di un compromesso Nord-Coreano sugli aspetti delle sanzioni finanziarie.

    Quanto danno producono le sanzioni? Secondo Pyongyang, queste stanno ostacolando in modo pesante gli sforzi della Corea del Nord di mettere in atto riforme economiche, visto che stanno bloccando il commercio e gli investimenti con l'estero. Stanno rallentando la crescita economica. Ma non vi sono segnali che le sanzioni stiano indebolendo il regime di Kim Jong Il.

    La Corea del Nord è stabile e a Pyongyang vi è una crescente attività economica, come non ho visto mai; più automobili e biciclette, gente meglio vestita, più ristoranti, più piccoli empori a conduzione familiare, e soprattutto più interesse a far denaro. Questo è il risultato di politiche di riforma che danno più autonomia ed incentivano il profitto per le attività economiche. Solo formalmente tutto è di proprietà dello stato, ma le imprese sono dirette da managers che ritornano allo stato meno di quello che hanno realizzato e possono trattenersi molto di più se fanno profitti.

    In contrasto rispetto a Pyongyang, le campagne sono stagnanti e impoverite in molte aree. Ma questo non influenza la stabilità politica del regime. Il ritenere possibile il cambiamento di regime si è radicato nell'assunto che la Corea del Nord sia un caso economico disperato. Ma invece, il paese possiede importanti risorse naturali, come oro, minerali di ferro e riserve potenziali di petrolio e gas nei fondali marini.

    La Cina costituisce, a Pyongyang, un argomento da trattare con le pinze. I sette funzionari che ho incontrato, compreso il Ministro degli Esteri Paik Nam Soon e il Vice Presidente Kim Yong Dae, tutti hanno cambiato argomento quando li ho interpellati sulle relazioni commerciali e sugli investimenti con la Cina o se le pressioni a Beijing non avessero portato ad un test nucleare. Comunque, in modo significativo, alcuni di loro, parlando non registrati, sottolineavano la “posizione geopolitica strategica”della Corea del Nord e mettevano in evidenza come Pyongyang desiderasse stringere legami con gli Stati Uniti, una potenza lontana, per far fronte a pressioni derivanti dai suoi vicini. Uno di loro mi ha detto: “Sarebbe cosa buona per gli Stati Uniti considerarci come uno stato neutro cuscinetto in quest'area densa di pericoli. Chissà, forse in qualche modo gli Stati Uniti possono trarre vantaggio dai nostri porti e dal nostro sistema informativo, se noi diventiamo amici.”

    La Corea del Sud, come la Corea del Nord, considerano gli Stati Uniti un contrappeso ai loro potenti vicini. A mio vedere, gli interessi strategici di lungo periodo degli USA potrebbero essere agevolati da una fine della politica delle sanzioni, dalla coesistenza con il regime di Kim Jong Il in cambio della sua denuclearizzazione e dall'appoggio ad un avvicinamento conciliatorio di Seoul a Pyongyang, come preludio ad una confederazione Nord-Sud e, nel tempo, ad una Corea unificata.

    Selig S. Harrison, che proprio adesso è ritornato dalla sua decima visita nella Corea del Nord, è direttore del Programma Asia al Centro per le Politiche Internazionali di Washington.

    Selig S. Harrison
    Fonte: http://msnbc.msn.com
    Link: http://msnbc.msn.com/id/15175633/site/newsweek/
    16.10.06

    Scelto e Tradotto da CURZIO BETTIO di Soccorso Popolare di Padova

    Note del taduttore:

    1) Il Tesoro Statunitense aveva preso come pretesto il fatto che il Banco Delta Asia, una banca cinese di Macao, avesse riciclato somme di denaro per conto della Corea del Nord: un'accusa mai suffragata da alcuna inchiesta internazionale. Intimidita da Washington, nel febbraio scorso la banca ha congelato 24 milioni di dollari di attivi Nord-Coreani .

    2) Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti, Giappone, Russia).

    3) Il 19 settembre 2006, Tokyo ha adottato nuove sanzioni finanziarie contro la Corea del Nord, congelando i trasferimenti di denaro verso la Corea del Nord da parte della comunità Nord-Coreana in Giappone, circa 300.000 persone.
     

    Seguono due articoli, uno di Contropiano e uno di Limes, particolarmente illuminanti:

    L'atomica coreana? E' un solo albero dentro la foresta del riarmo nucleare dell'Asia e soprattutto del Giappone

    Dossier a cura della redazione di Contropiano (www.contropiano.org/)

    C'è da rimanere impressionati dalla manipolazione della realtà a cui stiamo assistendo nell'analisi e nell'informazione sulla crisi nucleare in corso con la Corea del Nord. Questa manipolazione tende a piegare la realtà dando l'immagine di uno stato canaglia in mano ad una leadership capricciosa, irritabile e inaffidabile. Le c ose non stanno così perchè nessuna leadership scherza con leggerezza sulle armi atomiche. Ma soprattutto si omettono le cause di una tensione nell'area che è venuta crescendo (con scarsa attenzione) negli ultimi anni dovuta ad una accelerazione impressionante del riarmo, della nuclearizzazione e della politica aggressiva del Giappone nell'area asiatica.

    In questo piccolo dossier riportiamo - prendendoli da fonti insospettabili - alcuni documenti che pure hanno circolato e che sono a disposizione di giornalisti, uomini politici, diplomatici etc.. Ne abbiamo fatto una sintesi e ne abbiamo sottolineato i passaggi significativi che sono sotto gli occhi di tutti. Le fonti sono un saggio apparso sul nr. 1/1999 della rivista Limes, dedicato a "Asia Maior" curato da Paolo Cotta-Ramusino e Maurizio Martellini e il sito www.paginedidifesa.it vicino allo Stato Maggiore Difesa italiano. In più vi rinviamo ai numeri 1/1998 e 2/1999 di Contropiano (scaricabili in Pdf dall'archivio del nostro sito) e vi abbiamo aggiunto una scheda cronologica dei maggiori incidenti accaduti tra il 2003 e il 2006 nelle centrali nucleari giapponesi.

    I dati che si ricavano sono impressionanti (es. la potenza nucleare della Corea del Nord è trentacinque volte inferiore a quella del Giappone) e rivelano come gli esperti della regione asiatica, già da tempo avessero colto la questione più rilevante cioè il riarmo e la nuclearizzazione del Giappone. La nostra posizione è nota: siamo per il disarmo nucleare globale e lo smantellamento delle armi atomiche chiunque le possieda. Per sostenere questa tesi siamo stati ai blocchi della base di Comiso nei primi anni Ottanta, abbiamo manifestato alle basi di Aviano, Ghedi, La Maddalena. Sosteniamo le forze che propongono la denuclearizzazione del Medio Oriente e della penisola coreana. Sosteniamo il movimento che chiede lo smantellamento delle novanta bombe nucleari operative tuttora installate in Italia (ad Aviano e Ghedi).

    Ma se in Asia la crisi nucleare precipiterà che almeno si sappia che la Corea del Nord non è la sola responsabile e che l'escalation della guerra preventiva (oggi sostenuta pubblicamente anche dal Giappone) è la causa e non la conseguenza del riarmo di alcuni paesi minacciati dall'imperialismo statunitense e dai suoi alleati. La crisi nucleare con l'Iran - così come quella con la Corea delNord - sono emblematici di questa realtà.

    La redazione di Contropiano

    Scrivono nel loro saggio su Limes "La bomba virtuale: a che serve il plutonio giapponese" Paolo Cotta-Ramusino eMaurizio Martellini (n.1/1999)

    Oggi il Giappone è il terzo produttore mondiale di energia nucleare (dopo USA e Francia) con un 30% del fabbisogno energetico coperto dall'energia nucleare. La dimensione del programma nucleare giapponese e' dunque imponente, ma l'interesse per l'energia nucleare non e' limitato al solo Giappone e riguarda, in misura maggiore o minore, numerosi Paesi asiatici che devono fronteggiare un crescente squilibrio energetico. Sullo stato attuale dell'energia nucleare e sugli sviluppi probabili, e' utile confrontare le stime "ufficiali" dei Paesi dell'Asia nord-orientale che prevedano una forte crescita della produzione di energia nucleare (Tabella 1).

