Filippo's profileRIFLESSIONI GLOBALIPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    November 30

    "Il popolo può prendere il potere e fare grandi cose"

    Vi ricordate quel mio intervento chiamato "Doppiezze di un impero in declino", in cui riportavo un sinistro avvenimento "polizia politica" avvenuto negli Usa ai danni di una 14enne, e che coraggiosamente Eva Golinger aveva riportato nei media? Avrete capito benissimo che sono un sincero ammiratore di questa giovane e coraggiosa giornalista, e che sue sono le parole del titolo di questo nuovo intervento: "Il Venezuela dimostra che il popolo può prendere il potere e fare grandi cose". Eva Golinger è una avvocatessa venezuelano-statunitense ed autrice di The Chavez Code, che ha rivelato il coinvolgimento del governo Usa nel golpe del 2002, in cui fu allontanato per due giorni dal potere Hugo Chavez, il presidente di sinistra del Venezuela, prima che una rivolta popolare lo riportasse nuovamente al governo scacciando gli usurpatori. L'ultimo libro della Golinger è Bush vs Chavez: Washington’s War on Venezuela. Collabora attivamente col media australiano Green Left Weekly, in cui sono pubblicate molte delle sue interviste e dei suoi articoli (http://www.greenleft.org.au).
     

    (Nella foto: Eva Goelinger presenta il suo libro "The Chavez Code" in lingua spagnola)

    GLW ha chiesto alla Golinger delle possibili risposte degli USA verso il Venezuela dopo la probabile vittoria di Chavez nelle elezioni presidenziali di dicembre. Lei ha replicato: "Se vinciamo le elezioni - se tutto va bene le vinceremo - una opzione per [il candidato dell'opposizione di destra Manuel] Rosales è di ritirarsi. Gli USA e l'opposizione hanno già cominciato con i loro sondaggi fasulli. Hanno utilizzato la stessa società, collegata al Dipartimento di Stato USA, che venne utilizzata in Nicaragua, nelle Filippine, in Ucraina ed in Georgia, per fabbricare sondaggi con risultati favorevoli al candidato sostenuto dagli USA. La Sogby International, una rispettata società internazionale di sondaggi, ha presentato delle cifre che mostrano il sostegno per Chavez al 57%, per Rosales al 24%. Una delle strategie del governo USA è di far mostrare alle loro finte società di sondaggi che i numeri sono molto vicini - come in Messico. Questa è un'opzione. L'altra possibilità è che Chavez vinca ma di uno stretto margine. Loro sostengono la frode e rifiutano di riconoscere la legittimità delle elezioni. Quindi Rosales ritorna a Zulia [lo stato del quale è governatore] e cercano di separarsi [dal Venezuela], dicendo 'Non riconosciamo il governo nazionale'".

    A questo punto, probabilmente Rosales non si potrebbe più permettere di ritirarsi dalle elezioni, perché l'opposizione non potrebbe giustificarlo. "Proprio ora, continuano a dire che continueranno con le elezioni. Possono cercare di creare un clima di paura cosicché il popolo non voti, cosicché ciò discrediti il risultato. E, naturalmente, l'altra opzione è un tentativo di assassinare Chavez. Assumendo che [Chavez] vinca, l'altra parte della strategia [degli USA] alla quale lavorano da molto tempo è di influenzare, ed infiltrare, i sostenitori di Chavez - per destabilizzarli e dividerli. Questo sta già accadendo".

    A questo punto Eva Golinger cita l'esempio di Barrio Enero 23 a Caracas, "una delle comunità più potenti ed organizzate del paese". "Vi sono state delle profonde divisioni e delle sparatorie [all'interno di gruppi militanti]. Ho parlato con alcune persone che mi hanno detto che vi sono degli infiltrati, pagati dalla CIA, che penetrano nei gruppi e corrompono la gente — giocando sulle tensioni, creando menzogne e recitando uno contro l'altro".

    Il destino della rivoluzione bolivariana è lontana dall'essere un affare solamente dei venezuelani. La Golinger ha raccontato a GLW che la "rivoluzione venezuelana è una guida nella riforma mondiale. Ha fornito ispirazione, non soltanto all'America Latina, ma ai popoli di tutto il mondo. Essa dimostra che, persino se non si è una nazione così potente, economicamente e militarmente, ciò nonostante si può affrontare la dominazione USA. Si può nondimeno costruire la propria società nel modo che meglio soddisfa i bisogni del proprio popolo... Il Venezuela sta fornendo un esempio eccellente di governo negli interessi del popolo, di governo umano. Questo riguarda investire le risorse dello Stato in programmi sociali molto efficaci — non solamente limitando quei programmi alla salute ed all'istruzione, ma estendendoli ai bisogni culturali ed alla formazione al lavoro. Mission Vuelvan Caras [‘Testa coda’] è una delle missioni più importanti. La questione di sostenere le cooperative, i media delle comunità, queste sono cose che penso in precedenza nessun governo abbia veramente fatto su scala popolare. E vi sono veramente dei cambiamenti radicali che hanno luogo in Venezuela, come negli alloggi e negli alimentari finanziati dal Mercal. Anche i Consigli Comunali sono cruciali. Fanno parte del far diventare legge la costituzione. La costituzione venezuelana è una delle costituzioni più progressiste al mondo, specialmente nel settore dei diritti umani. La costituzione come documento sta in piedi bene, ma non è efficace a meno che non vi sia una legislazione che metta in pratica quei diritti. In questo modo, la Legge dei Consigli Comunali è una delle garanzie che quei diritti alla partecipazione socio-politica ed economica vengano attuati. I Consigli Comunali sono un modo incredibilmente innovativo ed efficace per far coinvolgere la gente a tutti i livelli, dai più locali ai più nazionali — per procurare al popolo gli strumenti e la legislazione che assicureranno la supervisione popolare del governo".

    GLW ha chiesto alla Golinger cosa pensava che gli australiani dovessero sapere sull'importanza della solidarietà con il Venezuela. Lei ha spiegato che la solidarietà internazionale è "assolutamente essenziale" perché "il Venezuela è sotto attacco — un attacco molto serio — da parte del governo USA. [Gli USA] a livello internazionale cercano di creare nel pubblico l'opinione che il Venezuela sia uno 'stato terrorista' — oppure sulla strada di diventarlo — e che sia una società repressiva. Posso affermare con certezza, essendo appena tornata dagli Stati Uniti, che proprio ora gli stessi USA sono uno stato estremamente repressivo. Lo sono veramente. E' spaventoso. Vi sono sempre più prigionieri politici — persone che vengono incarcerate per attivismo politico. Vi sono crescenti controlli sulla libertà di parola. Persino entrando nel paese, i controlli all'aeroporto sono eccessivi e quindi andare da città a città [è difficile]. E' del tutto esagerato. Il governo ha violato la costituzione USA in maniera incredibile".

    Il Venezuela ha bisogno di solidarietà contro gli attacchi degli USA, "ma anche di incrementare scambi tra i gruppi che organizzano la base popolare ed i movimenti sociali, perché quello che sta accadendo qui è molto interessante per il cambiamento mondiale. E quando parliamo della caduta dell'impero USA, o di salvare l'umanità, che sono due dei maggiori temi dei quali parla sempre Chavez, non si può salvare l'umanità senza costruire la solidarietà internazionale. I venezuelani non possono farlo da soli, neppure possono [da soli] provocare la caduta dell'impero. Noi parliamo di salvare le nostre diverse nazioni e popoli; può essere fatto solamente con una prospettiva internazionalista. La politica estera venezuelana sull'integrazione [internazionale], non solamente in America Latina ma su scala mondiale, è uno dei modi fondamentali con i quali il Venezuela contribuisce a creare questo tipo di solidarietà. E' tra i governi, ma è anche tra i popoli. Ed è necessario che più gente sappia cosa sta accadendo qui. Rifiuto anche questo concetto che l'America Latina sia una parte sottosviluppata del mondo. Abbiamo qui delle politiche sociali che sono più sviluppate che in molte nazioni della comunità mondiale — più che negli USA, per esempio. Più democrazia, ad esempio... Una delle cose più importanti per il popolo degli USA — e mi permetterei di dire anche dell'Australia — è di vedere come è cambiata la società in Venezuela e come il popolo, principalmente la gente povera, ha completamente cambiato la struttura del governo qui ad un livello di società locale. E questo è ancora un paese capitalista. Era una società molto consumista, e molto apatica, con una popolazione largamente esclusa e marginalizzata. Questo è cambiato... Questo è ora un paese dove la gente è consapevole dei propri diritti. Conoscono la politica, sanno cosa succede tutti i giorni, perché la gente guarda le news. Non si preoccupano tanto di roba frivola alla TV come erano abituati. Sono consapevoli ed attivi — nella loro vita quotidiana e coinvolti nel realizzare il cambiamento. In quel senso è un'ispirazione e dimostra anche che la gente comune può fare cambiamenti veramente in grande. Così, la solidarietà internazionale è importante per tutte queste ragioni. Vi sono molti altri paesi che hanno bisogno di fare cambiamenti come questo. E vi sono movimenti di gente che sta cercando [di fare tali cambiamenti], ma non hanno ancora il potere... Ma il Venezuela è un primo esempio, per tutti, che il popolo può prendere il potere, e con questo può fare grandi cose".

    L'appuntamento adesso è tra dieci giorni a Caracas, per le elezioni presidenziali. Potrà succede come in Ucraina, con una finta rivoluzione democratica che oltretutto avrà la benedizione dei mass media filo-occidentali, e in cui Chavez verrà presentato come il tiranno finalmente rimosso dalla volontà delle masse, mentre il Venezuela ritornerà in seno agli Usa come il figliol prodigo della famosa parabola; oppure come in Bielorussia, e allora Chavez potrà orgogliosamente affermare che "la controrivoluzione americana si è fermata a Caracas", parafrasando l'azzeccato commento che pochi mesi fa fece Lukashenko; oppure si potrebbero ripetere le drammatiche scene del 2002, con un colpo di Stato pseudo-democratico, alla scopo di riportare al governo del Venezuela le classi padronali filo-americane finora rimaste all'opposizione. L'esercito è con Chavez, la maggior parte della popolazione pure: sarà difficile ripetere quello che accadde in Georgia contro Shewardnadze, e del resto il fallito putsch del 2002 ha insegnato molto alle masse venezuelane circa il "coefficiente democratico" dell'opposizione di destra. Qualunque cosa accada, dovremo incrociare le dita.

    November 28

    Putin sbaraglierà l'Occidente con la borsa del petrolio di Mosca

     

    (Nella foto: Putin parla davanti al Cremlino col suo piccolo ammiratore Nikita Konkin)

    Se Putin fosse il vero mandante degli omicidi di Anna Politowskaija e del colonnello Livtinenko, si dimostrerebbe non soltanto afflitto da una stupidità tale da rasentare l'autolesionismo (perchè uccidere i suoi rivali, quando immediatamente si penserebbe proprio a lui come colpevole? E soprattutto: perchè assassinare due personalità tutto sommato di scarsa notorietà tanto in Russia quanto in Occidente, ben sapendo che ciò servirebbe a renderli conoscibili presso tutta l'opinione pubblica occidentale, oltre che ad attirarsi un biasimo generalizzato?), ma persino da un'ingenuità che aprioristicamente un ex agente del KGB non potrebbe mai avere.

    A ciò si aggiunge una macabra coincidenza: l'assassinio di Anna Politkowskaija è avvenuto proprio nel giorno del compleanno di Vladimir Putin. Questo ha permesso a più di un giornalista occidentale di insinuare che l'uccisione della giornalista fosse un macabro regalo per il presidente russo da parte dei suoi uomini del KGB, recapitato giusto in tempo per il brindisi a base di esclusivo champagne rosso del Caucaso, e della barbarie annidata nel nuovo Zar, tale da compiacersi di simili eventi per festeggiare gli anni. Insomma, le strumentalizzazioni sono fioccate immediatamente.

    Nel mentre la stampa internazionale si concentrava in queste descrizioni sallustiane, quasi nessuno ha notato la concomitanza fra questi due omicidi e i due vertici europei ai quali Putin ha partecipato sancendo il ritorno in grande stile della Russia sugli scenari mondiali come potenza economica, politica ed energetica emergente. Entrambi i due omicidi sono avvenuti poche ore prima dell'inizio dei due vertici, appositamente per gettare discredito sulla figura di Vladimir Putin, che non è comunque tornato a casa a mani vuote, visto che ha comunque rinsaldato i suoi legami con i partners europei.

    Indubbiamente esiste una "regia intelligente" che utilizza tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per delegittimare la figura di Putin all'estero e in Patria, e scoraggiare i paesi europei dal rafforzare i rapporti con la Russia. Questi due omidici sono stati la "punta di diamante" di tale strategia. A questo punto occorre osservare ciò che sta accadendo intorno alla Russia, in quei paesi che le sono confinanti, che essa ha sempre considerato come propri satelliti naturali e attraverso i quali, soprattutto, passano quegli oleodotti con cui può giocare la sua sfida geoeconomica all'Occidente. Nel giro di un anno con "pseudorivoluzioni" sostenute dalla CIA la Russia ha visto insediarsi in Ucraina, Georgia e Kirghizistan dei governi filoamericani e antirussi. I governi rivoluzionari di Ucraina e Georgia hanno iniziato immediatamente la procedura per l'entrata nella Nato, minacciando pericolosamente gli interessi e la sicurezza nazionale della Russia; precedentemente anche la Polonia, sulla quale Mosca aveva ricevuto garanzie da parte di Washington riguardo al fatto che non sarebbe mai entrata a far parte dell'Alleanza Atlantica, era entrata nella Nato. Al Cremlino a questo punto è scattato immediatamente l'allarme rosso.

    L'obiettivo successivo, era stato rivelato sia dai "rivoluzionari arancioni" di Kiev sia dal Dipartimento Usa, sarebbe stata la Bielorussia di Lukashenko, l'alleato numero uno di Putin in Europa. Se la "rivoluzione" fosse andata in porto anche a Minsk, a quel punto la Russia si sarebbe trovata almeno in Europa circondata da governi a lei ostili, e che avrebbero messo a disposizione i propri territori allo scopo di contaminare attraverso l'intelligence americana anche la Russia con un'altra rivoluzione pseudodemocratica, stavolta di portata colossale, e finalizzata a porre Mosca del tutto sotto l'autorità statunitense. Bisogna dire che Putin ha saputo prevenire benissimo il colpo, passando dalla difesa all'offesa: nel giro di pochi mesi il Kazakistan, fino ad allora alleato degli Usa, ha piantato Washington abbracciando la Russia e allontanando il pericolo di pandemia che si propagava dal Kirghizistan; in Bielorussia le elezioni sono state rivinte da Lukashenko, in un'atmosfera di vero e proprio plebiscito (nonostante la campagna stampa messa in piede dagli americani che ha dipinto Lukashenko tanto in Bielorussia quanto all'estero un crudele dittatore, alla faccia dello Stato sociale, delle riforme democratiche, della riforma dei servizi segreti, dell'industria energetica e dell'esercito attuate dal governo di Minsk); in Ucraina la coppia Yushenko - Timoshenko è saltata e il filorusso Yanukovic ha ripreso il sopravvento; in Georgia l'Ossezia del Sud, regione filorussa, si è staccata e il governo di Tbilisi si trova oggi in grave crisi davanti a Mosca.

    Il contrattacco russo ha lasciato attoniti gli Stati Uniti e i circoli europei occidentali ad essi alleati. Ora che in Russia non c'è più un Eltsin che lascia fare agli occidentali tutto ciò che vogliono, Putin è diventato inequivocabilmente la bestia nera. Le risposte sprezzanti che il Cremlino ha dato a qualsiasi punzecchiatura proveniente da Tbilisi, Kiev, Varsavia o Washington hanno dimostrato che sono ormai finiti gli anni della "ritirata strategica" che ha caratterizzato la politica russa degli ultimi quindici anni.

    Come dice giustamente Giulietto Chiesa in un suo articolo pubblicato su La Stampa: "Tutti e due gli assassini in questione sfiorano o toccano Boris Berezovskij, l'oligarca che più di ogni altro ha accompagnato l'ascesa al potere di Putin e, più di ogni altro, conosce i suoi segreti. Si ricorda ancora oggi a Mosca la sua telefonata con il terrorista Shamil Basaev all'inizio della seconda guerra cecena, allora pubblicata dal Moskovskij Komsomolets. Forse ci fu più d'un nesso tra la seconda guerra e qualcuno degli oligarchi di Mosca, nel senso che furono loro a inscenarla e a pagarla. Se Scotland Yard volesse lavorare bene, la prima cosa da fare sarebbe sentire, con molta attenzione, proprio Boris Berezovskij. Un panorama comunque inquinato. Dare credito a voci così equivoche non è ragionevole. E c'è un altro punto da tenere in conto. Vladimir Putin è al termine del suo secondo mandato. Teoricamente non può più ripresentarsi. Lui non ha ancora detto cosa vuol fare. Ha solo lasciato capire che continuerà a esercitare un'influenza decisiva sugli affari dello Stato russo. Non ha scelta. E il fatto che non abbia scelta potrebbe essere proprio confermato da questi due «strani» e «troppo tempestivi» assassini. Che potrebbero indicare l'inizio di una furibonda lotta per togliere di mezzo proprio il nuovo aspirante interprete della grandezza russa".

    Si cerca in qualunque modo di arrestare la crescente potenza russa. Ma quest'ultima gioca saggiamente il suo forte potere negoziale in ambito energetico per imporre la propria autorità sui partner che fino ad oggi si sono dimostrati troppo arroganti nei suoi confronti. Il ministro russo dello Sviluppo economico e del Commercio, Guerman Gref, ha dichiarato che nel 2007 sarà operativa la borsa del petrolio russo, all'interno della quale saranno negoziati tutti i prodotti petroliferi, nero su bianco. Il progetto di Putin è quello di creare una borsa dell'energia basata su un sistema di massima trasparenza che determini il prezzo del petrolio sul suo valore reale di mercato, considerando che attualmente il corso del petrolio russo viene fissato virtualmente, senza tener conto delle quotazioni borsiste reali. La Russia ha esportato finora soprattutto del brut proveniente dagli Urali e il suo valore veniva stabilito dalle agenzie energetiche internazionali con riferimento al prezzo del brent, che è di qualità superiore. Un meccanismo trasparente di formazione del prezzo del brut russo consentirebbe alla Russia di ottenere un guadagno marginale superiore ai 3 miliardi di dollari all'anno.

    Gli analisti internazionali ritengono esagerate le previsioni finanziarie delle autorità Russe circa il quantitativo delle quotazioni, considerando che il petrolio russo è di una qualità inferiore rispetto a quella del brent e sicuramente il suo prezzo si posizionerebbe intorno a quella cifra. Per tale motivo gli esperti stimano che una borsa del petrolio in Russia sia più un'azione di promozione che una necessità, perché la maggior parte dei prodotti petroliferi passano solo attraverso due società, Rosneft o Gazprom, che hanno concluso già dei contratti in anticipo con altre compagnie private. Ma dietro queste analisi, è bene sottolinearlo, si nascondono in realtà le preoccupazioni dei tradizionali protagonisti del commercio internazionale del petrolio, ben consapevoli dei danni che verrebbero loro inferti dalla novità di una borsa valori russa per il commercio in rubli del greggio, in aggiunta a quella già demonizzata di Teheran in cui sarebbe usato l'euro al posto del dollaro.

    Infatti, al di là delle previsioni strettamente economiche, la borsa del petrolio russo rappresenta la vera risposta alla dipendenza dell'economia mondiale nei confronti del dollaro, perché diventerà poi il quarto polo mondiale della quotazione delle materie prime internazionali: la borsa di materie prime di San Pietroburgo sarà istituita prima della fine del 2007. La borsa russa sarà il vero secondo polo della quotazione dell'energia, considerando che attualmente il prezzo del petrolio viene fissato principalmente sulla borsa di New York, e per tale motivo esso costituisce il controvalore del dollaro Fed. La vera moneta americana non è un numerario agganciato all'economia statunitense, bensì alla fonte di energia che i Banchieri della Federal Reserve stabilirono come riferimento, essendo il loro principale investimento. Significativo a riguardo fu il patto siglato nel '72 fra gli Stati Uniti e re Faysal dell'Arabia Saudita, primo produttore petrolifero al mondo, che impegnava i sauditi a vendere il loro petrolio in dollari, trasformandolo di fatto in moneta di riferimento per il commercio internazionale del greggio.

    Putin dichiarò già nel mese di maggio, nel suo annuale discorso alla nazione, che il rublo sarebbe diventato totalmente convertibile prima della fine dell'anno, in modo da divenire lo strumento più diffuso nei regolamenti internazionali, e allargare così la sua sfera di influenza e diminuire sempre di più la presenza del dollaro. Quello di scacciare il dollaro dalla Russia è il sentimento che prevale nell'economia russa, invasa dai dollari in seguito all'eccessive svalutazioni del rublo durante la recessione economica che ha seguito la caduta dell'URSS, e poi durante la crisi finanziaria del 1998, allorchè la popolazione russa tendeva a tesorizzare il dollaro. Putin invece ha chiesto ai suoi cittadini e ai risparmiatori di avere fiducia nel rublo, perché il valore della moneta si basa essenzialmente sulla volontà ad accettarla, e nient'altro. La svalutazione del rublo è stata abbattuta con il rialzo degli interessi rendendo la moneta più forte però, a fronte di una politica monetaria restrittiva, è stata lanciata una politica fiscale molto più espansiva in modo da impedire che l'economia si fermasse. Tuttavia, la Banca centrale Russa non ha modificato la struttura delle riserve, costituite per il 50% da dollari e il 40% da euro, e il resto dalla sterlina britannica e dagli yen giapponesi, né ha aumentato la quota dell'oro. Ha lasciato che il sistema assorbisse pian piano la nuova moneta, senza provocare delle fughe di capitali o allarmi ingiustificati, perché l'obiettivo finale non era stravolgere il sistema ma crearne uno alternativo da utilizzare per il rafforzamento dell'economia e dell'ingerenza politica.

    Questo ed altro ancora è la Borsa del Petrolio Russa perché, man mano che essa prenderà forma, costruirà intorno a sé un mercato, a prescindere dalla quotazione delle altre Borse, in quanto si tratta pur sempre di una fonte di energia scarsa e che ha bisogno di una rete di trasporto complessa. Se le ultime riserve di idrocarburi vengono controllate in parte dalla Russia, e se questa ha costruito una rete di gasdotti e di contratti di collaborazione molto stabile, gli Stati che oggi si riforniscono di gas e petrolio dalla Russia per scelta, un domani lo faranno per necessità, e allora la sola moneta di scambio sarà il rublo. Il Brent, nonostante sia più pregiato, non avrà comunque lo stesso valore di mercato del petrolio russo, che acquisterà sempre più punti nelle quotazioni in virtù proprio della rete e della struttura che ha intorno. Ciò che si verrà a creare sarà un'economia parallela a quella che sinora abbiamo conosciuto, alla quale man mano si agganceranno molti degli Stati del Medio e dell'estremo oriente, facendo confluire, molto probabilmente, le loro riserve di petrolio o le loro merci. Gli alleati politici di Putin di oggi, saranno domani partner commerciali nella costruzione di un grande mercato in cui i produttori venderanno direttamente le loro merci, ponendo così fine al sistema attualmente vigente che lascia agli intermediari e ai consumatori il diritto di decidere il valore dei beni.

    November 27

    Siamo alla vigilia di un colpo di Stato Usa contro Hugo Chavez?

     
    Mentre in Ecuador al ballottaggio vincono gli Izquerdisti filovenezuelani di Correa contro la destra di Noboa, portando un altro paese dell'America Latina a sinistra (Correa già parla di nazionalizzare i proventi delle miniere del paese e di rispedire in Patria i militari statunitensi presenti nel paese), gli Stati Uniti hanno redatto un piano che dovrebbe abbattere con un colpo di Stato il venezuelano Hugo Chavez pochi giorni dopo la sua rielezione (si legga a tal proposito l'articolo di Chris Carlson su http://boog.dnsalias.org/chris). Sconfiggere Chavez alle elezioni, infatti, è praticamente impossibile: sembrerebbe che i consensi della popolazione verso la sua figura e il suo governo doppino agiatamente il 60%, e allora non resta che ricorrere a "metodi extraparlamentari". Per spiegare meglio quale sarà la strategia impiegata, occorre però fare una breve digressione sulla nuova strategia Usa di controllo della politica degli Stati sovrani.
     
