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    December 28

    Morta Benazir Bhutto: in Pakistan non cambia niente



    Rawalpindi, 27 dicembre 2007: mentre parla ai suoi simpatizzanti durante un comizio politico, la figlia dell'ex premier Alì Bhutto, ucciso nel '79 dal generale golpista Zia Ul Aq, segretaria del Partito del Popolo del Pakistan, segue la sorte del padre e muore in un attentato. Una bomba crea il panico e solleva fumo e polvere, offuscando la visuale alle persone presenti e alle telecamere; quasi contemporaneamente si odono dei colpi d'arma da fuoco. Quando le nebbie si diradano e la folla vince il proprio panico, ci si accorge che a terra giace Benazir. Morta.
    Il governo viene immediatamente chiamato in causa, non fosse altro per la "professionalità" con cui l'attentato è stato svolto e per le "note" antipatie fra Benazir e l'ormai ex Generale Perwex Musharraf. Niente da dire sulla capacità di Al Zahawiri e della filiale di Al Kaeda da lui guidata di organizzare un attentato fatto bene come quello di ieri a Rawalpindi; ma conoscendo la storia del Pakistan, fatta di complotti militari e servizi segreti deviati, la tentazione di pensare che l'ISI (la CIA pakistana) c'abbia messo la zampino è irresistibile. E non è nemmeno un'ipotesi del tutto peregrina.
    Il governo ha subito espresso la propria costernazione per la morte della rivale, rientrata in Patria nell'ottobre scorso proprio con l'intenzione di chiudere il capitolo Musharraf, o affrontandolo e vincendolo, oppure dialogandoci insieme per dar vita ad una maggioranza nuova che escluda i fondamentalisti islamici. C'è chi, in questa costernazione, ha visto un sentimento sincero, o perlomeno obbligatorio, per così dire di circostanza, e chi invece lo ritiene solo una messinscena da parte del solito Musharraf che ringrazia il Cielo per aver superato pure questa nuova burrasca. Anche in questo caso entrambe le ipotesi possono essere vere e, aggiungerei, persino complementari.
    Quello che dobbiamo aver ben chiaro è che Benazir Bhutto non è rientrata in Pakistan per fare una visita ai parenti, nè perchè a Dubai o a Londra le avessero detto che l'ospite è come il pesce e dopo tre giorni puzza. Fino a pochi mesi fa se n'è stata in esilio perchè era una persona politicamente morta e finita, al pari del suo vecchio rivale Nawaz Sharif: due personalità politiche di indubbio spessore, ma spazzate via dal colpo di Stato militare del '98 che aveva posto Musharraf ai vertici del Pakistan. Entrambi sono rientrati in Patria perchè anche Musharraf ormai aveva fatto il suo tempo, gli americani non lo ritenevano efficace come aveva promesso d'essere e, soprattutto, stava ripetendo l'ennesimo errore del suo predecessore Zia Ul Aq (anch'esso sostenuto e poi abbattuto dagli americani, nell'arco di un decennio): allearsi con i fondamentalisti dopo averli usati. Il Dipartimento di Stato Usa, con alla testa Condoleeza Rice, avrebbe voluto un "uomo forte" che, dopo aver sguinzagliato i fondamentalisti in India e in Afghanistan, una volta raggiunti gli obiettivi li sopprimesse: nulla di nuovo sotto il sole, è la medesima strategia che gli inglesi applicarono con i Sikh proprio ai tempi della conquista di India e Pakistan.
    Insomma, si profilava la possibilità di rimpiazzare Musharraf; bastava solo vedere come e quando. E così sono ritornati in campo i soliti sponsor della politica pakistana: da una parte gli statunitensi che hanno mandato avanti la Bhutto, un tempo persona ad essi poco gradita (e questo fa riflettere su come cambino le persone e le alleanze con il tempo: pensate all'OLP in Palestina, un tempo "bestia nera" per Kissinger e oggi unico interlocutore riconosciuto dalla Casa Bianca nella zona, visto che nel frattempo s'è affermata Hamas), dall'altra i sauditi con Nawaz Sharif. La Bhutto doveva recuperare il vecchio progetto americano di pacificazione dell'Afghanistan (in parole povere avrebbe dovuto fare la guerra nell'Indukush al posto degli americani, che ormai non ne possono più) per farvi passare le pipelines attraverso le quali condurre fino all'Oceano Indiano il petrolio uzbeko; Sharif invece doveva rafforzare il Pakistan nei confronti dell'Iran, potenza in ascesa e grande padrino degli Sciiti in tutta l'area del Golfo. Si tratta di due progetti apparantemente compatibili, ma a svelare dove sta il trucco c'è la differenza con cui il regime di Musharraf ha represso i suoi due rivali. Benazir Bhutto ha ricevuto un trattamento di gran lunga migliore di Nawaz Sharif, che ha rischiato l'arresto e l'espatrio forzato fin dal primo momento che è ritornato in Patria, e successivamente negli scontri avvenuti durante le elezioni è stato posto per due volte agli arresti. Benazir Bhutto ha ricevuto solo gli arresti domiciliari, subito dopo revocati, a dimostrazione che il regime teneva nei suoi confronti un atteggiamento ben più morbido. Che cosa significa tutto questo?