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    TABELLA 1

    Dati attuali e previsioni ufficiali sulla capacita' degli impianti nucleari civili nella regione nordorientale dell'Asia, in Giga-Watt (GW).


    1998 2010

    Giappone 45.3 70(*)


    Corea del Sud 12.0 26 (*)

    Corea del Nord 0 2

    Taiwan 5.1 8

    Cina 2.1 20 (*)



    (*) Stime piu' ralistiche appaiono essere: Giappone 55-60 GW, Corea del Sud 23 GW, Cina 10-12 GW

    Dati forniti contenuti nei "Proceedings of the International Symposium on Energy Future in the Asia/Pacific Region" March 27-28 1998 Honululu" e cortesemente forniti da Suzanne Jones (Dept. Nuclear Engineering, UC Berkeley)

    Ciò significa che la Corea del Nord ha una capacità nucleare che è 35 volte inferiore a quella del Giappone (NdR)

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    Il Giappone oggi possiede 55 unita' per la produzione di energia nucleare in 18 localita'. Non possiede tuttavia miniere di uranio e quindi anche il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare e' dipendente dall'importazione di materie prime. Con la motivazione ufficiale di voler ridurre in prospettiva la dipendenza energetica dall'estero il Giappone ha dunque lanciato da tempo un vasto programma per l'acquisizione di larghi quantitativi dell'altro combustibile nucleare cioe' del Plutonio.

    Il plutonio e' un elemento artificiale prodotto in tutti i reattori nucleari dove l'uranio-238 viene trasformato per successiva cattura di neutroni in plutonio di diversi isotopi (239, 240, 241, 242) a seconda dal periodo di esposizione. In un reattore nucleare il combustibile nucleare usato ("spent fuel") consiste in uranio, prodotti di fissione, plutonio. La separazione del plutonio prende il nome di riprocessamento.

    Solo l'isotopo 235 dell'uranio (che costituisce lo 0.7 % dell'uranio naturale) e' sottoposto a fissione nucleare in un reattore "normale" ovvero del tipo LWR (= Light Water Reactors, cioe' reattore raffreddato ad acqua) e dunque solo questo isotopo contribuisce alla produzione di energia.

    Il plutonio (in varie combinazioni di isotopi) puo' essere usato essenzialmente in due modi diversi come combustibile nucleare:

    in ossidi misti di uranio e plutonio (MOX) per certi tipi di reattori LWR al posto dell'ossido di solo uranio
    come combustibile in reattori FBR (Fast Breeder Reactors). In questi reattori il flusso di neutroni veloci prodotto dalle reazioni nucleari del nucleo di plutonio viene assorbito da uno strato di Uranio-238 che si trasforma in plutonio. Questo viene poi riprocessato e rimesso nel nucleo del reattore. In questo modo il FBR trasforma l'uranio 238 in un combustibile nucleare. Anche un reattore LWR produce plutonio, solo che un FBR ne produce molto di piu'.

    Un reattore FBR ha un nucleo molto compatto raffreddato da un metallo liquido che e' di regola il sodio. Questo e' una delle principali sorgenti di problemi per i reattori FBR: perdite di sodio diventano drammatiche perche' questo metallo si incendia a contatto con aria o acqua. Una perdita di sodio implica necessariamente la chiusura per un periodo (in genere lungo) del reattore. L'unico reattore FBR giapponese funzionante (quello di Monju nella prefettura di Fukui) e' stato bloccato a seguito della rottura del sistema di raffreddamento - con perdita di 640 Kg. di sodio -, avvenuta l'8 Dicembre 1995. Da allora il reattore e' fermo e il programma di costruzione di FBR in Giappone sostanzialmente sospeso.

    Nostra scheda redazionale

    I ripetuti incidenti nucleari nelle centrali del Giappone confermano una accelerazione forzata del processo di nuclearizzazione del paese. Vediamo la cronologia:
    4 luglio 2003
    Un incidente di dimensioni e danni ancora ignoti è avvenuto stamani poco prima delle 12.00 locali (05.00 italiane) nella centrale giapponese di Tsuruga sul mar del Giappone dotata di un prototipo di reattore nucleare di nuovo tipo Fugen.

    Agosto 2004

    Tre incidenti alle centrali atomiche in Giappone, uno dei quali è costato la vita a 4 persone,.

    17 maggio 2006 .

    Incidente nucleare in Giappone dovuto a una fuga radioattiva: è avvenuto nella ex centrale di Mihama, nella provincia occidentale di Fukui. La centrale era stata chiusa nel 2004 dopo una sciagura in cui quattro operai erano morti e altri sette erano rimasti feriti.

    Il Giappone ha dunque pianificato da molto tempo l'accumulo di un gran quantitativo di plutonio ottenuto sia da impianti di riprocessamento costruiti in Giappone che dal riprocessamento del combustibile nucleare giapponese effettuato in impianti europei.

    Nella tabella, si riportano l'evoluzione della disponibilita' di plutonio giapponese gia' riprocessato (separato). La disponibilita' totale comprende sia il plutonio collocato in Giappone, che quello collocato in Europa (Francia e Gran Bretagna).



    Evoluzione delle disponibilita' di plutonio giapponese (in tonnellate)


    Disponibilita' totale Plutonio collocato in Giappone

    fine 1993 10.9 4.7

    fine 1994 13.1 4.6

    fine 1995 16.1 4.7

    fine 1996 20 5

    fine 1997 24 5


    Fonti: elaborazioni varie basate su dati della STA (Science and Tecnology Agency) giapponese (2)


    Se l'accumulo giapponese di plutonio e' impressionante e senza paragone con nessun altro paese che non possegga armi nucleari, meno chiaro e' il significato complessivo di tale accumulo. Innanzitutto esiste oggi a livello mondiale un surplus di plutonio (dovuto tra l'altro allo smantellamento delle testate nucleari) e quindi il costo del riprocessamento del plutonio e' scarsamente giustificabile. Poi il Giappone ha pianificato l'accumulo di larghi quantitativi di plutonio in previsione di un ampio piano di costruzione di reattori FBR che e' sostanzialmente bloccato.

    Infine il riprocessamento del plutonio non elimina il problema delle scorie nucleari, semplicemente crea diversi tipi di scorie nucleari con i ben noti problemi connessi. Ma il problema specifico di cui vogliamo discutere e' la relazione tra un economia basata sul plutonio e la proliferazione nucleare.

    L'isotopo di elezione per la costruzione di bombe nucleari e' l'isotopo 239. Il plutonio si dice weapon-grade se ha un contenuto superiore al 93% di isotopo 239. Tipicamente il plutonio riprocessato dal combustibile di un impianto nucleare civile ha un contenuto di isotopo 239 dell'ordine del 60% e si dice reactor-grade.

    Ora tutti gli isotopi del plutonio, con la sola eccezione dell'isotopo 238, possono essere usati per produrre armi nucleari. La costruzione di armi nucleari con plutonio reactor-grade e' in genere meno efficiente (o piu' difficile) dato l'alto grado di fissione spontanea dell'isotopo 240 che puo' ridurre la potenze esplosiva iniziando la reazione a catena prematuramente.

    Tuttavia il plutonio reactor-grade puo' essere utilizzato sia da un gruppo di tecnici non sofisticato nella produzione di un ordigno rudimentale della potenza di qualche kiloton o anche da un paese tecnologicamente avanzato nella produzione di armi sofisticate e potenti sostanzialmente con le le stesse caratteristiche di quelle che utilizzano plutonio weapon-grade (3).

    E' opportuno ricordare che si puo' costruire una bomba nucleare con 1-6 Kg. di plutonio weapon-grade e probabilmente con meno di 10 Kg. di plutonio reactor-grade. Dunque i quantitativi di plutonio accumulati dal Giappone (25 tonnellate di plutonio e altrettante in arrivo nei prossimi anni) appaiono decisamente significativi e comunque sufficienti a costruire molte centinaia di testate.

    A questo bisogna aggiungere che il Giappone possiede un struttura tecnologica particolarmente avanzata, che lo metterebbe in grado, se necessario, di procurarsi una forza nucleare consistente con un preavviso di pochi mesi se non poche settimane. A questa forza nucleare potrebbe con altrettanta facilita' accoppiarsi una forza missilistica considerevole.