    Nel 1999, quando la campagna a guida Usa contro la Serbia non tolse di mezzo Slobodan Milosovic, Washington cambiò strategia. I servizi segreti Usa organizzarono un tentativo da 77 milioni di dollari per scalzare Milosovic attraverso le urne. Mandò organizzazioni di facciata della CIA finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) e dalla U.S. Agency for International Development (USAID). Invece che con cannoni e bombe, queste forze Usa erano armate con macchine fax, computer e, forse maggiormente importante, con sofisticate indagini fatte dalla ditta di sondaggi Penn, Schoen & Berland con sede a Washington (la stessa usata da Silvio Berlusconi alle ultime elezioni del 2006). La loro missione: tirare giù Milosovic rafforzando i gruppi di opposizione. Milosovic è finito da lungo tempo, poiché il tentativo Usa di mobilitare l'opposizione e produrre proteste di massa ha avuto successo nel defenestrarlo nelle elezioni del 2000. Questa vittoria è stata una pietra miliare per le agenzie di intelligence Usa. Hanno sviluppato un modo nuovo per rovesciare regimi ostili ed è stato molto più facile di un rovesciamento violento o di una confusa invasione. La Penn, Schoen & Berland aveva giocato un ruolo importante, così importante che il Segretario di Stato Usa Madeleine Albright la ha lodata dicendo: "Questo potrebbe essere uno dei primi esempi dove le votazioni hanno giocato un ruolo così importante nel fissare e difendere gli obiettivi di politica estera". Si sono veramente assicurati i loro obiettivi di politica estera. Milosovic era fuori e l'opposizione appoggiata dagli Usa prese il potere. Dal 2000 questa semplice nuova strategia per influenzare le elezioni e rovesciare regimi è stata attuata in molti altri paesi. Soprannominate da Jonathan Mowat come il "colpo di stato post-moderno", le stesse brillanti tecniche sono state utilizzate nel 2001 in Bielorussia, nel 2003 in Georgia e nel 2004 in Ucraina, per menzionarne alcune. Sebbene in Bielorussia sia in definitiva fallito, in Georgia il tentativo Usa ha prodotto la "Rivoluzione delle rose" che rovesciò il Presidente Eduard Shevardnadze. In Ucraina fu la "Rivoluzione arancione" ad installare Victor Yushchenko nel 2004. Ogni volta, dei gruppi finanziati dal NED e dalla USAID hanno operato all'interno del paese per costruire il sostegno popolare per il candidato dell'opposizione. Ogni volta hanno congegnato una attraente campagna di immagine utilizzando le moderne tattiche della ricerca di mercato che hanno perfezionato strada facendo. Ed ogni volta hanno utilizzato i "sondaggi" elettorali della Penn, Schoen & Berland per plasmare la percezione dell'opinione pubblica.

    Nel suo articolo "Coup D'etat in Disguise" (Colpo di stato mascherato), Jonathan Mowat ha descritto come funzionano questi "sondaggi": "La Penn, Schoen and Berland (PSB) ha giocato un ruolo pionieristico nell'utilizzo delle operazioni elettorali, specialmente degli "exit polls", per facilitare i colpi di stato. La sua principale missione è plasmare la percezione che il gruppo insediato al potere in un paese bersagliato abbia un vasto sostegno popolare""...lo spiegamento di trasmissioni alla televisione internazionale di "exit polls" delle agenzie di sondaggi...che diano la falsa impressione di una massiccia frode elettorale da parte del partito di governo, per mettere sulla difensiva gli stati bersagliati". Vale a dire che l'obiettivo è di ottenere sufficiente sostegno per influenzare le elezioni a loro favore oppure, se questo non è possibile, dare l'impressione che le elezioni sono state fraudolente ed incoraggiare la popolazione a capovolgerle. La strategia è stata così riuscita nel rovesciare regimi o nell'installare i regimi che gli Usa preferiscono, che l'operazione si è sviluppata in un programma da utilizzare in paesi in tutto il mondo. Ian Traynor la ha descritto come segue sul Guardian nel novembre del 2004: "La campagna è una creazione americana, un esercizio sofisticato e brillantemente concepito di marchio occidentale e di marketing di massa che, in quattro paesi in quattro anni, è stato usato per tentare di salvare elezioni truccate e rovesciare regimi sgradevoli... L'operazione - progettare la democrazia attraverso le urne e la disobbedienza civile - ora è così liscia che i metodi sono maturati in un modello per vincere le elezioni di altri popoli".

    Di questi tempi gli USA hanno una nuova arcinemesi, il Presidente venezuelano Hugo Chavez. Sicuramente Washington sarebbe felice di sbarazzarsi di lui nello stesso modo di tutti gli altri. Ma vi è un piccolo problema: Hugo Chavez non è Slobodan Milosovic. E' immensamente popolare tra le masse in Venezuela ed in tutta l'America Latina. I partiti pro Chavez hanno continuato a vincere elezioni democratiche nel corso degli ultimi 8 anni, e certamente vinceranno ancora nella corsa alla presidenza del 3 dicembre. Questa volta le forze Usa hanno un compito difficile. Sanno che è fondamentalmente impossibile battere Chavez alle urne: è troppo popolare. Pare che dovranno passare al piano B: un colpo di Stato. Gli Usa hanno già piantato un accampamento in Venezuela e tutto l'originario gruppo di attori si trova lì. Abbiamo il NED, l'USAID e, si, ancora una volta, la Penn, Schoen & Berland. Proprio come in Serbia, o in Ucraina, l'obiettivo delle forze Usa è rimuovere Chavez dal potere. Perciò lavorano in gruppo con i principali gruppi di opposizione per elaborare ed attuare la loro strategia. In Venezuela la strategia apprende da molte delle importanti lezioni che hanno dapprima imparato in Serbia e da allora hanno portato in molte altre nazioni. L'obiettivo è creare una situazione come in ucraina nel 2004: enormi proteste contro le elezioni e contro il governo per provocare caos ed instabilità. Fondamentalmente, consiste di tre parti.

    Primo, devono incrementare il sostegno popolare al candidato dell'opposizione, Manuel Rosales, creando una campagna attraente. Questo, in parte, è già stato realizzato ma, secondo la maggior parte dei sondaggi, Rosales ha solamente intorno dal 20 al 30% delle intenzioni di voto, paragonato a Chavez che ondeggia tra il 50 ed il 60%. Comunque, pare che il sostegno per Rosales sia cresciuto di qualche punto percentuale negli ultimi sondaggi, mentre il candidato attraversava il paese dando discorsi e facendo promesse negli ultimi pochi mesi. I media principali, naturalmente, fanno ogni notte la cronaca della sua campagna e ripetono tutti i messaggi della sua campagna. La campagna è progettata dagli USA ed utilizza moderne tecniche di marketing e slogan orecchiabili. Come mostrato nel film documentario del 2005 "Il nostro marchio è la crisi" su un gruppo di lavoro che progettava la campagna del loro candidato favorito in Bolivia, queste brillanti campagne utilizzano metodi sofisticati per creare esattamente l'immagine della quale hanno bisogno per il loro candidato. Tendono a prendere di mira i giovani e spesso includono movimenti giovanili come hanno fatto con Primero Justica (Primo la giustizia) in Venezuela. Marcare la campagna con un colore ed uno slogan di una parola è una parte importante della campagna creata dagli Usa. In Serbia lo slogan era "Otpor", che significa resistenza. In Georgia era "Kmara" (Basta!). In Ucraina "Pora", che significa "E' ora!", ed ora in Venezuela il marchio è "Atrevete", tradotto all'incirca come "Sii audace!".

    Il secondo passo è stato utilizzare i mass media per creare la percezione che le elezioni siano fraudolente. Hanno fatto ciò in una varietà di modi. Il NED ha finanziato una organizzazione, Sumate (slogan di una parola che significa "arruolarsi"), con l'obiettivo dichiarato di "raggiungere un alto livello di partecipazione dei cittadini alle elezioni venezuelane". Fondata nel 2002, Sumate ha organizzato la campagna per il referendum di revoca per annullare il termine presidenziale di Chavez. Hanno perso il voto di revoca nell'agosto del 2004 con un grande margine, ma hanno continuato a pretendere, con l'aiuto degli "exit polls" della Penn, Schoen, and Berland, che le elezioni sono state fraudolente. Altri cinque sondaggi hanno dimostrato esattamente l'opposto e concordato con i risultati ufficiali delle votazioni nelle quali Chavez ha vinto con un ampio margine. Comunque, PSB e Sumate hanno sostenuto che l'opposizione aveva vinto e che Chavez aveva commesso una "massiccia frode" nonostante il fatto che 5 dei 6 sondaggi concordassero con i risultati ufficiali e che il processo elettorale fosse stato certificato sia dal Centro Carter che dalla Organizzazione degli Stati Americani. Di conseguenza, l'immagine di Chavez come leader eletto democraticamente è stata danneggiata sia internamente che sul piano internazionale. La pretesa di frode è risuonata attraverso i principali media e ha inculcato dubbi sulla legittimità di Chavez. Dal referendum di revoca la campagna è stata ininterrotta. Sumate ed altri gruppi di opposizione continuano ad attaccare il processo elettorale in Venezuela, reclamando che non è trasparente ed ingiustamente controllato dal governo Chavez. I maggiori media in Venezuela hanno sostenuto con tutta l'anima questa campagna dando copertura al Sumate e con i loro continui comunicati stampa che denunciano problemi del processo elettorale. L'idea è di ingannare gente a sufficienza per far credere che il regime Chavez non è comunemente appoggiato ma si regge al potere attraverso elezioni fraudolente. Praticamente sono già riusciti a convincere una percentuale della popolazione.

    Infine, devono procurarsi abbastanza gente nelle strade per creare una situazione nella quale potrebbe aver luogo una transizione al potere. E' qui che entra in scena la Penn, Schoen & Berland. Nei ultimi mesi che portano alle elezioni del dicembre 2006, la Penn, Schoen & Berland è stata strumentale nel dar forma alla percezione dell'opinione pubblica. In una serie di sondaggi elettorali ampiamente riportati dai media privati, la ditta di sondaggi ha regolarmente mostrato che il vantaggio di Chavez si sta restringendo e che l'opposizione sta aumentando lo slancio, mentre tutti gli altri sondaggi svolti negli ultimi mesi dimostrano che Chavez mantiene un ampio vantaggio tra il 20 ed il 30%. La scorsa settimana, Mr. Schoen, della Penn, Schoen & Berland, ha rilasciato gli esiti della sua ultima indagine al telegiornale della sera venezuelano. Come ci si aspettava, l'indagine della Penn mostrava che Manuel Rosales, l'oppositore di Chavez, nei sondaggi era quasi pari a Chavez. Mostrava che Chavez aveva solamente un sostegno del 48% ed il suo rivale Manuel Rosales aveva significativamente raggiunto fino al 42%. Ora questo sondaggio viene riportato da tutti i principali media venezuelani, ad un enorme pubblico, mostrando che Rosales guadagnava sempre di più ogni giorno e forse poteva vincere. Mr. Schoen aggiunse la sua opinione personale: "Lo slancio è chiaramente con Rosales". Con l'aiuto dei media mainstream, quasi tutti violentemente opposti al popolare presidente, questi falsi sondaggi hanno raggiunto un vasto pubblico. Tutti i giornali, i principali canali televisivi ed i siti di notizie su Internet riportano i risultati dei sondaggi come se fossero veri e validi accertamenti. Non menzionano il fatto che questi accertamenti non sono confortati da nessuna altra agenzia di sondaggi. Di nuovo, sebbene la realtà sia che Rosales non ha quasi nessuna possibilità di vincere le elezioni di dicembre, gran parte della popolazione ora crede che ne abbia. La realtà non pare avere importanza, tutto ciò che importa veramente è quello che la popolazione crede. Quando il loro candidato perderà con largo margine, ci si dovrà occupare di una difficile realtà. Se la strategia dell'opposizione funziona, potrebbe essere possibile provocare grandi proteste e persino dei tumulti. Due settimane fa, su Globovision, uno dei principali canali privati in Venezuela, il leader dell'opposizione Rafael Poleo ha chiamato i venezuelani a fare gli "ucraini" il giorno dopo le elezioni. Sostenendo che le elezioni saranno fraudolente, Poleo, che è stato coinvolto nel tentativo di colpo di stato del 2002, ha descritto in dettaglio un "piano" per rimuovere Chavez dal potere dopo le elezioni. Paragonandolo alla "Rivoluzione arancione", il piano incita i venezuelani ad uscire in massa per protestare contro il governo Chavez e quelle che chiama le "elezioni fraudolente". Poleo ha quindi domandato all'alto comando militare di appoggiare questo "movimento", in quella che fondamentalmente equivale ad un appello per rovesciare il governo.

    Tra due settimane da ora vedremo come finirà tutto ciò. Continuerà il popolare Chavez a governare come il presidente delle masse? Oppure l'opposizione addestrata dagli USA sarà in grado di portare a compimento una soluzione "ucraina" in Venezuela? Le pretese dell'opposizione di frode sono totalmente infondate e, persino all'indagine più superficiale, è chiaro che Chavez mantiene un sostegno schiacciante. Ma la strategia organizzata dagli USA cerca di provocare proteste di massa e forse la ribellione militare per defenestrare il suo popolare nemico. Con l'aiuto della Penn, Schoen & Berland potrebbe proprio avere abbastanza gente nelle strade da provocare qualche disordine. Per i pianificatori del colpo di stato questo è esattamente ciò di cui hanno bisogno.

    November 25

    Adesso emerge chiaramente la strategia globale per il Medio Oriente

    Due sanguinosi avvenimenti avvenuti nei principali teatri di tensione del Medio Oriente (l'Iraq e la regione libano-palestinese), ovvero gli attentanti che a Sadr City, Baghdad, hanno provocato la morte di 160 civili sciiti e l'assassinio a Beirut di Pierre Gemayel, ci permettono di identificare con chiarezza quale sia la strategia di Stati Uniti e Israele per imporre la loro egemonia nel Medio Oriente.
     
    Sia gli Usa che Israele hanno fallito nelle loro missioni militari in Medio Oriente: l'impantanamento dell'esercito americano in Iraq e l'indebolimento politico e militare di Israele in Libano nella guerra di agosto hanno in entrambi i casi favorito notevolmente il blocco di opposizione sciita. Oggi gli sciiti, più di quanto non lo fossero già prima, sono un gruppo emergente dal Golfo Persico alle coste libanesi, acquisiscono peso e influenza nei paesi dove finora erano stati minoranza o in senso demografico o politico (in Libano la popolarità di Hezbollah ha raggiunto dopo il ritiro israeliano il 75% presso la popolazione libanese, in Iraq essi hanno di fatto già virtualmente formato una loro repubblica islamica e detengono un elevatissimo potere negoziale nel governo di Baghdad), e rifiutando le ingerenze di Israele e Stati Uniti nei loro territori si richiamano all'Iran, la loro patria religiosa ed ideologica, per invocarne protezione e comprensione.
     
    E' da sottolineare come tutti i tentativi precedenti fatti finora da Usa e Israele per bloccare la crescita di influenza degli sciiti siano falliti; in Iraq queste operazioni sono cominciate prima, e si sono risolte sempre con un incremento di popolarità del clero sciita nel paese, e di influenza dell'Iran nella zona sciita del paese. Ciò ovviamente ha rafforzato la fiducia nelle proprie forze da parte degli sciiti al di fuori dell'Iraq, a cominciare proprio da Hezbollah in Libano (oltre, ovviamente, agli iraniani), che da subito ha cominciato ad acquisire potenza e popolarità presso le popolazioni locali. A questo punto gli americani hanno promosso la Rivoluzione dei Cedri, immolando il loro vecchio alleato Rafihk Hariri, per creare una reazione che suonasse soprattutto anti-siriana.
     
    A questo punto è interessante notare come la Siria sia vista in questa ottica israelo - statunitense come un esempio da presentare agli iraniani, ben più potenti e temibili: da una parte si cerca di colpirla per impressionare Teheran, dall'altra si cerca di "indurla alla ragione" per isolare diplomaticamente ancora di più l'Iran nel consesso mediorientale. Gli ultimi negoziati con la Siria, per un ritiro americano graduale e indolore dall'Iraq, e l'incoraggiamento alla ripresa di rapporti diplomatici tra Siria e Iraq, suonano come un "divide et impera" col quale cercare di spaccare il fronte siro - iraniano; al tempo stesso, le minacce dirette alla Siria nella questione libanese e palestinese hanno la funzione di disorientare ancora di più i vertici di Damasco e il blocco di opposizione sciita, composto da Teheran, dagli sciiti iracheni e da Hezbollah in Libano.
     
    Comunque la strategia messa in atto con la Rivoluzione dei Cedri non ha funzionato, perchè su di essa pesava la riscossa sciita nell'Iraq, dove le condizioni dell'esercito americano sono sempre più peggiorate nell'ultimo anno, senza poi considerare la situazione del vicino focolaio palestinese, e la "ripresa di coraggio" da parte dell'Iran alla vista delle difficoltà americane in Medio Oriente che hanno portato la popolazione iraniana a dare il proprio voto ai "duri" della Rivoluzione Verde, al Presidente Amhadinejiad. A questo punto la palla è passata nelle mani degli israeliani, che hanno organizzato il colpo dello scorso agosto, quando usando come pretesto il rapimento di cinque soldati dell'esercito israeliano, il governo di Ehud Olmert ha ordinato l'invasione e la messa a ferro e fuoco del Libano. I latini dicevano che laddove finisce la politica inizia la guerra; e infatti, fallito l'espediente politico della Rivoluzione dei Cedri, si passava tout court alla soluzione militare, con l'obiettivo di azzerare fisicamente Hezbollah. A questo punto però gli israeliani non si sono trovati al cospetto di una milizia popolare a livello di intifada, come credevano, ma davanti a un gruppo estremamente ben addestrato e capace di opporre una guerriglia flessibile e strategicamente ben coordinata, e oltretutto munito di armi all'ultimo grido provenienti direttamente dagli arsenali russi. La batosta per l'esercito israeliano, nonostante i danni incalcolabili inferti al Libano e alla popolazione libanese, è stata tremenda, sia da un punto di vista militare che d'immagine e d'autostima; e qui si è capito che nel grande gioco mediorentiale era entrato in campo un nuovo protagonista, la Russia di Putin, contro la quale non a caso adesso gli Usa hanno scatenato una forte guerra mediatica volta all'infangamento della sua immagine (da sottolineare che gli oligarchi filo-americani contrari all'attuale corso politico russo sono riparati proprio in Inghilterra e in Israele). Le conseguenze di quella batosta furono l'indebolimento dell'immagine di Israele come potenza temibile nel Medio Oriente, e quindi il guadagno di autofiducia di Siria e Iran nel potersi opporre con facilità alla sua potenza; ma soprattutto il raggiungimento da parte di Hezbollah di una popolarità mai vista presso i civili libanesi, praticamente plebiscitaria.
     
    Adesso Israele cerca di rimediare la situazione promuovendo l'uccisione di un altro alleato, Gemayel, per incolpare Hezbollah e destabilizzare nuovamente il Libano allo scopo di riprendere la guerra e sistemare del tutto i conti con gli sciiti fruendo anche dell'appoggio militare americano. Nel mentre in Iraq gli Usa pianificano una catena di attentati contro gli sciiti per esasperare ancora di più il fragilissimo contesto iracheno, allo scopo di giustificare l'adozione di misure militari più estreme, il potenziamento del numero di effettivi americani in Iraq, e di avviare una vera e propria guerra civili tra sunniti e sciiti, fino ad oggi mai realmente avvenuta e comunque assai improbabile a realizzarsi (visto il sistema tribale che caratterizza la società irachena) che sul lungo termine potrebbe servire proprio a rompere ulteriormente il "patto di solidarietà" tra siriani ed iraniani.
     
    Concluso questo discorso, prendete una cartina geografica e osservate i paesi mediorientali: sia l'Iran che la Siria si trovano circondati, in una sorta di tenaglia, dalle forze armate americane: la Siria ad ovest ha Israele e il Libano, ad est ha l'Iraq; l'Iran ad ovest ha l'Iraq, ad est ha l'Afghanistan. Tutti territori sui quali gravitano gli israeliani (Palestina e Libano appena possibile) e gli americani. Senza contare poi gli alleati tradizionali, come la Turchia, l'Arabia Saudita e il Pakistan. Adesso avete capito qual'è la strategia globale di Usa e Israele per il Medio Oriente.
    November 21

    Infangare la Russia a tutti i costi

    Siamo davvero sicuri che l'avvelenamento di Aleksandr Litvinenko, avvenuta ingerendo il tallio contenuto in una pietanza servitagli ad un sushi bar di Londra, abbia come mandante il presidente russo Vladimir Putin? Si sta ripetendo, in realtà, lo stesso copione già visto con l'assassinio di Anna Politkowskaija, la cui morte peraltro funge in quest'occasione come ragione anche per l'avvelenamento dell'ex colonnello del KGB in questione. Questi, non dimentichiamocelo, è uno dei principali amici a Londra di Boris Berezowskij, il re degli oligarchi russi e uno dei principali coordinatori del crimine organizzato russo, fuggito dalla Russia quando Putin iniziò a rimettere sotto il controllo dello Stato i beni che i vari oligarchi gli avevano sottratto durante l'era Eltsin, approfittando del caos nato dalla fine dell'apparato sovietico. I mass media, che vivono nell'influenza dei gruppi di potere occidentali, ovviamente non hanno riportato questa notizia, ma hanno detto che Litvinenko stava conducendo indagini personali sull'assassinio della Politkowskaija. Con una sola operazione si vuole far luce su due attentati, e distruggere così Putin come uomo di Stato e statista a livello internazionale, per ricordare invece all'opinione pubblica mondiale e soprattutto occidentale la sua natura oscura come dirigente dei servizi segreti sovietici quando il comunismo divideva in due blocchi l'Europa. Fin dalla sua ascesa i media si sono messi a tuonare contro le intenzioni di Putin di ristabilire in Russia "elementi del passato sovietico", alludendo proprio alle sue intenzioni di confiscare i beni dello Stato di cui gli oligarchi si erano indebitamente appropriati, cosa che agli occhi dei potentati occidentali appare come una grave limitazione alla loro "libertà d'azione" in terra russa. Anche Allende fu considerato un dittatore da Nixon perchè voleva nazionalizzare le miniere di rame controllate dalle multinazionali americane, dandone i proventi al popolo anzichè ai magnati stranieri. Eltsin veniva e viene tuttora additato dai media occidentali come l'uomo della democrazia in Russia, e questo perchè ha consegnato le risorse del paese nelle mani delle multinazionali angloamericane.

    Quando vi fu
    l'affondamento del Kurks, in seguito ad un impatto con un sommergibile americano, la propaganda dei media lasciò chiaramente intendere che l’equipaggio fosse stato deliberatamente abbandonato per morire poi annegato, dopo l’insuccesso del tentativo di salvataggio. Allo stesso modo la strage di Beslan fu utilizzata per descrivere la freddezza e la crudeltà di un regime che non si era fermato neanche dinanzi a dei bambini, quando invece Putin ribadì più volte che la responsabilità di quell'atto dimostrativo era da attribuire a persone esterne, né russi né ceceni. Possiamo ricordare anche il caso dei russi tenuti in ostaggio nel teatro di Mosca da parte delle vedove dei guerriglieri ceceni, e che fu risolto con l'adozione di gas intossicanti. La manipolazione dell'informazione fu molto forte e funzionale all'obiettivo dei gruppi di potere occidentali di discreditare l'immagine di chi in realtà in Russia si stava dando da fare per ripristinare gli interessi nazionali contro le politiche di rapina del FMI e delle multinazionali.

    Putin, che all'inizio della sua carriera di presidente della Federazione Russa era circondato da un alone di mistero, oggi è uno leader dotato di grande popolarità tanto in Russia quanto negli Stati limitrofi, legati alla Russia da profondi legami economici e politici; a tacere poi del Medio Oriente e dell'America Latina, dove l'influenza russa cresce in modo palpabile, parimenti alla considerazione dei popoli locali verso il leader del Cremlino.
    I suoi uomini più fedeli e a lui vicino oggi occupano prestigiose posizioni all'interno delle multinazionali che con i loro investimenti stanno entrando nel capitale azionario di molte società europee. Gazprom è un colosso di Stato e allo stesso tempo l'azionaria di molte società di Energia, parte di Eads è nelle mani della Banca pubblica russa, Vodafone è uno dei prossimi obiettivi, mentre crescono i colossi dell'aerospaziale, siderurgico e dell'industria pesante. La sua invadenza in un certo senso viene tollerata, nonostante l'opposizione della Commissione Europea (che riconosce comunque quanto importante sia aprire l'Europa agli investimenti russi per poter favorire a loro volta l'ingresso degli investimenti europei in Russia, senza considerare poi il positivo effetto di controbilanciamento che la presenza russa avrebbe in Europa nei confronti di quella americana, che fino ad oggi ha pesantemente condizionato la politica estera europea rendendo l'UE succube di Washington) fino a divenire importante partner della Francia, dell'Iran, della Turchia, ma anche dell'Algeria e della Cina, consolidando poi sempre di più la sua posizione nei Balcani. Piace anche ai suoi nemici, che cercano l'accordo facendo buon viso a cattivo gioco, come fa in un certo senso Bush che preme per l'ingresso della Russia all'interno del WTO (cercando di ripetere in questo mondo il gioco a suo tempo fatto nei confronti della Cina, quando venne autorizzata a partecipare nel '98 al WTO per porne l'economia sotto controllo; ma i cinesi continuarono a porre i loro interessi al di sopra di quelli del WTO, limitando in questo modo l'invadenza americana nella loro economia e gli effetti sulla politica che ciò avrebbe potuto avere. Considerando che la Russia rispetto alla Cina non è solo una potenza industriale ma è anche una potenza energetica, c'è da supporre che i russi sapranno fare anche di meglio dei cinesi). La Russia infatti è fortemente intenzionata ad entrare in Europa come forza al di sopra delle Istituzioni Europee, che non riconosce come organi rappresentativi della volontà degli Stati, cercando di proposito lo scontro nei confronti delle lobbies bancarie che hanno colonializzato l'Europa. Parecchi geopolitici e politologi affermano infatti che non sarà la Russia a far parte dell'Europa, ma semmai l'Europa a far parte della Russia. Putin sta dunque cercando di far uscire allo scoperto coloro che si nascondono dietro le Commissioni e i Comitati Europei, dietro le Organizzazioni Internazionali e umanitarie che si infiltrano in uno Stato per fare da sanguisuga, per togliere ad una classe politica dirigente la credibilità e la forza sulla scena internazionale. Putin chiude le frontiere alle ONG internazionali e non rilascia dichiarazioni alle testate mondiali, per evitare che le sue parole vengano manipolate.

