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    December 31

    La morte di Saddam, ovvero la debolezza degli Usa

     

    Ieri 30 dicembre 2006, quando da noi erano le 4 di notte, Saddam Hussein è stato impiccato nel carcere di Abu Graihb, in cui era rinchiuso dalla fine del 2003 e tristemente noto per le torture e gli abusi sessuali dei marines americani e inglesi sui detenuti iracheni che sconvolsero l'opinione pubblica di mezzo mondo. La morte di Saddam Hussein ha ricordato, in certe circostanze, quella di Nicolae Ceausescu avvenuta nel dicembre 1989: contraddistinta dal disprezzo nei confronti degli esecutori della pena, e dalla dignità nel momento della morte. Un altro segnale, questa volta postumo, diretto a chi ancora lo sostiene, a chi rimpiange la sicurezza e l'ordine del vecchio regime in un Iraq smantellato dall'occupazione americana e dalla guerra civile, e a quanti, non solo in Iraq ma in tutto il mondo arabo, giudicano Saddam l'ultimo erede di Nasser, il primo leader arabo che seppe parlare alla pari con i leaders occidentali.
     
    E che Saddam sia visto dal mondo arabo come l'ultimo erede di Nasser lo dimostra il fatto che viene da tutti chiamato raìs, e il primo a venir chiamato così fu proprio Nasser; Mohammar Gheddafi, che fu il vero erede di Nasser da un punto di vista politico, non ha mai ottenuto questo riconoscimento dalle masse arabe e pertanto non ha mai fruito di tale appellativo; questo perchè Saddam Hussein è divenuto negli anni l'autorità morale del mondo arabo insofferente all'imperialismo occidentale, mentre Gheddafi ha ottenuto il medesimo ruolo in Africa, ed è la Libia che determina oggi l'Unità Africana. L'Iraq ha una vocazione araba, la Libia una vocazione africana; l'Egitto, con Nasser, le aveva entrambe; i suoi eredi si sono divisi e hanno seguito strade diverse, ma adesso sembrerebbero riunirsi: ecco perchè in Libia per la morte di Saddam Hussein, che pure fu un nemico del regime di Gheddafi, sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale. 
     
    Quello che Saddam ha inviato agli arabi con la sua morte così spettacolarizzata dai media occidentali è un segnale che invita a combattere e che sottolinea come l'attuale governo in Iraq, malgrado la farsa delle elezioni truccate, sia illeggittimo perchè emanazione della forza occupante e successore in linea retta del vecchio governo d'occupazione degli ambasciatore americani; per i sunniti e i baathisti iracheni l'unico governo legittimo è quello di Saddam Hussein, e questi lo ha ribadito numerose volte nel corso del suo processo ribadendosi come "tuttora Presidente della Repubblica Irachena". A guardare il diritto, in effetti, è proprio così; il governo iracheno internazionalmente riconosciuto era quello del Baath e non quello di ora, supportato solo da una parte dell'Occidente e del mondo arabo: strano destino quello dell'Iraq, che si ritrova ad avere un presidente d'occupazione non del tutto legittimato e un presidente legittimo non più vivo...
     
    Tutti hanno capito una cosa: che si è ucciso Saddam Hussein semplicemente perchè si doveva tappare la bocca a un vecchio alleato che il tempo e le combinazioni della storia avevano trasformato in un nemico. Se Saddam Hussein fosse stato condannato all'ergastolo avrebbe avuto il tempo di scrivere una sua biografia, e c'è da scommettere che sarebbe divenuta un best seller sia nel mondo arabo che in Occidente; di più, avrebbe rilasciato magari delle interviste sul suo passato, sui suoi rapporti con i più autorevoli membri dell'attuale estabilishment politico e militare della Casa Bianca, che ai tempi della guerra fra Iraq e Iran gli erano così alleati... Mentre un'intervista alla radio o alla televisione avrebbe potuto raggiungere perfino coloro che, per miseria o per analfabetismo (e sono la maggioranza), non possono accedere ad una biografia o ad un articolo di giornale. Saddam Hussein, dalla sua cella di massima sicurezza o dai suoi arresti domiciliari, avrebbe potuto pontificare sull'attuale situazione politica irachena, del mondo arabo, fino a giudicare la politica internazionale a livello mondiale: sarebbe stato un nemico per quanti, a Washington, Londra, Baghdad, vogliono costruire un Iraq prono all'autorità americana e occidentale, per forgiare un modello da applicare in futuro al resto del Medio Oriente. Un suo semplice giudizio sulla situazione in Libano, o in Palestina, o in Darfur, o in Afghanistan, avrebbe scosso le cancellerie europee e statunitensi, creando terremoti politici in quelle regioni dove la sua popolarità non è mai stata così alta.
     
    Gli americani e i loro alleati non volevano un nemico che paradossalmente fosse più potente da detenuto che da dittatore; così, per alternativa, sempre paradossalmente, ne hanno fatto un martire. Hanno compattato e unito il mondo arabo ancora più di quanto già non lo fosse: un autentico miracolo, se pensiamo a quanto era diviso in passato, ai tempi dell'11 settembre 2001. Bush voleva disgregare l'unità araba, quella umma che non esisteva più dai tempi di Maometto e, paradosso dei paradossi, l'ha fatta rinascere dalle ceneri dopo che per secoli nessuno più era riuscito a ricrearla: nè i Califfi arabi di Baghdad e dell'Egitto, nè i Turchi Ottomani, a cominciare da Solimano il Magnifico, nè in tempi più recenti Nasser e il suo grande emulo Mohammar Gheddafi con tutti i suoi poco longevi tentativi di unire fra loro gli Stati arabi. E' incredibile, a realizzare l'unità araba è stato proprio colui che ne sognava la distruzione definitiva: Giorgio W. Bush.
     
    Adesso in Iraq la resistenza irachena farà faville: lo vedremo nei prossimi giorni, ma già i primi segnali allarmanti sono arrivati. Ovviamente queste erano notizie, per tale ragione nessun media occidentale le ha diffuse. Sono state mostrate le scene di coloro che festeggiavano la morte del dittatore, e qualche fugace immagine di "nostalgici ed estremisti" palestinesi che piangevano. Nessuno ha ovviamente accennato al fatto che l'esercito Usa non riesce più a controllare l'Iraq, divenuto ormai terra di tutti e di nessuno, che gli iracheni sunniti rimpiangono Saddam mentre quelli sciiti sebbene non lo rimpiangano affatto men che meno vogliono l'attuale governo. Il fatto di non rimpiangere Saddam non significa automaticamente desiderare il nuovo governo filoamericano, e su questo sciiti e sunniti si trovano perfettamente d'accordo. Persino la Turchia, storica alleata degli Usa, si distanzia preoccupata dall'attivismo curdo, e dai propositi americani di creare un "Grande Kurdistan" indipendente col quale Washington potrebbe egemonizzare il Caucaso sostituendo la Turchia e che oltretutto non sarebbe formato solo dal Kurdistan iracheno ma anche da quello turco. Inevitabile, a questo punto, che la Turchia rompa con gli americani, cosa che infatti si sta verificando, per avvicinarsi alla Russia, cosa che anch'essa si sta verificando, preoccupata per le mire americane in quel Caucaso che cosidera il proprio giardino di casa dopo i Balcani. L'alleanza fra Turchia e Russia, storiche nemiche nel controllo del Mar Nero, del Caucaso, dei Balcani, contro gli Usa, un "aggressore che viene dall'esterno", rappresenta la più grande e originale novità fruttata dall'imprudente conflitto americano in Iraq. Inevitabile a questo punto che la condanna a morte di Saddam Hussein non costituisca la scintilla con la quale verrà a formarsi un fronte trasversale capitanato da Francia, Turchia, Russia e Cina con appendici che giungono in Africa (Libia e Zimbabwe sono i capifila), Sud America (Cuba, Venezuela e Bolivia in primo luogo), per convergere in Medio Oriente (Siria, Iran, Algeria sono il "triangolo filorusso" nella regione).
     
    Sia ben chiaro: questo non significherà che vedremo un indomani John Negroponte, creatore degli squadroni della morte in Iraq, appeso alla stessa corda a cui è stato impiccato Saddam; men che meno vi vedremo Bush, o Rumsfield e Cheney che hanno pianificato questa guerra insensata che segnerà la fine degli Stati Uniti come superpotenza. Certamente avremmo molto piacere a vederli penzolare da una forca, sebbene per ragioni etiche la pena di morte sia sempre da evitare a favore della detenzione a vita; ma anche solo vedere l'attuale amministrazione Usa e i loro caporali a spasso per il mondo davanti al Tribunale dell'Aja, per esempio, sarà impossibile. Tuttavia li vedremo con le mani legate, non in senso letterale ma in senso lato, costretti ad incassare sconfitte sempre più rovinose che sgretoleranno la loro egemonia globale e li ridurranno all'interno dei loro confini, senza più poter un giorno nuocere a un mondo divenuto nel frattempo multipolare.
    December 27

    Saddam Hussein: ce la possiamo permettere una pena di morte?

     

    Oggi è stata confermata la sentenza di condanna a morte per l'ex Presidente della Repubblica Irachena, Saddam Hussein al-Tikriti. Dato che si tratta di un fatto molto scottante per tutti, l'attuale Presidente iracheno ha subito messo le mani avanti dicendo che non può, poichè i suoi poteri non glielo permettono, commutare tale sentenza in un'altra pena, per esempio l'ergastolo. In realtà è imbarazzante per tutti, americani, iracheni filo americani, iracheni anti americani ma anche baathisti, mettere mano su un argomento spinoso quale il destino di colui che dal 1979 al 2003 ha gestito le sorti dell'Iraq.
     
    Condannare a morte Saddam Hussein è un gravissimo errore perchè veramente se ne farebbe un martire dinanzi agli occhi degli iracheni, anche di coloro che non lo amarono quando era al governo ma che nemmeno amano gli americani e la loro sanguinosa occupazione dell'Iraq; del resto il suo processo, seguito dalle televisioni di tutto il mondo e soprattutto in Iraq e nel Mondo Arabo con assiduità giornaliera, è servito a riabilitarlo agli occhi di molti iracheni e arabi, facendone una sorta di martire prima ancora di essere morto. Saddam Hussein si è difeso molto bene durante il processo, inchiodando coloro che lo giudicavano alle loro responsabilità, a cominciare dagli americani che gli tribuirono un grande appoggio politico dal 1980, quando scatenò la guerra contro l'Iran, al 1991, quando la fece troppo grossa invadendo il Kuwait; e in quei momenti in cui imbarazzava i suoi giudici sciorinando una lista di correi che comprendevano i nomi più insigni dell'attuale estabilishment statunitense, non solo la maggioranza degli iracheni ma anche la maggioranza degli arabi era con lui. Saddam Hussein lo ha detto chiaro e tondo: "Se mi condannate a morte, morirò da martire". Come minimo c'è da aspettarsi una recrudescenza della guerra in Iraq, dove la condanna per impiccagione di Saddam non verrebbe vista solo come una vendetta nei confronti del vecchio tiranno e un colpo contro i suoi sostenitori, bensì come un odioso e tipico atto di colonialisti occidentali in un paese arabo, alla stregua dei romani che esibivano nei loro trionfi i re sconfitti prima di strangolarli dinanzi alla plebe esultante.
     
    Una condanna all'ergastolo verrebbe giudicata un'umiliazione nei confronti di Saddam, ma soprattutto si porrebbe un problema pratico: dove metterlo? In Iraq no, troppo insicuro: anche il carcere più sorvegliato e blindato sarebbe comunque vulnerabile agli attacchi tanto dei baathisti, che vorrebbero liberarlo, tanto degli sciiti che vorrebbero giudicarlo e passarlo alle armi per conto loro. Bisognerebbe allora portarlo in qualche base Usa fuori dall'Iraq, se non negli Usa stessi; e questo significherebbe ripetere lo stesso grossolano errore compiuto con Noriega, presidente legittimo del Panama che nel 1989 venne incarcerato dagli americani dopo una breve e cruenta invasione del paese centroamericano. Con quale diritto si invade un paese sovrano (Panama nel 1989, l'Iraq nel 2003) e se ne arresta il presidente, deportandolo negli Usa come se fosse un cittadino americano anzichè panamense o iracheno? La violazione del diritto internazionale è chiara e traumatica, e costituisce un precedente che a questo punto, a buon diritto, chiunque potrebbe ripetere in futuro: con quale faccia potrebbero un indomani gli Usa proibire ad un loro nemico, uno dei tanti Stati canaglia, di ripetere ciò che essi stessi hanno fatto in più di un'occasione. Giova ricordare che anche in Guatemala contro Arbenz, nel 1951, e in Congo contro Lumumba, nel 1964, fu fatta la stessa cosa. Ma comunque un Saddam vivo, che magari in cella troverebbe persino il tempo di scrivere una sua biografia (che diventerebbe col 99% delle probabilità un best seller e che infangherebbe pesantemente la reputazione dei suoi nemici) o di rilasciare ai media interviste altrettanto distruttive, sarebbe pericoloso, intollerabile per la Casa Bianca e i suoi sostenitori. E' lo stesso motivo per cui anche Milosevic, checcè se ne dica, è stato assassinato: impossibile giudicarlo senza chiamare a giudizio anche Clinton e i vertici Nato di allora, impossibile tenerlo in cella vita natural durante con tutto quel che sapeva. Così gli furono date medicine mal somministrate che lo condussero alla morte, e dopo fu detto che il suo era stato un decesso per cause naturali...
     