    Dunque lo stato del Giappone e' quello di potenza nucleare virtuale; possiede il materiale fissile, le conoscenze tecnologiche, la struttura industriale per diventare rapidamente una potenza nucleare. Si puo' paradossalmente anche definire il Giappone come una potenza nucleare in uno stato di zero allerta, in cui cioe' le testate nucleare sono totalmente disassemblate e separate dai missili.

    Quello che manca perche' il Giappone diventi una potenza nucleare effettiva e' una decisione politica in tale senso. Come e' ben noto, ora tale decisione politica non c'e' e quindi la capacita' nucleare militare del Giappone resta interamente virtuale.

    Due punti occorre sottolineare:

    - quanto detto prima e' perfettamente compatibile con il fatto che il Giappone e' estremamente scrupoloso nel rispetto delle normative internazionali per il controllo del materiale nucleare e nella cooperazione con i vari organismi internazionali di controllo, in primis con l'IAEA.
    - la posizione del Giappone come potenza nucleare virtuale non e' unica all'interno dei paesi tecnologicamente avanzati. Analogo discorso si potrebbe fare, ad esempio, per la germania o per altri paesi dell'Europa occidentale. Tuttavia quello che caratterizza il Giappone e' da un lato il grande quantitativo di plutonio accumulato e dall'altro la posizione geostrategica del Giappone che e' diversa e, sotto molti aspetti, piu' critica di quella, ad esempio, dei paesi europei. Si pensi alla minaccia missilistica e nucleare della Corea del Nord, alla presenza di un una grande potenza nucleare come la Cina che compete con il Giappone sul piano economico, sul piano dell'acquisizione di risorse energetiche e con cui i rapporti sono caratterizzati da difficolta' di varia natura compresi alcuni problemi lasciati irrisolti dai tempi dell'ultimo conflitto sino-giapponese.

    In ultimo vorremmo osservare come lo sviluppo di un esteso ciclo del plutonio ponga intrinsecamente problemi a proposito della proliferazione nucleare.

    Innanzitutto i rischi connessi al furto o al trafugamento del materiale nucleare fissile aumentano con l'aumentare del materiale fissile immediatamente usabile nella preparazione di bombe. Poi la diffusione del ciclo del plutonio puo' indurre gli altri paesi della regione a lanciarsi nella strada del riprocessamento del plutonio, indipendentemente dalla convenienza economica, per un effetto imitativo motivato dal desiderio di acquisizione di prestigio tecnologico e politico. Emblematico in questo senso e' il desiderio della Corea del Nord di acquisire una capacita' nucleare civile (si ricordi l' "agreed framework" tra USA e Corea del Nord del 1994).

    In un articolo pubblicato sul numero di luglio agosto 1998 della rivista "Foreign Affairs" l'ex primo ministro giapponese Morihiro Hosokawa sostiene la necessita' generale di una riduzione della presenza di truppe americane in Giappone e, allo stesso tempo, sottolinea "E' interesse degli Stati Uniti quello di mantenere la sua allenza col Giappone e continuare a provvedere un ombrello nucleare, se non vuole che il Giappone si ritiri dal trattato di non-proliferazione e sviluppi il proprio deterrente nucleare".

    La possibilita' di costruire un deterrente nucleare autonomo e' stata in passato presa variamente in considerazione, in Giappone come in molte altri Paesi.

    Interessante e' una dichiarazione rilasciata da un alto funzionario del Ministero degli esteri giapponese, riportata nel 1992 dal giornale Asahi Shimbun(4):
    " La mia personale opinione e' che il Giappone non dovrebbe abbandonare l'opzione nucleare come sostegno alla sua forza diplomatica. Il Giappone dovrebbe acquisire una capacita' nucleare, ma mantenere una politica non-nucleare per il momento. Per questo il Giappone deve accumulare plutonio e sviluppare la tecnologia missilistica."

    Un argomento che viene spesso riportato a proposito del Giappone e' la cosidetta allergia atomica, cioe' il fatto che, come unico Paese che ha subito un attacco nucleare, il Giappone non potrebbe concepire la costruzione di una forza nucleare. Ora e' evidente che l'opinione pubblica ha una forte ostilita' verso le armi nucleari. Tuttavia nel 1969 un sondaggio condotto dal giornale Yomiuri Shimbun rivelava che solo l'8% degli intervistati credeva che il Giappone non avrebbe posseduto l'arma nucleare nel 2000 (5). Il Giappone ha poi atteso 6 anni prima di ratificare (1976) il tratto di non-proliferazione nucleare. Nel 1995 e cioe' in un clima di dopo guerra fredda, un sondaggio della Nikkei mostrava che l'11% degli intervistati era convinto che il Giappone avrebbe acquisito un arsenale nucleare entro un decennio (5).

    Dunque l'allergia nucleare e' presente in Giappone, ma non e' certo assoluta. Inoltre non e' detto che questa allergia duri indefinitamente, anche quando la generazione cha ha sperimentato direttamente le conseguenze della bomba sara' sparita.

    Tra i possibili elementi che potrebbero spingere il Giappone a considerare una eventuale nuclearizzazione citiamo (6):

    1 - Perdita di fiducia nella protezione nucleare degli Stati Uniti
    2 - Interruzione del processo di disarmo nucleare
    3 - Aggravamento della situazione politico-militare nella area nordorientale dell'Asia.

    Per procedere ad un eventuale nuclearizzazione il Giappone dovrebbe indubbiamente superare molti ostacoli, tra cui il ritiro dal trattato di non-proliferazione e la rinuncia ai "tre principi non-nucleari" (rifiuto di costruzione, possesso e introduzione nel paese di armi nucleari) che sono stati solennemente assunti dalla Dieta nel 1971 come base politica, ma che, si noti, non sono mai stati trasformati in legge (7). La stessa costituzione Giapponese (art.9) non proibisce l'acquisizione di armi nucleari, purche' cio' avvenga con intenzioni puramente difensive.

    Un eventuale cammino verso il nucleare militare dovrebbe prevedere o l'utilizzo del plutonio reactor-grade o, forse piu' probabilmente, la preparazione apposita di plutonio weapon-grade. In entrambi i casi, avverte Kumao Kameko (7), si tratterrebbe di una violazione degli accordi internazionali stabiliti tra Giappone e USA, Canada, Francia, Gran Bretagna, Australia che prevedono un uso esclusivamente pacifico delle tecnologie, degli strumenti e del combustibile nucleare importato dal Giappone.

    L'obiezione comunque piu' forte ad una decisione di nuclearizzazione del Giappone resta comunque una motivazione politica complessiva. La decisione di acquisre armi nucleari non puo' essere certo presa alla leggera da nessun Paese e questo e' vero in particolare per il Giappone.

    Quindi il Giappone oggi si limita a ricordare al mondo e ai Paesi vicini che e' in grado, se necessario, di procedere ad una rapida ed ampia nuclearizzazione. E questo monito e' evidenziato dalle capacita' tecnologiche e sottolineato dalla grande accumulazione di plutonio.