    Fino a poco tempo fa il Presidente della fondazione Rockfeller giungeva in Serbia per annunciare l'indipendenza del Kosovo come passo importante per avvicinarla all'Unione Europa, tuttavia a distanza di pochi mesi la dichiarazione di Solana rimette in discussione la questione del referendum e la necessità dell'indipendenza. Nei Balcani è all'opera una sorta di forza sotterranea, che alla stregua di un fiume carsico erode gli strati sottostanti del sistema politico attuale per poi ad un certo punto emergere mostrandosi chiaramente. Il progetto atlantico di frantumare politicamente il più possibile i Balcani per affermarvi l'egemonia anglo americana si sta affievolendo mentre la Russia torna a giocare un ruolo di primo piano nell'Est Europeo: in vari paesi dell'ex-Jugoslavia si sono susseguiti decine e decine di mandati di cattura emessi dall'Interpol nei confronti di importanti uomini d'affari o personalità politiche, che potenzialmente potevano rivelarsi influenti. Anche in Italia si cominciano ad avvertire i primi rumori sospetti forieri di un cambiamento, ed è infatti alla luce di questi fenomeni politici  internazionali che va riletta la riforma dei servizi segreti messa in opera dal nuovo governo. Ci si prepara anche in Italia a mettere fuori gioco gli attori potenzialmente contrari allo smantellamento dell'egemonia atlantica in Europa, "carsicamente", sotterraneamente.

    La Russia sta ancora combattendo la Guerra Fredda che ha condizionato mezzo secolo di storia europea, ed è terminata sulla carta nel momento in cui è stato firmato Maastricht: ciò induce a riflettere sul fatto che questa Istituzione è stata voluta dalle lobbies bancarie europee, strettamente legate a quelle americane, per sottrarre alla Russia una zona di importante influenza qual era l'Europa. Più degli Stati Atlantici, il vero crocevia dell'Europa, sin dall'inizio del secolo, sono sempre stati i Balcani e l'Est Europeo, qui hanno avuto inizio la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, qui la Guerra Fredda si è manifestata più apertamente che altrove dividendo la regione per quasi cinquant'anni, e infine da qui sono iniziate le tensioni che ora tornano a contrapporre i principali attori del mondo, in seguito alla deflagrazione della Yugoslavia. I Balcani sono uno dei più importanti teatri dove si consuma la nuova Guerra Fredda, che ha per obiettivo il controllo della rete delle pipelines e delle risorse energetiche, e che vede nell'Islam uno dei principali nemici del fronte atlantico, se non addirittura l'obiettivo primario del nuovo scontro sotterraneo.

    Le dichiarazioni dell'ambasciatore americano e del Commissario Europeo che controlla la Federazione Bosniaca continuano ad umiliare i serbi di Bosnia, ricordando loro che se non sono entrati in Europa è stata una questione di soli due di giorni di ritardo nel rispetto degli impegni nei confronti della Commissione Europea. Un cavillo amministrativo e burocratico ha isolato la comunità serba e già le parole uccidono un popolo, ma è ovvio che in realtà hanno paura, temono la forza degli eventi che si sta facendo strada, come l'hanno temuta quando la Russia offriva collaborazione e comprensione al Presidente Milosevic, tanto che dopo la sua morte, gli è stato attribuito un grande viale di Mosca. La presenza russa nei Balcani rispecchia dunque un forte e tradizionale legame con le popolazioni slave ed ortodosse locali, perché l'incontro di varie etnie fa di questo lembo di terra una zona molto instabile e facile preda per ottenere il controllo della ragnatela dei gasdotti. L'aver fomentato la guerriglia religiosa islamica in Bosnia e in Kosovo da parte degli americani ha indotto le popolazioni cristiane a rafforzare i propri legami con la Madre Russia, e ha creato come avvenuto in Africa e in Afghanistan un gruppo esteso di rivoluzionari religiosi radicali che ora non hanno più come obiettivo primario la guerra contro i russi e i loro alleati, ma bensì contro il Grande Satana occidentale contro il quale si rivoltano dopo che esso per lungo tempo li aveva cresciuti e nutriti.
    La nuova Guerra Fredda nasce dall'uso irresponsabile che gli occidentali hanno fatto dell'estremismo islamico per affermare la propria egemonia nelle zone di influenza russa, quando inviarono nella ex Yugoslavia i Mujahidin che vennero a combattere in Bosnia e in Kosovo contro i serbi dopo aver combattuto per dieci anni in Afghanistan; è una guerra contro l'Islam, che vedeva dapprima come nemico principale di esso il blocco filorusso, e adesso invece il blocco filoamericano. Per tale motivo i Balcani da decenni rappresentano la valvola di sfogo del fallimento e della crisi del mondo occidentale, che per sopravvivere economicamente perpetuando il suo fallimentare sistema basato sullo spreco insostenibile delle risorse altrui va a saccheggiare i paesi circostanti. Dal canto suo la Russia vuole ancora vincere la guerra fredda, vuole ripristinare un controllo sull'Europa, e lo fa con le multinazionali e il petrolio, ripristinando la sua potenza militare e industriale, e soprattutto stando a guardare il blocco atlantico mentre questo s'impantana sempre di più nei terreni dell'Islam sul quale precedentemente aveva giocato con l'imprudenza dell'apprendista stregone.

    November 20

    La Russia riemerge e torna a vincere la sua partita a scacchi contro gli americani

    Come giustamente fa notare William Engdahl di "Geopolitics - Geoeconomics", "il vertice di Parigi del settembre 2006 tra il russo Vladimir Putin, il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha mostrato il riemergere della Russia come una superpotenza mondiale". Usando la leva energetica Mosca ha infatti riaffermato la propria autorità sulle repubbliche ex sovietiche ad essa limitrofe, e persino sugli ex membri del Patto di Varsavia, in parte già aderenti alla NATO, in parte prossimi ad entrarvi; non solo, ma ha addirittura aumentato la sua influenza e il suo potere negoziale nei confronti dei paesi dell'Europa Occidentale che ai tempi sovietici le erano inaccessibili. Con l'Algeria ha formato un cartello che può fare il bello e il cattivo tempo per quanto riguarda le politiche energetiche in Europa, e sulla costa algerina sono nate basi navali russe; altrettanto è avvenuto in Siria (Siria e Iran, come vedremo più tardi. sono due tasselli fondamentali nell'opera di edificazione della "Grande Russia") davanti alle cui spiagge sostano navi militari e mercantili russe; e in quest'opera di colonizzazione del Mediterraneo non è stato risparmiato neppure l'Adriatico, che vede il Montenegro appena resosi indipendente da Belgrado fortemente filorusso, con le aziende russe che vi investono a più non posso comprando tutti i principali stabilimenti e mandandovi le proprie navi a riempire i porti. In pratica, la Russia sul Mediterraneo oggi è più presente e forte di quanto non lo fosse stata ai tempi dell'Unione Sovietica, quando usufruì sporadicamente del supporto albanese ed egiziano prima che Tirana e Il Cairo la tradissero per approdare rispettivamente al lido cinese e a quello americano. Un altro bell'aiuto la Russia l'ha ricevuto dai madornali errori in politica estera e militare di Washington, che hanno spinto Siria e Iran a cercare la sua protezione e presto le consegneranno un Iraq con l'antiamericanismo nel sangue: l'errore che gli Usa seppero evitare nel '79, quello di "non spingere gli ayatollah iraniani nelle braccia dei russi", è stato invece compiuto adesso dall'amministrazione Bush. Teheran si affida alle armi e alla diplomazia moscovite per la tutela dei propri interessi nel Medio Oriente.

    L’agenda del vertice di Parigi includeva gli investimenti francesi in Russia ed il problema del programma nucleare iraniano (di costruzione russa). In generale, comunque, si è parlato anche della questione delle prossime forniture di energia russa all’Unione Europea, nello specifico alla Germania. Putin ha rassicurato il cancelliere tedesco sul fatto che la Russia potrebbe eventualmente deviare una parte dei futuri rifornimenti di gas naturale dal suo grande giacimento di Shtokman nel Mare di Barents. Il progetto da 20 miliardi di dollari è previsto per il 2010 ed è stato studiato per rifornire i terminali statunitensi di gas naturale liquido. Fin dal devastante imprevisto di due anni fa della “Rivoluzione dei colori”, sponsorizzata dagli Stati Uniti, prima in Georgia e poi in Ucraina, la Russia ha iniziato a giocare molto attentamente le sue strategiche carte energetiche: dai reattori nucleari in Iran, alla vendita di armamenti in Venezuela ed in altri stati dell’America Latina, fino alla cooperazione strategica per il gas naturale in Algeria. Insomma, il messaggio di Putin agli americani è questo: "se tu Washington mi sottrai i migliori alleati che ho ai miei confini, io faccio altrettanto con te, rafforzando i governi rossi del Sud America e impantanandoti Israele, così impari; siccome sei già impegnata allo stremo in Iraq, difficilmente potrai avere altre risorse con cui contrastarmi".

    A questo punto è però opportuno tracciare una descrizione della politica estera americana e dei principi che la animano, cominciando da una "biopsia" della cosiddetta "Dottrina Cheney" o "Presidenza Cheney", dal nome del principale collaboratore di Bush. La “Presidenza Cheney”, che è il nome con cui gli storici etichetteranno gli anni di George W. Bush, si è basata su una chiara strategia. E’ stata spesso fraintesa dai critici che si sono eccessivamente incentrati sui suoi aspetti più visibili, come l’Iraq, il Medio Oriente e gli stridenti venti di guerra intorno al Vice-Presidente ed al suo vecchio amico, il Segretario della Difesa Don Rumsfeld. La “Strategia Cheney” è stato un disegno di politica estera statunitense basato sul tentativo di controllo diretto dell’energia globale, controllo da parte dei Quattro Grandi [Big Four] privati giganti del petrolio, statunitensi o legati agli USA – ChevronTexaco o ExxonMobil, BP o Royal Dutch Shell. In particolare, si è puntato al controllo di tutte le regioni maggiori produttrici di petrolio e di gas naturale. Tale controllo si è attuato parallelamente al tentativo degli Stati Uniti di ottenere la totale supremazia militare sull’unica minaccia potenziale alle sue ambizioni – la Russia. Cheney è stata la persona ideale che ha saputo tessere insieme una politica energetica e militare in una coerente strategia per il dominio. Insomma, l’amministrazione Cheney-Bush è dominata da una coalizione di interessi composta dalle Big Oil [Grandi Compagnie petrolifere] e dalle grandi del complesso industriale militare americano. Questi interessi corporativi privati esercitano il loro potere attraverso il controllo della politica del governo degli Stati Uniti. Una agenda essenzialmente militaristica ed aggressiva è stata portata avanti. Ed è stata impersonata dalla Halliburton Inc., la precedente compagnia di Cheney, che allo stesso tempo è la più potente compagnia di servizi energetici e geopolitici e la più grande costruttrice di basi militari. Per comprendere questa politica è importante analizzare come Cheney, in qualità di amministratore delegato della Haliburton, focalizzava il problema dei futuri rifornimenti di petrolio alla vigilia della sua elezione alla vice presidenza degli Stati Uniti.

    Tornando indietro al 1999, un anno esatto prima delle elezioni USA che lo hanno consacrato il più potente vice-presidente della storia, Cheney tenne un discorso rivelatorio poco prima che la sua compagnia approdasse al London Institute of Petroleum. Ad una domanda sulle prospettive globali per le grandi compagnie petrolifere, Cheney rispose così:  “Stando a diverse stime nei prossimi anni ci sarà una crescita media annuale del 2% della domanda mondiale di petrolio che sarà accompagnata da una riduzione del 3% della produzione. Ciò significa che entro il 2010 avremo bisogno di circa 50 milioni di barili al giorno in più rispetto ad oggi. Per cui chiedo, da dove dovrà provenire questo petrolio? I governi e le compagnie petrolifere nazionali controllano circa il 90% delle risorse. Il petrolio rimane fondamentalmente un affare dei governi. Mentre, da una parte, molte regioni del globo offrono grandi opportunità, dall’altra il Medio Oriente con i suoi due terzi delle riserve mondiali ed i bassi prezzi, è in pratica il luogo dove concludere il vero affare. Nonostante le stesse compagnie siano ansiose di ottenere un maggiore accesso in quelle aree, i progressi continuano ad essere lenti. E’ vero che la tecnologia, le privatizzazioni e le aperture di buona parte dei paesi hanno creato molte nuove opportunità ma, guardando indietro ai primi anni 90, le aspettative prevedevano che significative quantità di nuove risorse sarebbero arrivate dalle regioni dell’ex Unione Sovietica e della Cina. Naturalmente ciò non accadde.

    Le osservazioni di Cheney meritano un’attenta lettura. Egli presuppone una crescita contenuta della domanda di petrolio entro la fine di questa decade, cioè entro quattro anni. Avremo cioè bisogno di una quantità aggiuntiva di circa 50 milioni di barili al giorno. L’attuale produzione è stabile sugli 83 milioni di barili. Ciò significa che, per evitare catastrofiche conseguenze sulla crescita economica globale, il pianeta deve procurarsi, secondo le stime di Cheney del 1999, un’ulteriore produzione pari a circa il 50% dei livelli del 1999, e tutto entro il 2010. Ciò equivale a cinque nuove regioni petrolifere per un’estensione pari alle dimensioni dell’attuale Arabia Saudita. E’ questa l’esorbitante quantità di cui abbiamo bisogno. Dato che per portare nuovi giacimenti a pieno regime occorrerebbero non meno di sette anni, non si avrebbe avuto abbastanza tempo per affrontare una eventuale crisi energetica con conseguente rialzo dei prezzi. Le stime di Cheney erano inoltre basate anche su una stima eccessivamente contenuta della domanda di petrolio di paesi come Cina e India, le economie con il più alto tasso di crescita.

    Un secondo punto degno di nota del discorso di Cheney è l’osservazione con cui afferma che “il Medio Oriente con i suoi due terzi delle riserve mondiali ed i bassi prezzi è in pratica il luogo dove concludere il vero affare.” In ogni caso, come ha apertamente sottolineato, il “bottino” petrolifero era in mani statali o governative, non aperto allo sfruttamento privato e pertanto inaccessibile alla Halliburton di Cheney e ad i suoi amici della ExxonMobil, Shell, Chevron o BP. In quel periodo l’Iraq, con la sua seconda più grande scorta di petrolio dopo l’Arabia Saudita, era sotto il controllo di Saddam Hussein. L’Iran, che è il secondo produttore mondiale di gas naturale, era guidato da una teocrazia nazionalista che mai avrebbe aperto le porte alle proposte delle compagnie private statunitensi. Infine le riserve di petrolio del Mar Caspio erano soggette ad un aspro conflitto geopolitico tra Washington e Mosca.

    L’affermazione di Cheney, “il petrolio resta fondamentalmente un affare dei governi”, e non dei privati, acquista un nuovo significato se ci tuffiamo nel settembre 2000, nel cuore della campagna elettorale Bush-Cheney. In quel mese Cheney, insieme a Don Rumsfeld, Paul Wolfowitz e molti altri che in seguito si aggregarono alla nuova amministrazione Bush, diffuse un rapporto intitolato “Re-building America’s Defenses” [Ricostruire le Difese Americane]. Il rapporto era stato stilato da un ente nominato Project for the New American Century (PNAC) [Progetto per il Nuovo Secolo Americano]. Il gruppo PNAC di Cheney invitava il futuro presidente a trovare un pretesto adeguato per dichiarare guerra all’Iraq, con l’obiettivo di occuparlo militarmente e prendere il controllo delle sue riserve petrolifere. Il loro rapporto asseriva in maniera diretta, “L’irrisolto conflitto iracheno fornisce un’immediata giustificazione, mentre la necessità di una sostanziale presenza militare americana nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein…”. Nel settembre 2000 Cheney firmò un documento strategico in cui dichiarava che il punto chiave era “la presenza americana nel Golfo”, ed un cambio di regime in Iraq, indifferentemente dal fatto che Saddam Hussein fosse il buono, il brutto o il cattivo. Era il primo passo dell’esercito statunitense verso “il vero affare”. Non fu una coincidenza il fatto che all’inizio del 2001, immediatamente dopo le elezioni, Cheney ottenne il comando della “Presidential Energy Task Force” [Task-Force Presidenziale per l’Energia], dove lavorò a stretto contatto con i suoi amici delle Big Oil (le grandi del petrolio), compreso un certo Ken Lay della Enron, con cui Cheney aveva precedentemente lavorato al progetto del gasdotto afgano. Insabbiata nel dibattimento che infine portò al bombardamento ed all’occupazione statunitense dell’Iraq nel marzo 2003, c’era un’azione legale sotto l’ala del “Freedom and Information Act” proposta dal Sierra Club and Judicial Watch, inizialmente creata per trovare informazioni sul ruolo avuto da Cheney nella crisi energetica californiana. L’istanza chiedeva che il Vice-Presidente Cheney rendesse pubblici tutti i documenti e le registrazioni degli incontri relativi al progetto della sua Task Force.

    Nell’estate del 2003, nonostante la violenta opposizione di Cheney e di tutta la Casa Bianca, il Dipartimento USA per il commercio rilasciò parte dei documenti. In mezzo ai file relativi all’analisi energetica interna agli Stati Uniti c’era, curiosamente, una mappa dettagliata dei giacimenti petroliferi iracheni, degli oleodotti, delle raffinerie e dei terminal, e c’erano inoltre due cartelle dettagliate contenenti progetti in Iraq insieme a una lista dei “pretendenti stranieri dei contratti petroliferi in Iraq.” La lista degli stranieri comprendeva la Russia, la Cina e la Francia, tre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che si erano apertamente opposti all’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’invasione americana dell’Iraq. Il primo provvedimento dell’occupazione post-bellica era stato infatti quello di dichiarare nulli tutti i contratti sottoscritti tra il governo iracheno, Russia, Cina e Francia. Il petrolio iracheno doveva essere un affare americano, gestito dalle compagnie americane o dai loro amici intimi britannici… la prima scommessa era stata vinta. Ciò era esattamente quello a cui Cheney alludeva nel suo discorso a Londra del 1999. Rendere le risorse medio-orientali indipendenti dai governi nazionali e metterle in mano agli Stati Uniti. L’occupazione militare dell’Iraq era il primo grande passo nella sua strategia. In ogni caso per Washington “il vero affare” era in ultima istanza il controllo delle riserve energetiche russe.

    La De-costruzione della Russia: “L’obiettivo finale

    Per ovvie ragioni politiche e militari Washington non può ammettere apertamente che il suo obiettivo strategico, dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, è sempre stato lo smembramento e la de-costruzione della Russia, ed il controllo effettivo delle sue enormi risorse di gas e petrolio. Tuttavia l’Orso Russo possiede ancora formidabili mezzi militari, sebbene dilapidati, ed anche un notevole potenza di fuoco atomica. Nella metà degli anni novanta Washington iniziò un deliberato processo per portare uno ad uno i nuovi stati satellite ex-Sovietici, non nell’Unione Europea, ma nella NATO, dominata da Washington. Nel 2004 Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia erano già state annesse alla NATO, e la Repubblica di Georgia era pronta. Questo sorprendente potenziamento della NATO, e gli allarmi che provocò in Europa occidentale ed in Russia, era parte della strategia invocata dagli amici di Cheney nel “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” nel loro rapporto “Ricostruire le Difese Americane.”

    Già nel 1996, Bruce Jackson, membro del PNAC, amico intimo di Cheney, e successivamente alto dirigente del gigante della difesa statunitense, la LockheedMartin, era a capo di una lobby molto potente a Washington, la US Committee to Expand NATO [Commissione per l’Espansione della NATO], più tardi rinominata US Committee on Nato [Commissione USA sulla NATO]. La Commissione annoverava tra le sue fila molti membri del PNAC: Paul Wolfowitz, Richard Perle, Stephen Hadley e Robert Kagan. La moglie di Kagan, tale Victoria Nuland, attuale ambasciatrice statunitense alla NATO, è stata la consulente in politica estera di Cheney dal 2000 al 2003. Hadley, un falco della politica molto vicino al Vice-Presidente Cheney, fu nominato da Bush per sostituire Condoleezza Rice come Consigliere della Sicurezza Nazionale.

    La rete guerrafondaia di Cheney fu trasferita in blocco dal PNAC in posti chiave dell’Amministrazione Bush per organizzare la politica della NATO e del Pentagono. Bruce Jackson e gli altri, dopo il successo dell’ingresso nella NATO di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, organizzarono il cosiddetto “Gruppo di Vilnius” che esercitò pressioni per portare nella NATO altri dieci paesi ex-appartenenti al Patto di Varsavia. Jackson era solito chiamare questo evento il “Big Bang.” Il Presidente Bush ha ripetutamente usato il termine ‘Nuova Europa’ nei discorsi riguardanti l’allargamento della NATO. In un discorso del 5 Luglio 2002 per celebrare i leader del Gruppo di Vilnius, Bush dichiarò: ‘Le nostre nazioni condividono una visione comune della Nuova Europa, dove stati liberi sono uniti gli uni con gli altri e con gli Stati Uniti d’America attraverso alleanze e rapporti di cooperazione.’

    L’ex-dirigente della Lockheed, Bruce Jackson, si attribuì il merito di aver portato il Baltico ed altri paesi del Gruppo di Vilnius nella NATO. In una sua testimonianza del 1 Aprile 2003 davanti alla Commissione del Senato per le Relazioni Internazionali, Jackson dichiarò di aver dato origine al concetto di ‘Big Bang’ per definire il processo di allargamento della NATO, concetto più tardi adottato dal ‘Gruppo di Vilnius delle Nazioni Baltiche e dell’Est Europa.’. Come Jackson ha sottolineato, nel suo ‘Big Bang’ egli “proponeva l’inclusione di questi sette paesi nella NATO con il pretesto di uno scambio tra vantaggi strategici per la NATO e benefici morali per le comunità democratiche di quelle nazioni.” Il 19 Maggio 2000 a Vilnius, in Lituania, questi propositi furono adottati da nove delle nuove democrazie europee. Jackson sottolineò anche i benefici per l’industria militare statunitense, compresi gli amici della Lockheed, derivanti dalla nascita di un nuovo e più vasto mercato militare ai confini della Russia. Una volta che l’obiettivo della NATO era stato raggiunto, Bruce Jackson e gli altri membri della lobby, chiusero la Commissione sulla NATO nel 2003 e, simultaneamente, negli stessi uffici, diedero vita ad una nuova lobby, il Project on Transitional Democracies [Progetto per le Democrazie in Transizione] che, stando ai suoi atti, era “organizzato per sfruttare le opportunità di accelerare le riforme democratiche e l’integrazione che crediamo avverrà nella prossima decade nella regione euro-atlantica.” In altre parole, favorire la Rivoluzione dei Colori ed il cambio di regime in Eurasia. Tutti e tre i principali protagonisti del progetto lavoravano nel partito repubblicano, e Jackson e Scheunemann avevano in passato stretto accordi con i maggiori fornitori militari, Lockheed Martin e Boeing. Jackson e gli altri membri del PNAC e della Commissione NATO crearono inoltre una potente organizzazione lobbistica, la Committee for the Liberation of Iraq [Commissione per la Liberazione dell’Iraq (CLI)]. Il gruppo consultivo del CLI comprendeva anche gli intransigenti senatori repubblicani come Stephen Solarz e Robert Kerrey. Era dominata da risoluti neo-conservatori del partito repubblicano come Jeane Kirkpatrick, Robert Kagan, Richard Perle, William Kristol e l’ex Direttore della CIA, James Woosley. In veste di membri onorari erano presenti i senatori Joe Lieberman e John McCain. Jackson affermò che la creazione del CLI, alla luce del successo dell’espansione NATO che aveva ottenuto grazie alla precedente Commissione, era stata richiesta da alcuni amici alla Casa Bianca con l’obiettivo di supportare l’amministrazione Bush nell’opera di convincimento del Congresso e dell’opinione pubblica sulla necessità di una guerra. ‘Alcune persone alla Casa Bianca mi dissero: “Abbiamo bisogno che tu faccia per l’Iraq quello che hai fatto per la NATO”, riferì testualmente Jackson in un’intervista ad American Magazine il 1 Gennaio 2003.