    Ecco, con Saddam più o meno finirà così: o la condanna a morte sarà condotta frettolosamente e clandestinamente, magari nel cuore della notte, all'insaputa di tutto il paese, per porre dinanzi al fatto compiuto gli oppositori internazionali della politica statunitense, oppure si ricorrerà alla tattica utilizzata su Milosevic, facendolo serenamente morire avvelenato nella sua cella. In ogni caso, comunque, per gli americani si tratterebbe del male minore: Saddam è veramente una patata bollente, e gli alleati iracheni della Casa Bianca quando pensano a quale potrebbe essere il destino dell'ex dittatore entrano nella schizofrenia.
     
    Non dimentichiamoci che sono passati poco più di quindici giorni dalla morte di un tiranno, Pinochet, che fu sanguinario quanto e più di Saddam Hussein, e che si è spento serenamente nel proprio letto, osannato da metà dei suoi compatrioti e riverito anche al momento dell'estremo addio dagli Stati Uniti; che in Indonesia un altro suo emulo, Suharto, con responsabilità schiaccianti per quanto fatto ai danni del suo popolo e di Timor Est sottoposta ad una lunghissima e sanguinosissima occupazione militare, può tuttora girare liberamente per il suo paese nell'ammirazione di molti suoi concittadini e con il sostegno palese sempre della Casa Bianca; che molti dei paesi arabi e/o islamici alleati agli Usa sono guidati da personalità certamente non migliori di Saddam, e definiti nonostante ciò leader moderati di paesi moderati (Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, ma possiamo anche allargare il campo a paesi cristiani come l'Etiopia di Zenawi: tutte dittature e regimi assoluti che hanno semplicemente la fortuna di stare dalla parte "giusta"). Milosevic è stato incarcerato e processato, mentre il suo alter ego croato Tudjman è morto nel proprio letto, guardato con comprensione ed affetto dai paesi europei, grazie al sostegno di cui ha sempre goduto da parte degli Usa e del Vaticano: eppure è stato lui a rifondare gli Ustascia nei quali aveva militato ai tempi di Ante Pavelic, macchiatisi di genocidi e di pulizie etniche in Bosnia ai tempi della guerra in Jugoslavia esattamente quanto i pretoriani serbi di Milosevic.
     
    Insomma, come dire: condannare a morte Saddam Hussein quando molti suoi "colleghi", al potere e non, continuano ad essere liberi e protetti grazie al sostegno di Washington, risulta essere per l'ennesima volta una profonda ipocrisia.
    December 24

    Auguri

    L'anno 2006 è passato in fretta, più in fretta del solito. E infatti, eccoci di nuovo a festeggiare il Natale, con un occhio già rivolto al 2007 che incombe. Come sarà? Mi auguro migliore di quello che stiamo per archiviare, come sempre.
     
    Che dire? Non ci resta che scambiarci gli auguri.
     
     
    Buon Natale e Felice 2007
     
     
    (se non ci vediamo prima del 31, ovviamente!)
    December 20

    E' la Terza Guerra Mondiale o la Seconda Guerra Fredda?

    La vittoria dei Democratici alle elezioni di mezzo termine negli Usa ha rallegrato un po' gli animi di tutti, come se i pericoli di guerra globale, allo scopo di assumere il controllo delle risorse mondiali di energia, dipendessero unicamente da Bush e da una salda maggioranza repubblicana al Congresso e al Senato degli Stati Uniti: niente di più ingenuo e di sbagliato. Certo, è vero che adesso i neocon della destra repubblicana devono fare un vistoso ripiegamento tattico, abbandonando al loro destino due loro uomini di fiducia come Rumsfield, finora capo del Pentagono, e Bolton, delegato Usa all'ONU; ma di qui a pensare che i loro sostituti siano delle colombe ce ne corre. Come nel Gattopardo di Tomasi da Lampedusa "qualcosa deve pur cambiare perchè tutto rimanga come prima"; e infatti nella politica estera americana non è cambiato proprio nulla.
     
    I ministeri degli esteri europei, a cominciare dalla nostra Farnesina, hanno subito identificato in questi cambiamenti un graduale ritorno dall'unilateralismo dei neocon al vecchio multilateralismo di Clinton, fase quest'ultima in cui Usa ed UE collaborarono nel gestire le sorti del mondo, ma nella quale iniziarono a manifestarsi le prime discrepanze fra Usa, Inghilterra, Francia, Russia e Cina, proprio in occasione della guerra contro la Federazione Yugoslava, che fu l'apogeo di tale fase politica. Le tensioni e le contraddizioni emerse in quell'epoca dimostrarono che il vecchio modello di Europa unita, nata intorno alla Nato, non poteva più reggere se intendeva rendersi politicamente autonoma dagli Stati Uniti; e fu infatti allora che s'abbozzò la spaccatura fra Stati europei resasi poi del tutto evidente con la guerra contro l'Iraq del 2003. Anche in virtù di ciò il modello del multilateralismo clintoniano è stato superato negli Usa in favore dell'unilateralismo repubblicano, e difatti l'ultima applicazione del modello multilaterale retaggio della vecchia amministrazione democratica è stata usata dall'amministrazione Bush per la guerra contro l'Afghanistan del 2001. Inoltre un altro aspetto che non ci deve assolutamente sfuggire è che ai tempi del multilateralismo clintoniano la Russia non s'era ancora politicamente stabilizzata, cosa che le impediva l'attivismo all'estero e il ritorno a dimensioni di potenza globale odierni, la Cina e l'India non avevano ancora del tutto superato l'anacronismo socioeconomico oggi in avanzata fase di superamento, il Giappone era ancora quello della Costituzione Mc Arthur che lo poneva sotto l'ombrello militare americano senza l'autonomia politica ed economica di cui gode invece oggi, il Sud America non aveva ancora iniziata la sua fase di consolidamento politico ed economico sulla falsariga del modello europeo perseguito attualmente, ma anzi era ancora diviso e basato sul neoliberismo. Insomma, lo scacchiere politico internazionale era totalmente diverso da oggi, e parliamo di meno di dieci anni fa.
     
    Ciò non deve farci comunque pensare che gli Usa si chiudano ora in una nuova fase di isolazionismo, dopo aver visto infranto il proprio sogno di dominare da soli il mondo; sarebbe semplicemente una scelta suicida in tempi di globalizzazione dei mercati. I prossimi due anni della presidenza Bush (definiti nel gergo istituzionale americano "la presidenza dell'anatra zoppa", riferendosi alla contrapposizione tra presidente di un colore e camere con maggioranza di un altro) saranno tutti orientati nell'intrecciare in Europa nuove relazioni politiche allo scopo di far perseguire agli Usa tramite alleanze quello che non sono stati in grado di ottenere da soli. Dal canto suo l'UE non ne vuole proprio sapere di un allontanamento degli Stati Uniti dalla politica internazionale, giacchè questo comporterebbe per le proprie cancellerie un peso che attualmente non sono in grado di sopportare. A questo punto c'è da aspettarsi che se Washington, come sembra, abbandonerà le posizioni unilaterali sposate negli ultimi cinque anni (e sarà disposta ad accettare dei compromessi che riguardano soprattutto la partita mondiale dell'energia) l'UE sarà obbligata a cercare dei compromessi politici interni a tutti gli Stati europei (di qualsiasi tipo sia il governo, di destra o di sinistra) per raggiungere un punto d'incontro con gli Usa. Ovviamente questo nuovo scenario politico sposterebbe alle calende greche tutte le possibili ipotesi già da lungo tempo prospettate di nascita dell'Eurasia, ossia di alleanze strategiche a lungo periodo tra UE e Russia, ed altri partner orientali: l'UE non può permettersi il lusso di rimanere da sola, mentre gli altri grandi attori mondiali, la Russia, la Cina, l'India, gli Usa, si alleano fra di loro e contro di loro.
     
    La sconfitta di Bush alle elezioni di mezzo termine ha costituito un autentico giro di boa dei rapporti politici internazionali: fu proprio grazie all'unilateralismo americano, o meglio all'ostinazione tutta repubblicana di assicurare agli Usa l'egemonia in chiave unilaterale, ad aver rafforzato militarmente, economicamente, politicamente ed ideologicamente tutti i potenziali avversari degli Stati Uniti, al punto di crearne persino di nuovi fra gli "insospettabili", a cominciare da quel Sud America che dai tempi della dottrina Monroe veniva considerato il cortile di casa degli Usa. Ma è sempre l'Oriente a costituire la principale fonte di preoccupazioni per Washington. Uno dei frutti della politica unilaterale americana è stato senz'altro il rafforzamento del cosiddetto "asse orientale", ossia dei paesi appartenenti al patto di Shanghai, che negli ultimi mesi ha assunto sempre di più la forma di un nuovo "Patto di Varsavia" in chiave antiamericana. Ora, una forte alleanza orientale spaventa Bruxelles, al punto che alcuni stati europei (Francia e Italia in primo luogo) non hanno esitato ad inviare i propri contingenti di truppe in Libano per "raffreddare" una situazione che appariva sempre più problematica per Israele e, in definitiva, per gli Stati Uniti stessi. Consapevoli dello sforzo compiuto dall'Europa per venire in loro soccorso dopo la sciagurata guerra in Libano, gli Usa oggi affermano (per bocca del nuovo Segretario alla Difesa, Gates, che è comunque tutt'altro che uno stinco di santo, repetita iuvant) che una guerra contro la Siria "non è più in agenda" ed un eventuale scontro con l'Iran è da ritenere "molto improbabile", una soluzione "da ultima spiaggia". Questo è proprio ciò che gli europei volevano sentir dire da anni: alla fin fine, che cosa ha apportato di benefico agli Usa e all'UE lo scontro frontale con Russia e Cina? Nulla, perchè di fronte all'aggressività dell'amministrazione Bush Russia e Cina hanno risposto pan per focaccia, e lo dimostrano i molti accordi commerciali e soprattutto militari fra Mosca, Pechino, Nuova Delhi e Teheran, forieri di un nuovo blocco politico, militare ed economico in avanzata crescita.
     
    Il centro del pianeta è diviso e non riesce più ad imporre il suo tradizionale controllo di stampo neocoloniale sul terzo e quarto mondo; il risultato è che, per la prima volta dopo due secoli, l'America Latina si smarca dagli Stati Uniti, con ciascun paese che segue una propria strada, sì, ma in ogni caso geloso della propria autonomia politica da Washington: solo la Colombia, nel continente di Bolivar, è rimasta fedele alla Casa Bianca. In Africa poi, la Cina e la Russia fanno affari d'oro formando cartelli per il mercato delle risorse energetiche, vendendo teconologie, e addirittura gli africani vogliono imitare anche loro il modello di unità politica ed economica europea, e fare una propria moneta unica. Regista dell'operazione africana, un vecchio e storico nemico della Casa Bianca, mai realmente domato: Muhammar Gheddafi. Insomma, per Bruxelles e per Washington si tratta di un gioco che è giunto ad una soglia molto pericolosa: oltrepassato il punto del non ritorno, potrebbe non essere più possibile ricostruire il gioco di alleanze edificato dopo la seconda guerra mondiale; quelle alleanze che consentirono di raccogliere, ancora per molti anni, i frutti della passata stagione coloniale. L'obiettivo del prossimo biennio sarà dunque quello di raffreddare la corsa del prezzo del petrolio, per non vanificare i frutti di una debolissima crescita economica: potremmo anche ragionevolmente attenderci interventi sui cambi, per rallentare la corsa dell'euro e scongiurare un eventuale crollo della moneta americana. Una nuova stagione d'amore attende quindi Bruxelles e Washington, nella quale saranno rivisti e riconsiderati i molti accordi (finanziari, industriali, militari) che la politica unilaterale di Bush aveva mandato in frantumi.
     
    A questo punto però è lecito chiedersi: sono definitivamente scongiurati i rischi di un'esplosione in Medio Oriente? La corsa militare per accaparrarsi i pozzi di petrolio appartiene oramai al passato? Il sogno del Nuovo Medio Oriente è definitivamente svanito? Non è un caso che il piano appena redatto per uscire dall’Iraq, con la partecipazione dei democratici, preveda il definitivo sganciamento dallo scenario iracheno per il 2008: guarda caso, l'anno nel quale si terranno negli Stati Uniti le prossime elezioni presidenziali. Il 2008, però, non sarà un anno di cambiamento nei soli Stati Uniti: non sappiamo chi sarà (e se ci sarà) un nuovo inquilino al Cremlino; inoltre, anche all’Eliseo ci sarà un nuovo presidente (o presidentessa). Difficile prevedere quali vie prenderà la politica cinese e quale coalizione governerà in India: possiamo soltanto ragionevolmente ipotizzare che dopo il 2008 prenderanno il via nuovi grandi giochi della politica internazionale.
    Se cambiano gli uomini, le coalizioni e i governi gli obiettivi non mutano: nell'area del Golfo Persico è concentrato di 63% delle riserve petrolifere mondiali, pari a circa 50.000 miliardi di dollari, cinque volte il PIL USA. Il gas naturale è invece suddiviso approssimativamente per un terzo nel Golfo, un altro terzo in Russia ed il rimanente nel resto del pianeta. Il rimanente 37% è disperso nei cinque continenti, non sempre facilmente raggiungibile: quel 63% che costituisce la cassaforte energetica mondiale, invece, è tutto concentrato in uno spazio geografico sostanzialmente ridotto, verso il quale converge la geopolitica di tutte le potenze mondiali. Può l’Europa non essere interessata al petrolio del Golfo Persico? No, non può perché l’estrazione nel Mare del Nord durerà ancora pochi anni e poi tutto sarà chiuso per l’esaurimento dei pozzi. Stessa situazione negli Usa e nel resto del pianeta: se non sono già scoppiate grandi guerre per il petrolio è soltanto perché il 37% del resto del pianeta fornisce ancora sufficiente estrazione di greggio, tale da compensare una politica troppo "invadente" dell’OPEC e dei paesi del Golfo.
     