    Significa che per gli Stati Uniti Musharraf è un alleato recuperabile, così come lo era Saddam prima che decidesse di invadere il Kuwait; e la Bhutto non è stata fatta ritornare in Pakistan unicamente per sostituirlo, ma anche e soprattutto per aiutarlo politicamente, offrendogli l'alleanza con il PPP in alternativa ai fondamentalisti. Non dimentichiamoci che quest'ultimi sono assai più vicini a Sharif, e se Musharraf avesse dovuto allearsi con loro il Pakistan sarebbe decisamente uscito dall'orbita americana per entrare in quella saudita: un fatto indubbiamente nuovo nella geopolitica della regione, e foriera per gli Usa di cattivi presagi. I vecchi alleati nel Medio Oriente, dall'Arabia Saudita alla Turchia, sono ormai tutti in rivolta e non si fidano più del modo di giocare del loro partner d'oltre Oceano; hanno capito che quando gli americani giocano in Medio Oriente, sono disposti anche a sacrificare gli interessi dei loro alleati, turchi, egiziani, sauditi o giordani che siano. E questo alle (una volta) fedeli cancellerie mediorientali non va giù. Contro la Turchia gli Usa finanziano e fomentano il PKK, partito un tempo marxista e antiamericano; contro il Pakistan e l'Arabia Saudita cosa faranno? La prima mossa è stata quella di appropriarsi di una vecchia nemica come la Bhutto, ma a quanto pare il piano è fallito; il destino del PPP in questo frangente è difficilmente prevedibile. Può darsi che Musharraf si trovi costretto a difenderlo, ma a che pro? Solo il carisma di Benazir Bhutto poteva rendere accettabile ai militanti del PPP un'alleanza con Musharraf, da essi tanto malvisto; ma adesso sarà difficile che il PPP possa presentarsi seriamente come un'alternativa al fronte fondamentalista. Tuttavia un'alleanza con i fondamentalisti potrebbe rappresentare un'anticamera al ritorno di Sharif al governo, ma soprattutto un aumento esponenziale dell'influenza saudita nel Pakistan, allo scopo di fare di Islamabad una potenza anti-sciita e anti-iraniana; e anche questa possibilità non affascina affatto Musharraf, che sogna di passare alla storia come il nuovo Ataturk. Non dobbiamo dimenticare che il Pakistan è uno dei paesi con la più grande minoranza sciita al suo interno; collocarlo contro l'Iran significherebbe ripetere per la seconda volta l'errore iracheno. Anche l'Iraq, con una fortissima componente sciita al suo interno, fu mandato dagli americani contro l'Iran, paese totalmente sciita; fu una lotta fratricida che destabilizzò enormemente l'Iraq, la cui unità venne salvata solo dalla residua forza del regime baathista; il crollo di quest'ultimo, nel 2003, ha determinato l'implosione politica e sociale del paese. Se ciò capitasse in Pakistan (dove la popolazione è di 150 milioni contro i 25 dell'Iraq) sarebbe una tragedia sei volte più grande; a tacere poi delle armi nucleari e dei relativi segreti, che potrebbero finire in mano a chiunque. L'Arabia Saudita, per tutelare la propria sicurezza dinanzi all'espansionismo sciita nel Golfo sostenuto dall'Iran, sarebbe disposta ad accettare un simile rischio?
    Tutto questo serve a dimostrare che cercare di pacificare il paese rivitalizzando le vecchie personalità della Guerra Fredda non ha molto senso, proprio com'è avvenuto in Palestina. Bisogna discutere con i protagonisti nuovi, ma soprattutto accettare il fatto che gli Stati Uniti, come superpotenza mondiale, hanno fatto il loro tempo e non riescono più ad influenzare il corso della vita politica di altri paesi. Solo coinvolgendo le potenze della regione, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India, si potrà trovare una soluzione ai drammi afghani e pakistani. Non ci saranno vie d'uscita senza il coinvolgimento del Trattato di Shangai, che riunisce proprio tutte queste potenze; che piaccia o no a Londra o Washington, le cose stanno così. La Spagna e il Portogallo hanno dovuto mollare le loro colonie, seguite poi dalla Francia e dall'Inghilterra; il potere non lo si conserva per sempre. Nessun impero è mai stato eterno, men che meno è riuscito ad imporre per sempre la propria volontà su un popolo o un territorio. Tutti, anche i più potenti, sono costretti ad essere sconfitti, e India e Pakistan insegnarono già questa lezione agli inglesi ai tempi del Mahatma Ghandi. Solo finendola con l'immischiarsi nelle faccende altrui e favorendo piuttosto il dialogo fra comunità e Stati limitrofi sarà possibile risolvere i conflitti che dilaniano interi continenti.
    E' questo l'unico modo perchè le cose in Pakistan cambino per davvero; altrimenti non cambierà niente, e se non potrà essere Benazir a fare l'autocrate vorrà dire che continuerà Musharraf a farlo, oppure sarà Sharif o qualcun altro ancora, magari uscito dalle fila dell'esercito.
    December 24