    In breve, l’accerchiamento della Russia, la Rivoluzione dei Colori e la guerra in Iraq fanno tutti parte della stessa strategia geopolitica americana, strategia che in ultimo prevede la de-costruzione della Russia una volta per tutte in modo da non lasciare rivali alla superpotenza USA. La Russia --- non l’Iraq o l’Iran --- è sempre stato l’obiettivo principale della loro strategia.

    Nel 2004, durante una cerimonia di benvenuto per i nuovi dieci membri NATO, il Presidente Bush affermò che da quel momento in poi la missione NATO avrebbe esteso la sua competenza oltre lo stesso perimetro dell’alleanza. “D’ora in poi i membri NATO estenderanno la copertura verso le regioni del Medio Oriente, per rafforzare la lotta al terrorismo e provvedere ad una sicurezza comune.”

    La fine dell’era Yeltsin costituì una leggera stonatura nei piani americani. Putin iniziò lentamente ed in maniera abbastanza cauta ad emergere come forza dinamica nazionale, incaricata di ricostruire la Russia che usciva dal saccheggio che il Fondo Monetario Internazionale perpetrava tramite le banche occidentali ed oligarchi russi corrotti. Fin dal momento del collasso dell’Unione Sovietica la produzione russa di petrolio era talmente cresciuta da diventare nel 2003, anno della guerra in Iraq, il secondo paese produttore mondiale dopo l’Arabia Saudita.

    Il vero significato dell’affare Yukos

    L’evento determinante nella geopolitica energetica della Russia sotto Putin risale al 2003; Washington, incurante dei movimenti mondiali di protesta e dei richiami delle Nazioni Unite aveva da poco fatto chiarezza sul fatto che avrebbe militarizzato l’Iraq ed il Medio Oriente. Per meglio capire la geopolitica energetica russa è necessario risalire all’Ottobre del 2003, ossia allo spettacolare arresto del miliardario Mikhail Khodorkovsky, “l’Oligarca Russo”, ed alla conseguente confisca della sua compagnia petrolifera, il gigante Yukos. Khodorkovsky fu arrestato all’aeroporto di Novosibirsk il 25 Ottobre 2003 dalla Procura Generale russa con l’accusa di evasione fiscale. Immediatamente il governo Putin bloccò le quote della Yukos Oil, e successivamente prese dei provvedimenti estremi che portarono al collasso il prezzo delle sue azioni. Il solo spunto che fu riportato dai media occidentali sottolineava l’unica differenza che, secondo gli analisti occidentali, intercorre tra i metodi del governo Putin e quelli dell’era Sovietica, e cioè la rapidità d’azione. Khodorkovsky fu arrestato appena quattro settimane prima di una decisiva votazione alla camera bassa della Duma, votazione che Khodorkovsky aveva cercato di pilotare sfruttando le sue ingenti ricchezze. Il controllo della Duma era il primo passo del piano per correre contro Putin alle elezioni presidenziali dell’anno successivo. La votazione favorevole della Duma avrebbe permesso a Khodorkovsky di cambiare la legge elettorale in suo favore, ed anche di bloccare la controversa legge sulle risorse del sottosuolo, che avrebbe impedito alla Yukos e ad altre compagnie private di ottenere il controllo delle materie prime del sottosuolo e di sviluppare oleodotti e gasdotti privati indipendenti da quelli nazionali.

    Khodorkovsky violò la promessa degli oligarchi fatta a Putin, e cioè che a loro sarebbe stato permesso di continuare a mantenere le proprie attività – di fatto sottratte allo stato attraverso le dismissioni volute da Yeltsin – se fossero rimasti estranei agli affari politici russi ed avessero riportato in patria parte dei loro capitali. Khodorkovsky, il più potente oligarca di quel periodo, era il veicolo di quello che stava diventando un ovvio ‘putsch’ di Washington contro Putin. L’arresto di Khodorkovsky avveniva a seguito di un incontro informale tenutosi il 14 Luglio dello stesso anno tra lui e Dick Cheney. A seguito dell’incontro con Cheney, Khodorkovsky iniziò i suoi colloqui con la ExxonMobil e con la ChevronTexaco, la vecchia società di Condi Rice, per concedere un maggior controllo della Yukos, tra il 25% ed il 40%. Ciò allo scopo di rendere Khodorkovsky immune da ogni possibile interferenza da parte del governo di Putin grazie alla forte partnership della Yukos con le grandi compagnie petrolifere statunitensi e, quindi, con Washington. Ciò avrebbe inoltre di fatto dato a Washington, tramite le Big Oil, un potere di veto sulle future operazioni commerciali riguardanti il petrolio ed i condotti russi. Alcuni giorni prima del suo arresto nell’ottobre 2003 per frode fiscale, Khodorkovsky aveva ospitato George H.W. Bush, il rappresentante del potente e segreto gruppo Carlyle di Washington a Mosca. Discutevano gli ultimi dettagli per l’acquisto da parte della compagnia petrolifera statunitense di quote della Yukos.

    La Yukos inoltre aveva anche presentato una grande offerta per acquistare la rivale Sibneft da Boris Berezovsky, un altro oligarca dell’era Yeltsin. La YukosSibneft, con i suoi 19,5 miliardi di barili tra gas e petrolio, avrebbe detenuto la seconda maggiore riserva mondiale dopo la ExxonMobil. La YukosSibneft sarebbe stata la quarta compagnia mondiale in termini di produzione, con un regime di estrazione di 2.3 milioni di barili di petrolio al giorno. L’acquisizione della Yukos Sibneft da parte dell’Exxon o della Chevron sarebbe stato un vero e proprio colpo di stato energetico. Cheney lo sapeva; Bush lo sapeva; e Khodorkovsky anche. Ma soprattutto lo sapeva Vladimir Putin, ed agì decisamente per fermarla.

    Khodorkovsky aveva tessuto dei legami molto forti con il potere anglo-americano. Creò una fondazione filantropica, la Open Russia Foundation, basata sul modello della fondazione Open Society del suo stretto amico George Soros. Al consiglio direttivo della fondazione sedevano Henry Kissinger, un suo amico, il rampollo londinese della famiglia di banchieri Lord Jacob Rotschild ed il precedente ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, Arthur Hartman. Dopo l’arresto di Khodorkovsky il Washington Post scrisse che il miliardario russo si era assicurato i servigi di Stuart Eizenstat – rappresentante del Ministero del Tesoro, Sottosegretario di Stato, Sottosegretario al Commercio durante l’amministrazione Clinton – per fare pressioni su Washington per la sua liberazione. Khodorkovsky era profondamente legato all’establishment anglo-americano.

    La successiva protesta dei media occidentali sul ritorno della Russia ai metodi comunisti ed alla gretta politica di potere, ignorò coscientemente il fatto che Khodorkovsky stesso non era certo un esempio di purezza. Tempo prima infatti aveva annullato unilateralmente il contratto con la British Petroleum. La BP era stata un partner della Yukos, e aveva investito circa 300 milioni di dollari perforando il promettente giacimento di Priobskoye in Siberia. Una volta portata a termine la perforazione, Khodorkovsky avrebbe fatto fuori la BP con metodi da gangster che in gran parte del mondo civilizzato sarebbero stati considerati fuori legge. Alla fine del 2003 la produzione di petrolio dal giacimento di Priobskoye raggiungeva i 129 milioni di barili, con un valore di mercato di circa 8 miliardi di dollari. Ancora, per quanto riguarda la sua reputazione, c’è da dire che nel 1998, dopo che il FMI aveva elargito un prestito miliardario alla Russia al fine di prevenire il collasso del Rublo, la banca Menatep di proprietà dello stesso Khodorkovsky trasferì l’esorbitante cifra di 4,8 miliardi di dollari dai fondi del FMI ai suoi stretti amici banchieri, tra cui qualche americano. A questo punto risulta chiaro come le grida di protesta di Washington all’arresto di Khodorkovsky furono alquanto insincere, se non addirittura ipocrite: Washington era stata scoperta con le mani nella marmellata russa.

    Il finale della storia segnò un punto a favore del governo Putin che mirava alla ricostruzione della Russia e ad erigere una strategia difensiva nei confronti degli attacchi stranieri guidati da Cheney e dal suo amico Blair in Gran Bretagna. Il tutto avvenne sullo sfondo dello sfrontato accaparramento dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 e dell’annuncio unilaterale di Bush dell’abrogazione del solenne trattato con la Russia, l’ABM (il trattato contro le testate balistiche), con l’obiettivo di continuare con lo sviluppo del sistema missilistico difensivo USA, un atto che da Mosca poteva essere interpretato solo come una minaccia alla propria sicurezza. Infatti, siamo alla fine del 2003, non ci volle un grande acume strategico-militare per capire che i falchi del Pentagono ed i loro alleati dell’industria militare e petrolifera avevano maturato una visione degli USA, priva dei bavagli imposti dai trattati internazionali, così da poter agire in modo unilaterale secondo i propri interessi. Le loro raccomandazioni erano state pubblicate da uno dei tanti media filo-conservatori. Nel gennaio 2001 il National Institute for Public Policy (NIPP) aveva pubblicato il Rationale and Requirements for U.S. Nuclear Forces and Arms Control (Fondamenti e Requisiti per il Controllo Statunitense delle Armi Nucleari), poco prima che iniziasse l’esperienza dell’amministrazione Bush-Cheney. Il rapporto, chiedendo una riduzione unilaterale delle forze nucleari, era stato firmato da 27 veterani delle amministrazioni passate e presenti. La lista comprendeva anche l’uomo che è oggi il consigliere di Bush sulla Sicurezza Nazionale, Stephen Hadley; comprendeva inoltre l’assistente speciale al Segretario della Difesa, Stephen Cambone, ed anche l’Ammiraglio James Woosly, il precedente capo della CIA e presidente della ONG Freedom House a Washington. La Freedom House aveva giocato un ruolo centrale nella Rivoluzione dei Colori in Ucraina ed in tutte le altre nazioni ex-Sovietiche.

    Questi eventi furono subito seguiti da una serie di destabilizzazioni, finanziate da Washington, dei governi periferici alla Russia che in un certo modo erano vicini a Mosca, tra cui la “Rivoluzione delle Rose” in Georgia che spodestò Edouard Shevardnadze in favore di un giovane Presidente filo-americano e pro-NATO di nome Mikheil Saakashvili. Il trentasettenne Saakashvili saggiamente ripristinò il vecchio oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che avrebbe impedito a Mosca il controllo del petrolio del Caspio. Gli Stati Uniti mantennero stretti rapporti con la Georgia fin dall’inizio della Presidenza Saakashvili. Esperti militari statunitensi istruirono a dovere le truppe georgiane e Washington versò milioni di dollari al fine di preparare la Georgia al suo ingresso nella NATO. A seguito della Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Freedom House di Woolsey, la National Endowment for Democracy, la Fondazione Soros ed altre ONG di Washington organizzarono la provocatoria “Rivoluzione Arancione” in Ucraina nel Novembre 2004. Lo scopo di tale rivoluzione era quello di installare un regime pro-NATO sotto la contestata presidenza di Victor Yushchenko, in un paese strategico per tagliare la Russia fuori dalla rotta dei maggiori flussi di combustibili verso l’Europa Occidentale. I movimenti di ‘opposizione democratica’ della vicina Bielorussia iniziarono a ricevere milioni di dollari dall’Amministrazione Bush, dal Kirghizistan, dall’Uzbekistan e da molti altri staterelli ex-sovietici che formarono una barriera tra i potenziali condotti energetici che avrebbero collegato Cina, Russia ed il Kazakhistan. Ancora una volta il controllo dei gasdotti e degli oleodotti era il cuore delle strategie USA. Non ci dobbiamo quindi sorprendere se qualcuno nel Cremlino iniziò a chiedersi se George W. Bush, il rinato partner Texano di Putin, stesse parlandogli con la lingua biforcuta, come direbbero gli Indiani. Alla fine del 2004 era chiaro a Mosca che una nuova Guerra Fredda, questa volta riguardante la supremazia nucleare ed il controllo strategico dell’energia, era pienamente in atto. Era altrettanto chiaro il filo conduttore delle azioni apparentemente incomprensibili portate avanti da Washington, azioni iniziate a partire dalla dissoluzione dell’Unione-Sovietica nel 1991… era chiaro l’obiettivo finale della politica USA, non la Cina, tanto meno l’Iraq o l’Iran… era l’Eurasia! L’obiettivo ultimo dei giochi geopolitici era per Washington la completa de-costruzione della Russia, l’unico stato dell’Eurasia capace di organizzare una efficace combinazione di alleanze usando le sue immense risorse energetiche. Ciò, naturalmente, non sarebbe mai stato possibile dichiararlo.

    Dopo che nel 2003 Putin e la politica estera russa, ed in particolare la politica energetica, erano ritornati ai principi base della geopolitica della “Heartland” (letteralmente il ‘Cuore della Terra’ per indicare la zona centrale del continente Eurasia) di Sir Halford Mackinder, politica che era stata il fondamento della strategia della Guerra Fredda Sovietica dal 1946, Putin iniziò a portare avanti una serie di mosse difensive al fine di restaurare una sorta di equilibrio sostenibile in conseguenza della crescente politica di isolamento della Russia da parte di Washington. I successivi errori strategici statunitensi hanno reso più facile il compito della Russia. Ora, con la posta che è aumentata per entrambi gli attori – NATO e Russia – quest’ultima ha trasformato la sua strategia da semplicemente difensiva ad offensiva, in modo da assicurarsi una posizione geopolitica più proficua, facendo leva sulle sue risorse energetiche.

    Il “Cuore della Terra” di Mackinder e la partita a scacchi di Brzezinski

    E’ fondamentale capire bene il significato storico del termine geopolitica. Nel 1904 Halford Mackinder, un geografo britannico, tenne un’audizione alla ‘Royal Geographic Society’ di Londra che avrebbe cambiato la storia. Nel suo discorso intitolato ‘Il cardine della geografia nella storia’, Mackinder tentò di definire la relazione tra la geografia delle nazioni o delle regioni – la loro topografia, il loro rapporto con il mare o con la terraferma, il loro clima – con la loro politica ed il posto nell’ordine mondiale. Egli postulò due classi di potere: da una parte il potere del mare, includendovi la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d’America ed il Giappone; dall’altra la grande forza dell’Eurasia che, grazie allo sviluppo del trasporto su rotaia, ha permesso alle grandi masse di unirsi indipendentemente dal mare. Per Mackinder, un ardente difensore dell’Impero, la lezione implicita nella continuata egemonia dell’Impero Britannico dopo la Prima Guerra Mondiale era prevenire a tutti i costi una convergenza di interessi tra le nazioni dell’Est Europeo – Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria – e la Russia, ‘Cuore della Terra’ dell’Eurasia, o ‘Terra Pivot’, come fu chiamata. Dopo la pace di Versailles, Mackinder riassunse le sue idee nel famoso detto:

    Chi governa l’Est Europeo comanda il ‘Cuore della Terra’;
    Chi governa il ‘Cuore della Terra’ comanda l' ‘Isola-Mondo’;
    Chi governa l' ‘Isola-Mondo' comanda il Mondo.


    Il ‘Cuore della Terra’ per Mackinder significava il centro dell’Eurasia, e l' ‘Isola-Mondo’ era invece tutta l’Eurasia, compresa l’Europa, il Medio-Oriente e l’Asia. La Gran Bretagna, mai inclusa nell’Europa continentale, era per lui una forza navale a parte. La prospettiva geopolitica di Mackinder diede una scossa all’ingresso della Gran Bretagna nella Prima Guerra Mondiale, diede il via all’ingresso nella seconda. Essa dettò le linee guida delle provocazioni calcolate di Churchill nei confronti di un sempre più paranoico Stalin, così da portare, a partire dal 1943, la Russia nella Guerra Fredda. Da una prospettiva statunitense, il periodo della guerra fredda del 1946-1991 è stato incentrato sul controllo dell' ‘Isola-Mondo’ di Mackinder e, conseguentemente, sull’impedire al ‘Cuore della Terra’ rappresentato dalla Russia di arrivarci. Uno sguardo alla mappa delle alleanze militari USA durante la guerra fredda chiarisce ogni dubbio: l’Unione Sovietica fu geopoliticamente contenuta da ogni significativo contatto con l’Europa Occidentale, il Medio-Oriente o l’Asia. Da parte della Russia diciamo che i suoi sforzi durante la guerra fredda furono diretti ad eludere la ‘cortina di ferro’ della NATO.

    L’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, Zbigniew Brzezinski, scrivendo dell’era post-Sovietica nel 1997, attinse anch’egli dalla geopolitica di Mackinder, per descrivere i principali obiettivi strategici degli Stati Uniti diretti ad impedire che l’Eurasia divenisse un blocco economico e militare coerente e quindi un contrappeso allo status di superpotenza degli USA stessi. Per comprendere la politica estera degli USA dall’arrivo della Presidenza Bush-Cheney del 2001, è utile citare l’articolo di Brzezinski apparso nell’ottobre del 1997 nel Foreign Affairs del Consiglio sulle Relazioni Estere di New York: “L’Eurasia è presente nella maggior parte delle vicende storiche… Tutti i pretendenti al potere globale storicamente più importanti hanno avuto origine nell’Eurasia. Gli stati più popolosi aspiranti all’egemonia regionale, Cina ed India, si trovano in Eurasia, e sono i contendenti politici ed economici potenziali della supremazia americana. Dopo gli Stati Uniti le sei maggiori economie si trovano qui… L’Eurasia conta il 75% della popolazione mondiale, il 60% del suo PIL ed il 75% delle sue risorse energetiche. Collettivamente il potenziale dell’Eurasia surclassa anche l’America. L’Eurasia è il supercontinente assiale del mondo. Una potenza che dominasse l’Eurasia avrebbe un’influenza decisiva su due delle tre regioni più produttive, l’Europa Occidentale e l’Est Asiatico. Uno sguardo all’atlante suggerisce inoltre che un forte potere in Eurasia sarebbe in grado di controllare automaticamente il Medio-Oriente e l’Africa. Con un’Eurasia con un ruolo così decisivo nello scacchiere geopolitico, non è più sufficiente creare una politica per l’Europa ed un’altra per l’Asia. Quello che avverrà con la distribuzione del potere tra le diverse regioni eurasiatiche avrà un’importanza decisiva per la supremazia mondiale americana.

    Se consideriamo le parole dello stratega Brzezinski e gli assiomi di Harfold Mackinder come il principio guida della politica estera, prima inglese e poi americana, da più di un secolo di storia, inizia a diventare chiaro il perché uno stato russo riorganizzato sotto la presidenza Putin, si sia messo in moto per resistere alle proposte ed ai chiari tentativi di decostruzione promossi da Washington in nome della democrazia. In che modo Putin ha attivato le difese? In una parola: Energia.

    La geopolitica energetica russa

    In termini di standard di vita, mortalità e prosperità economica, la Russia di oggi non è certamente una potenza mondiale. In termini di energia è invece un colosso. Territorialmente è ancora la nazione più grande del pianeta, estendendosi dal Pacifico alle porte dell’Europa. Possiede vasti territori, enormi risorse naturali e, soprattutto, detiene la più grande riserva di gas naturale, la fonte energetica che attualmente si trova al centro dei giochi di potere mondiali. La Russia è inoltre, nonostante la caduta dell’Unione Sovietica, l’unico stato sulla faccia della terra che possieda una potenza militare capace di tenere testa a quella statunitense. In Russia vi sono più di 130.000 pozzi petroliferi e qualcosa come 2.000 depositi di gas e petrolio di cui almeno 900 inutilizzati. Le riserve petrolifere sono state stimate in 150 miliardi di barili, pari forse a quelle dell’Iraq. Potrebbero forse essere anche di più ma la difficoltà di trivellazione in molte regioni dell’Artico non permette una stima esatta. Prezzi maggiori di 60 dollari al barile iniziano comunque a rendere più conveniente l’esplorazione di quelle regioni remote. Attualmente i prodotti petroliferi vengono esportati all’estero attraverso tre linee principali: il Mar Baltico ed il Mar Nero per l’Europa Occidentale, il tragitto del Nord ed infine il percorso dell’Estremo Oriente verso il Giappone, la Cina ed i mercati est-asiatici. La Russia possiede dei terminali sul Baltico a San Pietroburgo ed i più recenti a Primorsk. Ci sono inoltre terminali in costruzione a Vysotsk, Batareynaya Bay e Ust-Luga. La rete statale russa di gasdotti è anche chiamata ‘sistema unificato di trasporto di gas’ e comprende una vasta rete di condotti e stazioni di compressione che si estende per più di 150.000 chilometri attraverso la Russia. Per legge è concesso l’utilizzo dei condotti solo alla controllata statale Gazprom. La rete è forse il bene di maggior valore se escludiamo le fonti energetiche stesse. Questo è il cuore della nuova geopolitica di Putin ed il nocciolo del conflitto con le compagnie gassifere e petrolifere occidentali e con l’Unione Europea, il cui Commissario per l’Energia, Andras Piebalgs, è originario di quella Lettonia da poco tempo nuovo membro NATO.

    Nel 2001, non appena divenne chiaro a Mosca che Washington avrebbe trovato un modo per attirare le Repubbliche Baltiche nella NATO, Putin appoggiò lo sviluppo di un nuovo e più grande porto sulle coste russe del Mar Baltico a Primorsk, per un costo di 2,2 miliardi di dollari. Questo progetto, conosciuto come il Sistema Baltico di Oleodotti (BPS), riduce drasticamente la dipendenza da Lituania, Lettonia e Polonia. Il Baltico è la maggiore rotta russa per l’esportazione del petrolio che va dalla Siberia occidentale e dalle province petrolifere di Timan-Pechora fino al porto di Primorsk nel Golfo Russo di Finlandia. Il BPS è stato completato nel marzo di quest’anno e possiede una portata di circa 1,3 milioni di barili al giorno destinati ai mercati occidentali in Europa. Nello stesso mese, marzo 2006, il precedente Cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder era stato nominato Presidente di un consorzio russo-tedesco incaricato di costruire un gasdotto sotto il Mar Baltico della lunghezza di circa 1.200 chilometri. Il maggior azionista di questo Progetto per il Gasdotto Nord-Europeo (NEGP) è la Gazprom con il suo 51%. Le società tedesche BASF e E.On detengono il 24,5% ciascuna. Il progetto, il cui costo è stimato intorno ai 4,7 miliardi di euro, è stato iniziato alla fine del 2005 e collegherà il terminale del porto russo nella città di Vyborg, vicino San Pietroburgo sul Baltico, con la città baltica di Greifswald, nella Germania orientale. Il giacimento siberiano di gas naturale di Yuzhno-Russkoye sarà sviluppato da una impresa in partecipazione tra Gazprom e BASF. L’accordo è stato l’ultimo importante atto in veste di Cancelliere di Gerhard Schroeder; provocò non poche proteste sia del governo polacco filo-americano, sia di quello ucraino, il quale assisteva alla perdita di controllo sui flussi energetici provenienti dalla Russia. Nonostante i suoi stretti rapporti con l’amministrazione Bush, il nuovo Cancelliere Angela Merkel è stato obbligato ad inghiottire il rospo ed accettare il progetto per il semplice fatto che l’industria tedesca è dipendente dalle importazioni di energia dalla Russia, essendo quest’ultima il maggior fornitore di gas naturale della Germania. L’enorme deposito di gas naturale di Shtokman, nel settore russo del Mar di Barents, a nord del porto di Murmansk, farà anch’esso parte del progetto NEGP. Quando sarà completato in entrambi i gasdotti il NEGP rifornirà la Germania di circa 55 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno.