    La questione, però, non interessa soltanto il Medio Oriente: negli ultimi anni abbiamo constatato la sempre maggior insofferenza alle ingerenze Usa d’alcuni paesi sudamericani ed il loro allontanarsi da Washington. Dal Venezuela alla Bolivia, dall’Argentina all’Ecuador, ciò che muove grandi interessi economici contrastanti non è la questione della coca, bensì (più semplicemente) il controllo delle risorse energetiche di quei paesi. Anche le attuali tensioni in Nigeria sono soltanto le increspature superficiali di movimenti sotterranei ben più consistenti: l’ingresso prepotente dei cinesi in quelle aree (s’accaparrano stock di petrolio senza sottilizzare troppo sul prezzo) e la sempre maggior importanza di Gazprom (primo gruppo, a livello mondiale, dell’energia) che muove i suoi tentacoli anche in Africa. Se non bastava l’invasione dei prodotti orientali sui mercati occidentali, le stesse nazioni orientali si stanno muovendo nel pianeta per competere con i tradizionali gestori del mercato energetico e (grazie ai loro consistenti mezzi economici) stanno prendendo il sopravvento. L’importanza di questi eventi farebbe pensare che l’Europa e gli Usa abbiano regalato alla Russia ed ai paesi orientali, a causa della miope politica di Bush, un vantaggio troppo consistente per tentare un recupero che non contempli l’uso delle armi. Ovviamente, altri fattori condizionano il quadro: il recente "via libera" all’ingresso della Russia nel WTO ("ingoiato" come un rospo da Bush durante il recente convegno dell’ASEAN ad Hanoi) significa probabilmente il ritorno della quotazione del rublo sui mercati internazionali (auspicata da Putin), che condurrà probabilmente al pagamento del gas siberiano in moneta russa, e quindi al suo apprezzamento nei confronti del dollaro. Proprio i consistenti stock di dollari che detengono Cina e Russia sono un altro "jolly" che non sappiamo come, quando e se sarà giocato: in un quadro di deprezzamento della moneta americana rispetto all’euro, la vendita di quegli stock significherebbe un’ulteriore tegola che ricadrebbe su Washington. C'è il rischio fattivo che se Cina e Russia, sentendosi ormai sufficientemente forti per andare avanti senza tenersi i dollari nel forziere, restituiscano alla Federal Reserve i loro dollari, dalla sera alla mattina gli Stati Uniti vedano dimezzare la propria potenza economica; non dimentichiamoci che i primi segni già cominciano a vedersi (il mercato immobiliare statunitense per esempio ha visto un calo di valore del 24% in un solo anno).
     
    In definitiva, "l’era Bush" sarebbe dovuta finire prima, con le elezioni del 2004, ma non sapremo mai se le infernali macchinette elettorali della Diebold (schierate, a quanto pare, per Bush) non abbiano finito per favorire una ristretta classe dirigente e, contemporaneamente, per affossare un paese. L’esigenza d’uscire dall’impasse è quindi essenziale per gli Usa, ma se a Washington si piange a Bruxelles non si ride: questo è il grande rischio che correremo, un’alleanza che nasce dalla disperazione. Nessuno dei paesi europei, uniti o divisi, è in grado di reggere il ritmo al quale viaggiano le locomotive asiatiche: né la Germania e né il Giappone possono nemmeno lontanamente pensare d’imitare gli apparati produttivi asiatici. Se non bastava la grande produzione industriale cinese, non dimentichiamo che l’economia indiana si basa più sul know-how che sulla produzione materiale; se il 90% degli hardware è prodotto in Cina, il 90% dei software è ideato in India: un mix vincente per l’Oriente che consente ristretti margini di manovra all’Occidente. Anche la situazione finanziaria, con centinaia di miliardi di dollari che riposano nelle casse statali dei paesi asiatici, non consente ricatti né "giochetti" d’alta finanza per recuperare il tempo (ed il predominio) perduto. 
     
    Molti analisti davano per scontata una guerra contro l’Iran: pur non potendola escludere a priori, non ci ho mai creduto molto ed ebbi il coraggio di scriverlo. Una eventuale guerra all’Iran ed alla Siria avrebbe testimoniato la capacità statunitense di dominare ancora sulle mille tensioni (ed istanze) del pianeta. Così non è stato, e la "piccola" guerra in Libano ha avuto di certo un notevole influsso sulle scelte dell’amministrazione Usa. Non per questo, però, possiamo considerare la questione come definitivamente conclusa: è del tutto evidente, oramai anche all’informazione ufficiale, che ha fatto finta per molto tempo di non accorgersene, che la vittoria è stata sì di Hezbollah, ma soprattutto dei suoi sponsor, Siria ed Iran, ed in definitiva dei loro protettori, Russia e Cina. Tutto ciò cambia soltanto i tempi ed il livello dello scontro, non la sostanza: Cina ed India continuano a macinare miliardi producendo beni di consumo e tecnologia, la Russia fornendo tecnologia militare ed energia.
     
    Ecco perchè l'alleanza di due partner deboli e in crisi non forma una potenza: da una parte un’Europa vecchia, a causa della sua demografia ormai statica, che non riesce nemmeno ad accettare costanti flussi migratori per cercare di mantenere almeno stabile il rapporto fra le generazioni; dall'altra un’America credulona e sempliciotta torna invece ad interrogarsi sulle sue domande senza risposta: un gigante umiliato, dal Vietnam all’Iraq, che non riesce a trovare un perché. Ci chiediamo cosa contengano gli accordi segreti di cooperazione in campo militare stipulati fra il governo Berlusconi ed Israele: novità eclatanti? Può darsi: personalmente, mi rammentano il "raggio della morte" mediante il quale il fascismo vagheggiava di vincere la guerra mondiale, o la bomba atomica di Hitler. Le uniche certezze che consentono di confrontarsi nello scacchiere internazionale sono quelle che derivano dalla capacità di produrre beni e servizi in grado di conquistare i mercati: tutto il resto sono soltanto balle. Ecco perchè dalla "alleanza dei volonterosi", che doveva affiancare Bush in Iraq, si passerà probabilmente all’Armata Brancaleone dei desperados che cercherà di contrastare, nei prossimi decenni, lo strapotere orientale.
     
    Una decisa inversione di tendenza in campo energetico potrebbe davvero mutare la situazione, o al limite rinviarla sinde die?Il passaggio alle energie rinnovabili avverrà certamente, poiché alla fine il petrolio terminerà, ma non sarà decisivo per le sorti dello scontro epocale verso il quale stiamo viaggiando. Fino ad oggi non sono mai decollate perché non garantiscono un sufficiente livello di controllo; troppo grande il rischio del "fai da te" in campo energetico: per il calcolo del PIL, come la mettiamo?
     
    La grande occasione perduta, se mai ci fu, sarebbe stata il passaggio da un sistema di produzione che favoriva l’accumulazione dei capitali ad un altro, che avrebbe dovuto consegnare nelle mani di molti le decisioni economiche: in altre parole, produrre beni utili e non vuota ricchezza. Quel meccanismo economico chiamato capitalismo (che ebbe il grande merito di farci uscire dalle carestie e dalla grande scarsità di mezzi economici del Medio Evo) oggi è una macchina impazzita che deve creare sempre nuove schiere di consumatori e posti di lavoro, mentre l’uomo necessita di un insieme finito di beni e servizi. Le distruzioni di beni alimentari, eseguite per non far crollare il prezzo, insegnano. Anche le mille alchimie sul valore delle merci non mutano il quadro di fondo. Pur essendo consapevole della truffa sul valore delle monete, essa non è altro che il simulacro di un reato ancora più vergognoso che viene perpetrato nei confronti delle nostre stesse vite: l’appropriazione e la mercificazione della vita stessa, reato incommensurabilmente più grave di qualsiasi truffa operata con la carta moneta. Se non vogliamo finire nel baratro di un nuovo grande scontro per il predominio sul pianeta, la vera terza guerra mondiale, non basta cambiare il sistema d’approvvigionamento energetico, non è sufficiente riappropriarci del valore delle monete, bisogna riaffermare con forza che l’uomo è in grado di gestire gli eventi economici programmandoli, ristabilire in definitiva il predominio dell'uomo sull'economia anzichè il contrario come avviene oggi. I teorici e i leader del neoliberismo globale e globalizzatore si fanno forti del fallimento del Socialismo Reale (che fu anch'esso capitalismo, capitalismo di Stato per la precisione) per mascherare la verità, ossia che il capitalismo ha anch’esso le gambe molto, molto corte ed inciampa oramai ad ogni piè sospinto: ma, in fin dei conti, anche un greco od un romano dell'antichità avrebbero riso se qualcuno avesse proposto loro di abolire la schiavitù.
    December 16

    La Russia ha vinto il primo round contro Usa e Inghilterra

    In questi giorni il progetto politico perseguito da Vladimir Putin fin dal primo giorno del suo insediamento è giunto ad una fase decisiva: i procuratori inglesi hanno firmato con le autorità russe un accordo per l'estradizione dei cittadini russi imputati di crimini finanziari che si sono rifugiati a Londra. Questi sono i famosi "oligarchi" che, alla caduta dell'Unione Sovietica, si impadronirono dell'economia russa ai tempi di Eltsin attraverso una lunga serie di appropriazioni indebite che li rese padroni dei principali settori economici, energetici e industriali del paese, fino ad allora appartenuti allo Stato. Ciò distrusse l'economia post sovietica, perchè i beni del paese, appartenenti a tutto il popolo, finirono nelle mani di pochi insieme ai loro proventi, con l'appoggio delle élites finanziarie occidentali, e in particolare del FMI; il risultato era una Russia povera e incapace di competere sullo scacchiere internazionale, lasciando gli Stati Uniti assolutamente padroni del campo e liberi di affermare ovunque la propria egemonia, garantendosi il controllo di tutte le risorse mondiali. Egon Gaydar, primo ministro dell'economia della Russia post comunista nel 1992, disse a proposito di quegli anni: "Il nostro compito, secondo i consigli datici dal FMI, consisteva non nel fare una terapia d'urto all'economia russa per riavviarla, ma per distruggerla".

    Con Putin le cose hanno cominciato a cambiare molto presto: uno a uno, i principali oligarchi sono stati espropriati di ciò che illecitamente avevano sottratto allo Stato, e quindi al popolo; le risorse del paese, un tempo nelle mani di quei pochi (settore petrolifero e minerario, industria di base, automobilistica, navale, aeronautica, militare e navale) sono ritornate a poco a poco nelle mani dello Stato e questo ha consentito di dividerne i proventi su basi più egualitarie, iniziando un lento processo di accrescimento economico della popolazione. Grazie a questa operazione, e alla crescita del prezzo del petrolio di cui la Russia è uno dei principali esportatori, il paese si è trovato in breve tempo liberato dalla schiavitù finanziaria in cui era precipitato per mano dell'Occidente: nell'agosto di quest'anno la Russia ha finito di pagare tutti i suoi debiti al FMI, i cui tecnici sono stati espulsi immediatamente dal paese, e la Banca Nazionale Russa è adesso il quinto deposito di valuta al mondo. Questo ha permesso di ritornare ad investire nel settore militare, per contenere l'accerchiamento strategico da parte degli Stati Uniti, e arrivare persino a contendere ad essi l'influenza negli spazi ex sovietici, in Asia e Sud America. La convertibilità del rublo farà poi della valuta russa un'alternativa al dollaro nel mercato internazionale: quest'ultimo è gravato da debiti e da un costante deprezzamento, il rublo invece non ha debiti, aumenta di valore e verrà impiegato per vendere il petrolio e i gas russi. La Russia sta quindi ritornando di nuovo ricca e potente, più della stessa Unione Sovietica, che era competitiva solo da un punto di vista militare.