    Auguri di buone feste

    A tutti coloro che passeranno di qui rivolgo i miei auguri di buone feste.
    December 05

    Iran. Ma va'! Adesso la CIA dice che... (più Google)

    (Premessa che ha del clamoroso ma, a pensarci bene, nemmeno troppo: sono andato or ora su Google a cercare un'immagine di Ahmadinejad per pubblicarla in questo intervento ma, sorpresa!, non ce n'era neanche una. Dopo aver rimosso il sito ufficiale della resistenza irachena, www.uruknet.org, dalla sua lista, Google per fare un nuovo piacere ai padroni ha tolto anche le immagini del presidente iraniano. Siccome non ho voglia di andare a cercare un altro motore di ricerca per reperire una foto, vorrà dire che questo intervento verrà pubblicato senza immagini. Pazienza!)

    Torniamo a bomba all'argomento: la CIA ha detto che l'Iran ha smesso di portare avanti i piani per il nucleare militare fin dal 2003. Questo permette alla Casa Bianca di giustificare il suo mancato intervento contro l'Iran; infatti, dopo numerose minacce, preparazioni belliche con dislocamento della flotta nel Golfo e così via, a Washington si erano resi conto che allargare il conflitto era un'opzione impossibile. Perchè i soldi non bastavano, anzi il debito pubblico statunitense si fa sempre più pressante; perchè l'esercito Usa è in pieno disfacimento, con le diserzioni che aumentano giorno dopo giorno, nessuno più che vuole arruolarsi e l'aumento dei suicidi fra i reduci dalla guerra in Iraq. Infine, perchè nel Consiglio di Sicurezza ONU siedono due super potenze, Russia e Cina, che tanto vedono crescere la loro importanza nel mondo quanto gli Usa la vedono diminuire. Insomma, morale della favola gli Usa hanno dovuto rinunciare al proposito di muovere guerra all'Iran, e per evitare che a Teheran se ne facessero troppo vanto hanno tirato fuori la scusa che non ce n'era più bisogno. La lezione irachena, con tutto quello che è successo a Saddam e al regime baathista, è servita agli iraniani che, proprio in quel 2003, avrebbero interrotto i piani militari. Ma guarda un po'! Gli americani in questo modo hanno preso due piccioni con una fava: hanno ridato smalto alla loro teoria che la guerra in Iraq sarebbe funzionata come un "colpirne uno per educarne cento" e al tempo stesso hanno giustificato la loro incapacità di portare avanti la "guerra al terrore". Peccato però che non ci creda nessuno, salvo la solita stampa asservita che, a furia di raccontarla a tutti 24 ore su 24, alla fine riuscirà ad entrare nelle menti di tanta opinione pubblica distratta. Nel 2003 il famoso "dossier iraniano" tanto sbandierato dalla Casa Bianca non esisteva ancora; al contrario, impegnati tutti com'erano a Washington con la guerra contro l'Iraq, l'amministrazione Bush si diceva fiduciosa che a Teheran avrebbero subito capito l'antifona deponendo le armi. E, al di là di ogni considerazione, giova ripetere che il progetto nucleare iraniano è solo relativo al nucleare civile e non a quello militare, come l'AIEA stessa dimostra quotidianamente (è la stessa AIEA a cui Israele proibisce di visitare il sito di Dimona, nel deserto del Negev, dove vengono custodite più di 200 testate atomiche, la stessa AIEA non riconosciuta dagli Stati Uniti; chissà perchè sempre questa legge dei due pesi e delle due misure). Tuttavia non c'è nessuno, nè in sede politica nè tantomeno a livello informativo, che lo riconosca e lo affermi; al contrario, tutti a dire che l'Iran vuole i missili a testata nucleare per attaccare Israele. Per Israele sarebbe la giustificazione ideale per attaccare l'Iran, grazie allo spalleggiamento degli Usa, e soprattutto regolare definitivamente i conti con gli Hezbollah in Libano, alleati del regime degli Ayatollah. Ma adesso? Diciamocelo oggettivamente: Usa e Israele, e i loro vassalli europei, hanno fatto una ben magra figura ad alzare sempre i toni in tutti questi anni, a far minacce e a preparar guerra, se poi sono costretti a dire che da quattro anni in Iran il progetto per il nucleare militare (che oltretutto non è mai esistito, ma questo guai a dirlo) è sospeso. D'altronde, dire che la guerra contro l'Iran non si poteva fare perchè l'esercito e il paese non ce la fanno più, e la Russia non vuole, sarebbe l'ammissione della propria sconfitta. Meglio evitare.
    December 03