    Nell’Aprile del 2006 il Governo Putin ha annunciato l’inizio del primo stadio nella costruzione del condotto ESPO (Siberia Est – Oceano Pacifico), un vasto oleodotto che collegherà Tasishet, nella regione dell’Irkuzia a Perevoznaya Bay sulla costa russa dell’Oceano Pacifico, per un costo di oltre 11,5 miliardi di dollari. Lo realizzerà la Transneft, una compagnia di stato russa. Quando sarà ultimato l’oleodotto sarà in grado di pompare fino a 1,6 milioni di barili al giorno dalla Siberia all’estremo oriente russo, e da lì verso gli emergenti paesi asiatici, in particolare la Cina. Il primo stadio sarà completato entro il 2008. Inoltre Putin ha annunciato che sarà implementata una raffineria prossima ai confini con la Cina, in modo da poter vendere prodotti raffinati alla stessa ed ai mercati asiatici. Attualmente il petrolio siberiano viene consegnato nei paesi del Pacifico solo attraverso il trasporto ferroviario. Per la Russia, il percorso Taishet-Perevoznaya massimizzerà i suoi benefit strategici nazionali. In futuro sarà possibile esportare petrolio in Giappone direttamente dal porto di Nakhodka. Il Giappone, paese estremamente dipendente dall’importazione di greggio, è impaziente di trovare nuove e sicure fonti di petrolio fuori dal Medio-Oriente. L’ESPO potrebbe inoltre rifornire le due Repubbliche di Corea e la Cina tramite la costruzione di oleodotti da Vladivostok verso Blagoveshchensk e Daqing. Il percorso di Taishet offre una chiara visione del percorso di cooperazione energetica tra Russia, Cina, Giappone e gli altri paesi dell’Est Asiatico.

    Sakhalin: la Russia ridimensiona le Big Oil

    Nel tardo settembre del 2006 è esplosa una disputa apparentemente minore che si concluse con la revoca del permesso ambientale al progetto Liquified Natural Gas [Gas Naturale Liquido], il ‘Sakhalin II’ della Royal Dutch Shell, che doveva permettere di rifornire di gas naturale il Giappone, la Corea del Sud ed altri paesi entro il 2008. La Shell è socia in un progetto Anglo-Giapponese di sfruttamento di gas e petrolio nell’isola russa di Sakhalin, a nord dell’isola giapponese di Hokkaido. Nello stesso periodo, il governo Putin annunciò che le stesse restrizioni ambientali non erano state rispettate nemmeno dalla ExxonMobil nella costruzione del terminale petrolifero ‘De Kastri’, nell’Isola di Sakhalin, facente parte del ‘Progetto Sakhalin I’. Sakhalin I è stato progettato per contenere circa 8 miliardi di barili tra petrolio e gas, rendendo così l’area un raro “Giacimento Super Gigante” per usare la terminologia dei geologi.

    Nei primi anni 90 il governo Yeltsin aveva fatto una disperata offerta al fine di attrarre capitali e tecnologia esteri nello sfruttamento delle regioni petrolifere e gassifere della Russia, in un periodo in cui i prezzi delle risorse energetiche erano veramente bassi. Con un coraggioso inizio, Yeltsin conferì alle maggiori compagnie petrolifere occidentali i diritti di sfruttamento in due grandi progetti: Sakhalin I e Sakhalin II. Sotto il PSA, Production Sharing Agreement (Accordo di Compartecipazione alla Produzione), la ExxonMobil, partner principale del progetto Sakhalin II, riuscì ad ottenere le concessioni russe senza vincoli fiscali. Sempre secondo gli accordi del PSA, che è un tipico accordo intercorrente tra le Big Oil anglo-americane ed i paesi del terzo mondo, il governo russo sarebbe stato ricompensato con quote degli eventuali proventi dell’estrazione. Ma le prime gocce di oro nero per la Russia sarebbero fuoriuscite solamente dopo che tutti i costi di produzione fossero stati coperti. Il PSA era stato originariamente ideato da Washington e dalle Big Oil per agevolare un proficuo controllo delle compagnie petrolifere dei progetti in paesi terzi. I maggiori giganti USA del petrolio, in collaborazione con l’Istituto James Baker, che aveva redatto il Rapporto per una Task Force Energetica per Cheney, utilizzano la forma del PSA per controllare il petrolio iracheno dietro la copertura di una compagnia petrolifera statale irachena. Poco prima che il governo russo dichiarasse pubblicamente i problemi della ExxonMobil nel terminale di Sakhalin, la stessa compagnia aveva annunciato una lievitazione dei costi del progetto. La ExxonMobil, il cui studio legale è James Baker III, uno stretto partner anche della coppia della Casa Bianca Bush-Cheney, annunciò un 30% di maggiorazione dei costi iniziali, una cifra che avrebbe tagliato fuori la Russia dai proventi del petrolio stando agli accordi del PSA. La notizia arrivò alla vigilia dell’inaugurazione da parte della ExxonMobil del terminale a De Kastri, nell’isola di Sakhalin. Il Ministro russo dell’Ambiente e l’Agenzia per lo Sfruttamento del Sottosuolo dichiararono immediatamente che il terminale ‘non rispettava le direttive ambientali’, pertanto la produzione doveva essere fermata. La Royal Dutch Shell britannica detiene la concessione, sempre sotto i termini del PSA, per sviluppare risorse petrolifere e gassifere nella regione Sakhalin II, e per costruire il primo progetto russo per il Gas Naturale Liquido. Il progetto di 20 miliardi di dollari, che impiega 17.000 persone, è giunto all’80%. E’ il più grande progetto mondiale integrato per petrolio e gas, e comprende le prime produzioni russe offshore di petrolio e gas. Le chiare mosse del governo russo contro la ExxonMobil e la Shell furono interpretate come un tentativo di Putin di riprendere il controllo delle risorse energetiche naturali russe che erano state svendute durante la presidenza Yeltsin. Ciò sarebbe coerente con la emergente strategia energetica di Putin.

    Il Progetto ‘Gas Blue-Stream’ tra Russia e Turchia

    Nel novembre 2005 la Gazprom completava lo stadio finale del gasdotto Blue Stream, lungo 1.213 chilometri e costato 3,2 miliardi di dollari. Il progetto trasporta gas dai giacimenti di Krasnodar attraverso gasdotti sottomarini nel Mar Nero fino al terminal di Durutsu, vicino Samsun, sulla costa turca del Mar Nero. Da qui fino ad Ankara. Quando nel 2010 raggiungerà il massimo regime avrà una capacità di circa 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno. La Gazprom sta ora discutendo sul transito di gas russo verso i paesi dell’Europa meridionale e di quella dell’Est. Grecia, Italia meridionale ed Israele stanno tutti negoziando con la Gazprom per attingere gas dalla linea Blue Stream attraverso la Turchia. Un nuovo tragitto per la fornitura di gas è in via di sviluppo – quello che passerà attraverso i paesi dell’est e del centro Europa. Il nome provvisorio del progetto è Gasdotto Sud-Europeo. L’aspetto principale è implementare un nuovo sistema di trasporto del gas, sia dalla Russia sia da paesi terzi. In conclusione, senza considerare il potenziale emergente dell’ingresso della Gazprom nei mercati in via di sviluppo di petrolio, gas naturale ed energia nucleare, è chiaro come la creazione di nuove alleanze economiche in Eurasia sia saldamente al centro dei negoziati russi.

    I Piani statunitensi per la ‘Supremazia Nucleare

    La chiave della riuscita della Russia di Putin sta nell’abilità di difendere la sua strategia energetica eurasiatica con un credibile deterrente militare, e di contrastare i piani militari, ora palesi, di Washington per ciò che il Pentagono definisce la ‘Dominazione ad ampio raggio’. In un articolo abbastanza rivelatore intitolato ‘Il ritorno della supremazia nucleare degli USA’ nel numero di marzo 2006 di Foreign Affairs, il magazine del New York Council on Foreign Relations, gli autori Lieber e Daryl Press affermano: ‘Oggi, per la prima volta in almeno 50 anni, gli USA si trovano sull’orlo del raggiungimento della supremazia nucleare. Probabilmente sarà presto possibile per gli Stati Uniti distruggere gli arsenali a lungo raggio di Russia e Cina al primo colpo. Questo drammatico cambiamento nell’equilibrio nucleare scaturisce da una serie di miglioramenti dei sistemi nucleari statunitensi, dal rapido declino dell’arsenale russo e dalla lentezza della modernizzazione cinese in fatto di armi nucleari. Finché le politiche di Washington non cambieranno, oppure finché Mosca e Pechino non faranno passi in avanti per accrescere le dimensioni e la prontezza delle loro forze, la Russia e la Cina – ed il resto del mondo – vivranno all’ombra della supremazia nucleare statunitense per ancora molti anni a venire.’ Gli autori statunitensi affermano accuratamente che fin dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 l’arsenale nucleare strategico russo si è ‘deteriorato notevolmente.’ Concludono inoltre che gli USA hanno inseguito per un buon periodo di tempo, e lo fanno tuttora, la supremazia nucleare globale.

    Nella National Security Strategy [Strategia per la Sicurezza Nazionale] dell’Amministrazione Bush del settembre 2002, si afferma esplicitamente che fa parte della politica ufficiale degli Usa stabilire un primato militare mondiale, un pensiero, oggi, non molto accomodante per molte nazioni alla luce delle recenti azioni di Washington dopo gli eventi del settembre 2001. Uno dei progetti prioritari del Segretario della Difesa Rumsfeld è stato la costruzione, multi-miliardaria, di un sistema di difesa missilistico. E’ stato spacciato agli elettori americani come una difesa da un possibile attacco terroristico. In realtà, come è stato apertamente dimostrato da Mosca e Pechino, il sistema è stato pensato esclusivamente per le uniche due potenze nucleari, Russia e Cina.

    Come mostra l’articolo del Foreign Affairs, ‘questa sorta di difesa missilistica che gli Stati Uniti potrebbero plausibilmente schierare sarebbe di prezioso aiuto in un contesto di offensiva militare -- in aggiunta cioè alla potenza di fuoco degli USA – e non di difesa. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare verso la Russia o la Cina, la regione colpita sarebbe ridotta ad un arsenale di minuscola sopravvivenza – se non addirittura annientata. A quel punto anche un sistema di difesa missilistico relativamente modesto sarebbe in grado di proteggere efficacemente gli aggressori da un’eventuale rappresaglia, in quanto il nemico già devastato avrebbe veramente poche testate disponibili.’

    Nell’attuale contesto, dove gli USA hanno inviato truppe dei suoi partner NATO in Afghanistan e Libano, e apertamente appoggiano l’ex repubblica dell’URSS, la Georgia, non è una sorpresa che a Mosca potrebbero risultare fastidiose le promesse del presidente americano di diffondere la democrazia nel ‘Grande Medio Oriente’. Questo termine, ‘Grande Medio Oriente’ è una creazione dei vari opinionisti e pensatori vicini a Cheney, tra cui i redattori del ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, per riferirsi ai paesi non-arabi come Turchia, Iran, Israele, Pakistan, Afghanistan, ai paesi dell’Asia Centrale (ex URSS), all’Azerbaijan, Georgia e Armenia. Al summit G-8 dell’estate 2004 il presidente Bush usò ufficialmente il termine per la prima volta riferendosi all’area oggetto della diffusione della democrazia. Lo scorso 3 Ottobre il Ministro degli Esteri russo ha avvertito che la Russia potrebbe ‘prendere misure appropriate ’ nel caso la Polonia utilizzasse elementi del nuovo sistema di difesa missilistico americano. La Polonia è oggi un membro NATO. Il suo Ministro della Difesa è un certo Radek Sikorski, ex appartenente all' AEI di Richard Perle a Washington. E’ anche stato Direttore Esecutivo del ‘New Atlantic Iniziative’ un progetto disegnato appositamente per attirare i paesi appartenuti al Patto di Varsavia verso la NATO. Gli Stati Uniti stanno inoltre costruendo, sotto l’ombrello della NATO, un sistema europeo di difesa missilistica. L’unico bersaglio plausibile è la Russia, nel senso che un tale sistema sarebbe di supporto ad un eventuale primo attacco degli USA. Il completamento del sistema europeo, la militarizzazione dell’intero Medio Oriente, l’accerchiamento della Russia e della Cina per mezzo di una rete interconnessa di basi militari americane, molte delle quali installate sotto il pretesto della Guerra al Terrore, tutti questi aspetti appaiono agli occhi del Cremlino come parte di una deliberata strategia mirata al predominio ad ampio raggio degli USA. Il Pentagono si riferisce a ciò indicandolo anche con le parole Escalation Dominance [Supremazia nell’Escalation] per indicare la capacità di prevalere in guerre di ogni livello, anche nucleari.

    Lo status militare di Mosca

    Mosca non è stata completamente passiva durante questo crescendo. Durante il discorso alla nazione del maggio 2003, Vladimir Putin parlò di rinforzare e modernizzare il deterrente nucleare russo con la creazione di nuovi tipi di armi tali da ‘assicurare la capacità di difesa della Russia e dei suoi alleati nel lungo termine’. La Russia ha fermato il suo programma di distruzione delle testate SS-18 Mirved nel momento in cui l’amministrazione Bush ha dichiarato unilateralmente la fine del trattato di antiproliferazione delle testate balistiche, e ha di fatto annullato il trattato Start II. La Russia non ha mai smesso di essere una potenza ad alta tecnologia militare – un trend questo che è continuato dal momento in cui è diventata uno stato moderno. Mentre da un lato le sue forze armate terrestri, navali ed aeree si trovano in condizioni disastrate, gli elementi per una resurrezione della Russia verso lo status di superpotenza militare ci sono ancora. La Russia è stata costantemente presente al gradino più alto della tecnologia militare nelle varie esposizioni mondiali, ed è stata anche abbastanza efficace nella dimostrazione delle sue potenzialità. Nonostante le sue difficoltà economiche e finanziarie la Russia produce ancora tecnologia militare allo stato dell’arte, secondo quanto riferisce un’analisi di un gruppo di pensiero, vicino a Washington, del 2004 chiamata ‘Power and Interest News Report (PINR)’. Uno dei migliori risultati raggiunti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica è stato il veicolo corazzato da combattimento BMP-3, che è stato scelto da paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman tra decine di veicoli Occidentali. Il sistema missilistico terra-aria russo S-300 ed il suo ben più potente successore, l’S-400, sono considerati più efficaci e potenti dei sistemi Patriot di fattura statunitense. La già citata esercitazione militare tra il Patriot e l’S-300 non ha mai avuto luogo, lasciando così il complesso russo in una indiscussa, sebbene mai verificata, atmosfera di superiorità sugli americani. Continuando in questo elenco troviamo la famiglia dei Kamov-50, elicotteri militari che montano le più recenti tecnologie belliche, rendendoli una forza equivalente a quella posseduta da Washington. Le industrie europee del settore lo confermano.

    Nelle recenti esercitazioni militari Indo-Americane le forze aeree indiane, equipaggiate dei moderni SU-30 russi, si sono ben districate nella maggior parte degli ingaggi con gli F-15 americani, costringendo Hal Homburg, Generale dell’Aviazione Statunitense, ad ammettere che la tecnologia russa in mani indiane ha bruscamente rimesso con i piedi a terra l’Air Force americana. L’assetto militare russo continua a sfornare elicotteri, carri armati e veicoli d’assalto che se la giocano alla pari con il meglio che l’occidente offre.

    Le esportazioni di armi, oltre che gas e petrolio, sono state uno dei metodi migliori per accumulare valuta pesante. La Russia è il secondo maggiore esportatore mondiale di tecnologia militare dopo gli USA. Come riportato in diverse riviste, giornali e periodici, è molto più facile che la sua moderna tecnologia militare sia esportata all’estero piuttosto che destinata al rifornimento delle sue forze armate a causa dei numerosi vincoli di natura finanziaria. Ciò comporta delle implicazioni per le future operazioni di combattimento che gli USA dovranno affrontare, in quanto le varie insurrezioni, guerriglie o gruppi terroristici armati che si svilupperanno in tutto il pianeta – sono queste le formazioni con cui si dovrà scontrare in futuro – saranno dotate di armi russe. L’arsenale nucleare russo ha giocato un importante ruolo politico sin dalla fine dell’Unione Sovietica, fornendo una sicurezza costante alla stessa. Dopo un breve conflitto interno tra il 1998 ed il 2003, lo Stato Maggiore russo concordò con il Ministero della Difesa sul fatto che una politica di dismissione delle testate nucleari a favore di un ritorno ad armamenti convenzionali non era tollerabile. Nel 2003 la Russia dovette acquistare dall’Ucraina bombardieri strategici e missili balistici intercontinentali e tenerli immagazzinati lì. Fin da allora il nucleare è stato una priorità. Oggi le finanze di stato, grazie anche al rialzo dei prezzi dei combustibili fossili, stanno riprendendo fiato. La banca centrale russa è diventata una delle cinque maggiori riserve di valuta statunitense con i suoi 270 miliardi di dollari. Il fondamento materiale delle forze militare russe è la sua industria per la difesa. Dopo il 1991 la Federazione Russa ereditò la grande massa del complesso industriale difensivo dell’URSS. Oggi gli Stati Uniti stanno rinforzando la loro influenza e la loro presenza militare nel Medio Oriente malgrado un generale decremento delle sue commesse militari. Perché? Il petrolio è certamente il motivo principale. Ma in termini geopolitici l’obiettivo è anche il potere che deriva dal controllo dell’Eurasia – come Mackinder ha suggerito molto bene. La pressione per una supremazia nucleare degli USA sulla Russia è il fattore che, nella politica mondiale di oggi, rappresenta il rischio più alto di un coinvolgimento del mondo in una conflagrazione nucleare.

    L’affermazione fondamentale della geopolitica di Mackinder è tutt’oggi rilevante: ‘Restano le grandi realtà geografiche: Terra contro Mare, Centro contro Periferia…’ Sia la Russia che gli Stati Uniti lo hanno capito molto bene.


    November 19

    Bush, Blair e l'Asse del Male: come quello che...

    Qui in Toscana, ma un po' in tutto il resto d'Italia, per indicare chi è veramente nei guai e basterebbe pochissimo in più per rovinarlo definitivamente, si usa un detto che recita: "essere come quello nella merda fino al collo, che dice: no, l'onda no!".

    Ecco, Bush e Blair si trovano nella medesima situazione. La guerra in Iraq li ha compromessi gravemente, minando gravemente e direi persino irreparabilmente tanto la loro credibilità quanto quella dei paesi che guidano; i loro eserciti non fanno più paura come una volta, visto il pantano che li avvolge, e i casi di diserzione ed ammutinamento tanto all'interno delle forze armate inglesi quanto soprattutto in quelle americane sono ormai all'ordine del giorno, aumentano sempre di più e preoccupano i generali, che fanno pressioni per "trovare una via d'uscita" dalla Babele irachena. L'elettorato punisce, magari ingenuamente, visto che passare dai repubblicani ai democratici non comporta poi significativi mutamenti nella politica estera americana, la turbolenza dell'amministrazione Bush, mentre a Londra Blair è costretto da un clima di continui complotti interni al governo a fare le valigie dichiarando che entro un anno lascerà Downing Street facendosi sostituire dal suo principale oppositore all'interno del partito laburista. Come dice un altro proverbio, "il troppo stroppia" e la politica troppo radicale di Bush e Blair ha finito, anzichè con l'annientare i loro rivali, col ritorcersi contro loro stessi.

    Blair è quello che ostenta meno sicurezza in questo momento. In una "gaffe giornalistica" ha ammesso che la guerra in Iraq è stata un disastro, anzichè controbattere alla domanda dell'intervistatore sciorinando la solita storiella della democrazia che sta nascendo in mezzo al terrore e alle sparatorie. Tutte le rettifiche che ha cercato di imporre successivamente non sono servite a lavar via la prima, pesante ammissione: la guerra in Iraq è oggettivamente un "pantano", parola che terrorizza gli inglesi ma soprattutto gli americani, che la usarono per identificare il disastroso intervento in Vietnam conclusosi proprio trent'anni fa. Che il trentennale della ritirata delle truppe americane da Hanoi possa coincidere con la ritirata dei marines da Bagdad? Alle volte la storia si diverte con queste cabalistiche coincidenze.

    Un altro brutto momento Blair l'ha passato quando ha detto che, per tracciare una "exit strategy" dall'Iraq, bisogna per forza scendere a patti con Siria e Iran. Ma come, proprio quei Siria e Iran che ai tempi della gloriosa calata delle truppe anglo americane in Iraq venivano additati come prossimi obiettivi della strategia di guerra al terrore di Bush e Blair? Siria e Iran, l'Asse del Male al quale proditoriamente la Casa Bianca aveva in seguito aggiunto anche la Corea del Nord (un paragone tutto forzato e diciamo antistorico con l'Asse Roma - Berlino, al quale poi si aggiunse il Giappone)?

    Ora Usa e Inghilterra riconoscono che in Iraq non c'è più niente da fare: o si rimane, aumentando gli effettivi e accettando di andare avanti così, vita natural durante, con questo eterno stillicidio di soldati americani uccisi o mutilati, pur di garantire un certo controllo del territorio e quindi del Medio Oriente e dell'Asia Centrale (uno dei principali motivi per cui la guerra fu intrapresa), oppure si va via, ovviamente previo accordo con l'Iran e la Siria, che sono i due potenti confinanti dell'Iraq e che potrebbero approffittare del vuoto pneumatico scaturito alla ritirata anglo americana per riempire il paese con le loro truppe e con governi amici. Insomma, bisogna cercare un compromesso per salvare capra e cavoli, sennò chissà dove si va a finire. Negli Stati Uniti la guerra costa, fa lievitare il debito federale già ora astronomico (8,7 trilioni di dollari: pari 8700 bilioni di dollari, a loro volta equivalenti a 8700.000 miliardi di dollari e così via), come detto prima riduce a terra il morale dell'esercito e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, allontana gli alleati europei e mondiali, trasformando gli amici di un tempo in partner sospettosi o in nuovi rivali. Aznar se n'è andato, Berlusconi anche, il nuovo governo in Germania non ha abbandonato la vicinanza con i russi e gli scetticismi verso la politica unilaterale americana nonostante il ritiro di Schroeder, gli alleati balcanici se ne sono ritornati sulle loro loro, e tutti gli altri pure, a cominciare da quelli asiatici. Gli Usa si ritrovano soli, destabilizzati e impoveriti dopo aver avallato le ambizioni della sua Amministrazione; il minimo che può succedere è che almeno il 50% della popolazione dimostri scetticismo e disincanto verso di essa non andando a votare, e che all'interno del rimanente 50% di votanti la metà non voti repubblicano. Questo significa che solo il 25% degli americani attualmente appoggia Bush; il 50% della popolazione è di lingua latina, sono immigrati e figli di immigrati dell'America Latina, quasi la maggior parte di essi non parla nemmeno l'inglese. L'altra metà di americani vede una cospicua, ingente quantità di neri, i cosiddetti afroamericani, che insieme ai latinos condividono troppo spesso il ruolo di emarginati. Quindi ci sono un sacco di altre nazionalità, di "esclusi". Non dimentichiamoci nemmeno che gli Usa sono il paese occidentale con più musulmani al loro interno. Negli Usa insomma i benestanti, alla faccia del sogno americano, sono la minoranza, mentre tutti gli altri galleggiano pochissimo al di sopra della soglia della povertà, spesso ben al di sotto. La tragedia di New Orleans dello scorso anno ha messo in luce buona parte di queste debolezze americane. Come può andare avanti l'attuale amministrazione in condizioni del genere? E' chiaro che se ci dovrà essere in futuro un cambio di regime da qualche parte del mondo, esso avverrà a Washington anzichè a Pechino, Teheran, Caracas, L'Avana o Damasco. E' già tanto se solo il 25% degli americani veramente stanno bene! Cosa faranno gli altri americani quando il dollaro continuerà a perdere di valore, e gli Usa si saranno ulteriormente impoveriti dopo aver perso tutte queste guerre espansionistiche?

    Siria e Iran stanno a guardare, a braccia conserte, la fine di un impero, quello americano, su una piana, quella della Mesopotamia, che ha visto tante guerre che segnarono la fine di tanti imperi: l'Impero Sumerico, l'Impero Assiro, l'Impero Babilonese, l'Impero Persiano, l'Impero Sassanide, e così via fino ai giorni nostri. Le lunghe distese sono nemiche degli imperi. Si odono gli scricchiolii di un regime in disfacimento, ma questi scricchiolii provengono da Washington.
    November 17

    MICROSOFT NON FUNZIONA

    Tutti i programmi e servizi MSN non funzionano. Tutti i programmi e servizi MSN fanno schifo.
     
    E' impossibile poter usare il Messenger, poichè ogni versione è sempre più instabile della precedente, e ciò che scrivi non arriva MAI al destinatario.
     
    Gli Spaces sono orrendi. Non solo arrivano persino ad essere incompatibili con lo stesso browser di Microsoft, Internet Explorer, che si blocca ogni due per tre, ma addirittura in questi giorni impediscono di postare un commento.
     
    Per quelli come me, è un invito tacito a non fruire di MSN. Già da quel dì uso Mozilla Firefox al posto di Interne Explorer (per chi non lo avesse ancora, glielo consiglio caldamente), e il paradosso è che con un browser non MSN i servizi MSN funzionano meglio! Senza considerare la maggior sicurezza e funzionalità rispetto a IE, perchè quest'ultimo è pieno di falle che fanno la fortuna di hacker, spioni, e compagnia bella.
     