    Il primo oligarca ad essere vittima del nuovo corso inaugurato da Putin fu Mikhail Khodorkowskij, padrone della Yukos, un'altra di quelle aziende nate dalla spoliazione dei beni del PCUS all'indomani dalla fine del Comunismo, e che controllava il 16% delle risorse nazionali: un autentico Stato nello Stato, con ramificazioni nella politica e nella finanza sia russe che occidentali. Quando Khodorkowskij venne incarcerato la Yukos nazionalizzata, in Occidente com'era prevedibile si sollevarono da parte della Casa Bianca immediate critiche e polemiche. Le élites occidentali avevano capito che la politica di Putin non sarebbe stata in continuità con quella di Eltsin, volta a consegnare la ricchezza del suo paese nelle mani del capitale occidentale, e da allora iniziò una guerra serrata fra il Cremlino e l'Occidente, che noi semplici cittadini abbiamo potuto osservare tramite il ritorno alla guerra fredda nelle aree geografiche contese fra Russia e Usa e nella campagna di menzogne sollevate contro Putin con la storia degli assassinii e degli avvelenamenti mirati, in realtà opera proprio degli oligarchi nemici dell'attuale governo russo.

    Adesso sui gruppi di potere occidentali antirussi è caduta una nuova tegola: la magistratura britannica ha deciso di cooperare con quella russa per consentire l'estradizione degli oligarchi rifugiatisi a Londra dopo l'insediamento di Putin alla presidenza della Russia. E' una decisione in contrasto con la politica del governo Blair, e quindi anche dell'amministrazione Bush, ma non è la prima volta (noi italiani dovremmo saperlo bene) che la magistratura si muove in disaccordo con il governo... Fino ad oggi il governo inglese ha cercato di difendere gli oligarchi russi rifugiatisi in Inghilterra, a cominciare da Boris Berezowskij, capo del crimine organizzato russo e re degli oligarchi, e i leader della guerriglia cecena sostenuta e finanziata dalla CIA, respingendo tutte le richieste di estradizione che provenivano da Mosca; ma adesso come potrà opporsi, dato che la magistratura inglese ha deciso di collaborare con i russi?

    Ken Macdonald, direttore dell'indagine, la scorsa settimana ha firmato un "memorandum di intenti", di comune accordo con Alexander Zvyagintsev, vice procuratore generale della Federazione Russa, in cui entrambe le parti sono per la prima volta d'accordo per una cooperazione ufficiale. La scorsa settimana, Zvyagintsev ha dichiarato al The Sunday Times: "Questo accordo servirà da base per una relazione lunga e costruttiva in materia di estradizione. (...) Senza dubbio, coloro che erano ricercati per estradizione e coloro che avevano pianificato di sfuggire alla giustizia volando via dalla Russia non saranno affatto contenti". Le autorità russe sono decise a riportare indietro le persone che, secondo loro, hanno commesso frodi fiscali o riciclaggio di centinaia di milioni di dollari prima di scappare a Londra: tutto denaro di cui essi si sono appropriati, ma che a pagarlo è stato soltanto il popolo russo, abbandonato alla miseria negli anni di Eltsin.

    In cima alla lista sono i miliardari Boris Berezovskij e Ahmed Zakayev, leader ceceno, entrambi domiciliati a Londra. Il tentativo di arrestare Berezovskij è stato ripetutamente bloccato, perchè gli era stato garantito asilo politico. Berezovsky nega ogni responsabilità e dichiara che tutto ciò che è stato attribuito a lui, è in realtà un complotto politico. Questo ha inasprito le relazioni diplomatiche tra la Russia da una parte e Usa e Inghilterra dall'altra, perchè Berezowskij è il principale protetto di quest'ultime, attraverso il quale possono coordinare la guerriglia antirussa in Cecenia e l'opposizione anti Putin nel paese; ma intanto la magistratura britannica, organo indipendente dalla volontà del governo, è determinata a collaborare a 360° con la procura russa.

    Altri riferimenti includono sedici uomini d’affari, prevalentemente collegati alla Yukos, il gigante petrolifero russo, che hanno lavorato insieme a Mikhail Khodorkovskij, il quale come già detto è in carcere per frode fiscale. Sono state aperte le indagini e nei prossimi mesi saranno presentati nuovi mandati di estradizione. I direttori della Yukos sono fra le persone ricercate dalle autorità investigative russe. Lo scorso agosto l'amministratore delegato della Yukos Steven Theede, e tre altri colleghi sono stati accusati di essersi impossessati di 10 miliardi di dollari (5.3 miliardi di sterline) di proprietà della Yukos. Tim Osborne, direttore generale della GML, il più grande azionista della Yukos, Bruce Misamore, ex direttore finanziario, e David Godfrey, un altro pezzo grosso della Yukos, sono indagati. Tutti e quattro, che hanno negato ogni loro coinvolgimento, hanno lasciato la Russia rifugiandosi a Londra due anni fa per paura di essere perseguiti dalla legge.

    Dopo aver firmato l’accordo, Zvyagintsev ha incontrato gli incaricati di Scotland Yard ed il "Crown Prosecution Service" (il CPS - Procura della Corona Inglese). Probabilmente nelle prossime settimane saranno firmati ulteriori atti di cooperazione. Zvyagintsev ha aggiunto che "(L’accordo) rafforza la nostra efficacia e la cooperazione in materia di estradizione. (...) In futuro potremo condividere e scambiare informazioni preziose e consultarci con il CPS più da vicino e con più regolarità. Cercheremo inoltre nuove idee per lottare contro il crimine internazionale. I nostri investigatori saranno sempre più in contatto con i funzionari britannici." Il CPS ha dichiarato: "l’accordo è stato istituito per supportare le operazioni di estradizione e di assistenza legale reciproca tra la Gran Bretagna e la Russia, potenziando il livello di cooperazione tra il CPS e la procura generale russa".

    December 11

    Pinochet è morto. Adesso possiamo anche illuderci

     
    (In foto: Pinochet e Margareth Tatcher)
     
    Il Capitan General Benemerito, così si faceva chiamare dimostrando scarso senso del ridicolo, Augusto Pinochet Ugarte, è morto nella tarda serata di ieri, 10 dicembre 2006, spegnendosi serenamente nel proprio letto. L'ha fatta in barba alla legge, che dal 1998 lo perseguitava allorchè un mandato di cattura internazionale firmato dal giudice spagnolo Baltasar Garzon lo aveva dichiarato in stato d'arresto mentre si trovava in Inghilterra per un'operazione di ernia del disco. Alla fine era riuscito a tornare, dopo un lungo braccio di ferro tra il governo cileno e le autorità europee, a cominciare proprio da Garzon che voleva giustamente vederci chiaro sui cittadini spagnoli in Cile divenuti desaparecidos durante la sua dittatura. Sembrava ridotto in stato pietoso: la faccia era da funerale imminente, e dovevano trasportarlo su una sedia a rotelle. Ma, appena atterrato a Santiago del Cile, davanti alla rappresentanza militare e politica che era giunta ad accoglierlo, s'era alzato baldanzoso dalla sedia a rotelle, recuperando di slancio tutta la gioventù che sembrava essersi irrimediabilmente perduta.
     
    Negli anni a seguire, fino al 10 dicembre 2006 in cui è morto attorniato da alti prelati che gli impartivano il Viatico e dalle amorevoli cure delle tre figlie, ha continuato così, giovandosi dell'immunità politica che si era autoconcesso dopo che aveva lasciato il potere, e facendo carte false perchè il Parlamento non gliela revocasse; ogni volta che le cose sembravano mettersi male, Pinochet evitava accuratamente l'onta degli arresti con un improvviso abbassamento di salute. Alla fine però è morto davvero, sia resa grazia al demonio che se l'è portato via. Isabel Allende, scrittrice, figlia del presidente Salvador Allende che Pinochet aveva ucciso col bombardamento della Moneda, doveva condividere con lui gli angusti spazi del Senato, di cui era membro a vita: un gomito a gomito a dir poco imbarazzante, oltre che decisamente insopportabile.
     
    Lo proteggevano in tanti: gli Stati Uniti, che avevano definito Salvador Allende "un figlio di puttana" (testuali parole di Richard Nixon), e che pianificarono attraverso la CIA il suo cruento, cruentissimo colpo di Stato, con i suggerimenti determinanti di Henry Kissinger, suo padre politico; la Chiesa, che grazie a lui ritornò a godere nel Cile dello stesso potere di cui usufruiva ai tempi del colonialismo spagnolo, cose da far concorrenza alla Spagna del cattolicissimo Franco, e che prontamente lo ricambiò concedendo alle sue tre figlie sei annullamenti da parte della Sacra Rota, oltre a mandargli in visita pastorale Giovanni Paolo II per una foto insieme sul balcone che sarebbe servita a sdoganare politicamente un regime che nessuno al mondo voleva vedere; ma soprattutto quelle famiglie latifondiste ed aristocratiche che avevano mantenuto la continuità politica col vecchio regime coloniale, quando la Spagna dei nobili, delle suore e dei cavalieri se n'era dovuta andare concedendo al Cile l'indipendenza politica, duecento anni fa. Fu su queste tre basi che Pinochet potè costruire un regime che diventò la vergogna del suo paese, del suo continente, e di tutto l'Occidente.
     
    Il Cile diventò da quel momento la piattaforma dalla quale i conservatori dell'America Latina, di comune accordo con i conservatori internazionali, il latifondo e le multinazionali nord americane e i loro esecutori politici per intendersi, poterono riportare lentamente tutto il continente indietro nel tempo. Come non ricordare il famigerato Piano Condor, patto tripartito tra le dittature militari di Cile, Argentina e Paraguay per far fuori gli oppositori politici? Il termine desaparecido diventò da allora comune non ad uno, ma a tre paesi.
     
    Stroessner, dittatore del Paraguay dal 1954 al 1988, è morto di recente nel suo esilio di San Paolo del Brasile: era diventato pazzo, e tutti i giorni ricopiava dall'elenco telefonico i cognomi di cento persone in una immaginaria "lista di proscrizione" che poi passava ai suoi infermieri ordinando loro di far sparire immediatamente quelle persone dal paese. E loro fingevano di eseguire, perchè non se la sentivano di dirgli che non erano i suoi sottoposti, ma semplici infermieri, e che lui non era più il dittatore del Paraguay, ma soltanto un vecchio rincoglionito. Quando è giunta la notizia della sua morte, pochi lo hanno rimpianto. Pinochet invece no: è morto placidamente nel proprio letto, acclamato come un eroe da metà del suo paese, quella stessa metà che si è scandalizzata poi per il rifiuto del governo di concedergli i funerali di Stato e che oggi è andata a visitare la camera ardente facendosi ore di coda.
     
    Quella parte di Cile nega oggi i genocidi, i 3500 desaparecidos, i 130.000 oppositori politici arrestati e torturati; nega che i corpi dei primi siano mai stati occultati nelle miniere abbandonate, o che i corpi dei secondi siano stati sfregiati con metodi ripugnanti, da torture dell'Inquisizione medioevale; le donne che oggi acclamano Pinochet definendolo un eroe non pensano a quelle oppositrici, donne come loro, alle quali venne negata una femminilità perchè perversamente Pinochet aveva ordinato che le loro vagine fossero rosicchiate dai topi. Sono la parte del Cile che non voleva il governo di Unidad Popular di Salvador Allende, perchè aveva nazionalizzato le miniere di rame fino ad allora sfruttate dalle multinazionali americane per distribuirne i dividendi alle fasce più povere del paese; perchè avrebbe spezzato i latifondi delle cinquanta famiglie coloniali con la riforma agraria a vantaggio dei contadini più poveri; perchè, dal 1970 al 1973, grazie ad una politica socialista, aveva accresciuto i propri consensi dal 34 al 48%, giungendo sul punto di condurre irrevocabilmente il Cile verso la giustizia sociale, prima che verso il socialismo.
     
    Il Cile di oggi cammina sul solco tracciato dal suo crudele padre padrone: due soltanto sono le differenze tra il paese di oggi e quello degli anni della dittatura. La prima è che al posto di Pinochet, alla Moneda siede ora un presidente democraticamente eletto; la seconda, che la polizia politica, i famigerati carabineros, non hanno adesso più bisogno di dare la caccia agli oppositori, perchè la Costituzione firmata da Pinochet prima di lasciare il potere impedisce ai veri eredi di Unidad Popular di essere eletti al Parlamento. Il Centrosinistra che governa il Cile da 17 anni, da quando Pinochet si è ritirato dal governo del paese, è rimasto economicamente e socialmente in continuità col regime che per 15 anni aveva governato tirannicamente il paese. Ai nostri occhi di europei, così facili a lasciarci abbindolare, il Centrosinistra cileno può sembrare un esempio: il presidente è una donna, Michelle Bachelet, anche lei torturata dagli sgherri del dittatore, e pure metà dell'esecutivo è composto da donne. Ma questa è l'unica novità, e i settori conservatori del paese, che sono i reali padroni del Cile, non hanno avuto alcun problema ad accettarla: l'importante è che non passino le vere innovazioni, quelle sociali ed economiche che metterebbero in discussioni i loro privilegi.
     
    Il Cile di oggi è infatti, alla faccia della ventata di novità portata da Michelle Bachelet, del tutto impermeabile alla primavera socialista che sta conoscendo l'America Latina. L'opera compiuta dai Chicago Boys, i neoliberisti che Pinochet aveva chiamato al governo per purgare il Cile dai tre anni di socialismo di Allende, è stata resa eterna ed inconfutabile dal Centrosinistra cileno. La metà del popolo cileno che sosteneva Allende e che dal suo governo avrebbe ottenuto dei benefici sociali è stata respinta nell'indigenza e nella povertà in cui si dibatteva da secoli e in cui tuttora si dibatte; l'altra metà, i privilegiati da sempre, sono i residui del colonialismo spagnolo e i notabili liberali che governarono per un secolo e mezzo il Cile prima della vittoria di Allende, in quell'ormai lontano 1970, e che oggi ne sono tornati prepotentemente in possesso. La frattura sociale è netta, irreparabile. E tutti negano le pagine nere di quella triste storia.
     