    Due voti a confronto, così per capire meglio il mondo



    Il voto di ieri in Russia è stato presentato come il duello all'ultimo sangue tra il bene e il male, Kasparov e Putin. Peccato che tale dicotomia si discosti molto dalla realtà, e diciamo anche dal senso delle proporzioni. L'unica cosa che può rendere Kasparov simpatico a noi occidentali è il fatto di trovarsi sul libro paga del Dipartimento di Stato Usa (e a questo punto è lecito chiedersi per quanto tempo ancora, visto che finora non ne ha azzeccata una); per quanto riguarda tutto il resto, con il suo 2% di elettorato difficilmente può rappresentare un'alternativa a Russia Unita, il partito del presidente Putin, così come nei confronti di qualunque altra formazione politica russa caratterizzata da una certa consistenza elettorale (il Partito Comunista di Ziuganov, la sinistra nazionalista Rodina, i liberaldemocratici ultranazionalisti di Zirinowskij, e pochi altri). Il fatto che il suo partito non abbia figurato nelle schede elettorali non ha quindi inciso particolarmente sugli equilibri elettorali russi; del resto Kasparov non ha fatto molto per impedire che ciò avvenisse, anzi ha preferito gonfiare la notizia per guadagnarsi tanta pubblicità gratuita sul lungo termine, al punto che in televisione era il terzo personaggio politico russo più presente prima di tanti altri che hanno un pacchetto di voti ben più cospicuo. Le irregolarità a danno di Kasparov c'erano, e il signorino non ha fatto nulla per rimediarle, preferendo il bacio in bocca con le telecamere della stampa piovuta in Russia da tutto il mondo. D'altronde qualcosa di simile si vide anche qui in Italia, durante le regionali 2005, con la lista della Mussolini esclusa dal voto in Lazio per una storia di firme false... Per quanto riguarda gli alleati di Kasparov, poi, essi condividono con lui i numeri elettorali assolutamente marginali, i programmi inattuabili e sgraditi alla maggior parte dell'elettorato russo, nonchè il fatto di dipendere dall'assegno di mantenimento inviato dalla Casa Bianca. Si pensi ai Nazional-bolscevichi di Limonov, che invocano un giorno sì e un giorno no la caccia all'omosessuale e nel frattempo accusano Russia Unita di scarsa sensibilità ai diritti umani... Difficilmente i cittadini russi, dopo aver assistito allo scempio che è stato fatto del loro paese proprio da uomini come Kasparov e i suoi amici rivoluzionari della domenica, accetteranno di consegnare la Russia a uomini di tale stampo; sanno che dietro di loro ci sono gli Stati Uniti, e i grandi interessi economici dell'Occidente, e non accetteranno mai che si compia un simile tradimento ai danni della patria. I russi hanno subito Eltsin, hanno già dato. Ecco perchè Russia Unita ha vinto con oltre il 60% dei voti.