    Come ha detto nel 1993 il Ministro degli Esteri Muto "Se la Corea del Nord sviluppa armi nucleari e diventa una minaccia per il Giappone, prima c'e' l'ombrello nucleare americano su cui possiamo fare affidamento. Se questo non basta, avere la consapevolezza che `noi possiamo farlo' e' importante" (8).
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    Vediamo invece quanto riporta Andrea Tani sul sito www.paginedidifesa.it del 24 giugno 2002


    Secondo l'International Herald Tribune del 13 giugno 2002, il Segretario Generale del Governo nipponico Yasuo Fukuda - personaggio molto influente e ascoltato dell'establishment, una specie di eminenza grigia del Premier Koizumi - è diventato il più autorevole alto funzionario dell'Amministrazione di Tokio ad invocare per il suo Paese, l'unica grande Potenza asiatica a non avere armamento atomico, il superamento del tabù nucleare. Fukuda ha dichiarato che la Costituzione giapponese "non esclude il possesso dell'arma atomica". Aggiungendo che "i tempi sono cambiati a tal punto che si comincia a pensare di rivedere la stessa Costituzione per adeguarla ai nuovi scenari". Gli stessi scenari "potrebbero portare in certe circostanze l'opinione pubblica a richiedere che il Giappone acquisisca una autonoma capacità nucleare", ampiamente a portata della moderna e sofisticata tecnologia dell'industria nipponica (9)

    Si ricorderà che il Paese del Sol Levante è anche quello che possiede il maggior numero di reattori nucleari autofertilizzanti, gli unici in ambito civile a produrre plutonio in quantità ragguardevole. Poiché non si tratta del modo più economico di generare elettricità dall'atomo, è più che evidente che la posizione di Fukuda (che peraltro appartiene ad una importante dinastia politica del suo Paese) viene da lontano e stupisce solo chi vuole stupirsi a tutti i costi. (10)

    Scrive uno dei massimi esperti militari della regione del Pacifico, Paul Dibb, direttore del Centro per gli Studi Strategici di Camberra, "Peace looks fragile in Asia" che, a differenza del teatro europeo, una guerra maggiore fra grandi Paesi è tutt'altro che impensabile in questa regione, che vanta, nel settore militare, un record dietro l'altro. Ospita i maggiori contenziosi fra Stati del mondo contemporaneo: il citato India-Pakistan, l'India-Cina, quelli fra le due Coree e le due Cine (con gli Stati Uniti sullo sfondo di entrambi), la disputa sul petrolio del mar Cinese meridionale, che interessa otto Paesi, l'irrisolta questione delle isole Curili fra Giappone e Russia e, se vogliamo, anche la polveriera mediorientale, che si protende con tutte le sue propaggini dal Maghreb alla Corea del Nord. Insieme a quelli minori si arriva a più di una ventina di conflitti potenziali. (11)

    L'Asia è il più munito campo trincerato del globo, con dieci milioni di soldati in armi. Dal 1985 le spese militari vi sono aumentate del 30%, nonostante la crisi economica del '97-'98. Più della metà dei proliferatori nucleari, chimici e biologici del mondo appartengono a questa area geopolitica. Se si considerano gli Stati Uniti come Paese asiatico ad honorem, per i loro vasti interessi e coinvolgimenti nell'area, fra le prime cinque potenze militari del pianeta, quattro giacciono nella regione. Il Giappone, una di esse, è il secondo o il terzo erogatore di spese per la difesa del mondo, a seconda di come rileggono le cifre russe. Anche se come abbiamo visto possiede solo armamenti convenzionali. A peggiorare le cose, non esistono in questa parte di mondo sistemi collettivi di sicurezza simili alla Nato, né trattati multilaterali per la riduzione delle tensioni (12)

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    NOTE

    (1) Ad esempio nel periodo 1971-1995 la regione OECD del Pacifico (Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda) ha avuto un incremento annuo di domanda energetica del 2.6% confrontato al 1.2% dell OECD - Nord America e al 1.3% dell'OECD - Europa

    (2) Si veda tra l'altro Japan's Nuclear Future, Selig S. Harrison editor, Carnegie Endowment for International Peace (1996), Washington DC e il web site del CNIC (http://www.jca.ax.apc.org/cnic/english/data/)

    (3) US DOE "Non proliferation and Arms Control assessment of Weapons-Usble Fissile Material Storage and Excess Plutonium Disposition Alternatives" USGPO (1997), Washington DC

    (4) Japan's Nuclear Future (op. cit) pag. 76

    (5) citato in K.Calder, Pacific Defense, (1966) W. Morrow & Company

    (6) Questi fattori sono stati esplicitati dal Prof. Fuji Kamiya della Accademia Nazionale di Difesa, come riportato in Bunraku Yoshino "Japan and Energy Security" (address to the Energy Security Group, Council on Foreign Relations, Washington DC March 14, 1995)

    (7) Kumao Kaneko " Nuclear Weapons, Japan and Asian Security" The Tokai University Journal no. 26, pag. 153-170 (1966)

    (8) Japan's Nuclear Future (op.cit) pag. 29
    (9) International Herald Tribune, 13 giugno 2002

    (10) Pagine di Difesa, 24 giugno 2002

    (11) International Herald Tribune del 19 giugno 2002

    (12) Pagine di Difesa, 24 giugno 2002


    Preparativi di guerra e di complotto 2: Esercitazioni di guerra fredda e calda dal Medio Oriente all'Asia Centrale

    Iran DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
    GlobalResearch.ca

    È indispensabile che i cittadini americani e del mondo intero si rendano conto dei pericoli di una guerra in Medio Oriente contro l'Iran, e agiscano con decisione per opporsi ai piani militari degli USA, fermando così la corsa alla guerra.

    Il mondo si trova al bivio della più grave crisi della storia moderna. Gli Stati Uniti si sono imbarcati in un'avventura militare, "una lunga guerra", che minaccia il futuro dell'umanità.

    Quest'articolo documenta gli ultimi sviluppi e si occupa in particolare dello spiegamento militare e dei preparativi per una guerra contro l'Iran fomentata dagli americani. Il testo fa seguito a una serie di rapporti anteriori pubblicati dal Global Research sulla guerra contro l'Iran (cfr. Iran dossier, Nuclear War dossier, Lebanon dossier )


    Contesto

    L'intera regione che include Medio Oriente e Asia centrale è sul piede di guerra.

    Lo spiegamento navale degli USA e della NATO si sta realizzando in due distinti teatri: il Golfo persico e il Mediterraneo orientale (cfr. Mahdi Darius Nazemroaya, ottobre 2006 ).

    La flotta nel Golfo Persico è in gran parte sotto il comando americano, con la collaborazione del Canada. Le squadre di pronto intervento USS Enterprise e Eisenhower sono state trasferite nel Golfo Persico, in una massiccia esibizione della forza militare americana.


    [Squadra d'intervento USS Enterprise ]


    [USS Eisenhower ]

    La militarizzazione (per terra e per mare) del Mediterraneo orientale è controllata da diversi paesi della NATO (incluse Francia, Germania e Turchia), e la struttura militare viene messa in opera sotto la copertura dell'UNIFIL (una missione di pace delle Nazioni Unite che agisce in base alla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU).

    In questo contesto, la guerra in Libano può essere vista come una fase di un più ampio piano militare messo a punto dagli americani e che mira alla Siria.

    A settembre, la Germania ha distaccato una flotta di 8 navi, incluse 2 fregate, con un contingente di oltre 2.400 persone. La marina tedesca dirigerà la forza navale multinazionale, che ha il mandato ufficiale dell'UNIFIL di "prevenire il trasporto per mare di armi a Hezbollah", e pattuglierà le acque al largo del porto libanese di Limassol, situato a meno di 100 km dalla linea costiera Libano-Siria. La forza navale multinazionale basata a Cipro potrebbe eventualmente essere usata per interferire nel commercio marittimo con la Siria.

    Ai primi di ottobre, la Turchia ha mandato diverse navi da guerra, che faranno parte della forza navale multinazionale guidata dalla Germania. La Turchia partecipa all'UNIFIL (UN international force), ma è anche una fedele alleata di Israele. Dinanzi alle coste libanesi sono state inviate anche navi bulgare, greche e italiane.

    I francesi hanno trasferito blindati e unità di fanteria (Chars Leclerc, cfr. più sotto).

    Le caratteristiche del materiale militare e dei sistemi di armamento che vengono dispiegati ha poco a che vedere con il "mantenimento della pace". E come se non bastasse, nel 2005 la NATO ha approvato uno stretto partenariato militare con Israele, che in pratica obbliga i paesi membri dell'organizzazione e presenti in Libano a cooperare senza riserve con quel paese.


    [Fregata tedesca della classe Brandenburg, al largo delle coste libanesi]


    [Blindati francesi (Chars Leclerc) in rotta per il Libano. I blindati Leclerc sono stati usati nel 1999 in Kosovo]

    Lo spiegamento navale è stato coordinato con il previsto attacco aereo all'Iran, un piano delineato verso la metà del 2004, dopo la messa a punto del CONCEPT PLAN CONPLAN 8022 (inizi 2004). Gli attacchi aerei all'Iran, del tipo "colpisci e terrorizza", dovrebbero essere di un'ampiezza simile a quella della guerra aerea contro l'Iraq.