    Su tutto, pronto a prevenire eventuali sbandamenti politici del paese, vigila l'esercito cileno: un'armata potentissima, straordinariamente ben armata e addestrata, e di dimensioni elefantiache se rapportata alla popolazione e al PIL nazionali. Da oltre un secolo il Cile non combatte una guerra; l'ultima volta in cui si sentì l'utilità dell'esercito fu negli anni '50, quando il paese si trovò in situazione prebellica con l'Argentina di Peron, ma poi non fu data voce ai cannoni. L'esercito cileno in cento anni di storia è servito solo a bombardare la Moneda per il colpo di Stato di Pinochet; forse, per giustificare tante risorse investite nell'esercito più potente della regione anzichè in programmi ed opere sociali assai più utili per il paese, i settori conservatori del Cile non escludono di poter ripetere un indomani i fatti sanguinosi del 1973.

    L'Iran sarà il prossimo teatro di guerra?

    (In foto: il presidente iraniano Mahomoud Ahmadinejad)

    A dire la verità, che l'attuale amministrazione Usa sogni di estendere il conflitto in Medio Oriente all'Iran non è mai stato un mistero per nessuno; da un anno, ormai, circolano progetti del Pentagono per una "guerra chirurgica" a base di armi atomiche leggere, con l'aiuto del piccolo, grande, alleato di sempre, Israele. Ma gli ultimi dubbi sono stati fugati proprio in questi ultimi giorni, a partire dal vortice politico creatosi in Libano con l'assassinio di Pierre Gemayel; giovedì scorso, infatti, nel corso di una audizione al Senato degli Stati Uniti, il Segretario alla Difesa in itinere Robert Gates ha affermato che Israele possiede testate atomiche (ufficialmente dalle 70 alle 130, ma in realtà più di 200, stanziate nel sito militare di Dimona, nel Deserto del Negev), e che ciò spiegherebbe, almeno in parte, il desiderio dell’Iran di dotarsi anch’esso di armamenti di tipo nucleare. "Essi (gli Iraniani) sono circondati da potenze con armamenti nucleari – Pakistan a est, i Russi a nord, gli Israeliani a ovest e noi nel Golfo Persico" avrebbe dichiarato Gates durante l’audizione. E' stata la scoperta dell'acqua calda: è dai tempi di Mordechai Vanunu (che rivelò l'esistenza dei 210 ordigni nucleari a Dimona e che fu rapito dal Mossad a Roma e tenuto prigioniero in Israele per 18 anni), che ormai tutto il mondo conosce Tel Aviv come potenza nucleare "clandestina", visto che non ha mai sottoscritto (nè ha intenzione di farlo) il Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
     
    Le reazioni ufficiali israeliane al contenuto dell'audizione di Robert Gates al Senato, stando alla portavoce governativa Miri Eisin, sono state improntate al no comment, ma una certa irritazione verso il brillante esordio nel nuovo Segretario di Stato alla Difesa USA è emersa fin da subito negli ambienti politici e militari di Tel Aviv. Lo stesso Olmert, pur senza riferirsi esplicitamente all’accenno di Gates sullo status di Israele quale potenza nucleare, ha immediatamente replicato affermando di non ritenere "che alcuno negli Stati Uniti pensi che ci sia una giustificazione per il conseguimento da parte dell’Iran della capacità nucleare". Tanto per rimarcare, Olmert e Israele ancora una volta non spiegano agli Iraniani e al resto del mondo perché mai all’Iran non dovrebbe essere consentito di possedere armamenti che essi stessi hanno già da lungo tempo acquisito. Ovvero, detto meglio, se all’Iran non deve essere consentito di acquisire la tecnologia utile a costruire (in ipotesi) testate nucleari, perché mai, a sua volta, Israele non dovrebbe essere "denuclearizzato"? I vari politologi della scuola di Henry Kissinger si metteranno allora a rispondere con lunghe liturgie politiche, ma la sostanza del discorso è questa: Israele è fra i "buoni", l'Iran invece è il fulcro dell'Asse del Male.
     
    Chi ha seguito un po' la politica internazionale e si è soffermato con attenzione sull'economia e la struttura sociale iraniana, sa benissimo per quale motivo Teheran necessita di ricorrere al nucleare. L'obiettivo militare non è immediato nè prioritario, anche perchè richiederebbe lunghi tempi di attuazione; il primo frutto di un programma atomico iraniano sarebbe il conseguimento del nucleare civile. Teheran ha la stessa quantità di petrolio del Kuwait o degli Emirati Arabi Uniti, con la differenza che quest'ultimi hanno una popolazione di 2 milioni di abitanti, mentre l'Iran ne ha 80 milioni: questo significa che con la stessa quantità di petrolio che al Kuwait o alle altre piccole petromonarchie del Golfo è più che sufficiente per alimentare le esportazioni e i consumi del paese andando avanti per 200 anni, l'Iran invece deve provvedere ai bisogni interni per alimentare lo sviluppo e il benessere sociale di una popolazione quaranta volte più grande e già in partenza molto più povera, e al tempo stesso far sì che le esportazioni di greggio siano sufficienti per mantenere attiva la bilancia commerciale ed importare il necessario per garantire la sopravvivenza di tutta la nazione. Insomma, il petrolio non è sufficiente. Ricorrendo al nucleare, l'Iran otterrebbe l'immediato beneficio di risparmiare tutto il petrolio attualmente impiegato all'interno per la produzione di energia, devolvendolo all'esportazione, e questo con grande beneficio dell'economia nazionale. A questo punto anche la borsa petrolifera di Teheran, dove gas e petrolio iraniani sono venduti in euro, acquisterebbe un vero senso politico, in virtù del maggior quantitativo di risorse energetiche ad essa destinate. Ed è proprio di questo che gli americani, e con essi Israele (il quale sa che potrà continuare ad esistere solo finchè gli Stati Uniti conserveranno al mondo la loro attuale potenza), hanno maggiore paura: si troverebbero indeboliti a causa di un mercato mondiale delle energie in cui il dollaro non sarebbe più l'unica valuta impiegata, e questo proprio a causa del determinante contributo iraniano; e per di più al cospetto di un Iran che, in virtù del nucleare civile, potrebbe potenzialmente conseguire il nucleare militare nello spazio di poche settimane. Il cambiamento dei rapporti di forza nel Medio Oriente sarebbe a quel punto incontenibile ed irreversibile.
    December 08

    Ristabiliamo la verità su Aleksandr Grigor'evich Lukashenko

     
    Chi è veramente Aleksandr Grigor'evich Lukashenko? E' il "Presidente" o il "dittatore" della Bielorussia? I circoli politici occidentali e nord americani aderiscono chiaramente a quest'ultima chiave di lettura, e ad essi ovviamente si uniformano i mass media, subito pronti a presentare l'uomo che governa la Bielorussia dal 1994 come "l'ultimo dittatore d'Europa". Al riguardo Javier Solana, ex ministro socialista, Segretario Generale della Nato e guida diplomatica dell'UE dal '99, dice: "l’Ue non desidera isolare la Bielorussia. È Lukashenko che sta isolando il paese", oppure: "i bielorussi si meritano di meglio". E nel frattempo Solana si occupa di blindare tutti i confini con la Bielorussia con l'ingresso nella NATO e l'installazione di missili e basi in Polonia, e successivamente nei tre Stati baltici. Javier Solana è il proconsole della NATO nell'Unione Europea. La Bielorussia diventerà la punta avanzata della Russia verso l'Europa: ecco perchè bisogna contenerla in tutti i modi. I "grandi" dell'Occidente le hanno provate tutte: hanno cercato di alterare le elezioni a Minsk ricorrendo alla PSB, come hanno già fatto in Ucraina e Venezuela, e hanno fallito. Ora passano alle vie militari, e trasformano l'Europa Centrale in una nuova trincea pronta per la guerra fredda del ventunesimo secolo. Ecco perchè Lukashenko è la bestia nera dei politici europei occidentali e americani!
     
    Ma passiamo a cenni più biografici: Lukashenko è nato il 30 agosto 1954 nel villaggio di Kopyc', provincia di Orsha, regione di Vitebsk; è cresciuto senza il padre, e fin da ragazzo ha avuto sulle sue spalle il peso della famiglia. Successivamente si è sposato e ha avuto due figli, Viktor e Dmitrij, e ha conseguito due lauree: una di Storia nel 1975 presso l’Università Statale di Mogilev "A.A. Kuleshova" e una di Economia nel 1985 presso l’Accademia Bielorussa di Agricoltura. Lo sport e l'agricoltura sono le sue due passioni principali, e nel tempo libero si dedica alla ginnastica e all'orto. Negli anni 1975-77 e 1980-82 ha svolto il servizio militare nelle guardie di frontiera e nell’esercito sovietico. Quindi nel 1978-79 e nel 1982 ha lavorato in vari organismi, per poi entrare nella sfera dell'attività economica occupando varie posizioni in imprese dell’industria dei materiali da costruzione e del complesso agro-industriale della Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia. Passano gli anni e arriva la perestroijka di Mikhail Seerghevic Gorbaciov: viene fondata la Camera dei Deputati, di cui diviene membro a partire dal 1990, e quindi passa al Soviet Supremo della Repubblica Belarus, resasi nel frattempo indipendente dopo lo scioglimento dell'URSS e la messa al bando del PCUS seguita al fallito golpe dell'agosto 1991. Sono anni difficili per tutti i paesi post-sovietici: dilagano la criminalità e la corruzione, il tenore di vita si abbassa quotidianamente in un quadro economico sempre più precario; Lukashenko ottiene allora grande popolarità guidando con energia e rigore la Commissione del Soviet Supremo per la Lotta alla Corruzione, dall'aprile 1993 al luglio 1994; sarà il trampolino di lancio per la Presidenza della Repubblica, che vincerà con l'80% dei voti contro altri cinque candidati nelle convulse elezioni bielorusse del 10 luglio 1994. La Bielorussia deve essere ricostruita praticamente da cima a fondo: il lavoro che lo attende è semplicemente mostruoso. Il paese ricalca sostanzialmente i confini della Polonia pre-1914, dal punto di vista dell'identità nazionale non si sente nè carne nè pesce, e lo ha dimostrato chiaramente proprio in quel 1991 che segnò la fine dell'URSS, quando la Bielorussia seguì stancamente e con poca convinzione il moto politico tanto turbolento in Ucraina e negli Stati baltici che rivendicava l'indipendenza da Mosca. Economicamente non ha risorse proprie, e si avvale di un'industria di trasformazione che dipende dagli altri paesi ex sovietici, i quali ormai seguono ciascuno la propria strada; la Russia di Eltsin si disinteressa del suo piccolo vicino, preferendo rapportarsi con i ricchi paesi europei ed asiatici, e d'altra parte ha già troppi problemi per conto proprio per far beneficenza a Minsk. I bielorussi devono tirarsi su le maniche, anche se Minsk è sempre stata, per tutti, e in parte lo è tuttora, "l'ombra di Mosca". Lukashenko si mette subito al lavoro e sforna in pochi anni un nuovo Stato di diritto, abbandonando la vecchia Costituzione brezneviana del 1978 con un nuovo testo costituzionale approvato dalla popolazione con i referendum del '95 e del '96; viene stabilito il bilinguismo, con l'adozione a livello statale del russo e del bielorusso; viene introdotta l’attuale bandiera rosso-verde con la decorazione verticale sul lato sinistro, riprendendo quindi, la bandiera dei tempi della repubblica sovietica, e viene introdotto l’attuale stemma della Repubblica, ma soprattutto si inizia il lento lavoro diplomatico che troverà poi ascolto al Cremlino quando allo screditato Eltsin subentrerà Vladimir Vladimirovic Putin: l'unione politica tra Russia e Bielorussia, che gli frutterà il titolo di Presidente del Consiglio Statale Supremo dell'Unione degli Stati di Belarus e Russia. Il popolo bielorusso sembra apprezzare la politica del suo presidente: il 7 ottobre 2001, con elezioni monitorate da osservatori internazionali, Lukashenko viene riconfermato con il 75,65% dei voti, e questo pure a fronte di una notevole riduzione dell'astensionismo elettorale, che nel '94 era stato pari quasi alla metà dell'elettorato.
     
    Il suo stile presenta sì connotazioni autoritarie, meglio sarebbe dire paternalistiche, che lo fanno rassomigliare ai presidenti retorici e populisti dell'America Latina; e lo ammette sottolineando come in un paese qual'è la Bielorussia, priva di un'identità forte, con una struttura economica e sociale spezzata e indebolita dal crollo sovietico, serva un capo di Stato carismatico in grado di rassicurare la popolazione e di difendere il paese dall'aggressione dei capitali stranieri, che negli altri Stati ex socialisti hanno dimostrato più un'intenzione di vassallaggio e di rapina che di beneficenza, costringendo le classi politiche a privatizzazioni selvagge, ad eliminare sanità ed istruzione pubblica, con ripercussioni drammatiche sul tenore di vita sociale: "È necessario avere il controllo della situazione, e per far ciò bisogna fare di tutto per non rovinare la vita della popolazione". Lukashenko è odiato dall'UE e dagli USA perchè non ha aperto l'economia del suo paese alle speculazioni delle loro aziende, tenendo alla larga la banca mondiale e il FMI dalla Bielorussia, come è invece successo in Romania, in Ucraina, in Russia, dove la popolazione è stata ridotta alla fame e l'industria è stata fatta arrugginire.
     