    Ma il problema di MSN non riguarda solo i programmi ma anche i server. Ed ecco quindi che i suoi servizi sono perennemente in difetto. Indubbiamente, usarli è una penitenza.
    November 15

    Dick Cheney, Camp Darby e la tragedia del Moby Prince

    Sostiene Movil che sono in molti negli Usa a dire che la testa di Rumsfeld non basta e che deve cadere anche quella del vice presidente. Qualificati osservatori vedono in un prossimo allontanamento di Cheney, deciso dallo stesso Bush, una sorta di “andata a Canossa” del presidente, che è costretto ad affidarsi alla squadra politica di suo padre nel tentativo di sottrarsi all’impeachment. In tale contesto in Italia l’ex giudice Carlo Palermo, attualmente avvocato penalista, è riuscito a riaprire il caso dell’incidente del 10 aprile 1991 in cui la petroliera Agip Abruzzo e il traghetto Moby Prince fecero collisione nel porto di Livorno, provocando 140 morti. Fu un'altra tragedia senza spiegazioni, una trasposizione in chiave navale di quella sciagura aerea che fu l'abbattimento del DC-9 ad Ustica.
     
    Palermo, rappresentante legale della famiglia dello scomparso capitano del Moby Prince, ha raccolto prove secondo cui il fattore che provocò l’incidente fu la presenza “illegale” e “segreta” di una unità navale americana o al servizio americano. Il porto di Livorno è collegato da un canale alla base/deposito di Camp Derby, la principale base logistica delle forze armate USA nell’Europa Meridionale. La presenza di questa nave non era stata notificata alle autorità portuali. Vi erano quella sera unità navali che caricavano armi e attrezzature da Camp Darby da trasportare verso località ignote, e svolgevano questa attività all’imboccatura del porto di Livorno, sulla stessa rotta assegnata a Moby Prince. Una di queste navi, poi dileguatesi, ha finito per provocare la collisione. Il 10 aprile 1991 era l’ultimo giorno dello stato di emergenza indetto per la zona portuale di Livorno a motivo della prima Guerra del Golfo. Stato di emergenza significa che le autorità italiane avevano concesso ai militari USA libertà di movimento delle unità navali usate da Camp Derby.
     
    Sulla base di testimonianze e registrazioni radiofoniche e di attività radar, il giudice Palermo ha potuto stabilire non soltanto la presenza della nave misteriosa ma in particolare le successive operazioni di insabbiamento in cui sono state coinvolte le autorità portuali italiane e il comandante di Camp David col. Jan H. Harpole. Le dimensioni dell’insabbiamento sono tali da aprire l’interrogativo su un possibile intervento dell’allora segretario alla Difesa Dick Cheney.
     
    Scrive a tal proposito Paola Pentimella Testa su "Avvenimenti", in un articolo intitolato "La memoria del Moby Prince":
     
    Troppe navi da guerra erano nella rada di Livorno quel giorno. Un documento Usa prova che le armi trasportate sparirono nel nulla.
    L’avvocato Carlo Palermo ha scoperto nuovi documenti sulla tragedia del 10 aprile 1991 in cui morirono 140 persone. E ora chiede di riaprire il caso.

    Centosettantuno pagine per cercare di riaprire il caso Moby Prince. Per conoscere quanto avvenne la sera del 10 aprile 1991 e per portare alla sbarra i responsabili della morte di 140 persone. È l’istanza presentata alla procura di Livorno dall’avvocato Carlo Palermo, su incarico di Angelo e Luchino Chessa, i figli del comandante del traghetto della Navarma che si schiantò contro la petroliera Agip Abruzzo, provocando la morte di coloro che si trovavano a bordo. Una relazione dettagliata, supportata da documenti già noti ma mai presi in considerazione, e da nuovi elementi venuti alla luce nei due anni di lavoro che sono serviti al legale Palermo per mettere a punto la richiesta di apertura del procedimento penale.

    Allarme guerra del Golfo
    Quella sera al porto di Livorno esisteva una situazione di preallarme militare. Una circostanza determinata dalla prima Guerra del Golfo e che prevedeva la copertura radio “h 24”, cioè la radio accesa 24 ore su 24 per le comunicazioni. L’operazione Desert Storm sarebbe stata dichiarata “chiusa” proprio la notte tra il 10 e l’11 aprile. Quindi, dal giorno dopo, le navi presenti nelle acque italiane sottoposte al diretto comando del governo statunitense sarebbero state messe a disposizione per altre operazioni militari. È stato accertato che in quei giorni si trovavano nel porto e nella rada di Livorno almeno sette navi, e non quattro, sottoposte al controllo Usa. Navi che dovevano effettuare il trasbordo di armamenti provenienti dal Golfo nella base militare di Camp Darby, collegata alla rada del porto tramite il canale dei Navicelli. Le operazioni avvenivano con l’ausilio di imbarcazioni più piccole, per transitare nel canale e passare sotto il ponte levatoio Calabrone. La sera del 10 aprile 1991, però, come testimoniato da ufficiali della guardia di finanza, avvennero operazioni di trasbordo di armamenti da una delle navi Usa «sull’altra nave», mai identificata. Quella notte, dunque, le armi trasportate dalle imbarcazioni presenti nel porto di Livorno sono scomparse nel nulla, ovvero non sono mai arrivate alla base di Camp Darby. Ebbene, questa ipotesi è avvalorata anche da alcuni straordinari documenti forniti dalle autorità statunitensi e recentemente recuperati. Come quello, datato 15 aprile 1991, in cui il comando militare Usa precisa che «la nave Efdim junior conteneva materiali di proprietà del governo degli Stati Uniti destinati alla base Usa/Nato di Camp Darby. Questi materiali sembrano essersi volatilizzati. Per quanto ci risulta».

    Canale dei Navicelli
    C’è un’altra circostanza, finora inedita, che evidenzia come le “movimentazioni” di armamenti che avvennero quella sera non seguirono le rotte da o per il canale dei Navicelli. Negli atti del pm Carlo Cardi, che condusse l’inchiesta prima del processo, c’è un documento, mai esaminato in dibattimento, né menzionato nelle sentenze di primo e di secondo grado, che prova che il 10 aprile, l’ultima apertura del ponte Calabrone avvenne alle 15.45. La prima della mattina dopo alle 9.10. Il tenente della guardia di finanza Cesare Gentile, che si trovava sulla motovedetta che per prima salpò e si diresse verso l’Agip Abruzzo - la petroliera contro cui si schiantò il Moby Prince - vide che a nord «c’era una barca che imbarcava le armi» e «all’altezza del Calabrone c’era la nave americana che stava caricando le munizioni». Tutto questo intorno alle 23.45.

    Documenti scomparsi
    Il giorno dopo, il tenente Gentile e gli altri colleghi che erano a bordo dell’imbarcazione fecero rapporto e inviarono tutto alla procura di Livorno. La nota degli ufficiali ritrovata dall’avvocato Palermo è però diversa da quella originale depositata e descritta dal tenente Gentile. A iniziare dalla data: 15 aprile e non 11 aprile. Ma, soprattutto, non contiene l’estratto giornaliero degli ufficiali e le tre relazioni delle motonavi impiegate nelle operazioni di soccorso, che pure furono inviate. Ovvero sono scomparse le uniche prove dell’avvenuta “movimentazione” di armamenti.

    Elicottero in volo
    Più testimoni videro quella sera volare sul porto di Livorno un elicottero militare, fra le 22.35 e le 22.45. Nessun elicottero di soccorso presente nelle basi militari più prossime a Livorno - anche se in servizio di allarme permanente - avrebbe potuto decollare e raggiungere la rada della città toscana in quella fascia d’orario, ovvero fra i 9 e i 14 minuti successivi all’allarme via radio per l’avvenuta collisione. I tempi necessari per ricevere la richiesta di intervento; allertare i piloti e il personale tecnico preposto ai controlli; avviare e completare le necessarie procedure di controllo e di avviamento; raggiungere il porto di Livorno; individuare il bersaglio in volo notturno rendono impraticabile tale ipotesi. La ricostruzione più probabile, come suppone l’avvocato Palermo nella sua relazione, è che l’elicottero abbia raggiunto la rada prima della collisione. Che provenisse da una portaerei americana d’appoggio all’operazione militare?

    Esplosivo a bordo
    La maggior parte dei 140 corpi del traghetto è stata ritrovata in un unico locale, nel salone Delux. Le vittime avevano bagagli e giubbotti, come se fossero pronte a sbarcare. Il marconista, con il compito di lanciare il may day, non si trovava al suo posto, ma sul ponte di comando, come se fosse stato chiamato dal comandante perché, una qualche circostanza, aveva messo in allarme il traghetto prima che si schiantasse contro la petroliera dell’Agip. Un evento eccezionale, ma non fatale, che stava costringendo il comandante a ritornare in porto? Tutte ipotesi, ovviamente. Quel che è certo, invece, è che a bordo del Moby Prince, come risulta dalla relazione di Alessandro Massari, chimico della Criminalpol, nel locale motore dell’elica di prua c’erano tracce di esplosivo: nitrato di ammonio; etilenglicoledinitrato nitroglicerina; Dnt dinitrotoluene; Tnt 2,4,6 trinitrotoluene; pentrite; T4 1,3,5; trimetilene 2,4,6 esaciclotrinitrammina. I primi cinque sono tipici di composizioni esplosive a uso “civile”, mentre gli ultimi due sono presenti soprattutto in esplosivi militari e in plastici da demolizione. Resta accertato che le sostanze identificate, con la sola eccezione del nitrato di ammonio, sono tutti esplosivi ad alto potenziale sia singolarmente che in miscela.

    Foto satellitari
    Il 13 luglio scorso l’avvocato Carlo Palermo ha trovato al tribunale di Livorno uno scatolone sigillato e perfettamente integro trasmesso alla Procura il 27 maggio 1995 dal Nucleo anticrimine dei carabinieri di Livorno. Nel ’95 il processo di primo grado doveva ancora celebrarsi. All’interno dello scatolone, bobine originali riguardanti le immagini satellitari Telespazio acquisite dalle stazioni di rilevamento di Maspalomas (Spagna) e di Oberpfaffenhofen (Germania) dal Satellite NOOAA nei cinque passaggi su Livorno:
    9 aprile 1991 ore 13.17
    10 aprile 1991 ore 01,35
    10 aprile 1991 ore 6.37
    10 aprile 1991 ore 13.06
    11 aprile 1991 ore 12.54.
    In una successiva relazione esplicativa, del marzo 1996, si spiega che «nulla appare visibile con l’ingrandimento di zoom 4X». Tali rilievi fotografici sono i primi a comparire nell’inchiesta e non sono stati mai periziati. Come spiega l’avvocato Palermo: «è quasi superfluo ricordare che oggi sono ben possibili ingrandimenti superiori a quelli eseguiti a quell’epoca». Quindi esiste la fotografia della situazione dei luoghi e delle direzioni (i punti di fonda) di tutte le navi in rada alle ore 13.06 del giorno 10 aprile: gran parte dei quesiti rimasti irrisolti per quindici anni potrebbero, almeno in parte, dissiparsi. Almeno quelli connessi alla posizione di tutte le navi presenti nella rada del porto di Livorno.

    Dov’era l’Agip Abruzzo?
    Scatoloni mai aperti e fascicoli svaniti nel nulla, come quello relativo al punto di fonda della petroliera Agip Abruzzo. Fra gli incartamenti prodotti durante l’inchiesta della capitaneria di porto, messi a disposizione dell’autorità giudiziaria, vi era un documento di dodici pagine (Allegato 1), denominato “Questionario M/C Agip Abruzzo”. L’allegato comprendeva numerose domande, rivolte al comandante della petroliera, Renato Superina, circa l’esatta posizione alla fonda della nave cisterna la sera del 10 aprile 1991. È bene ricordare che, al di là delle ipotesi e dei rilievi postumi, il comandante di una nave è l’unica persona in grado di fornire quelle risposte. Il questionario era parte integrante del “Volume primo” dell’inchiesta, da pagina 23 a pagina 34. Qualcuno, però, ha sottratto dal fascicolo processuale l’Allegato 1. A dirlo saranno proprio i giudici nella sentenza della corte d’Appello, il 5 febbraio 1999: «Nel Volume 1 dell’inchiesta sommaria mancano le carte da 23 a 34, cioè l’Allegato 1, che secondo l’indice conteneva il Questionario M/C Agip Abruzzo». E ancora: «In questo processo vi sono aspetti meno chiari, alcuni di minore importanza altri di maggior rilievo (…), ad esempio, la distruzione di un registro dell’Agip Abruzzo e la mancanza di una parte della relazione conclusiva dell’inchiesta sommaria, quella concernente il questionario dell’Agip Abruzzo».

    Il superstite
    C’è un solo sopravvissuto alla tragedia. Il mozzo del Moby Prince Alessio Bertrand, un giovane napoletano al suo primo imbarco per la Navarma, che riesce a salvarsi rimanendo aggrappato per un’ora e mezza al corrimano di poppa, in attesa di quei soccorsi che arriveranno con molto ritardo. Quando è ormai allo stremo delle forze e sta per mollare la presa, arrivano due ormeggiatori a bordo di una barca di sette metri e lo traggono in salvo. La mattina dopo, agli Spedali riuniti di Livorno riceve la visita di due ufficiali di polizia giudiziaria inviati dal magistrato. Secondo i verbali di quel giorno, il mozzo riferisce quanto ha visto e sentito quella sera e nel racconto non c’è traccia di nebbia, come invece sosterrà la capitaneria di porto per spiegare la collisione fra le due imbarcazioni.
    Dopo questa prima versione dei fatti, il 26 aprile 1991 Bertrand viene convocato dalla capitaneria di porto di Livorno e dichiara invece: «Quando ero nel corridoio delle cabine passeggeri, mi sono imbattuto anche nel timoniere, anche lui era in preda al panico: gli ho chiesto che cosa era successo e mi ha risposto che c’era nebbia e che avevamo urtato un’altra nave». L’unico sopravvissuto del Moby Prince accredita quindi la versione della capitaneria di porto di Livorno. Questa tesi consentirà al Tribunale e alla corte d’Appello di accreditare la causa della collisione alla nebbia, abbandonando le altre piste. Tra i documenti rinvenuti tre mesi fa dall’avvocato Palermo al Tribunale di Livorno, c’è un accertamento sul teste Bertrand eseguito dai carabinieri di Livorno del Nucleo anticrimine. Si tratta di verifiche eseguite sul suo tenore di vita e sulla sua condotta. Perché? Nel documento si legge che la sorella, Rita Bertrand, ha riferito ai militari dell’Arma di essere a conoscenza che «ad Alessio fu erogata la somma pari a circa 200milioni di lire a titolo di risarcimento, e che percepiva una pensione pari a circa due milioni».

    November 13

    Le esercitazioni militari iraniane come primo deterrente contro un attacco Usa

    Scrive Michel Chossudovsky su GlobalResearch.ca: "Lo spiegamento delle capacità militari Iraniane è volto a scongiurare i piani di guerra USA".
     
    Infatti il 2 Novembre l’Iran ha testato tre nuovi tipi di missili terra-mare e mare-mare, all’interno della sua esercitazione militare “Grande Profeta II” compiuta su terra nel deserto, nelle acque del Golfo Persico, nel Mare di Oman e in 14 province dell’Iran. Gli analisti militari occidentali e Israeliani sono stati colti di sorpresa. Secondo Debka, una pubblicazione di intelligence Israeliana (5 Novembre), diverse caratteristiche delle capacità militari Iraniane erano sconosciute al Pentagono: “Lo spettacolare sciame di sofisticati missili lanciati nelle esercitazioni militari a sorpresa dell’Iran ha stupefatto i pianificatori militari in USA, Israele ed Europa” .
    Svanisce così la diceria secondo cui anche l'Iran, malgrado la possibilità di schierare in campo un esercito molto vasto in termini di effettivi, fosse una "tigre di carta", dotata di un arsenale militare obsoleto, e oltretutto debilitato dalla guerra Iran - Iraq del 1980 - 1988 e dalle conseguenti sanzioni che avevo assottigliato di molto le capacità del paese di reperire all'estero nuove tecnologie belliche. Al contrario, si ripete la sorpresa del luglio di quest'anno, quando gli Ezbollah, che tutti credevano armati solo di vecchi Kalashnikov e imprecisi lanciamissili Katushia e quindi destinati a rapido cedimento dinanzi alla potenza militare israeliana, avevano sfoggiato un armamentario all'ultimo grido capace di mettere in crisi il potente esercito di Tel Aviv.
     
    I test Iraniani di missili terrestri il 2 Novembre sono stati segnati dalla precisa pianificazione di un' accurata operazione-spettacolo. Secondo un esperto missilistico anziano Americano (citato da Debka), “gli Iraniani hanno dimostrato una tecnologia missilistica di lancio all'avanguardia che l'Occidente non sapeva che essi possedessero.” Ha poi aggiunto: “Hanno anche mostrato testate non comuni. Ma la caratteristica più sorprendente è stata il primo lancio con successo dello Shehab-3 a lungo raggio con il suo cluster di dieci piccole testate... L'intera questione porta le impronte dei nuovi acquisti dalla Cina. Questo Shehab-3, che pone Israele, il Medioriente e l' Europa alla portata [dell'Iran] – può essere più che una sfida per qualunque arsenale missilistico anti-missile Americano, Israeliano o Europeo – dal momento che dipende in modo critico dal punto in cui si frammenta. Alcune delle sue caratteristiche sono ancora un enigma per l'Occidente. Se il cluster dello Shehab-3 si separa vicino all'obiettivo, l' Arrow statunitense ha una possibilità di intercettarlo, ma gli Americani e gli Israeliani non hanno alcuna difesa se le testate multiple si separano a grande distanza.” (Debka, 5 Novembre 2006).
     
    La televisione di stato Iraniana ha mostrato dozzine di immagini di missili lanciati sia da navi da guerra nel Golfo Persico sia da postazioni terrestri nel deserto. Secondo Uzi Rubin, ex direttore del programma anti-missili balistici di Israele, “l' intensità delle esercitazioni militari è senza precedenti... Era volta a fare impressione – e vi è riuscita.” (www.cnsnews.com 3 Novembre 2006). Inoltre “E' stato un 'successo tecnico e operativo' ha detto Rubin, indicando il fatto che gli Iraniani sono stati capaci di lanciare così tanti missili.” (Ibid)
     
    Ecco ora un po' di immagini delle esercitazioni iraniane:
     
     
     
     
     

    Lo spettacolo ha raggiunto il suo scopo. Il Comandante delle Guardie Rivoluzionarie dell' Iran, Generale Yahya Rahim Safavi, ha confermato che il test missilistico è stato condotto “per mostrare il nostro potere difensivo e di deterrenza ai nemici al di fuori della regione, e speriamo che essi abbiano capito il mesaggio.” “E' stato un chiaro riferimento agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e alla Francia, che sono tra le sei nazioni che partecipano alle manovre guidate dagli USA che si sono tenute all'inizio della settimana nel Golfo. Queste esercitazioni comunque erano focalizzate sulla sorveglianza. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha detto in una intervista radio che pensa che gli Iraniani “stanno cercando di dimostrare che sono dei duri.” (Ibid)

    Le esercitazioni, mentre hanno creato un' agitazione politica negli USA e in Israele, non sembrano avere smorzato la determinazione degli Israelo-americana di compiere una guerra preventiva contro l'Iran. Nelle parole del Ministro degli Esteri Israeliano: “E' tempo che la comunità internazionale agisca in modo decisivo e tramite il Consiglio di Sicurezza per mandare il chiaro messaggio che se esse (l'Iran) continuano sull'attuale cammino, incorreranno nell' ira della comunità delle nazioni,” ha detto per telefono Regev questo venerdì.

    Queste esercitazioni sono prima di tutto prove tattiche di "equilibrio del terrore", o di "deterrenza nucleare" o quantomeno missilistica. Sono praticamente le prime che avvengono dalla fine della Guerra Fredda, insieme agli esperimenti nord coreani che però si basano su capacità tecniche e militari ben più ridotte. Il messaggio è sostanzialmente questo: "sappiamo che voi americani e israeliani vorreste attaccarci per imporre il vostro dominio nel Medio Oriente e sulle sue risorse energetiche. Ma attenzione, perchè se è stato facile attaccare l'Iraq e precipitarlo nell'anarchia, giacchè era militarmente nullo, nel nostro caso vi troverete invece dinanzi a una potenza militare di tutto rispetto".

    Da Agosto l’Iran è stato coinvolto in due grandi simulazioni di guerra. Queste esercitazioni militari sono parte di una nuova deterrenza del post – guerra fredda da parte del governo di Theran. L’obiettivo è neutralizzare le minacce USA riguardanti il presunto programma Iraniano per le armi nucleari.

    Lo spiegamento delle capacità militari Iraniane è volto a impedire i piani di guerra degli USA e della coalizione, che sono attualmente in un avanzato stato di prontezza operativa. Questo è segnato da un massiccio assembramento di navi da guerra degli USA e della coalizione nel Golfo Persico, nel Mare Arabico e nel Mediterraneo Orientale. (Vedere Nazemroaya, Ott. 2006, Chossudovsky, Ottobre 2006)

    “Deterrenza” e “contenimento” possono anche essere usate contro gli USA. In una recente affermazione del Ministro degli Esteri dell’Iran, gli obiettivi delle esercitazioni belliche sono stati descritti come segue: “Le nostre manovre non servono a minacciare alcun paese. Servono, piuttosto, a rinvigorire il potere di deterrenza dell’Iran”.

    Questi sviluppi dissuderanno l’ amministrazione Bush dall’imbarcarsi nel prossimo stadio della sua avventura militare Mediorientale? I pianificatori militari USA e Israeliani si porranno un freno? Si potrebbe sperare che la “Deterrenza del post – Guerra Fredda” rivolta contro gli USA possa contribuire a ostacolare temporaneamente l’agenda militare di Washington. D’altro lato, dobbiamo comprendere che entrambe le parti sono su di un attivo piano di guerra.

    La situazione nel Golfo Persico è estremamente tesa. Il massiccio spiegamento del potere navale degli USA e della coalizione a breve distanza dalla costa Iraniana costituisce un gesto di provocazione. Questo spiegamento, segnato da esercitazioni belliche USA in corso, potrebbe innescare un incidente che a sua volta potrebbe potenzialmente portare alla guerra. E’ perciò essenziale, nelle settimane e nei mesi futuri, che i movimenti di cittadini negli USA e nel mondo agiscano risolutamente per affrontare i rispettivi governi e capovolgere e smantellare questa agenda militare. (Per dettagli vedi Michel Chossudovsky, Post Cold War Shivers [ LA NUOVA GUERRA FREDDA: PREPARATIVI DI GUERRA IN MEDIO ORIENTE E ASIA CENTRALE], October 2006).


    November 12

    Bush pensa alla legge marziale: avanza negli Usa la dittatura

    Le rivelazioni del giornalista free lance americano Kurt Nimmo (il suo articolo in lingua originale si trova nel suo sito personale, all'indirizzo http://www.kurtnimmo.com/?p=631) sono scioccanti: nel silenzio più assoluto, lo scorso 17 ottobre il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha firmato l'H.R. 5122, o meglio il John Warner Defense Authorizaction Act del 2007. “La legge fornisce 426.8 miliardi di dollari per il budget del dipartimento. I rappresentanti di Senato e Camera hanno aggiunto alla legge il budget supplementare per la difesa di 70 miliardi di dollari, così in totale la legge stanzia 532,8 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2007,” spiega Jim Garamone dell'American Forces Press Service.
    Secondo un comunicato stampa dell'ufficio del Senatore Patrick Leahy, tuttavia, il decreto fa un “passo notevole verso l'indebolimento dell'autorità statale sulle sue unità della Guardia Nazionale, secondo i leader del congresso che stanno portando avanti la battaglia per dare più potere alla Guardia [Nazionale].” Leahey ed il Senatore Kit Bond, un Repubblicano del Montana, “hanno dichiarato che l'accordo raggiunto durante la conferenza si crede includa una clausola che renderà più semplice al Presidente dichiarare la legge marziale, togliendo ai governatori degli stati parte della loro autorità sulle unità della Guardia Nazionale in caso di emergenza interna. L'Associazione Nazionale dei Governatori e leader chiave sia della Camera che del Senato si oppongono alla clausola.”