    Nel novembre 2004, il comando strategico americano ha svolto un'importante esercitazione (soprannominata "Global Lightening") nella prospettiva di un "piano di attacco globale", che prevede un attacco simulato con armi convenzionali e nucleari contro un "nemico fittizio" [l'Iran]. Dopo l'esercitazione "Global Lightening", il comando strategico americano ha proclamato un livello di allarme avanzato.

    Il CONPLAN è lo spiegamento operativo del Global Strike, descritto come "un piano reale che marina e aeronautica hanno trasformato in operazioni di attacco per i loro sottomarini e bombardieri",


    CONPLAN 8022 è "un piano di copertura complessiva degli scenari strategici pianificati che prevedono l'uso di armi nucleari"

    "È specificamente orientato verso i nuovi proliferatori di minacce (Iran e Corea del Nord) e i potenziali terroristi, ma non c'è niente che c'impedisca di metterlo in atto in scenari limitati contro obiettivi russi e cinesi", ha dichiarato Hans Kristensen, del Nuclear Information Project (riportato da Japan Economic News Wire, op.cit.)

    Nel quadro della dottrina della guerra preventiva elaborata dall'amministrazione Bush, CONPLAN 8022 prevede l'uso non solo di armi convenzionali ma anche di armi nucleari tattiche. Nel maggio 2004, è stata elaborata la direttiva presidenziale sulla sicurezza nazionale NSPD 35 dal titolo Nuclear Weapons Deployment Authorization. Anche se il contenuto resta coperto da segreto, si presume che la NSPD35 concerna lo spiegamento delle armi nucleari tattiche nella guerra mediorientale, secondo quanto indicato nel CONPLAN 8022.

    (Per altri dettagli sull'opzione nucleare americana, cfr. Michel Chossudovsky, Nuclear War against Iran, gennaio 2006, The Dangers of a Middle East Nuclear War, febbraio 2006, Is the Bush Administration Planning a Nuclear Holocaust , febbraio 2006)

    Preparativi di guerra

    L'Iran è a buon punto nei preparativi per fronteggiare un eventuale attacco USA.

    In risposta allo spiegamento militare voluto da USA e NATO, il paese ha condotto intense esercitazioni militari in tutto il suo territorio (cfr. Mahdi Darius Nazemroaya, 21 agosto 2006)


    [Esercitazioni militari iraniane, agosto 2006.]


    [Missile balistico iraniano Shahab-3]

    Inoltre, e la cosa è passata quasi inosservata nei media occidentali, anche Cina e Russia hanno svolto manovre militari nell'Asia centrale, in collaborazione con i paesi alleati. A fine settembre la Russia ha lanciato una serie di operazioni aeree su una larga parte del suo territorio, che si estende dal Volga alle frontiere dell'Alaska e dell'America settentrionale, mettendo in stato di allarme gli aerei da combattimento del NORAD.

    In agosto sono state effettuate esercitazioni militari nel quadro della CSTO (Collective Security Treaty Organization) cui hanno partecipato Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Le manovre, classificate ufficialmente come parte del "programma di lotta al terrorismo" si sono svolte appena una settimana prima di quelle effettuate dall'esercito iraniano (cfr. Michel Chossudovsky, 24 agosto 2006)

    Sempre in agosto, e più o meno contemporaneamente a quelle iraniane e della CSTO, anche Cina e Kazakistan hanno svolto esercitazioni militari, nell'ambito della SCO (Shanghai Cooperation Organization ), di cui l'Iran è membro osservatore (sul concatenarsi dei tempi cfr. la tabella in fondo all'articolo).


    [Membri della SCO. In verde, i paesi con statuto di osservatori (incluso l'Iran)]

    A fine settembre, Cina e Tagikistan hanno eseguito manovre militari congiunte, in codice "Cooperazione 2006", come previsto da un memorandum d'intesa firmato dai due governi. Il Tagikistan ha una frontiera di 500 km in comune con l'Afganistan, e le esercitazioni ruotavano direttamente attorno alla presenza militare USA-NATO nel vicino paese.

    Dal 2 ottobre, nell'ultima fase delle esercitazioni militari in Asia centrale condotte nel quadro della CSTO, si sono svolte manovre congiunte Russia-Kirghizistan nella base aerea russa di Kant (a circa 30 km dalla capitale del Kirghizistan). Alle manovre di alto livello, definite ufficialmente "esercitazione antiterrorismo", hanno preso parte unità speciali russe e kirghise. Ha presenziato Sergei Ivanov, ministro russo della Difesa e uno dei personaggi più importanti del paese:



    "Alla fase attiva delle manovre, che include anche l'uso di munizioni attive nel poligono di tiro di Osh, partecipano circa 350 militari delle unità speciali, veicoli da combattimento, aerei Su-25 Frogfoot di supporto tattico e elicotteri multifunzioni Mi-8 Hip.

    Sono presenti alle esercitazioni il ministro russo della Difesa Sergei Ivanov, attualmente in visita nel paese dell'Asia centrale, il Primo ministro kirghiso Felix Kulov e il ministro della Difesa Ismail Isakov.

    Russia e Kirghizistan sono membri della CSTO (Collective Security Treaty Organization), un organismo di sicurezza dell'era postsovietica di cui fanno parte anche Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Tagikistan. Partecipano anche alla SCO (Shanghai Cooperation Organization), un organismo di sicurezza regionale dell'Asia centrale di cui sono membri anche Cina, Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan" (Novosti, 5 ottobre 2006)


    [Aereo russo Su-25 Frogfoot di supporto tattico nell'esercitazione militare russo-kirghisa]

    Nel frattempo, a fine settembre, la 136° brigata russa ha svolto nell'area di addestramento di Buynakskiy (Daghestan) esercitazioni militari che simulavano un attacco alla Russia da parte di uno "Stato estero" non meglio indicato. Secondo i resoconti della stampa: "Vista l'ampiezza [dell'attacco nemico simulato] si può parlare di un'altra Seconda guerra mondiale. Il nemico [non indicato] è professionale, ben armato e ben addestrato".

    Sempre ai primi di ottobre, Bielorussia e Russia hanno annunciato che organizzeranno sessioni di addestramento per le strutture di comando e controllo dei due paesi, al fine di coordinarne le attività militari (Televisione bielorussa, 1 ottobre 2006).

    Uno schema coerente

    Il senso complessivo di queste esercitazioni militari dev'essere analizzato tenendo presente la sequenza delle esercitazioni militari russe, cinesi e iraniane svoltesi da agosto in poi.

    Esiste uno schema coerente: le esercitazioni militari non sono eventi isolati, ma fanno parte di uno sforzo attentamente pianificato per rispondere allo spiegamento militare USA-NATO.

    Il tema dei preparativi di guerra è stato accuratamente evitato dai media occidentali; sequenza e rapporto tra le varie manovre non vengono menzionati.

    Le manovre militari vengono casualmente citate in singoli dispacci di agenzia, ma i media occidentali non si sono interrogati sulle più ampie implicazioni di queste operazioni.

    Le alleanze militari

    Le esercitazioni militari della SCO e della CSTO dovrebbero anche essere analizzate in rapporto alla struttura delle alleanze militari. Cina e Russia, entrambe alleate dell'Iran, hanno sottoscritto ampi accordi di cooperazione militare.

    Russia e Cina hanno un peso importante nel petrolio dell'Asia centrale, hanno importanti interessi strategici ed economici nella regione e nel bacino del mar Caspio, e hanno firmato accordi di cooperazione economica con la compagnia petrolifera statale iraniana.

    Lo spiegamento militare voluto dagli USA

    Anche se ufficialmente terminata, la Guerra fredda non ha ancora raggiunto il suo culmine.

    L'intervento militare nordamericano mira non solo a controllare le riserve iraniane di petrolio e gas (usando come pretesto la "campagna contro il terrorismo internazionale"), ma anche, sulla falsariga dell'era della Guerra fredda, a indebolire Cina e Russia, e, in ultima analisi, a impedire loro di svolgere un ruolo significativo nell'Asia centrale.