    E i risultati in Bielorussia infatti si vedono: le sue parole e il suo atteggiamento umile sembrano aver avuto effetti positivi sul Paese; il tasso di disoccupazione è fermo al 2%, e il tasso di crescita del Pil si eleva al 7,8 %. Lukashenko, cinquantadue anni, parla schiettamente ed è considerato uno del popolo. È conosciuto e amato dai suoi sostenitori come Bat’ka, letteralmente il "padre". Proviene dal mondo rurale, in passato è stato vicepresidente di una cooperativa agricola, e i suoi legami con quel settore sono ancora forti: nel 2003 costrinse alle dimissioni il premier Gennady Novitsky per non aver pagato gli stipendi arretrati ai lavoratori agricoli. Le sue maniere forti verso la borghesia dei nuovi ricchi lo hanno reso benvoluto da parti cospicue della popolazione. Considerando che il 95% dei terreni agricoli è di proprietà statale, è forse questo il motivo del suo interesse nel settore? Con un esile 14% della popolazione impiegato nell’agricoltura, e un Pil proveniente dal questo campo solo dell’11%, non dovrebbe forse diversificare gli investimenti? Ma il papà di tutti i bielorussi ha pensato a un diversivo: lo sport. "Cinquantamila tifosi mi aspettano" – ha detto Lukshenko a proposito della propria presenza a un’importante partita di calcio – "Non posso deluderli". Una scusa, questa, per non incontrare Leni Fischer, rappresentante del Consiglio d’Europa, in occasione di una sua visita a Minsk nel 2003. Il suo amore per lo sport, in particolare per l’hockey su ghiaccio, è un’altra faccia di quest’uomo del popolo, che può essere riconosciuto con la sfilza di piste da hockey che ha fatto costruire nelle principali città della Bielorussia.
     
    Lukashenko rivendica di essere stato il solo deputato del parlamento bielorusso a votare contro la ratifica dell’accordo del dicembre 1991 che dissolse l’Unione Sovietica, e costituì, al suo posto, la Comunità degli Stati Indipendenti; per questo motivo fin da subito ha cercato di promuovere un surrogato dell'URSS che permettesse agli Stati ex sovietici di difendersi meglio nello scacchiere internazionale, sia economicamente che politicamente, cosa che anche nel resto del mondo è stata capita perchè Gheddafi in Africa lotta per la fondazione degli Stati Uniti d'Africa, in Sud America Chavez vuole fare altrettanto e in Europa la creazione di un organismo politico unico procede speditamente. Nel momento in cui al Cremlino è arrivato Putin, è decollato il progetto di unione fra Russia e Bielorussia, alla quale avrebbe dovuto partecipare l'Ucraina - operazione poi non andata in porto a causa della Rivoluzione Arancione promossa dalla CIA, e sono iniziate le operazioni per il rafforzamento della CSI, che fino ad oggi è stata un organismo fin troppo evanescente.
     
    All'estero la propaganda mediatica offre un'immagine della Bielorussia come paese in rovina, oppresso da un sistema economico statalista di matrice neosovietica che sottrae troppe risorse per uno Stato sociale insufficiente; al contempo magnifica le riforme liberiste compiute negli altri paesi ex socialisti, in cui si muore di fame, sostenendo che l'economia fa passi da gigante. Lo stesso gioco viene ripetuto per la Russia, per Cuba, persino per il Venezuela di Chavez: ma la realtà dei numeri è completamente diversa. Nel corso della presidenza di Lukashenko, dal 1995 al 2003, il prodotto interno lordo è cresciuto del 59,3%. Nello stesso periodo, in Russia è aumentato del 27,7%, in Ucraina dell’11,4% e in Moldavia del 7,3%. In generale, dal momento in cui la Bielorussia "è sprofondata in un buco economico", come sostengono gli osservatori americani, i ritmi di crescita del PIL sono stati superiori a quelli dei paesi citati, rispettivamente 2,1 , 5,2 e 8,1 volte. Nei principali indicatori economici, la Bielorussia ha preceduto tutti i paesi della regione baltica e dell’Europa Orientale. I ritmi di crescita del PIL sono stati superiori da 1,7 a 8,2 volte rispetto a quelli di Polonia, Ungheria, Cechia, Bulgaria e Romania. Per dirla tutta, è tale crescita dell’economia ad aver rappresentato una delle carte vincenti di Lukashenko, che ha visitato decine di aziende, cooperative, fattorie statali e i resoconti di tali visite hanno rappresentato il migliore materiale di propaganda. L’opposizione democratica ha tuonato: Lukashenko utilizza le risorse amministrative. Ma qualcuno dei commentatori ha obiettato, non senza ironia: Eltsin (che si è pronunciato apertamente contro il referendum che ha permesso a Lukashenko la rielezione, curiosamente come è avvenuto in Venezuela con Chavez) non disponeva certo di queste “risorse”, o meglio di basi economico-sociali. Non poteva pensare a un terzo mandato, visto che non è stato in grado di concludere nemmeno il secondo. Ma la Bielorussia non ha migliorato solo gli indici macroeconomici. Il salario medio ha raggiunto i 190 dollari al mese. Per volume di edilizia abitativa, destinata a migliaia di abitanti, la repubblica ha superato tutti i paesi della CSI e la maggior parte di quelli dell’Europa Orientale. Prima dei vicini, essa è uscita dalla crisi ed ha accresciuto la produzione nell’agricoltura. Più di altri paesi, ha destinato finanziamenti alla scienza, alla cultura, all’assistenza sanitaria… Questi sono i risultati di un sistema economico in cui l'uomo è la priorità e non il materiale eccedente: è il contrario del neoliberismo che ha distrutto le economie di tanti paesi nei cinque continenti.
     
    E cosa proponeva l’opposizione bielorussa? La copia esatta delle ricette, in base a cui è stata distrutta l’economia nello spazio postsovietico. E prima di tutto, la privatizzazione massiccia e "la rimozione dello stato dalla sfera economica". Questa opposizione ha appoggiato con calore la cinica affermazione di Boris Nemtsov (uno dei leader dell’ultraliberista “Unione delle forze di destra” russa) accorso nella repubblica "in soccorso" di coloro che si stanno battendo contro l’attuale corso politico: "Si aprirebbe un’era felice per la Bielorussia, se qualcuno la comprasse". Anche l’ambasciatore USA a Minsk, in sostanza, sostiene la medesima posizione. Parlando a proposito della politica americana di investimenti in Bielorussia, ha affermato: "Se si controlla un’azienda, in cui si è investito, il rischio è minore, in caso contrario, è maggiore". Sebbene espresso diplomaticamente, il senso appare questo: cerchiamo di ottenere la svendita dell’economia della repubblica. E proprio il fatto che Lukashenko non abbia svenduto la Bielorussia né all’Occidente, né agli oligarchi russi, rappresenta una delle ragioni fondamentali del sostegno che gli ha manifestato il popolo e dell'ostilità che gli viene dalle élites politiche ed economiche occidentali.
     
    Un certo ruolo è stato esercitato anche da un altro fattore. Nelle penultime elezioni presidenziali, nel 2001, in Bielorussia aveva lavorato un gruppo di osservatori dell’OSCE. Non occorre aggiungere nulla, sul grado della loro obiettività e sulla regolarità del loro operare, a quanto si ricava dalle fonti della torbida opposizione “democratica”, le quali attestano che essi si sono immediatamente dileguati, cominciando a lavorare nell’ombra. Nel frattempo si sono consumate le false rivoluzioni democratiche in Kirghizistan, Georgia e Ucraina, sostenute dalla CIA e dal Dipartimento di Stato USA a suon di milioni di dollari e sondaggi falsi della PSB, secondo una procedura che avremmo dovuto vedere atturarsi anche in Venezuela pochi giorni fa. Questa volta, però, sufficientemente istruiti dall’esperienza del passato, i bielorussi hanno invitato osservatori indipendenti da 50 stati, ed anche da strutture e organizzazioni internazionali, come la CSI e l’Assemblea parlamentare dell’Unione di Bielorussia e Russia. E tutti – gli osservatori provenivano da Austria, Inghilterra, Polonia, Slovacchia, USA, ecc. – hanno concluso che le elezioni e il referendum si sono svolti nel rispetto delle norme democratiche. Ovviamente però questo i media occidentali, egemonizzati dai circoli politici ed economici USA ed UE non potevano riferirlo, e così tutti hanno creduto che Lukashenko avesse truccato le elezioni. In compenso, tutti in Bielorussia sanno che gli occidentali hanno truccato i telegiornali.
     
    Nel corso del vertice ONU del 15 settembre 2005 Aleksandr Lukashenko ha tenuto un discorso che fa capire il perchè degli attuali, ostili, rapporti internazionali tra il fronte progressista e multipolare rappresentato dalla Bielorussia e quello imperialista e unipolare egemonizzato dagli USA. Ne riporto alcuni stralci, ma lo potete trovare completo a questo indirizzo: http://bloglimes.blogspot.com/2006/03/proposito-di-lukashenko.html
     
    "Belarus è un paese simile alla maggioranza di quelli che sono rappresentati in questa sala. Emersa dalle macerie della "guerra fredda", Belarus ha operato per diventare uno stato scientificamente e tecnologicamente avanzato, con una popolazione di dieci milioni di cittadini altamente istruiti e inclini alla tolleranza. L'ONU ci ha inserito tra i paesi avanzati con un alto livello di sviluppo umano.
    Come voi, dal pianeta non esigiamo nulla di più che pace e stabilità. Il resto lo creeremo da soli con i nostri sforzi.
    Nel mio paese non ci sono conflitti. Differenti nazionalità e etnie coesistono pacificamente in Belarus, praticando ognuna la propria religione e il proprio stile di vita.
    Non creiamo alcun problema ai nostri vicini, non avanziamo alcuna rivendicazione territoriale, non cerchiamo di influenzare la loro scelta della via di sviluppo.
    Abbiamo consegnato le nostre armi nucleari e volontariamente abbiamo rinunciato al diritto di successore nucleare dell'URSS."

    "Abbiamo creato una solida e soddisfacente unione con la Russia nostra vicina.
    Noi costruiamo il nostro paese con le nostre intelligenze, basandoci sulle nostre tradizioni.
    Ma dobbiamo constatare che proprio questa scelta del nostro popolo non piace a tutti. Non piace a coloro che aspirano a governare un mondo unipolare.
    E come lo governeranno?
    Se non ci sono conflitti, li creeranno.
    Se non ci sono pretesti per l'ingerenza, ne creeranno di immaginari.
    Per ottenere ciò, è stata trovata una bandiera molto conveniente: democrazia e diritti dell'uomo. E non nel loro significato originale di potere popolare e dignità personale, ma solamente ed esclusivamente nell'interpretazione dell'amministrazione USA.
    Forse che il mondo è veramente diventato così bianco e nero, privato delle sue diversità di civiltà, di tradizioni multicolori e di stili di vita che rispondono alle aspirazioni dei popoli?
    Naturalmente no! Molto più semplicemente questo è un conveniente pretesto e uno strumento di controllo su altri paesi.
    Purtroppo, l'ONU, che appartiene a tutti noi, permette che la si utilizzi come strumento di tale politica. Dico questo con particolare amarezza e pena come Presidente di uno stato-fondatore dell'ONU, di uno stato che nella Seconda guerra mondiale ha visto sacrificare la vita di un terzo del suo popolo per la libertà propria, dell'Europa e del mondo.
    La Commissione per i diritti dell'uomo emette continuamente risoluzioni su Belarus, Cuba e altri paesi. Vengono fatti tentativi per imporre tali risoluzioni anche all'Assemblea Generale dell'ONU.
    Ma come possono le Nazioni Unite concentrarsi su "problemi" immaginari, quando sono incapaci di vedere i veri disastri e catastrofi? Quelli che nessun altro oltre l'ONU in quanto comunità delle nazioni civili potrà risolvere?"

    "Tempo fa, nella sala vicina alla nostra sono state mostrati grafici e mappe per dimostrare la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Ma dove sono quelle armi?
    Esse non esistono. Allo stesso tempo, l'Iraq è sommerso dal sangue, devastato, mentre il suo popolo è piombato nella più profonda disperazione. E i terroristi minacciano l'utilizzo di armi di distruzione di massa contro le città d'Europa e d'America."

    "Si sta forse svolgendo un processo aperto e indipendente dei prigionieri di Guantanamo sotto la supervisione dell'ONU? Quanti sono questi prigionieri e chi sono?
    Chi difenderà i diritti delle vittime di Abu Graib e punirà tutti i loro torturatori senza eccezione?
    L'Afghanistan è stato distrutto con missili e bombe con il pretesto di trovare Bin Laden. E' stato forse catturato il "terrorista numero uno" del mondo? Dove si trova ora?
    Come prima è in libertà, mentre i territori di Afghanistan e Iraq hanno cominciato a generare terroristi internazionali a centinaia e migliaia.
    Truppe straniere hanno occupato l'Afghanistan indipendente, ma la produzione di droghe è cresciuta di dieci volte. Non era questo lo scopo dell'ingresso nel paese delle truppe?"