    In Venezuela invece il tanto atteso referendum, che avrebbe dovuto portare al cambiamento di molti articoli della Costituzione Bolivariana per rafforzare il processo socialista del paese, ha visto la vittoria del no. Certo, è stata una vittoria risicata, 50,5% contro 49,25%, ma è pur sempre un evento significativo. Per la seconda volta Chavez subisce una sconfitta, sia pur temporanea, nei 9 anni di governo del Venezuela. La prima sconfitta fu il tentato golpe di Pedro Carmona nel 2002, voluto dalle opposizioni e appoggiato da Usa e Spagna, risoltosi nel giro di due giorni nel ritorno di Chavez al potere per volere popolare. Questa è la seconda sconfitta, anch'essa temporanea, molto più tenue rispetto alla prima anche perchè non mette comunque in discussione il lavoro già fatto finora dal governo bolivariano. Ma è un dato di fatto che le infiltrazioni della CIA in Venezuela, denunciate da Chavez nei giorni scorsi, hanno avuto l'esito sperato dall'opposizione capitalista venezuelana e dai suoi protettori ispanoamericani. Chavez era stato rieletto lo scorso anno, con oltre il 60% dei voti, proprio sull'onda del progetto di trasformazione socialista del paese latinoamericano; la vittoria del referendum era quindi nè più e nè meno che una formalità, da svolgersi nel rispetto della Costituzione. Se si è verificato questo intoppo è perchè evidentemente la strategia di boicottaggio del Socialismo del XXI Secolo, che i nemici di Chavez hanno cominciato ad attuare fin dal primo giorno della sua rielezione, sta ormai iniziando a dare i suoi primi frutti. A questo punto è importante che il Venezuela insieme ai suoi alleati rafforzi l'opposizione alle insidie del capitalismo settentrionale, accelerando i progetti socialisti nazionali ed internazionali fino al punto di renderli completamente irreversibili. Ci siamo già, a dire il vero; ma è importante andare ancora più avanti, perchè gli ultimi colpi di coda dell'agonizzante gestione Bush non si trasformino nei primi segni di declino del grande sogno socialista latinoamericano. Forse esagero con le parole; più che di declino sarebbe bene parlare di malattia passeggera. Ma è proprio durante questi momenti che gli avvoltoi del capitalismo internazionale se ne approfittano per portare a casa i risultati agognati; lo abbiamo già visto tante volte, in tanti paesi. Il Socialismo è fatto per gli uomini e dipende dagli uomini; se quest'ultimi si sono formati sotto il capitalismo, lo sfruttamento e il consumismo, continueranno ad essere facili prede per i predatori capitalisti. Ecco perchè questa fase transitoria è particolarmente delicata e richiede i massimi accorgimenti... Chavez era consapevole del gioco a cui stava giocando, ma non poteva fare altrimenti, e questa è la sua principale giustificazione. Sapeva che l'essere stato estromesso dall'elezione ad un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU avrebbe significato, nel lungo termine, rendere indifeso il Venezuela agli attacchi dei capitalisti nord americani proprio nel momento culminante della sua trasformazione in chiave socialista. Ecco, se il Venezuela avesse avuto quel seggio all'ONU, oggi il referendum sarebbe stato vinto, perchè Chavez avrebbe potuto in sede internazionale denunciare le manovre che si operavano ai danni del suo paese, e neutralizzarle. Non essendo avvenuto ciò, si è trovato a correre uno dei più grandi rischi di tutta la sua carriera politica. Ma ciò non ha importanza; il processo democratico che è stato bloccato nel referendum dai nemici interni ed esterni continuerà per le vie ad esso più congeniali, attraverso i comizi comunali, e le forme di democrazia dirette previste dalla Costituzione Bolivariana. Ci vorrà più tempo, ma il processo sarà comunque inarrestabile; perchè forti della lezione appena ricevuta, i socialisti e i rivoluzionari del Venezuela e di tutta l'America Latina sapranno far mangiare nuovamente la polvere ai capitalisti del nord. C'è una piccola isola, a poche miglia dalla Florida, che dal lontano 1959 resiste ad ogni tentativo di violazione della sua sovranità, ed ha visto il sogno socialista espandersi oltre i propri confini, proprio in quei paesi nei quali la dittatura fascista e il neoliberismo della scuola di Chicago sembravano destinati a regnare per sempre. Il suo esempio è il faro per tutta l'America Latina, e sappiamo benissimo che il Venezuela, allievo più promettente fra tutti quanti, non si lascerà scalfire dalle velleità imperialiste di un mondo capitalista ormai in declino.