    La maggior parte delle pubblicazioni occidentali non sembra essersi resa conto della gravità dello spiegamento militare USA-NATO-Israele. Il conflitto che è di solito visto come una guerra mediorientale potrebbe trasformarsi in uno scontro tra le super potenze che un tempo sono state protagoniste della Guerra fredda.

    Se venisse lanciata, l'operazione militare contro Iran e Siria voluta dagli americani potrebbe trasformarsi in un più ampio conflitto, con il coinvolgimento indiretto della Russia, della Cina e dei loro alleati centroasiatici. In effetti il coinvolgimento indiretto è già un dato di fatto grazie allo statuto iraniano di osservatore nella SCO, vari accordi bilaterali di cooperazione militare, e la vendita all'Iran di materiale militare russo e cinese.

    Gli USA conducono operazioni clandestine in tutta l'Asia centrale, essenzialmente per spiazzare la Russia. Le tensioni in Armenia, Azerbaigian e Georgia sono il risultato diretto del coinvolgimento geopolitico statunitense in quella che una volta veniva considerata la tradizionale sfera d'influenza russa. Georgia e Azerbaigian sono diventate di fatto protettorati americani.

    Nel recente confronto tra Russia e Georgia, il presidente georgiano Mikhail Saakashvili "ha dichiarato di voler proseguire gli sforzi della Georgia per entrare a far parte della NATO e per accelerare il ritiro delle truppe russe dal territorio del paese".

    Mosca ha risposto mettendo le truppe russe in Georgia in stato di massima allerta, dopo l'accusa di Tbilisi secondo cui alcuni ufficiali russi di stanza nel paese sarebbero coinvolti in fatti di spionaggio.

    Nel frattempo, facendo riferimento all'allargamento della NATO, ai primi di ottobre Mosca ha ammonito l'Alleanza atlantica che adotterà "le misure opportune" qualora la Polonia collochi "sul proprio territorio elementi del sistema di difesa missilistico degli USA o della NATO" (Interfax News Agency, 4 ottobre 2006)



    “Continuiamo a giudicare negativamente questi piani. Noi pensiamo che [questi piani e] il possibile spiegamento del sistema di difesa missilistico della NATO avrebbero effetti negativi sulla stabilità strategica, la sicurezza nella regione e i rapporti tra gli Stati" ha dichiarato Kamynin. "Una nuova situazione di questo tipo ci obbligherà obiettivamente a prendere misure appropriate, perché non possiamo farvi fronte basandoci solo sull'affermazione che il sistema di difesa missilistico degli USA e della NATO in Europa non è diretto contro la Russia", ha aggiunto (Ibid).


    Cosa nota e ben documentata, anche la Cina sta aiutando l'Iran a sviluppare il suo sistema di difesa aerea. Inoltre, secondo un rapporto del Daily Telegraph (5 ottobre 2006), Washington ha scoperto che la Cina


    "aveva segretamente usato potenti armi laser progettate per neutralizzare i satelliti spia americani 'accecando' i loro sensori di rilevamento, è stato affermato ieri.

    Le informazioni sugli attacchi sono state mantenute segrete dall'amministrazione Bush, nel timore che potessero danneggiare i tentativi di coinvolgere la Cina nell'offensiva diplomatica contro la Corea del Nord e l'Iran.

    Le fonti hanno dichiarato a Defense News, la rivista di temi militari, che a Washington c'era stata una violenta battaglia interna sull'opportunità o meno di rendere pubbliche le notizie sull'attacco. Alla fine, la valutazione annuale del Pentagono sul rafforzamento militare cinese ha menzionato la minaccia (Daily Telegraph, 5 ottobre 2006)

    "Prodromi di Guerra fredda"

    Oltre a partecipare alle varie esercitazioni militari della CSTO e della CSO in Asia centrale nel corso degli ultimi due mesi, a fine settembre l'aviazione russa ha svolto importanti manovre militari su gran parte del territorio, dal Volga ai confini dell'Alaska (cioè dal distretto militare del Volga al distretto militare dell'Estremo Oriente, cfr. la mappa in fondo all'articolo), nel corso delle quali sono state sganciate bombe e lanciati missili contro un "nemico teorico" non meglio identificato:

    Molto prima dell'alba, oltre dieci Tu-160 e Tu-95 armati di missili da crociera e facenti parte del reggimento aereo a lungo raggio di stanza a Engels si sono diretti verso i confini settentrionali della Russia. Gli aerei avevano come compito quello di raggiungere l'Oceano Artico e lanciare vari missili da crociera sul campo di prova di Khalmer-Yu, vicino Vorkuta. Si è trattato dell'ultimo volo di addestramento dall'aeroporto militare vicino Saratov. Le bombe sono state sganciate e i missili sono stati lanciati praticamente su tutto l'emisfero settentrionale.

    (...)

    [Corrispondente] Una delle fasi più importanti e difficili dell'esercitazione prevedeva il rilascio di bombe sul terreno di prova di Guryanovo, nella regione di Saratov. Otto bombardieri strategici Tu-22 hanno ricevuto l'ordine di distruggere un campo di aviazione del nemico teorico. Anche dal centro di comando, a 10 chilometri di distanza, le esplosioni causate dalle bombe di 250 kg sono sembrate enormi (trascrizione del resoconto della televisione russa Channel One TV, Mosca, 0600 GMT, 30 settembre 2006)


    [Bombardiere strategico russo TU-22]

    In uno scenario che ricordava l'epoca della Guerra fredda, i caccia americani e canadesi hanno intercettato i TU-160 al largo dell'Alaska:

    Caccia americani e canadesi hanno intercettato gli aerei russi al largo dell'Alaska, ma l'incidente non è stato considerato ostile, ha dichiarato giovedì il North American Aerospace Defense Command.

    Il NORAD ha dichiarato che gli aerei non hanno mai violato lo spazio aereo americano o canadese. I caccia sono decollati perché i russi erano entrati in una zona attorno al Nord America in cui la presenza di aerei non autorizzati viene considerata dal NORAD una potenziale minaccia.

    I bombardieri pesanti TU-95 avevano partecipato a un'esercitazione annuale dell'aviazione russa al largo delle coste dell'Alaska e del Canada, ha dichiarato il NORAD, senza specificare il numero di aerei russi (Reuters, 2 ottobre 2006)



    [TU-160 russo, armato con missili da crociera ]


    [Bombardiere russo TU-95 Bear]

    La stampa russa e quella occidentale hanno concordemente considerato queste importanti esercitazioni militari come operazioni di routine, senza tener conto del quadro più generale e della sequenza di manovre sponsorizzate dai russi.

    Un portavoce del NORAD ha dichiarato che non considerano le esercitazioni "ostili", ma vogliono comunque far sapere ai russi che "il NORAD è bene all'erta":

    "L'evento non è stato considerato un atto ostile. Si trattava di restare vigili e far sapere che il NORAD è bene all'erta", ha detto il capitano delle forze aeree canadesi Jennifer Faubert, portavoce della regione canadese del NORAD (Reuters, 2 ottobre 2006)



    [BASE AEREA DI ELMENDORF, Alaska-- Un F-15C Eagle del 12° squadrone di combattimento della base aerea di Elmendorf vola accanto al bombardiere russo TU-95 Bear nel corso delle esercitazioni russe del 28 settembre, che hanno portato l'aereo russo al largo della costa occidentale dell'Alaska. L'Eagle era decollato come risposta del North American Aerospace Defense Command alle manovre effettuate dalla 137° divisione aerea russa. Foto per gentile concessione del 12° squadrone aereo, base aerea di Elmendorf .(Fonte: sito web del NORAD) ]

    Al di là dell'obiettivo immediato di una guerra mediorientale, i più ampi piani militari degli USA, che includono le iniziative strategiche di difesa, minacciano la sicurezza mondiale. Le varie esercitazioni militari condotte da Iran, Russia e Cina non sono solo preparativi di guerra; sono anche una dimostrazione delle loro capacità militari, a beneficio di potenziali aggressori. E sono pensate anche per servire da deterrente.

    Invertire la corsa alla guerra

    Il mondo si trova al bivio della più grave crisi della storia moderna. Gli Stati Uniti si sono imbarcati in un'avventura militare, "una lunga guerra", che minaccia il futuro dell'umanità.