    "L'AIDS e altre malattie stanno devastando l'Africa e l'Asia.
    La povertà e l'indigenza sono diventate una reale e non virtuale arma di distruzione di massa, per di più selettiva dal punto di vista razziale.
    Chi potrà porre fine a tutto ciò?
    Chi esigerà che gli USA pongano termine alle loro minacce a Cuba e Venezuela? Questi paesi devono determinare in modo indipendente il loro modo di vita.
    Il traffico delle persone è diventato un affare fiorente. La schiavitù sessuale delle donne e dei bambini è considerata un fatto ordinario, quasi una norma di vita. Chi li difenderà e porterà davanti alla giustizia i consumatori di "merce viva"?
    Come farla finita con questa vergogna della nostra civiltà? Questo è il sintetico e sconfortante bilancio della transizione a un ordine mondiale unipolare.
    E' per questo che è stata creata l'ONU?
    Non è venuto il momento per l'ONU di porre fine agli scandali interni dovuti alla corruzione e di occuparsi effettivamente dei dolori e delle miserie del mondo? La risposta a questa domanda, a nostro avviso, è chiarissima.
    Non dobbiamo nascondere la nostra testa nella sabbia.
    L'ONU siamo noi.
    Insieme dobbiamo prendere nelle nostre mani il destino del pianeta.
    Insieme dobbiamo capire che il mondo unipolare è un mondo unidirezionale, un mondo a una sola dimensione.
    Insieme dobbiamo avere consapevolezza che la diversità delle strade verso il progresso è un valore durevole della nostra civiltà, il solo che possa assicurare la stabilità nel mondo.
    Il diritto alla scelta della strada di sviluppo è la condizione essenziale per garantire un ordine mondiale democratico. E' per questo che è stata creata la nostra Organizzazione.
    Spero che anche i potenti del mondo lo comprendano. Altrimenti, il mondo unipolare alla fine gli si rivolterà contro. Lo compresero anche i grandi presidenti USA Woodrow Wilson e Franklin Roosevelt, che piantarono le radici della Lega delle Nazioni e dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
    Se troveremo un accordo sulla questione essenziale, allora realizzeremo i principi del multipolarismo, della diversità e della libertà di scelta anche nella vita concreta e nei documenti dell'ONU, a cui ci dovremo conformare. Noi difenderemo il mondo dal terrorismo, e i deboli, le donne e i bambini dalla schiavitù. Assicureremo una difesa a tutti gli indifesi.
    Allora l'ONU sarà veramente l'organizzazione delle nazioni unite. In ciò è riposta l'essenza della riforma dell'ONU, non nell'incremento aritmetico dei membri del Consiglio di Sicurezza."

    Chi parla così davanti agli americani, difficilmente potrà farsi ben volere da loro.

    December 06

    Che cosa sta succedendo veramente a Cuba?

    (In foto: Fidel e suo fratello Raul Castro)

    In molti si saranno chiesti se a Cuba non stia finendo un'epoca. Mentre Fidel se ne rimane in disparte, chiuso in ospedale (vittima di un tumore ormai allo stadio terminale, sostengono gli esuli cubani negli Usa; in corso di recupero dopo una complicata operazione, sostiene il regime), l'annuale parata militare viene festeggiata a L'Avana dal fratello Raul Castro, privo del carisma del Lider Maximo, e anche lui alquanto traballante per età e salute. Il discorso di Raul Castro è apparso inquietante agli occhi di quanti hanno sempre guardato a Cuba come l'ultimo bastione contro un mondo consumista e capitalista, egemonizzato da un'America tutta multinazionali e invasioni militari. Raul Castro ha aperto agli Stati Uniti!, hanno subito tuonato i giornali e i telegiornali di mezzo mondo. "Ma come", hanno pensato in tanti, "proprio mentre in Venezuela Chavez ha definitivamente allontanato dal suo paese la minaccia di un ritorno al liberismo e alla sudditanza agli Stati Uniti, a Cuba, paese insospettabile, ci si prepara alla conversione dal socialismo al capitalismo, al ritorno degli americani? Nientemeno che il dialogo con l'attuale amministrazione Usa, la peggiore di tutta la storia?"

    In realtà, questa è l'ennesima manipolazione mediatica ad opera dei mass media egemonizzati dai circoli economici nord americani ed europei occidentali. Murdok e CNN docet, bisognerebbe dire. Nessuno ha udito al telegiornale, men che meno ha letto su un qualsiasi giornale, la notizia che 182 paesi su 190 lo scorso 2 dicembre all'ONU hanno votato contro l'embargo a Cuba? Ovviamente no, perchè tale notizia rappresenta meglio di tante altre quanto debole sia la posizione politica, economica e diplomatica degli Usa nel mondo, e quindi doveva essere assolutamente nascosta. Gli Stati Uniti chiedevano di inasprire ulteriormente l'embargo contro Cuba, e per tutta risposta hanno ricevuto un pressochè, unanime NO. Solo Inghilterra, Israele e qualcosa del Commonwhealt hanno risposto si, da brevi valletti del gendarme internazionale.

    A questo punto Cuba, forte di tale successo diplomatico che si traduce anche in un forte successo economico (ormai quasi tutti commerciano apertamente con Cuba infischiandosene delle minacce di "rappresaglia commerciale" avanzate dagli Usa, in primis paesi in gran crescita come Russia, Cina, Vietnam, e quasi tutto il Sud America; e adesso, dopo il voto del 2 dicembre, altri paesi in più si faranno avanti per stabilire con Cuba relazioni commerciali, attratti dalla sua crescita economica del 9% annuo), consapevole delle forti pressioni provenienti anche dall'interno degli Stati Uniti (molti consorzi agrari, per esempio, sarebbero ben lieti di vendere il loro grano, che non sanno a chi smerciare, a Cuba; molte università ed ospedali statunitensi gradirebbero attivare programmi congiunti con il sistema sanitario cubano, che è uno dei migliori nelle Americhe, e così via) per la rimozione del blocco commerciale, avanza la sua proposta, che suona più o meno così:

    "Cari Stati Uniti, siete stati messi con le spalle al muro alla scorsa seduta dell'ONU; che ne direste se parlassimo un po', finendola una volta per tutte con questa pantomima dell'embargo che vi sta costando pure un bel po' in termini di occupazione ed import export? Preferite perdere il voto di qualche decina di migliaia di coltivatori ed operai americani, le cui aziende trarrebbero beneficio commerciando con noi, oppure preferite perdere il voto di qualche migliaio di esuli cubano in Florida, che con i loro soldi hanno messo su delle belle lobbies sia fra i Democratici che fra i Repubblicani? Non potete permettervi il lusso di bloccare le importazioni di prodotti provenienti da paesi che commerciano con noi: come potreste sostituire, per esempio, le merci provenienti dalla Cina, che è uno dei nostri migliori partner commerciali? Come potreste spiegare ai cittadini americani che, avendo voi giurato di non importare nulla da paesi che commerciano con Cuba, essi non potranno mai più comprare nuove auto, cellulari, computer, per il fatto di avere al loro interno componenti cinesi? Finiamola dunque con questa storia del blocco, ognuno avanzi le sue proposte, ma cerchiamo almeno una soluzione fra gentiluomini".

    Il discorso avanzato dai cubani è sensato ma al tempo stesso molto irritante per l'amministrazione Usa. Il governo americano, a dire la verità, accetterebbe anche di buon grado di finirla con l'embargo a Cuba, proprio per i vantaggi commerciali immediati che ne deriverebbero; ma non può scontentare gli esuli cubani in Florida, nemici giurati del regime di Fidel Castro, che guardacaso sono legati a doppio filo alla famiglia Bush: fu in Florida che si decise che Bush, e non Al Gore, sarebbe stato il Presidente degli Stati Uniti, e sempre in Florida grazie alla lobby dei cubani anticastristi il fratello di John W. Bush potè diventare governatore. Poi ci sono anche altri piccoli problemi: Cuba è un cattivo esempio, esattamente come il Venezuela o la Bolivia, di paese in cui le risorse vengono destinate al popolo anzichè alla grande finanza, insomma, è roba da comunisti. Oggi come oggi, togliere l'embargo a Cuba per gli Usa significherebbe smuovere una serie di pietre che è meglio lasciar ben posate ed adagiate, non si sa mai; potrebbe persino nascervi un terremoto politico.

    Non dimentichiamoci poi che gli Usa, proprio per aggirare qualsiasi rischio connesso ad ogni azioni politica con Cuba, accarezzano la soluzione militare: provocare, in un modo o nell'altro, un'insurrezione o un colpo di Stato contro Castro o chi per lui, e con quella scusa invadere il paese "per riportarlo alla democrazia". Questa operazione ha già un nome: "piano di transizione democratica" per Cuba. Prevede, ovviamente, la soppressione del partito comunista, l'incarcerazione e la messa al bando di tutti i suoi appartenenti, l'epurazione della burocrazia e delle forze armate, la privatizzazione dei servizi pubblici e sociali, a partire dall'energia, le scuole, gli ospedali... Insomma, un "piano di regresso democratico" che oltretutto poggia su basi totalmente sballate, come la storia che l'economia cubana sarebbe in recessione (più 9%, come abbiamo già detto prima), che Cuba appoggerebbe i principali movimenti terroristici sudamericani (ed è interessante notare come il Dipartimento di Stato in questa nota si riferisca proprio ai governi socialisti del Venezuela e della Bolivia, e ad operazioni "terroristiche" come Yo Puedo, che ha permesso a milioni di venezuelani, boliviani, ma anche messicani ed argentini, di imparare a leggere e scrivere, oppure Operacion Milagro, che ha consentito di operare di carattere decine di migliaia di cittadini del Salvador, del Suriname, del Venezuela, della Bolivia, di Haiti, negli ospedali cubani; si, vengono considerate "terroristiche" perchè aumentano il prestigio e la stima del governo cubano da parte dei cittadini sudamericani, e automaticamente fanno calare l'immagine degli Stati Uniti nella regione).

    Cuba non è dunque stupida nel proporre un dialogo agli Stati Uniti: sa bene che non c'è nulla da guadagnare nell'intavolare un dialogo con una potenza che giorno e notte sogna soltanto la sua distruzione. Lo fa perchè vuole mettersi dalla parte della ragione e porre gli Usa dalla parte del torto; Cuba facendo così è come se dicesse: "Cosa ci posso fare se gli Stati Uniti mi minacciano? Io da parte mia ho fatto tutto quello che era possibile: c'ho persino dialogato!". A questo punto gli Usa non potranno più dire d'essere loro i "democratici" nella regione, ma si ritroveranno del tutto smascherati e riconosciuti per gli imperialisti che sono.

    Cuba ha dalla sua un immenso successo diplomatico e politico derivatole dal voto del 2 dicembre scorso all'ONU, e che le vittorie di Correa e di Chavez in Sud America non possono far altro che rafforzare, e con la proposta "di dialogo" avanzata nei giorni scorsi da Raul Castro ha dimostrato la sua intenzione non soltanto di tener ben vivo questo successo, ma di accrescerlo ulteriormente dimostrando al resto del mondo quanto imperialista e antidemocratica sia l'attuale amministrazione statunitense.
    December 05

    Trionfa Chavez: è la vittoria di tutta l'America Latina

    La settimana che abbiamo appena vissuto è destinata a diventare storica per l'America Latina: in soli sette giorni, in due paesi importantissimi per l'economia della regione sudamericana, si sono consumate due brucianti sconfitte per le destre filo-americane e neoliberiste che per vent'anni hanno dominato dal Messico alla Terra del Fuoco. In Ecuador Rafael Correa ha vinto contro il suo rivale Noboa col doppio dei voti, e ha subito annunciato l'intenzione di buttar fuori dal paese l'esercito americano, che occupa una delle più importanti basi militari Usa all'estero, e con loro la compagnia petrolifera Oxy, nota per i metodi spregiudicati con cui ha spogliato l'Ecuador delle sue ricchezze e lo sfruttamento vergognoso sugli Indios. E ieri, in Venezuela, Chavez ha trionfato per la dodicesima volta consecutiva, con il 61,35% dei voti (pari a 5.936.141 voti) contro il 38,91% (pari a 3.715.292 voti) del suo rivale Manuel Rosales, in un crescendo che continua dal '98, quando vinse con un margine di vantaggio sulla destra di soli 800.000 voti. Al momento in cui erano stati emessi questi dati, solo il 78,31% dei voti era già stato scrutinato; stando alle ultime notizie, il vantaggio di Chavez si allargherebbe ulteriormente passando dai 2 ai quasi 3 milioni di voti.
     