    Frank Morales, un prete episcopale ed attivista di New York, scrive che il John Warner Defense Authorization Act del 2007 in realtà favorisce l'instaurazione della legge marziale “revisionando l'Insurrection Act, una serie di leggi che limita la capacità del Presidente di dispiegare truppe entro i confini degli Stati Uniti. L'Insurrection Act (10 U.S.C.331 -335) ha storicamente, insieme al Posse Comitatus Act (18 U.S.C.1385), aiutato a rafforzare rigide restrizioni su quanto l'esercito possa far rispettare l'ordine entro i confini nazionali. Con un fugace colpo di penna, Bush sta cercando di annullare quelle restrizioni.”
    Nel dopo l'uragano Katrina, Bush chiese alla Governatrice della Louisiana Kathleen Babineaux Blanco di cedergli il comando sulle truppe della Guardia Nazionale inviate nella zona. “Bush voleva invocare l'Insurrection Act, che lo avrebbe messo in grado di prendere il controllo su tutte le forze armate dispiegate, incluse quelle della Guardia Nazionale della Louisiana. Ma ai termini di legge, doveva avere l'approvazione dell'assemblea legislativa o del Governatore dello Stato. L'assemblea non era in sessione e Blanco rifiutò,” racconta Deirdre Griswold. L'11 Settembre 2005, faceva notare Griswold citando il Los Angeles Times, “Bush non aveva ancora invocato l'Insurrection Act, ma la sua amministrazione stava ancora discutendo su come rendere più facile al governo federale scavalcare le autorità locali in futuro.”
    Fare pressione su Blanco fu considerata una questione sensibile a livello politico. “Potete immaginare come sarebbe stato percepito se un Presidente degli Stati Uniti di un certo partito abbia preventivamente sottratto il comando delle forze armate alla Governatrice donna di un altro partito, a meno che il livello di sicurezza imponesse oltre ogni ragionevole dubbio che lei non era in grado di esercitare in maniera effettiva la sua autorità, rendendo dunque inevitabile il non dover rispettare le leggi?” dichiarò sotto anonimato al New York Times l'8 Settembre 2005 un alto ufficiale dell'amministrazione. Blanco “respinse una più modesta proposta di una struttura di comandi ibrida in cui sia la Guardia Nazionale che le truppe in servizio sarebbero state sotto il comando di un generale a tre stelle – ma solo dopo che questi avesse prestato giuramento alla Guardia Nazionale del Texas,” aggiunse il New York Times.

    Il Martial Law Act del 2007 firmato da Bush modifica l'Insurrection Act e indebolisce ulteriormente il Posse Comitatus Act. “La Sezione 1076 del massiccio Authorization Act, che stacca un altro assegno da 500 miliardi di dollari al Pentagono per le sue avventure raccomandate da cattivi consiglieri, intitolata “Uso delle Forze Armate nelle Maggiori Emergenze Pubbliche,” spiega Morales. “La Sezione 333, 'maggiori emergenze pubbliche, interposizione nella legge Statale e Federale' afferma che 'Il Presidente può dispiegare le forze armate, inclusa la Guardia Nazionale in servizio Federale, per ripristinare l'ordine pubblico e far rispettare la legge degli Stati Uniti quando, come in caso di un disastro naturale, epidemia o di un'altra seria emergenza sanitaria pubblica, in caso di attacco o incidente terrroristico, o qualsiasi altra condizione in ogni Stato o possedimento degli Stati Uniti, il Presidente determini che la violenza interna è arrivata ad un livello tale che le autorità costituite dello Stato o dei suoi possedimenti non sono capaci (o “rifiutano” o “falliscono”) di mantenere l'ordine pubblico, allo scopo di sopprimere, in qualasiasi Stato, ogni tipo di insurrezione, violenza interna, associazione fuorilegge, o cospirazione.'”
    “Per il Presidente in carica, 'far rispettare le leggi per ripristinare l'ordine pubblico' significa comandare le guardie di ogni stato, indipendentemente dalle obiezioni dei governi locali, delle entità dell'esercito e della polizia locale; mandarle in un altro stato; chiamarle alle armi come tutori della legge; e dar loro mano libera contro la popolazione 'in tumulto' - contro le proteste, ad esempio, o contro quelli che si sottraggono a vaccinazione forzata e quarantena in caso di attacco terroristico batteriologico.

    La legge favorisce anche le retate della polizia e la detenzione degli agitatori, i cosiddetti 'stranieri illegali,' 'potenziali terroristi' e altri 'indesiderabili' che finirebbero imprigionati nelle strutture già appaltate alla Halliburton e che sono tuttora in costruzione. E' così. Sotto la copertura di una strombazzata 'emergenza immigrazione' e la frenetica militarizzazione del confine meridionale, stanno venendo costruiti campi di internamento proprio sotto il nostro naso, campi ideati per chiunque resista all'agenda interna ed estera dell'amministrazione Bush. ”
    Nel lontano Gennaio, il Corpo degli Ingegneri dell'Esercito assegnò alla sussidiaria della Halliburton, la Kellog Brown & Root, un contratto da 385 milioni di dollari per costruire campi di detenzione presso locazioni segrete negli Stati Uniti. Come di consueto, il New York Times ha omesso o fatto finta di non vedere l'importanza di questi sviluppi, caratterizzandoli piuttosto come uno spreco dei soldi dei contribuenti. Peter Dale Scott, tuttavia, ha centrato perfettamente il punto. “Per quelli che seguono le operazioni segrete del governo all'estero ed all'interno, il contratto ha evocato inquietanti ricordi della controversa “esercitazione di prontezza” Rex 84 di Oliver North del 1984. Questa richiese alla FEMA di imprigionare dopo apposite retate 400,000 “rifugiati” immaginari, nel contesto di “movimenti della popolazione fuori controllo” lungo il confine dal Messico dentro gli Stati Uniti. Le attività di North sollevarono preoccupazioni per le libertà civili sia nel Congresso che al Dipartimento di Giustizia. Quelle preoccupazioni persistono.”

    Come nota Scott, i piani per i centri di detenzione non sono niente di nuovo, ed indubbiamente “hanno una lunga storia, che parte dalle paure nel 1970 di rivolte nazionali ad opera dei militanti neri. Come Alonzo Chardy riportò nel Miami Herald il 5 Luglio 1987, un ordine esecutivo per la continuità di governo (COG) era stato abbozzato nel 1982 dal capo della FEMA Luois Giuffrida. L'ordine richiedeva “la sospensione della Costituzione” e “la dichiarazione della legge marziale.” Le parti nel piano relative alla legge marziale erano spiegate in un memo del Vice di Giuffrida, John Brinkerhoff.”
     
    Brinkerhoff dichiarò alla PBS: “Gli Stati Uniti stessi sono ora per la prima volta dalla guerra del 1812 un teatro di guerra. Questo significa che dovremmo applicare, secondo me, lo stesso genere di struttura di comando negli Stati Uniti che applichiamo negli altri teatri di guerra.”

    Giuffrida fu il primo direttore della FEMA dell'Amministrazione Reagan dal 1981 al 1985 e fu il direttore, quando Reagan era governatore, del California Training Institute, una scuola della Guardia Nazionale. Nel “1970 aveva scritto uno studio per l'Army War College in cui raccomandava la legge marziale in caso di rivolta nazionale dei militanti neri. Tra le sue idee c'erano “assemblare centri o campi di ricollocamento” per almeno 21 milioni di 'Negri Americani,'” scrive Sam Smith. “Durante il 1968 ed il 1972, Reagan ordinò una serie di giochi di guerra in California chiamati Cable Splicer, che coinvolgevano la Guardia Nazionale, la polizia statale e locale, e la Sesta Brigata dell'esercito. I dettagli dell'operazione furono riportati in un articolo del 1975 scritto da Ron Ridenour per il New Times, un giornale indipendente dell'Arizona, e in seguito rievocati da Dave Lindorff nel Village Voice... Cable Spicer, venne fuori, era un esercizio di preparazione per la legge marziale. L'uomo in carica non era altri che Edwin Meese, l'allora segretario esecutivo di Reagan. Ad un certo momento, Meese disse ai combattenti di Cable Spicer: “Questa è un'operazione, un'esercitazione, un obiettivo che guarda avanti perchè nel lungo periodo... è il solo strumento che potrà prevalere [contro i manifestanti anti-guerra.]”

    In risposta all'emanazione dell'Executive Order 11490 di Richard Nixon del 30 Ottobre 1969, “ Assigning Emergency Preparedness Functions to Federal Departments and Agencies,” che consolidava qualcosa come 21 ordini esecutivi operativi e due ordini di mobilitazione difensiva emanati tra il 1951 ed il 1966 su una serie di questioni relative alla prontezza in caso di emergenze, Howard J. Ruff notò: ”La sola cosa che si interpone tra noi ed una dittatura è la positiva figura del Presidente e la mancanza di una crisi abbastanza seria e che la gente deve ancora affrontare” (si veda Diana Reynolds, Civil Security Planning.)

    Non solamente è scontato quanto sia in contrasto la figura di Bush con quella di un “presidente positivo”, ma egli si considera anche unico decisore col potere di ignorare oltre 750 leggi. “Tra le leggi che Bush ha dichiarato di poter ignorare ci sono regole e codici militari, programmi contro le discriminazioni, gli obblighi che il Congresso debba essere informato dei problemi relativi all'immigrazione, la protezione dei 'denuncianti civici' per gli ufficiali addetti al controllo nucleare, , e la salvaguardia contro interferenze politiche nella ricerca finanziata dal governo federale,” riportò il Boston Globe in Aprile.

    “Dall'inizio della Repubblica fino al 2000, i Presidenti hanno prodotto “signing statements” [una dichiarazione che il presidente rilascia al momento di sottoscrivere una legge approvata dal Congresso e con cui prende le distanze dalla legge con una propria “interpretazione”] che contenevano meno di 600 contestazioni alle leggi approvate. Secondo i recenti aggiornamenti, dopo una legislatura e mezza, il Presidente George W.Bush (Bush II) ne ha sollevate più di 800,” spiega l'American Bar Association Task Force on Presidential Signing Statements and the Separation of Powers Doctrine.

    “E' diventato chiaro nei recenti mesi che una massa critica degli Americani hanno visto oltre le bugie dell'amministrazione Bush, col gradimento secondo i sondaggi al minimo storico, crescente opposizione alla guerra in Iraq, e i Democratici in vantaggio per riprendersi il Congresso nelle elezioni di medio termine, l'Amministrazione Bush è alle corde,” conclude Morales. “E così è particolarmente preoccupante che il Presidente Bush ha creduto opportuno, a questo punto, di dichiararsi dittatore.”
    November 11

    La Gran Bretagna usa i mercenari in Iraq

    Le Nouevel Observateur ha pubblicato un articolo in cui raccoglie le rivelazioni di una Organizzazione Non Governativa riguardo all'uso in Iraq da parte del governo britannico di milizie mercenarie. Queste truppe sono l'equivalente di ciò che rappresentano per gli americani gli "squadroni della morte" costituiti da Negroponte e dei quali abbiamo parlato qualche tempo fa. Lunedì 30 ottobre scorso l'associazione "War on Want" ha denunciato nel suo rapporto l'aumento "esponenziale" della presenza di Società Militari Private (SMP), la cui sottomissione alle regole del diritto internazionale risulta estremamente difficile. Al fine di illustrare le derive di queste società, "War on Want" ha messo a disposizione sul suo sito una serie di video che mostrano dei soldati presentati come degli stipendiati di tali società e resisi colpevoli di gravi estorsioni.
    Così, in uno di questi video, alcune persone gironzolano in auto sulle strade irachene, sparando senza distinzioni sui veicoli di civili e colpendoli a caso. Su un altro possiamo vedere un cecchino al lavoro. L'associazione chiede al governo britannico d'interdire a queste società di prendere parte direttamente ai combattimenti e di agire come forze di sostegno. Malgrado la pubblicazione nel 2002 di un libro bianco del ministero per gli Affari Esteri sul tema, non è stata presa nessuna misura in merito.

    Alcuni dei loro impiegati sarebbero poi stati implicati nello scandalo delle torture inflitte ai prigionieri nella prigione irachena di Abu Ghraib. "In un contesto di conflitto come l'Iraq, la distinzione tra combattimento e sostegno al combattimento non ha più senso", afferma "War on Want" all'interno del suo rapporto. "Spesso non vi è alcuna percettibile differenza tra soldati regolari e forze di sostegno private ingaggiate per proteggere i convogli o il materiale. Il rischio di abusi dei diritti umani in una tale situazione è sempre presente ed è quasi impossibile avvalersi di dipendenti di SMP che rendeno conto delle loro azioni".
    "War on want" stima che le SMP britanniche si sono considerevolmente arricchite grazie a questo conflitto. Hanno ricavato dai loro contratti iracheni 1,8 milliardi di pound nel 2004 (2,68 milliardi di euro) contro i 320 milioni di pound (47,7 millioni di euro) nel 2003. "Il governo non ha potuto legiferare (contro I mercenari britannici) al fine di punire i loro abusi ai diritti dell'Uomo, come ad esempio durante l'utilizzo di armi da fuoco contro i civili iracheni" ha dichiarato John Hilary, direttore della campagna di "War on Want". "Come può, Tony Blair, sperare di riportare la pace e la sicurezza in Iraq permettendo a intere armate di mercenari di operare completamente al di fuori dalla legge?", ha poi aggiunto. Secondo stime fornite dal Congresso Usa, circa 48.000 dipendenti di SMP sono attualmente in Iraq, la maggior parte dei quali lavorano per compagnie britanniche. Queste cifre rappresentano quasi sette volte il numero dei soldati britannici (7.000) presenti nel paese.
    Ed ecco adesso un po' di immagini riguardo l'operato dei mercenari:
     
    Agenti di sicurezza della Aegis sparano a caso per le strade irachene su auto dei civili:
     

    Cecchini della Blackwater - una ditta privata di sicurezza e fornitura di contractor militari - al lavoro in Iraq:

    Mercenari della Blackwater traggono profitto dall'occupazione dell'Iraq:

    November 10

    Bush ha perso, ma per l'Iraq non ci saranno elezioni che possano salvarlo

    Mi hanno incuriosito due articoli, uno di Carlo Gambescia e uno di movisol.org, a proposito della sconfitta elettorale di Bush alle elezioni di mezzo. Ci saranno cambiamenti radicali nella politica estera americana dopo che i democratici hanno ottenuto la maggioranza tanto al Senato quanto al Congresso? Si noti bene: per "cambiamenti radicali" non si intende la diminuzione delle truppe in Iraq, ma piuttosto il loro totale ritiro, e di conseguenza la restituzione a questo paese di una vera autonomia politica. A tacere poi di un "ripensamento" dell'alleanza con Israele, che nel Medio Oriente ha di fatto fin dalla sua nascita il ruolo di "proconsole" degli Stati Uniti.
     
    La risposta purtroppo è tanto semplice quanto brutale: entrambi, democratici e repubblicani, vogliono sostanzialmente le stesse cose, rispondono sostanzialmente agli ordini degli stessi interessi e degli stessi detentori di quegli interessi, e quindi si comportano sostanzialmente allo stesso modo. Questi tre "sostanzialmente" sono quelli che motivarono un mio intervento di qualche giorno fa intitolato: "Usa, bipolarismo perfetto: due partiti della guerra". Il titolo dice tutto, quindi inutile stare qui a riassumerlo, e del resto chi vorrà vederselo non avrà che da scorrere verso il basso del blog per trovarlo.
     
    Come dice Gambescia, "il problema del radicale cambiamento della politica estera Usa è un interessante problema di scienze politiche e sociali. Per quale ragione? Perché richiede un’analisi, almeno a grandi linee, dei rapporti tra strutture politiche, sociali ed economiche che ne sono alla base".

    Il rapporto tra forze politiche ed economiche, intese queste ultime come grandi strutture, rinvia ai pesanti condizionamenti che le grandi imprese monopolistiche hanno esercitato sulla politica americana, in misura crescente, dalla Prima guerra mondiale. Si tratta di un dato storico. Queste forze, che al tempo delle profonde analisi di Tocqueville (1831-1832) erano minoritarie, impongono da quasi un secolo, una sola politica estera: quella dell’ espandersi fino dove possibile. Il che è provato da un serie di colossali imprese militari: Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, guerra di Corea, guerra in Vietnam, Prima guerra del Golfo, guerra del Kosovo, guerra in Afghanistan, Seconda guerra del Golfo ( e trascuriamo gli interventi “minori” in America Latina e altrove). Si tratta di un rapporto squilibrato: l’economia americana ordina la politica esegue. A causa di questo processo, e soprattutto nella seconda metà del Novecento, si è determinato un complesso industriale-militare: un blocco di interessi che si appropria, grosso modo, del sessanta per cento del Pil americano (per alcuni studiosi anche di più), il cui strapotere non può (né potrà) essere contrastato dalla politica. E qui sorge anche un interessante problema di quadri dirigenti politici. Il 90 % degli alti funzionari, che collaborano con i presidenti degli Stati Uniti, provengono da stesse élite militari ed economiche che detengono le leve del comando. Perciò presentare la sostituzione di Rumsfeld come una svolta è errato e ridicolo. Tra l’altro anche Nancy Pelosi, nuovo speaker democratico, proviene dagli stessi ambienti.
    Non bisogna però ricadere nell’economicismo. Il complesso industriale-militare, ha una sua ideologia giustificatrice, che nel tempo ha assunto forza propria. Si tratta di un’ ideologia di tipo imperiale. Fondata sull’idea della assoluta supremazia del popolo americano: popolo eletto per eccellenza. Che avrebbe una sua missione da compiere, quella di “donare” al mondo intero il suo modello di vita. Si tratta di un rapporto circolare: l’ideologia rafforza gli interessi e viceversa…Per correttezza va fatta però una distinzione: per i democratici, contano gli ideali di felicità individuale, per i repubblicani gli ideali di libertà economica. Si tratta di un differenza sottile, spesso enfatizzata dai media, che in realtà rinvia a una stessa ideologia imperiale, declinata però in forme politiche differenti (attenzione, non ideologiche). Quanto all’isolazionismo, spesso invocato dai commentatori, si tratta di un’ideologia, di tipo agrario-individualistico, precedente la Prima Guerra Mondiale, ormai fuori gioco perché priva di basi economiche e sociali reali. Infatti i pochi politici che invocano l’isolazionismo sono in genere dei “fuoriusciti” sociali, non più legati al complesso militare-industriale, e che spesso vengono subito emarginati. Si pensi ad esempio a un Ross Perrot. Oppure si tratta di gruppi estremisti, se non terroristi, completamente isolati sotto l'aspetto sociale.

    Pertanto, blocco industriale-militare e ideologia imperiale, sovrastano e guidano le scelte politiche individuali, sia dei politici in senso stretto, che del popolo americano. E qui c’è un dato elettorale da tenere presente. Vediamo quale.
    In America, al di là di occasionali impennate, chi vince le elezioni, deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi (in media vota il 50 % degli aventi diritto). Insomma il partito che vince deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi. Un presidente degli Stati Uniti, ad esempio, finisce per rappresentare a mala pena un 25 % di quel 50 % che vota. Insomma raccoglie il voto favorevole di una minoranza di cittadini: circa ¼.
    Insomma, nei risultati, ogni elezione riflette la struttura oligarchica del potere di cui sopra. Una struttura che non incoraggia il voto (a cominciare dalle procedure di registrazione), ma favorisce la disuguaglianza sociale, educativa e il quietismo: se sei in fondo alla scala sociale, evidentemente lo meriti, così ammonisce l’ideologia americana. E stando alle statistiche, chi non vota appartiene proprio alle fasce più povere: quelle dei “perdenti” della vita, soprattutto perché privi di titolo di studio. Del resto la distribuzione sociale della partecipazione elettorale americana riflette la scala dei redditi, e in particolare l’istruzione: più si è in alto, perché si è istruiti, più si va a votare. Il 92 % di coloro che hanno istruzione universitaria vota. Mentre non vota il 90 % di coloro che hanno un' istruzione elementare. Secondo alcune statistiche, gli alti livelli di analfabetismo e la scarsa capacità di comprendere comunicazioni scritte (problemi che riguardano quasi la metà della popolazione adulta) impedirebbero addirittura a molti cittadini di votare ( su questi aspetti si vedano i siti http://.www.electoralgeography.com/ e www.lib.uchicago.edu/e/su/govdocs/politics.html ).
    Si tratta di un meccanismo infernale: più aumentano povertà e deprivazione intellettuale, meno la gente va a votare (perché non capisce, perché l’istruzione costa, perché è rassegnata, perché è abituata a ubbidire), e più cresce il potere, privo di mandato democratico delle ricche classi dominanti.
    Perciò, su queste basi , sperare che gli Stati Uniti mutino la propria politica estera espansionistica, solo perché i repubblicani sono stati sconfitti nelle elezioni di midterm è molto improbabile, se non del tutto impossibile.

    A questo punto movisol.org analizza il rapporto Bush - Rumsfield - guerra in Iraq - opposizione interna negli Usa. Le pubblicazioni di tutt'e quattro le armi della difesa USA hanno pubblicato il 6 novembre, alla vigilia del voto, un editoriale in cui si chiede il licenziamento di Donald Rumsfeld a prescindere dai risultati elettorali. L'episodio, senza precedenti, è avvenuto il giorno che Bush ha giurato di tenersi Rummie forever.
    Le pubblicazioni sono Army Times, Air Force Times, Navy Times, e Marine Corps Times, tutt'e quattro di proprietà del Military Times Media Group.
    “A prescindere da quale partito vincerà il 7 novembre è giunto il momento, signor Presidente, di accettare una verità molto amara: Donald Rumsfeld se ne deve andare”. “Una cosa è che la maggioranza pensi che Rumsfeld abbia sbagliato. Ma quando i leader militari della nazione cominciano a prendere in pubblico le distanze dal Segretario della Difesa, allora è chiaro che questi perde il controllo delle istituzioni che dovrebbe guidare”.
    Sull'Iraq: “Nonostante gli sforzi migliori compiuti dagli addestratori americani, il problema di portare una popolazione visceralmente settaria ad avere qualcosa che assomigli ad una forza di unità nazionale è diventata un'impresa disperata. Per due anni sergenti, capitani e maggiori americani che hanno addestrato gli iracheni hanno riferito ai superiori che le truppe irachene non hanno un senso di identità nazionale, sono lì solo per lo stipendio, non si presentano ai turni e non sono in grado di badare a sé stesse. E per tutto il tempo Rumsfeld ci ha rassicurato che tutto stava andando per il meglio”.
    Nel commento si cita anche il gen. John Abizaid, capo del Comando Centrale USA, che avrebbe riferito alla Commissione difesa del Senato, lo scorso settembre: “Ritengo che la violenza settaria sia tanto grave, qualcosa che credo di non aver mai visto ... E se non si pone un freno è possibile che l'Iraq precipiti nella guerra civile.”
     
    Il generale USA in congedo William Odom è l'autore di un commento del Los Angeles Times del 31 ottobre intitolato “Come tagliare la corda”. “Potremmo condurre il Medio Oriente alla pace ma solo se la piantiamo di rifiutarci di fare ciò che occorre”, ha scritto Odom, aggungendo che gli USA hanno “alterato gli equilibri nella regione mediorientale quando hanno invaso l'Iraq. Il loro ripristino esige iniziative decise, ma tutto dev'essere preceduto dal 'tagliare la corda'. Soltanto un ritiro completo di tutte le truppe USA - nel giro di sei mesi e senza porre condizioni - può superare la paralisi che blocca ora la nostra diplomazia. E gli ostacoli maggiori per tagliare la corda sono le inibizioni psicologiche dei nostri leader e del pubblico”.
    Il pubblico non deve lasciarsi accecare dalle illusioni che il presidente nutre sul conto dell'Iraq. “La realtà non può essere più a lungo evitata. Impedire la violenza sanguinaria delle fazioni in Iraq e l'estendersi dell'influenza iraniana in tutta la regione non è nelle facoltà degli USA. Il probabile diffondersi delle lotte tra sunniti e sciiti negli stati arabi vicini, il rischio che si affermi il leader sciita radicale Moqtada Sadr o qualche altro anti-americano viscerale a Baghdad, e il diffondersi della destabilizzazione oltre l'Iraq ... La realtà si aggrava ogni giorno di più che le nostre forze restano in Iraq”.
    Per stabilizzare e calmare la situazione il gen. Odom propone quattro iniziative principali: “Primo, gli USA concedano di aver provocato dei guai, di non essere in grado di stabilizzare la regione da soli e decidano di prestare ascolto a ciò che gli altri hanno da dire su come sia meglio procedere”. Questo riguarda gli europei, il Giappone, la Cina e l'India. “La seconda iniziativa sta nel creare un forum per la diplomazia dei vicini dell'Iraq. L'Iran dev'essere ovviamente chiamato a dire la sua ... Terzo, gli USA debbono formalmente cooperare con l'Iran in aree di interesse comune. Non c'è nient'altro che potrà migliorare la nostra posizione nel Medio Oriente”. Questo significa anche “rinunciare ad opporsi al programma nucleare militare iraniano ... Quarto, compiere progressi effettivi nella questione palestinese come base per la pace nel Medio Oriente ...”.
    Gli sciacalli della Casa Bianca hanno voluto interpretare una battuta mal riuscita dell'ex candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry come una rampogna agli studenti: se non studi, sarai spedito a combattere in Iraq, dove finiscono i testoni. Dalla Casa Bianca hanno addirittura chiesto al senatore di chiedere scusa ai soldati. Kerry ha risposto: “Se qualcuno pensa che un reduce possa criticare gli oltre 140 mila eroi che prestano servizio in Iraq invece che il presidente che li ha mandati lì è pazzo. Non ne posso più delle critiche abbiette dei repubblicani, che provengono sempre da chi non ha mai prestato servizio militare in guerra, ma si crogiuola nel criticare noialtri che l'abbiamo prestato. Non mi faccio fare la predica da uno spaventapasseri in frac messo dietro il microfono della sala stampa della Casa Bianca, o da un mortadellone come Rush Limbaugh ...
    “Questi repubblicani non hanno il coraggio di sostenere il confronto con i reduci che si preoccupano ogni giorno dei problemi delle truppe, e si accontentano degli slogan vacui con cui l'amministrazione manda le truppe in guerra senza nemmeno gli autoblindo con cui proteggersi. ... Ma questa volta non funzionerà ... Nessun democratico si lascerà intimidire da un'amministrazione che ha come strategia quella di tagliare la corda in Afghanistan e di impantanarsi e perdere in Iraq”.
    Un commento molto emotivo e abrasivo contro il presidente, su questo stesso tema, è stato pubblicato il 2 novembre dal New York Times. Intitolato “il grande divisore”, il commento nota come Bush abbia perso la capacità di intervenire sulle questioni reali per cui non gli resta che la campagna negativa, denigrare i rivali della sua vita fatta di sole fantasie. Il giornale fa la lista degli insuccessi clamorosi che Bush chiama successi. L'ultima trovata è che se i democratici vincono le elezioni sarebbe una vittoria del terrorismo e una sconfitta dell'America. “Ha fatto ricorso ai colpi bassi distorcendo una battuta maldestra e malriuscita del sen. John Kerry ... una riedizione della campagna del 2004 [sulla vicenda Swiftboat in Vietnam] ... mirante a presentare Kerry, che era andato in guerra, come un codardo, e Bush, che era rimasto a casa, come un eroe”.
    “Non è la prima volta che Bush gioca la carta della paura, della rabbia e della divisione; non ha mancato una sola occasione per sventolare la bandiera insanguinata dell'11/9. Ma questa volta è andato oltre: ci lascia nel dubbio se questo presidente sia mai disposto ad ammettere il bipartitismo, la possibilità del compromesso e l'interesse nazionale nei due anni in cui resterà in carica”.
    November 06

    Saddam Hussein ovvero come essere utili anche da morti

    Sul forum di Magdi Allam, che all'epoca dell'invasione dell'Iraq scrisse una biografia su Saddam Hussein basandosi sugli articoli di Gente e sulle divinazioni astrologiche (tutto fa brodo quando bisogna far credere che Bush conduca la guerra in nome di Dio e contro il diavolo in persona), si afferma che il processo al dittatore è stato "un processo regolare e pubblico, con un collegio di avvocati della difesa di cui hanno fatto parte legali da tutto il mondo, celebrato sulla base della legge irachena vigente". Come dice con giusta ironia Sherif El Sabaje di Salemelik, "evidentemente Allam non è ben informato, o fa finta di non esserlo. Non c'è stato nulla di regolare in quel processo e Amnesty International l'ha definito, giustamente, un "affare vergognoso". O forse le denunce di Amnesty vanno bene solo quando mettono sotto i riflettori la violazione dei diritti umani in paesi ostili agli Stati Uniti?"
    Gli stessi avvocati si sono lamentati delle misure restrittive, diciamo pure inique, alle quali sono stati sottoposti, come Sherif El Sabaje sottolinea dopo aver parlato proprio con uno di loro (http://salamelik.blogspot.com/2006/10/saluti-da-saddam.html). Quanto alla "Legge irachena vigente" in base alla quale Saddam sarebbe stato giudicato, forseAllam dovrebbe aggiornarsi: il tribunale incaricato di giudicare l'ex-presidente è stato istituito dal Consiglio Provvisorio Iracheno che a sua volta è stato istituito dall’Autorità provvisoria della coalizione che amministra(va) l'Iraq in veste di forza occupante, un potere conquistato con la forza violando sia la Carta delle Nazioni Unite, sia il diritto internazionale e assolutamente non "ripulito" dalle successive risoluzione ONU. Lo Statuto in questione ha introdotto, accanto alla legislazione penale irachena, una grande quantità di figure di reato (relativi ai crimini di genocidio, ai crimini contro l'umanità e ai crimini di guerra) una parte dei quali non erano previste dalla legislazione penale irachena (che Allam invece tira in ballo): furono introdotte proprio per incriminare e condannare l'ex-dittatore e i suoi collaboratori. Nonostante presenti in modo evidente le impronte normative della cultura giuridica occidentale, lo Statuto viola alcuni principi fondamentali praticati e adottati dallo Statuto della Corte penale internazionale dell'Aja (che novità!) e autorizza i giudici del Tribunale, tutte le volte in cui un crimine non trovi alcuna corrispondenza nell'ordinamento penale iracheno, a determinare per proprio conto l'entità della pena. Viene quindi concesso ai giudici un vero e proprio potere normativo, sostanzialmente insindacabile e, come tale, illegittimo. Per dirla in due parole: il tribunale e la stessa legge in base alla quale Saddam è stato giudicato non avevano nulla di "iracheno".
     
    Ma indipendentemente dalle considerazioni legali e dall'evidente strumentalizzazione di questo processo (il cui esito arriva guarda caso due giorni prima delle elezioni di Mid-term in cui i Repubblicani sono travolti dagli scandali sessuali; insomma, Saddam è utile per risollevare un po' la popolarità di Bush prima di una probabilissima batosta elettorale, è utile soprattutto se morto o sul punto di esserlo. Guardacaso per la prima volta dopo un anno di udienze in cui si è regolarmente fatto vacanza di domenica, stavolta si è deciso di fare a meno del "weekend"), va previsata una cosa: nessuno è rattristato per Saddam, il cordoglio è tutto per la Democrazia e i diritti civili in tutto il mondo. Il vergognoso esito del processo a Saddam è il frutto di un clima di illegalità e di svendita dei diritti civili che si sta affermando nello stesso Occidente: dalle notizie false diffuse per screditare avversari politici alle intercettazioni abusive, dalle prigioni segrete all'abolizione dell' habeas corpus negli Usa, dai pedinamenti illegali ai rapimenti sottobanco. Il processo a Saddam avrebbe potuto avere lo stesso esito partendo da presupposti legali, e invece così non è accaduto. Lo stesso, solito discorso, che facevamo anche ai tempi delle espulsioni del Ministro Pisanu: Si vuole espellere qualcuno? Non ne sentiremo di certo la mancanza. Ma ciò deve avvenire dopo un processo regolare. Ma per Magdi Allam non importa tutto questo: questa sentenza "fa avanzare la democrazia osteggiata dai terroristi nostalgici di Saddam e i terroristi islamici di Bin Laden" e "Questo terrorismo non è la conseguenza della guerra di Bush, così come sostengono coloro che hanno fatto dell’antiamericanismo un’ideologia, bensì una strategia aggressiva presente prima della guerra e che avrebbe continuato a manifestare la sua virulenza a prescindere dalla guerra. In Iraq o altrove". Forse Allam vive su un altro pianeta: la democrazia non avanza. Arretra. E non mi risulta che in Iraq, ai tempi di Saddam, venissero uccise più o meno cento persone al giorno in disordini settari e attacchi vari, o che esplodessero quotidianamente autobombe nel bel mezzo delle piazze. Se c'è un paese che può dirsi oggi un campo di addestramento aperto per terroristi quello è l'Iraq.
     
    Ma Allam prosegue imperterrito "vorrei aggiungere il mio sgomento e la mia riprovazione di quanti anche in Occidente sembrano essere rattristati per la condanna a morte di Saddam. Anche al di là della disapprovazione, per principio, della condanna a morte. Mi riferisco al partito di coloro che sostengono che gli iracheni, tutto sommato, stavano meglio ai tempi di Saddam. E che la guerra di Bush sarebbe stata, di per sé e non per come è stata gestita, un errore catastrofico".

    Eppure sono gli iracheni stessi a dire che stavano meglio quando stavano peggio. Vada, il buon Allam, a farsi un giro sui canali arabi per sentire le opinioni della strada araba, che dovrebbe trarre "morali" da questo processo, poi ne parliamo. Se c'è qualcuno che crede di essere "più iracheno degli iracheni", costui è proprio Allam che vuole convincerci che l'impiccagione del dittatore farà dimenticare agli iracheni, che fuggono attualmente dal loro paese al ritmo di centomila al mese, la mancanza di sicurezza. Pensate che Allam ci dice che ai tempi di Saddam una "stragrande maggioranza di sciiti e curdi venivano massacrati per il fatto di essere sciiti e curdi". Da uno che la storia dell'Iraq la studia guardando gli astri, un'affermazione simile non mi meraviglia. Sembra che gli scitti oggi stiano bene: vengono infatti eliminati dai sunniti sulle autostrade. E non è che i sunniti stiano meglio: gli sciiti li fanno fuori nelle loro case. Solo perché sciiti o sunniti. E come se non bastasse, la gente rischia la pelle ogni volta che attraversa un checkpoint statunitense, non si può andare al mercato perché si rischia di saltare in aria, gli ospedali non funzionano, non c'è nemmeno l'elettricità. Quella si che è Democrazia! Infine, Allam declama "Io non ci sto a questa mistificazione della realtà e perversione etica". Mistificazione della realtà? E come la chiamiamo la balla delle "armi di distruzione di massa"? O il collegamento tra Saddam e Alqaida? E l'Uranio che l'Iraq avrebbe cercato di acquistare? O la mole di dossier e informazioni false e tendenziose messe in circolazione dai Servizi e dai giornalisti prezzolati al loro soldo per giustificare la guerra? Quella non è mistificazione? Non è perversione etica?
     
    E visto che parliamo di processi ai dittatori: se oggi giudichiamo Saddam Hussein per fatti avvenuti nel 1982 e nel 1988 (massacri di curdi e sciiti), perchè ancora non si processa Pinochet, nonostante tutti gli sforzi sinora fatti? Perchè non si processano i vertici della giunta militare argentina, nonostante sia stata loro di recente revocata l'immunità dal governo Kirchner? Perchè non si processa Suharto in Indonesia per i crimini contro Timor Est? Nel migliore dei casi, contro costoro sono stati fatti dei processi farsa, tanto per placare l'opinione pubblica, durati brevissimamente e risoltisi con pene iper leggere. Eppure il loro operato non è stato meno sanguinario di quello di Saddam, semplicemente hanno avuto la furbizia di essere sempre stati dalla parte giusta, cioè amici degli americani. Gli Stati Uniti hanno sempre temporeggiato e messo i bastoni fra le ruote quando si trattava di processare un "amico" caduto in disgrazia, perchè avrebbe corso un serio rischio la loro influenza in quei paesi. Un processo contro un Suharto o un Pinochet o un Duvalier junior sarebbe un atto d'accusa, un non giustificabile indice puntato contro le politiche imperialistiche degli Usa in quei paesi. Figuriamoci se si potrebbero fare allora processi del genere!
     
    Adesso Saddam ricorrerà in appello: la corte che ha appena finito di giudicarlo aveva accelerato i lavori del processo per dichiararlo condannato a morte in tempo per le elezioni di mezzo termine in America. C'erano pesanti pressioni dalla Casa Bianca perchè avvenisse questo. Per ora Saddam ha questa condanna, ed è quello che basta per influenzare l'opinione pubblica americana tanto per far riguadagnare voti ai repubblicani. In seguito inizierà un nuovo processo, ma a quel punto non ci saranno preoccupazioni per la Casa Bianca, almeno fino alle prossime presidenziali. Ma prima di allora Saddam sarà comunque morto; e morirà per la precisione in cella, come morì Milosevic, perchè condonnarlo a morte senza chiamare in causa coloro che, soprattutto a Washington, lo sostennero, sarebbe assai difficile. Morirà come Milosevic, e guardacaso sarà il secondo dittatore a morire prima che sia stato emesso il terzo grado di giudizio. Il veleno o le medicine volontariamente somministrate male possono dar luogo a molte coincidenze.

    November 02

    Saad Sayed intervista Noam Chomsky

    Saad Sayed di Excalibur Online intervista con un bellissimo botta e risposta Noam Chomsky, ampiamente riconosciuto come uno dei dissidenti politici più influenti del nostro tempo. In questa intervista, Chomsky parla delle radici del terrorismo e del ruolo dell'intellettuale nella società. Noto nel mondo accademico per il suo contributo alla linguistica, Noam Chomsly è docente al MIT (Massachusset Institute of Technology).
     
    Excalibur (Ex): Quanto é importante la comprensione del ruolo svolto da stati come gli Usa ed il Regno Unito quando si esamina la questione del terrorismo?

    Chomsky (Ch):
    Dipende se vogliamo essere onesti e veritieri oppure se vogliamo servire il potere di stato (...) Dovremmo considerare tutte le forme di terrorismo.

    Scrivo di terrorismo da 25 anni, da quando l'amministrazione Reagan si insediò al governo nel 1981 e dichiarò che il punto focale della sua politica estera sarebbe stata la guerra al terrore. Una guerra contro il terrorismo di stato che definirono la piaga del mondo moderno a causa delle sue barbarie e così via. Questo fu il fulcro della loro politica estera e da allora scrivo di terrorismo.

    Ma ciò che scrivo causa rabbia estrema per la semplice ragione che uso la definizione ufficiale di terrorismo fornita dal governo Usa e che si trova sui testi ufficiali di legge ufficiale degli Stati Uniti. Se si usa quella definizione, ne segue chiaramente che gli Usa sono il principale stato terrorista ed il maggior sostenitore del terrorismo e visto che tale conclusione é inaccettabile, provoca rabbia furiosa.

    Ma il problema risiede nel rifiuto di riconoscere che il tuo terrorismo é terrorismo. Questo non solo é vero negli Stati Uniti, é vero in generale. Il terrorismo é qualcosa che fanno a noi. In entrambi i casi é terrorismo e se vogliamo essere seri dobbiamo affrontare la questione.

    Ex: Nel 1979, la Russia invase l'Afghanistan. Gli Usa usarono il regime di Ziaul Haq in Pakistan per finanziare l'aumento dell'insorgenza. Questo dette a Ziaul il via libera per finanziare il terrorismo oltre frontiera nel Kashmir. Adesso sembra che abbiamo alcuni di questi gruppi che fanno esplodere bombe a Mumbai. E' chiaro che questi gruppi non sono più controllati da alcun governo.

    Ch: I movimenti della jihad nella loro forma moderna si rifanno a prima dell'Afghanistan. Furono formati originariamente in Egitto negli anni '70. Queste sono le radici del movimento jihadista, che nasce da basi intellettuali, attiviste ed anche dal terrorismo.

    Ma quando la Russia invase l'Afghanistan, l'amministrazione Reagan lo considerò come un'opportunità per perseguire i propri scopi della Guerra Fredda. Così agirono con l'intensa cooperazione del Pakistan e dell'Arabia Saudita ed altri (...) e l'amministrazione Reagan organizzò i più radicali estremisti islamici che poteva trovare ovunque nel mondo e li portò in Afghanistan per addestrarli ed armarli.

    Intanto, gli Usa supportavano Ziaul Haq mentre trasformava il Pakistan in un paese pieno di madrasse e fondamentalisti. Inoltre l'amministrazione Reagan (...) continuò a confermare ufficialmente al Congresso che il Pakistan non stava sviluppando armi nucleari, come invece in realtà faceva, in modo che gli aiuti Usa al Pakistan poterono continuare. Il risultato finale di questi programmi fu di armare pericolosamente il Pakistan e creare anche un movimento jihadista internazionale, del quale Osama Bin Laden é un prodotto. Il movimento della jihad quindi si moltiplicò (...) può anche non piacere, ma l'hanno creato loro.

    Ed ora, come tu hai osservato, é nel Kashmir.

    Il Kashmir, comunque, é una storia ancor più complessa. Ci sono molti problemi nel Kashmir e si rifanno al passato, ma la maggioranza dei conflitti attuali provengono dagli anni '80. Nel 1986, quando l'India bloccò le elezioni, a dire il vero le rubò, questo portò a ribellione, violenza terroristica ed atrocità, incluse le atrocità commesse dall'esercito indiano.

    Ex: L'eredità coloniale é di solito dimenticata dai mass media. Che ruolo gioca questa eredità di fronte all'emergere di terroristi cresciuti in patria che si formano all'interno di paesi come Usa, Regno Unito e Canada in aggiunta alla creazione del terrorismo nel suo complesso?

    Ch: L'argomento non é affrontato in Occidente perché é scomodo pensare ai propri crimini. Basta guardare i principali conflitti attualmente in atto in Africa, Medio Oriente, Sud Africa, molti di questi sono residui di sistemi coloniali.

    I sistemi coloniali imposero e crearono stati artificiali che non avevano niente a che fare con i bisogni, gli interessi e le relazioni delle popolazioni coinvolte. Furono creati nell'interesse dei poteri coloniali e quando il colonialismo vecchio stile cambiò in moderno neo-colonialismo, molti di questi conflitti sfociarono in violenza e questi rappresentano molte della atrocità che stanno accadendo oggi nel mondo. Come si può dire che il colonialismo non é rilevante? Certo che lo é, ed anche più direttamente.

    Prendiamo l'attentato di Londra del 2005. Blair cercò di far finta che non avesse niente a che fare con la partecipazione dell'Inghilterra all'invasione dell'Iraq. Questo é del tutto ridicolo. Secondo l'Intelligence Britannica ed i racconti delle persone collegate con l'attentato, la partecipazione britannica all'invasione e agli orrori commessi in Iraq li hanno infiammati e volevano reagire in qualche modo.

    Ex: Qual é il ruolo dell'intellettuale quando tratta di imperialismo, e gli intellettuali stanno facendo il proprio lavoro?

    Ch: Sfortunatamente, gli intellettuali stanno facendo il loro compito storico. Il ruolo storico degli intellettuali, purtroppo, se si guarda indietro quanto si può andare, é stato di supportare i sistemi di potere e giustificare le loro atrocità. Lo é l'articolo che leggi sul National Post scaturito dalla fantasia di rozzi conoscitori Stalinisti, questo é ciò che fanno gli intellettuali di solito, per quanto tu possa andare indietro nel tempo.

    Se si ritorna alla Bibbia, c’é una categoria di persone chiamate profeti, che possiamo tradurre con intellettuali. Erano ciò che chiameremmo intellettuali dissidenti: criticavano il male, fornendo analisi geopolitiche, richiamando al trattamento etico dei bambini orfani e ad un comportamento decente. Erano dissidenti intellettuali. Sono stati trattati nel modo giusto? Furono imprigionati o portati nel deserto e così via, erano un’aspetto marginale. Le persone che venivano trattate bene furono quelle che, secoli dopo, come nel vangelo, furono chiamati falsi profeti. L'attuale ruolo dell'intellettuale é quello di sostenitore del potere.

    Dovrebbero farlo? Certamente no; dovrebbero ricercare la verità, dovrebbero essere onesti, sostenere la libertà e la giustizia e ci sono alcuni che lo fanno. C’é una frangia che lo fa, ma non sono trattati bene. Stanno adempiendo al compito cui dovrebbero gli intellettuali.

    Ex: E cosa é che la tiene motivato?

    Ch: Ti racconterò una breve storia. Un paio di mesi fa sono stato a Beirut per una conferenza all'American University della città. Dopo il discorso, la gente si é avvicinata per parlarmi privatamente o per chiedere un autografo sul libro.

    Stavo tenendo un discorso in un teatro nel centro della città, attorno c’era un cospicuo gruppo di persone ed una giovane donna, poco più di 20 anni, mi si é avvicinata, ed ha detto questo: "Mi chiamo Kinda" ed é praticamente svenuta. Tu non conosci Kinda, perché viviamo in un tipo di società nella quale la verità é tenuta nascosta. Io però sapevo chi era. Aveva uno dei miei libri aperto in una pagina nella quale io avevo citato una delle sue lettere che scrisse quando aveva sette anni.

    Fu proprio dopo il bombardamento Usa della Libia, la sua famiglia a quel tempo viveva in Libia, ed ella scrisse una lettera che fu trovata da un mio amico giornalista che cercò di renderla pubblica negli Stati Uniti ma non poté a causa del fatto che nessun volle pubblicarla. Egli me la dette ed io la pubblicai. La lettera diceva qualcosa del tipo:

    "Caro Signor reagan, io ho sette anni. Voglio sapere perché hai ucciso la mia sorellina, la mia amica e la mia bambola di pezza. E' perché siamo Palestinesi? Kinda".

    Questa é una delle lettere più toccanti che io abbia mai visto e quando si avvicinò a me e disse di essere Kinda, come ho detto, cadde a terra senza sensi, non solo a causa degli eventi ma a causa di ciò che significa.

    Ecco qui gli Stati Uniti senza alcuna scusa, a bombardare un altro paese, uccidendo e distruggendo, e nessuno vuol sapere ciò che una bimbina di sette anni scrisse sulle atrocità. Questo é il tipo di cose che mi tiene motivato e devo tenere tutti motivati. E questo lo puoi moltiplicare per 10.000.


    Saad Sayeed intervista Noam Chomsky
    Fonte: http://www.excal.on.ca/
    Link: http://www.excal.on.ca/index.php?option=com_content&task=view&id=2322&Itemid=2

    November 01

    L'altra Cina

    Un articolo di Francesco Scisci pubblicato su La Stampa parla della parte povera della popolazione cinese, quella che vive all'ombra della parte ricca o aspirante tale, che è ormai al centro dell'attenzione mondiale sugli sviluppi dell'economia cinese.
     
    Mentre nel mondo è diventato di moda contare il numero dei cinesi ricchi, che si possono permettere le Ferrari e investono all’estero, Pechino oggi preferisce parlare di quei suoi cittadini che ancora non ce la fanno. Il governo ieri ha ufficialmente annunciato che 135 milioni di persone, il 10% della popolazione, vivono ancora al di sotto della soglia minima di povertà. È una soglia tutta cinese, al di sotto del livello internazionale: infatti la Fao sostiene che i cinesi ancora sottoalimentati sono 150 milioni.

    Si tratta di persone che non soffrono più la fame, come ai tempi di Mao, ma non hanno tutto il cibo di cui avrebbero bisogno. Sono lo strato più povero e meno mobile della società, quelli che dovrebbe di più e meglio beneficiare di una decisione dei giorni scorsi, di somministrare circa 10 miliardi di euro nell’assistenza sanitaria di base. Così si dovrebbe creare la prima vera struttura sanitaria della storia della Cina. Perfino durante il socialismo in campagna non c’erano ospedali e ambulatori, ma solo «medici scalzi», poco altro che praticoni.

    Gli altri cinesi, quelli che hanno già la pancia piena, ma non gli basta più, invece sono in moto verso le città. I lavoratori emigranti (impiegati in città senza però ancora diritto di residenza fissa) sono ormai 150 milioni. Nei prossimi 20 anni ne arriveranno altri 300 milioni.

    È il più grande esodo della storia umana. Sono così tanti che prosciugherebbero le acque del Mar Rosso, e polverizzebbero il numero degli ebrei in fuga dall’Egitto verso la terra promessa. I milioni di affamati sono un cruccio, una questione di sviluppo, un peso sociale ed economico, ma non sono un problema sociale, perché sono dispersi fra mille villaggi dell’interno e non si ribellano. Gli emigranti in città sono invece un’altra storia. Il loro arrivo sta facendo esplodere i grandi centri urbani, raddoppiandone gli abitanti in poco più di una generazione.

    Oggi restano ai margini della vita urbana, ancora contenti del miglioramento netto del tenore di vita raggiunto con l’abbandono delle campagne. Ma se non verranno integrati, la generazione dei loro figli si sentirà emarginata, cittadini di serie B visti come nemici dalla «serie A». Per questo il governo sta cercando di promuovere un’emigrazione - e investimenti conseguenti - verso centri urbani minori e non in quella dozzina di metropoli da oltre 10 milioni di anime sparse lungo la costa.

    Il miraggio è di nuovo l’America, con la sua costellazione di piccole città che fanno da cassa di assorbimento rispetto alle metropoli. Il rischio delle grandi concentrazioni urbane sono infatti i disordini sociali esplosivi in caso di crisi economica. I contadini in tempi di crisi si mangiano il riso che non vendono, i cittadini smettono di mangiare. I contadini sono dispersi e difficili fisicamente da organizzare, i cittadini sono concentrati e facilmente organizzabili nelle piazze o negli stradoni che tagliano le metropoli. Dalla direzione che prenderà l’esodo degli affamati cinesi dipenderà il futuro della Cina, e non solo.