    Quest'articolo ha tentato di documentare i vari preparativi per la guerra.

    Anche se esistono molti fattori in grado di fare in modo che la guerra non scoppi (incluse le divisioni all'interno dell'amministrazione e dei militari USA, i negoziati segreti con Cina, Iran, Russia, ecc.), il rischio di una guerra generalizzata in Medio Oriente e in Asia centrale dev'essere affrontato con decisione.

    Le devastazioni e le perdite di vite umane che potrebbero derivare dai previsti piani militari sarebbero incalcolabili, in particolare se il conflitto dovesse allargarsi all'intera regione.

    Il possibile uso di armi nucleari tattiche da parte degli USA, ironicamente come ritorsione al rifiuto iraniano di sospendere l'arricchimento dell'uranio (nel suo programma di energia nucleare civile), agita lo spettro di un incubo nucleare.

    La catastrofe economica che seguirebbe una guerra generalizzata in Medio Oriente non si limiterebbe all'aumento a spirale dei prezzi del petrolio, a causa del blocco dello stretto di Hormuz.

    La crisi energetica si ripercuoterebbe immediatamente sul prezzo dei trasporti e sui costi di produzione in praticamente tutti i settori di attività economica. E contribuirebbe anche a distruggere i mercati finanziari in tutto il mondo.

    Inoltre, se anche la Cina dovesse essere coinvolta nel conflitto, verrebbe distrutta la rete commerciale di prodotti esportati dal paese, che immette sui mercati occidentali una vasta gamma di prodotti di largo consumo.

    Il problema non è se ci sarà o non ci sarà la guerra, ma quali sono gli strumenti a nostra disposizione che ci consentirebbero di fronteggiare e neutralizzare i piani militari globali.

    È indispensabile che nelle prossime settimane e mesi i movimenti civili di tutto il mondo agiscano con forza per opporsi ai rispettivi governi, allo scopo di invertire e neutralizzare i piani militari.

    È necessario smantellare la rete di propaganda bellica: la guerra non può essere scatenata senza il sostegno dei media ufficiali, quelli che in fin dei conti caldeggiano la guerra americana contro l'Iran.

    Quello che bisogna fare è infrangere la congiura del silenzio, additare le menzogne e manipolazioni dei media, smascherare la natura criminale dell'amministrazione americana e dei governi che la sostengono, svelare il piano bellico e la cosiddetta "Homeland Security agenda", che ha praticamente gettato le basi di uno Stato di polizia.

    È importante mettere i progetti di guerra americani al centro del dibattito politico, soprattutto in Nordamerica e in Europa occidentale. I leader politici e militari che si oppongono alla guerra devono prendere una posizione ferma all'interno delle rispettive strutture. I cittadini dovrebbero prendere posizione a titolo personale e collettivo.

    I criminali di guerra occupano i posti chiave. La popolazione è galvanizzata e sostiene i governanti, che sono "impegnati a difendere la loro sicurezza e il loro benessere". Grazie alla disinformazione dei media, la guerra ha ricevuto un mandato umanitario.

    La legittimità della guerra dovrebbe essere rimessa in dubbio. Il solo sentimento antimilitare non disarticola i piani di guerra. Ufficiali di alto rango dell'amministrazione Bush, membri dell'esercito e del congresso americano hanno ricevuto l'autorizzazione per scatenare una guerra illegale.

    Dovrebbero essere messe in causa anche le multinazionali che sostengono e sponsorizzano la guerra e i crimini di guerra, incluse le aziende petrolifere, i contrattisti della difesa, le istituzioni finanziarie e i media ufficiali, tutti parte integrante della macchina di propaganda bellica.

    1. Il ruolo della disinformazione dei media nel sostenere i piani bellici è cruciale.

    Non riusciremo nel nostro obiettivose non avremo indebolito e poi neutralizzato l'apparato propagandistico. È indispensabile spiegare ai cittadini che ci sono vicini le cause e le conseguenze della guerra fomentata dagli USA, senza dimenticare i numerosi crimini di guerra e le atrocità sistematicamente minimizzati dai media. Non è un compito facile; richiede un efficace programma di contropropaganda che rifiuti la massa di affermazioni dei media.

    È essenziale che l'informazione di base e la sua analisi giungano al grande pubblico. I media occidentali sono controllati da un manipolo di potenti organizzazioni d'affari. Le aggregazioni di media che controllano reti televisive e stampa devono essere contrastate con azioni di ampia adesione che rivelino menzogne e falsità.

    2. Esiste un'opposizione all'interno stesso del potere politico americano e tra le forze armate.

    Questa opposizione non è necessariamente contraria alla gestione complessiva della politica estera americana, ma rifiuta decisamente l'avventurismo militare, incluso l'uso delle armi nucleari. I dissidenti all'interno delle istituzioni dello Stato, dell'esercito e del mondo finanziario sono importanti perché possono essere utilmente indirizzati a screditare, e in ultimo a smantellare, il consenso alla "guerra contro il terrorismo". È quindi necessaria la più ampia alleanza possibile delle forze sociali e politiche per evitare un'avventura militare che minaccia, in un accezione molto concreta del termine, il futuro dell'umanità.

    3. Bisogna occuparsi della struttura delle alleanze militari. Un cambio delle alleanze militare al momento opportuno potrebbe invertire il corso della storia.

    In linea generale Francia e Germania sostengono la guerra voluta dagli USA, ma nei due paesi, e nell'Unione europea in generale, si levano forti voci che dissentono totalmente dai piani militari americani, sia tra la gente comune che nello stesso sistema politico.

    È fondamentale che gl'impegni assunti con Washington dai capi di Governo e dai capi di Stato vengano annullati o vanificati, con pressioni esercitate agli appropriati livelli politici. E questo è vero in particolare per quel che riguarda l'appoggio incondizionato all'amministrazione Bush ribadito dal presidente Jacques Chirac e dal cancelliere Angela Merkel.

    L'indebolimento del sistema di alleanze che impegna l'Europa occidentale a sostenere l'asse militare anglo-americano dovrebbe servire a invertire la rotta. Senza il sostegno franco-tedesco, Washington esiterebbe a scatenare la guerra all'Iran.

    4. Organizzare grosse adunate contro la guerra è importante ed essenziale. Ma non servirà a invertire la corsa verso la guerra se non verrà allo stesso tempo sviluppata una rete coerente contro la guerra.

    Quello di cui abbiamo bisogno è una rete popolare contro la guerra, un movimento di massa a livello nazionale e internazionale che rimetta in discussione la legittimità dei principali responsabili militari e politici e delle multinazionali che li appoggiano, e che serva in ultima analisi a escludere quelli che agiscono in nostro nome. Creare una rete di questo tipo richiederà tempo; bisognerà occuparsi dapprima di far crescere una ripulsa della guerra nelle organizzazioni civili già esistenti (sindacati, organizzazioni comunitarie, raggruppamenti professionali, federazioni studentesche, giunte municipali, ecc.)

    5. L'11 settembre svolge un ruolo cruciale e centrale nella campagna propagandistica.

    La minaccia di un "attacco all'America" da parte di Al Qaeda viene continuamente usata dall'amministrazione Bush e dal suo sottomesso alleato inglese per galvanizzare l'opinione pubblica a sostegno del piano militare globale.

    È stato oramai dimostrato che la "rete terroristica islamica" è un'invenzione dell'intelligence americana. Buona parte degli allarmi per possibili atti terroristici erano basati su informazioni bidone, come dimostra il recente caso dell' "attacco alla bomba liquida". C'è la prova che molti degli "attentati di massa" che hanno provocato vittime tra i civili sono stati in effetti pilotati dai servizi militari e/o segreti (ad esempio, a Bali nel 2002).

    La "guerra al terrorismo" è una montatura. La ricostruzione dell'11 settembre contenuta nel rapporto della Commissione 9-11 è un falso. L'amministrazione Bush è coinvolta in atti d'insabbiamento e complicità ai più alti livelli governativi.

    Rivelare le bugie sull'11 settembre servirebbe a delegittimare la "guerra al terrorismo", la principale giustificazione alla corsa alla guerra in Medio Oriente.

    Senza l'11 settembre, i criminali di guerra nelle alte sfere non avrebbero puntelli e l'intera costruzione dell'intelligence nazionale collasserebbe come un castello di carte.


    TABELLA:

    ESERCITAZIONI MILITARI (IRAN, RUSSIA, CINA E PARTNER DELLA COALIZIONE) (agosto-ottobre 2006)

    19 Agosto 2006-- Iran: esercitazione militare Zarbat-e Zolfaqar nelle principali regioni del paese, con una durata prevista fino a fine settembre.
    24- 29 Agosto-- Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, Uzbekistan con statuto di osservatore, nel quadro della CSTO (Collective Security Treaty Organization): esercitazione militare Rubezh-2006 nel porto kazako di Aktau.
    24 Agosto-- Cina e Kazakistan: nel quadro della SCO. Contemporaneamente e in collegamento con le manovre della CSTO in Kazakistan.
    22- 24 Settembre-- Cina e Tagikistan: prima esercitazione militare comune, nome in codice "Cooperation-2006".
    27 Settembre—Iran: esercitazione anfibia, nome in codice Payambar-e A'zam [Grande profeta] a Esfahan. Vari battaglioni della I brigata della 14° divisione Imam Husayn di stanza a Payambar-e A'zam eseguono le manovre sul fiume Zayandeh.
    30 Settembre-- esercitazioni a largo raggio dell'aviazione russa a partire dalla base aerea di Saratov. Le manovre coprono l'Estremo Oriente, l'Artico e la frontiera russa con l'Alaska. Le manovre mettono in allerta i caccia intercettatori del NORAD.
    30 Settembre—Russia: esercitazioni militari con la partecipazione della 136° brigata, sul campo di addestramento di Buynakskiy (Daghestan)
    2 ottobre-- Esercitazioni militari kirghise, con unità speciali russe e kirghise.
    4 ottobre—Esercitazioni navali russe nel mar Nero, presso la frontiera georgiana, in risposta ai recenti eventi in Georgia e dopo l'embargo economico imposto dalla Russia.

    Fonti: articoli e agenzie di stampa.

    MAPPA:

    Federazione russa; distretti militari (MD) (aprire il link per ingrandire l'immagine)



    MAPPA:

    TEATRO DI GUERRA MEDIORIENTALE, LA GUERRA DEL PETROLIO (aprire il link per ingrandire l'immagine)



    Michel Chossudovsky , autore del best-seller internazionale America’s "War on Terrorism" (Seconda Edizione, Global Research, 2005), è docente di economia all'università di Ottawa e direttore del Center for Research on Globalization.

    Nota: I lettori sono invitati a riprodurre l'articolo, in modo da diffonderne il contenuto e mettere in guardia sui pericoli di un allargamento della guerra in Medio Oriente. Per favore, indicate la fonte e la nota di copyright. Richieste dei media crgeditor@yahoo.com
    © Copyright Michel Chossudovsky, GlobalResearch.ca, 2006

    Fonte: http://www.globalresearch.ca/
    Link
    06.10.2006

    Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Carlo Pappalardo
     

    Preparativi di guerra e di complotto: ecco perchè è morta la Politkovskaja

    Come anticipato alcuni giorni fa è decisamente in atto la più potente strategia di destabilizzazione della Russia mai condotta fino ad oggi ad opera delle lobbies mondialiste con sede a Washington.
    L’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya, compiuto simbolicamente il 7 ottobre - giorno del compleanno di Vladimir Putin - secondo il più collaudato schema massonico, è, per ora, solo l’ultimo tassello di una manovra molto più ampia che si prefigge l’abbattimento dell’attuale capo del Cremlino.

    Che il “regalo” fatto dai sicari della CIA e dell’Mi6 rischi di risultare indigesto è stato ammesso dallo stesso presidente russo quando riferendosi alla giornalista uccisa ha dichiarato: “Aveva un’influenza minima sulla vita politica russa. Il suo assassinio reca più danno alla Russia e alla Cecenia che qualunque dei suoi articoli”.
    La Politkovskaya, infatti, era molto più nota in Occidente che nel suo paese natale, dove le autorità avevano praticato una stretta censura sui suoi scritti, spesso critici (in maniera bipartisan) verso le violazioni dei diritti umani in Cecenia.

    Anticipati dalla copertina dell’ “Express International” che pochi giorni prima aveva aperto le danze(4), ora tutti i media europei e statunitensi si stanno scatenando contro il cosiddetto “regime di Putin”, facendo intravedere la possibilità di un coinvolgimento del Cremlino nell’omicidio.

    Nonostante gli stessi colleghi della Politkovskaya parlino al massimo di una trama a favore o contro Kadyrov, “uomo forte” della Cecenia, i mass media internazionali puntano invece l’indice contro il presidente russo, sbeffeggiando coloro che parlano di “complotti democratici volti a provocare una rivoluzione arancione a Mosca”.
    In realtà non esiste nessun complotto perché tutto è già stato messo nero su bianco… come dimostra il rapporto pubblicato dalla Duma alla fine di settembre e la partita si gioca ormai a viso aperto.
    Lo stesso Putin è esplicito più che mai e quando definisce il presidente georgiano Mikhail Saakashvili “un burattino di Washington” sa che il tempo della diplomazia è ormai finito mentre la guerra sotterranea con gli Stati Uniti è appena iniziata.

    Per conoscere allora i reali mandanti dell’uccisione di Anna Politkovskaya bisogna ripetere la medesima domanda che solo i più avveduti si erano posti dopo l’assassinio di Rafik Hariri a Beirut: cui prodest? A chi giova?
    Come la morte dell’ex premier libanese si rivelò un grande successo per Israele, che ottenne l’uscita dal Paese dei Cedri delle odiate truppe siriane mentre nessun vantaggio ne risultò per il governo di Damasco sul quale venne scaricata la responsabilità, così questo omicidio ha già messo in difficoltà le relazioni tra Mosca e le varie capitali europee indignate per l’accaduto.

    La partita energetica è al centro dello scontro e in questo momento la Russia, forte dei nuovi accordi con Ankara per la costruzione dell’gasdotto “Blue Stream 2” pare in vantaggio.

    Questo progetto, patrocinato da Gazprom che vi ha investito svariati miliardi di dollari e al quale dovrebbe partecipare anche l’ENI, permetterebbe di convogliare verso l’Italia altri 5 miliardi di metri cubi di gas e potrebbe interessare presto anche Grecia, Ungheria e Bulgaria(6); passando sotto i fondali del Mar Nero, esso dovrebbe attraversare la Turchia ed evitare l’Ucraina, dando perciò un ulteriore dispiacere ai sostenitori atlantisti di Kiev.
    Mosca ha inoltre firmato contratti strategici per il rifornimento di gas naturale a Germania, Olanda (intesa Gazprom-Gasunie) e recentemente Spagna (legame che permetterà a Gazprom l’entrata anche in America Latina).
    Tutto questo, che in una logica economica e geopolitica dovrebbe essere naturale, agli Stati Uniti non piace, perché segna il loro irreversibile declino di grande ex potenza mondiale: ma la Storia, una volta in movimento, difficilmente si può fermare …

    Stefano Vernole
    Fonte: http://www.rinascita.info/
    13.10.06
    October 15

    Il successo di questo blog

    Stando alle "statistiche" le visite sono state 80 in meno di 24 ore; non è affatto male, considerando i temi trattati all'interno di questo blog, non esattamente per tutti: o sono cose personali, oppure argomenti "di nicchia". Ecco perchè mi ritengo soddisfatto dei risultati conseguiti, con l'impressione che continuando a lavorare così il successo di questo blog possa ancora aumentare. Ultimamente sono ritornato a bomba sui temi che mi piacciono di più, quelle informazioni di ambito "geopolitico" che non tutti amano ma che difficilmente si troveranno su tutti i giornali. E pensare che sono cose molto serie... Sarà un caso, ma ho visto che le frequentazioni del blog hanno subito un'impennata proprio da quando mi sono messo ad affrontare di nuovo queste tematiche. Non c'è niente da fare, anche se di nicchia queste cose piacciono eccome.