    La crisi dell'opposizione, di fronte a questa costante emorragia di voti, è stata resa palese dinanzi a tutto il mondo: e pensare che questa avrebbe dovuta essere l'occasione buona, per i neoliberisti dell'opposizione, per dare una spallata al leader della Rivoluzione Bolivariana. Washington aveva mandato il meglio dei suoi sofisticatori di dati elettorali e di esperti di marketing, allo scopo di alimentare il "colpo di Stato elettorale" che serpeggiava nell'aria nei giorni scorsi. La PSB aveva diffuso sondaggi in cui Rosales appariva in parità con Chavez, e il candidato delle destre aveva denunciato a destra e manca vari episodi di manipolazione del voto. Ma di fronte a un vantaggio di quasi 3 milioni di voti per Chavez, i sondaggi della PSB sono caduti nel ridicolo e rimangono oggi come pallido ricordo di una strumentalizzazione politica fortunatamente mai nata; quanto alle denunce di Rosales, egli stesso ha dovuto rimangiarsele e smentirle dopo che tutti gli osservatori internazionali avevano riconosciuto la sicurezza del voto e il rispetto per le regole democratiche nelle elezioni presidenziali venezuelane: il che impedisce alla destra adesso di additare Chavez come sofisticatore del voto a proprio vantaggio.
     
    Le ripercussioni della vittoria di Chavez sono state immediate un po' in tutti gli angoli del mondo, ma è soprattutto in America Latina che essa ha ricevuto l'accoglienza più calorosa: il presidente del Salvador (sandinista anch'esso come Ortega del Nicaragua) ha detto che la riconferma di Chavez non è stata soltanto una vittoria per il Venezuela, ma per tutta l'America Latina. Felicitazioni sono giunte dalle cancellerie di Nicaragua, Spagna, Bolivia, Argentina, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador e Iran; le opposizioni patriottiche e di sinistra di Perù e Guatemala si sono unite commentando anch'esse entusiasticamente la riconferma di Hugo Chavez Frias. Infine anche l'Organizzazione degli Stati Americani ha espresso la propria soddisfazione.
     
    E' veramente una settimana memorabile per il Sud America: nel giro di sette giorni, per due volte i candidati delle destre, Noboa in Ecuador e Rosales in Venezuela, appoggiati dagli Stati Uniti, dal neocolonialismo spagnolo del Grupo Prisa e dal sistema mediatico mondiale, si sono fermati alla metà dei voti dei loro avversari di sinistra, Chávez e Correa. È un disastro matematico. Tra dittature militari e neoliberismo in mezzo secolo le società latinoamericane hanno raddoppiato il numero di esclusi ed emarginati, passati da un terzo a due terzi e che oggi non credono più alla retorica del neoliberismo fallito e sputtanato. Nessuno dei ceti popolari in America Latina crede più alla balla, ancora oggi ripetuta da tanti insigni guru del capitalismo globale, secondo la quale chiudere scuole e ospedali e ridurre le tasse ai ricchi sia la miglior maniera per aiutare i poveri. Ancora ieri il Fondo Monetario Internazionale ordinava di chiudere scuole, mense infantili, ospedali, privatizzare pensioni e servizi sociali e i governanti eseguivano, come tanti vicerè neocoloniali: più impresa e meno Stato, più precarietà e meno servizi pubblici, più privatizzazioni e più poveri. Come non ricordare autocrati come Alberto Fujimori, Carlos Ménem, Carlos Andrés Pérez, Color De Mello? Tutti furono eletti con voti di sinistra (Pérez fu perfino vicepresidente dell’Internazionale Socialista) ma, in politica economica e non solo, non si distinguevano granchè da Augusto Pinochet Ugarte (che ormai è alle soglie dell'Inferno: davvero sembrerebbe che in America Latina si stia concludendo un'era).
     
    Ma ciò che più ci deve colpire in queste elezioni venezuelane è il cambiamento del linguaggio politico: il ventennio neoliberale (meglio ancora sarebbe dire neoliberista, visto che di liberale vi fu poco), per il quale il genocidio delle dittature fu necessario e propedeutico, è finito. Ed è finito il 3 dicembre 2006 con Manuel Rosales. Se infatti fino allora la parte sinistra dei sistemi politici bipolari per vincere si vedeva obbligata a parlare ed operare come la destra, da oggi è quest’ultima a parlare (quanto ad operare, è tutto un altro paio di maniche) cercando di imitare un discorso politico di sinistra. Proprio Manuel Rosales, il candidato delle destre sconfitto in maniera durissima da Hugo Chávez ne è un perfetto esempio. E’ un golpista dell’11 d’aprile 2002, uno di quelli che si fece fotografare con l’effimero dittatore Carmona nel palazzo di Miraflores, in quelle 48 ore in cui il Venezuela sembrava tornato indietro di dieci anni dopo che Chavez era stato rinchiuso in una base militare su ordine telefonico della Casa Bianca. Ma il suo discorso è stato depurato da qualunque parola d’ordine della destra economica (e ovviamente anche qualunque riferimento al passato di golpista è stato accuratamente cancellato). Gli "spin doctors" mandati dagli Stati Uniti lo hanno trasformato in un socialdemocratico, uno di quegli statalisti impresentabili e indigesti per la buona società che si riunisce a Davos. Nel frattempo gli editoriali dei quotidiani di destra, dall’Universal al Nacional, si sono riempiti di affermazioni paradossalmente pietose: “è insopportabile che in Venezuela ci sia un terzo di popolazione in estrema povertà”. Peccato che lo abbiano scoperto solo adesso e soprattutto che dimentichino che prima di Chávez in povertà estrema vivevano due terzi dei venezuelani. Oggi i poveri in Venezuela sono dimezzati, proprio grazie alla politica di Chavez di nazionalizzare l'industria petrolifera e di usarne i proventi per le politiche sociali, e sono protagonisti attivi della democrazia partecipativa che è nella Costituzione del paese.
     
    Anche se Rosales si presenta come un moderno socialdemocratico che prende i voti della destra golpista, la differenza tra Chávez e Rosales resta abissale. Mentre dal basso il movimento bolivariano usa lo Stato, e soprattutto l’impresa pubblica petrolifera PDVSA, per generare diritti, inclusione e sviluppo, il programma di Rosales prometteva di usare lo Stato per creare un clientelismo che ricorda da vicino quello della destra monarchica di Achille Lauro, che regalava ai sottoproletari napoletani la scarpa destra prima delle elezioni, con la promessa che la scarpa sinistra sarebbe stata consegnata ad elezione avvenuta. Il punto centrale del programma sociale di Rosales, “Mi negra” (già il nome è indiscutibilmente razzista) ha distribuito in piena campagna elettorale 2.5 milioni di carte di credito (la scarpa destra, appunto) a cittadini poveri. La carta di credito sarebbe stata attivata (la scarpa sinistra, stavolta) ad elezione di Rosales avvenuta. Questa avrebbe concesso ai poveri l’inalienabile diritto umano a diventare clienti di banche private, e avrebbe girato direttamente nelle loro tasche i soldi che sarebbero serviti per pagare i servizi privatizzati che oggi con Chávez ricevono gratuitamente.
     
    Ci vuole molto cinismo per accusare Chávez di assistenzialismo per aver dato impulso alla costruzione, da zero o quasi, di sistemi sanitari e scolastici pubblici. Ma bisogna essere in malafede per non accorgersi del gioco sporco e del trasferimento di risorse pubbliche dai poveri (che sarebbero stati comprati con l'illusione di ricevere contante) all’impresa privata dietro iniziative come “Mi negra”. Il cambio di discorso di Rosales, che non è stato creduto ed è stato polverizzato elettoralmente da Chávez, testimonia una svolta epocale. Chávez, i molti Chávez dell’America Latina, quelli già al governo e quelli che ancora mancano all’appello, a partire dal Messico, non sono una meteora. E il discorso neoliberale non compra più nessuno. Adesso si tratta solo di aspettare un ravvedimento dei nostri media, che continuano a propinarci un Rosales ex golpista come rappresentante dell'opposizione democratica, e un Chavez democraticamente eletto come presidente golpista reo, nientemeno, di usare il petrolio per il proprio popolo anzichè per la parte ricca della società.
     
    Nessuno crede più ai neoliberisti, ma soprattutto nessuno si fa più gabbare dai loro tranelli tesi a gettare nell'ingovernabilità e nell'instabilità un paese attraverso falsificazioni e violenze; come ha detto in uno spagnolo comprensibilissimo Prensa Latina, l'agenzia di tutti i paesi latini americani: "La afluencia de los venezolanos este domingo a los comicios, en el que resultó reelecto el presidente Hugo Chávez, evidencia hoy que la violencia y los rumores quedaron sepultados en la nación sudamericana".

    December 02

    Il Venezuela a due passi dall'Inferno: scatta il Piano Alcatraz

    (Nella foto: Chavez parla al vertice ONU)
     
    Domani, 3 dicembre 2006, il Venezuela assisterà alle elezioni presidenziali sullo sfondo di una lotta di potere senza precedenti. I settori della società mobilitati nello scontro elettorale sanno benissimo quale sia la posta in gioco: si tratta di scegliere tra Hugo Chavez Frias e il continuamento della sua Rivoluzione d'Indipendenza Bolivariana, oppure ritornare come il Messico o la Colombia sotto l'influenza Usa scegliendo il leader dell'opposizione Manuel Rosales. A differenza di precedenti esperienze politiche sudamericane, tempestivamente stoppate e frustrate dagli Usa, come quella di Jacopo Harbenz in Guatemala nel 1951 o di Allende in Cile nel 1973, il processo bolivariano ha fruttato immediati progressi sociali e di quella longevità che gli ha consentito di attecchire e radicarsi profondamente non soltanto nella società venezuelana, ma in tutta l'America Latina. Per gli Usa il governo bolivariano di Chavez in Venezuela è un macroscopico esempio di disobbedienza civile e politica al dominio statunitense nella regione latinoamericana e in tutto il Terzo Mondo: più tempo egli rimarrà al potere, maggiore sarà il numero dei paesi tentati dal seguirlo, pensando di poterla fare franca come lui. Chavez parla a nome di una vastissima maggioranza silenziosa che comprende tutti i paesi non allineati e del Terzo Mondo, attraverso un nuovo e originale alfabeto politico che unisce le riforme sociali al revanchismo nazionale e alla tutela della sovranità dello Stato, una formula politica che trova accoglienza positiva in tutti i paesi finora oppressi dal neocolonialismo del quale gli Usa sono i principali beneficiari.
     
    Sconfiggere Chavez attraverso l'arma elettorale, lo abbiamo già detto, è scientificamente impossibile; mai il popolo venezuelano, abituato da sempre a vivere nella povertà e nell'ignoranza alle quali era stato costretto dalle élites dominanti filospagnole prima e filoamericane poi, accetterebbe di perdere il benessere che oggi sta raggiungendo grazie alle politiche bolivariane, e di disconoscere questo modello votando contro Chavez e a favore di un ignoto esponente delle classi latifondiste della capitale quale è Rosales. Per questa ragione gli Usa hanno messo in atto una nuova offensiva che comprende l'utilizzo di qualsiasi mezzo possibile: il Piano Alcatraz.
     
    Se da una parte gli Stati Uniti patrocinano la lettera di partecipazione elettorale o "via democratica" incarnata da Manuel Rosales, governatore dello stato di Zuilia, al confine della Colombia, in cui si addestrano le squadre paramilitari colombiane assistite dai marines americani che periodicamente devastano le campagna venezuelane uccidendo decine di contadini, dall'altra essi portano avanti questo piano che comprende:
    1) il raggiungimento di almeno cinque milioni di voti da parte dell'opposizione golpista venezuelana (quella responsabile del golpe da operetta del 2002);
    2) la rinuncia di Rosales non appena saranno resi noti i risultati elettorali, ovviamente vittoriosi per Chavez;
    3) la denuncia mediatica, resa possibile dal fatto che quasi tutte le principali emittenti nazionali sono filoamericane, di finti brogli elettorali;
    4) le azioni terroriste, principalmente al confine con la Colombia, e le mobilitazioni di strada conosciute come "guarimbas", che anticiparono il golpe dell'aprile 2002 e si ripeterono nel 2003 per sospendere la riaffermazione del mandato che confermò la pratica democratica, unica al mondo, del referendum revocatorio, effettuabile a metà del mandato di tutti i funzionari eletti.
     
    Con questo insieme di azioni, in cui Chavez ha ravvisato l'intento di uccidere la sua persona, gli Usa di concerto con l'opposizione venezuelana cercano di abbattere la Rivoluzione Bolivariana, in un momento elettorale che è cruciale per il Venezuela: se cadesse Chavez, infatti, per la caduta di personalità come Morales, Ortega o Correa, o addirittura lo stesso Castro, sarebbe solo questione di tempo.
     
    La polemica dell'America Latina e dei paesi del Terzo Mondo nel confronto del dominio statunitense si sta facendo sempre più serrata e senza esclusione di colpi. Al vertice ONU del 2 dicembre scorso il delegato cubano ha presentato per l'ennesima volta la richiesta di abbattere l'embargo a Cuba, ottenendo 182 voti favorevoli. Ma nel frattempo gli Usa continuano a perfezionare la loro strategia segreta per provocare un colpo di Stato a Cuba e successivamente invadere il paese per assistere alla "transizione democratica". Colgo quindi l'occasione per quanti potranno leggere questo intervento, di aderire alla petizione contro i tentativi di violazione della sovranità di Cuba da parte del governo americano: