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    5월 30일

    Commentiamo insieme il risultato delle ultime amministrative

    Lasciatemi prima di tutto mettere le mani avanti: l'obiettivo è stato centrato.
    Nessuno si illudeva - facendo oggettivamente i conti di quali fossero i rapporti di forza in quelle realtà territoriali - di poter vincere, o addirittura stravincere, a Milano o in Sicilia. Ma che il paniere di voti del centrodestra si riducesse significativamente, come di fatto è avvenuto, mentre i consensi nei confronti del centrosinistra aumentavano, questo si. E puntualmente è questo che si è verificato, a Milano come in Sicilia.
    Il centrodestra insomma ha mantenuto le piazzeforti principali del suo potere locale, ma ha ceduto al centrosinistra quelle "minori", che poi tanto minori non lo sono affatto: parliamo di capoluoghi di provincia e amministrazioni provinciali. Parliamo di Lucca, Grosseto, Arezzo, Catanzaro, e via dicendo. I cambi di casacca dall'Unione alla Cdl sono avvenuti solo nelle piccolissime realtà comunali, e anche in questo caso si tratta di fenomeni sporadici che non creano una tendenza. Poi ci sono casi clamorosi come quello di Napoli, in cui la Cdl davvero credeva di erodere molti consensi al sindaco uscente e invece si è fermata a poco più del 30%. Non si può parlare quindi di ripresa della Cdl, tutt'al più di un suo attestamento lungo una sorta di "linea del Piave", se questo paragone è moralmente consentito, che è composta dai principali nuclei di poteri della coalizione berlusconiana. La Sicilia per l'Udc, Milano per Forza Italia, la fascia pedemontana con Treviso in testa per la Lega sono i fulcri che, se venissero messi in discussione con una sconfitta elettorale, determinerebbero l'effettivo collasso del centrodestra. Di conseguenza, già il fatto che il distacco tra le due coalizioni in quei territori si sia sensibilmente ridotto pone un'angosciante ipoteca politica sul futuro dei partiti del centrodestra - e tutti, là dentro, ne sono pienamente e inquietantemente consapevoli.
    L'Unione deve ora riprendere la consapevolezza della sua forza nel paese, di quanto ben radicata sia la sua presenza nel territorio nazionale, e lavorare affinchè i mezzi successi di oggi diventino domani successi a tutto tondo, e del pari gli attuali successi non diventino mezzi successi o totali insuccessi. Io penso che ce la farà.
    Lo penso non tanto dal comportamento che tengono i leader del centrosinistra (Prodi per primo è uno di quelli che preferisce lavorare anzichè parlare) quanto dall'atteggiamento di Berlusconi. I toni che tiene, i suoi tentativi e inviti per destabilizzare la maggioranza e anticipare la fine del nuovo governo, fanno capire di quanto sia preoccupato per le intenzioni del governo Prodi. In materia di riordino del settore radio televisivo, per esempio, Gentiloni ha fatto ben capire come il suo orientamento sia quello di non fare sconti a nessuno, Mediaset o Rai che siano. Ma questo è solo un esempio. Ecco, Berlusconi in questo momento è una sorta di termometro e barometro della situazione politica: se è arrabbiato, vuol dire che il governo lavorerà bene, se è tranquillo ed amichevole invece vuol dire che il governo tende all'inciucio. Fortunatamente Berlusconi è arrabbiato. Vuoi vedere che adesso Berlusconi diventa una risorsa per la politica per davvero?
     
    5월 17일

    Ecco il Governo Prodi

    Questo articolo de La Repubblica elenca i dicasteri del Governo Prodi appena varato, e pone l'accento sul problema della partecipazione femminile, cresciuta sì rispetto al governo precedente, ma ancora indietro rispetto all'esempio di altri paesi (per esempio il Cile e la Spagna) dove la metà del governo è composta da donne.

    ROMA - Sei ministri donna - ma solo una, Livia Turco, in un dicastero che conta, le altre tutte senza portafoglio. Due vicepremier, come ampiamente annunciato: Massimo D'Alema, che ha anche la delega agli Esteri, e Francesco Rutelli (Beni Culturali), che assicureranno il sostegno forte dei due partiti maggiori della coalizione, Ds e Margherita. E, per il resto, tutto - o quasi - come previsto: nove incarichi alla Quercia, sette alla Margherita (due a prodiani), uno rispettivamente a Udeur, Rosa nel pugno, Prc, Verdi, Italia dei valori e Pdci. E infine, tre personalità di alto profilo, che possono essere considerate in "quota Prodi": Tommaso Padoa Schioppa all'Economia, Giuliano Amato agli Interni, Paolo De Castro alle Politiche agricole.

    Sono queste, le linee fondamentali della lista dei venticinque ministri - uno in più rispetto all'ultimo governo Berlusconi - letta questa mattina da Romano Prodi, dopo aver sciolto la sua riserva all'incarico da premier. Un elenco con pochissime sorprese, rispetto alle indiscrezioni circolate fino alla tarda serata di ieri. In cui tutti i partiti dell'Unione hanno almeno un rappresentante - a scongiurare il rischio di un "appoggio esterno", annunciato nei giorni scorsi da Clemente Mastella e Oliviero Diliberto - e con il rientro in corsa di Rosy Bindi, data invece come possibile uscente nel totoministri della ultime ore.

    E allora scorriamo la lista dell'esecutivo. Guidato da Romano Prodi, affiancato, come già detto, da Massimo D'Alema e Francesco Rutelli. Per il resto, la Quercia ottiene - come da copione - Livia Turco alla Sanità, Fabio Mussi all'Università e Ricerca, Cesare Damiano al Lavoro, Pierluigi Bersani alle ex Attività produttive (che diventano il ministero dello Sviluppo economico). Ci sono poi incarichi senza portafoglio - per i quali Prodi finora ha indicato solo i nomi, non le deleghe - per Giovanna Melandri (probabilmente Politiche giovanili e sport), Luigi Nicolais (Funzione pubblica), Barbara Pollastrini (Pari opportunità), Vannino Chiti (rapporti col Parlamento e Riforme).

    Quanto alla Margherita, oltre a Rutelli ottiene Giuseppe Fioroni all'Istruzione, il prodiano di ferro Arturo Parisi alla Difesa, Paolo Gentiloni alle Comunicazioni. E in più, senza portafoglio, Linda Lanzillotta (probabilmente agli Affari regionali), Rosy Bindi (Famiglia), il prodiano Giulio Santagata (Attuazione del programma).

    Infine, gli altri. Con Clemente Mastella che la spunta su Emma Bonino: volevano entrambi la Difesa, non la ottengono. Ma mentre il leader Udeur si consola con una poltrona pesante come quella alla Giustizia, l'esponente della Rosa del pugno deve accontentarsi di un ministero senza portafoglio (quasi certamente Politiche comunitarie). Il numero uno dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, ottiene come previsto l'Ambiente; il Prc garantisce la sua partecipazione all'esecutivo con le Politiche sociali a Paolo Ferrero; il Pdci porta a casa i Trasporti (Alessandro Bianchi); Antonio di Pietro va alle Infrastrutture.

    Ultima annotazione, la presenza femminile. Sei ministri, ed è un bel numero; ma tra quelli che contano di più, solo Livia Turco. Della serie: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a secondo dei punti di vista.

    5월 12일

    L'ultimo rantolo del dollaro?

     Iran La borsa petrolifera dell'Iran apre la prossima settimana

    DI MIKE WHITNEY

    Se un giorno i maggiori produttori petroliferi del globo chiedessero euro per i loro barili, "sarebbe l'equivalente finanziario di un attacco nucleare" (Bill O'Grady, analista di mercato della A.G. Edwards).

    "Tutti sanno che la vera ragione della belligeranza statunitense non è il programma nucleare iraniano, ma la decisione di lanciare una borsa petrolifera in cui il petrolio sarebbe commerciato in euro anziché in dollari statunitensi... Il mercato del petrolio romperà il dominio del dollaro e condurrà ad un declino dell'egemonia statunitense sul mondo" (Igor Panarin, politologo russo).

    Nottetempo, la storia della borsa petrolifera iraniana si è infilata nella stampa mainstream esponendo le vere ragioni dietro l'attuale ostilità di Washington verso Teheran. Fino ad ora, gli analisti hanno ignorato l'importanza dell'imminente borsa petrolifera come una teoria della cospirazione di sinistra su internet indegna di ulteriore considerazione. Ora, la Associated Press ha chiarito la questione dimostrando che una borsa petrolifera iraniana "potrebbe condurre le banche centrali del pianeta a convertire in euro alcune delle loro riserve in dollari, causando potenzialmente un declino nella valuta del dollaro".

    Attualmente, il mondo sta annegando nei dollari: persino un piccolo spostamento potrebbe innescare una recessione di massa negli Stati Uniti. Non c'è nulla di anche solo remotamente "cospirativo" al riguardo. E' semplicemente una questione di domanda ed offerta. Se la borsa petrolifera crea meno domanda per il dollaro, di conseguenza la valuta del dollaro cadrà a picco, facendo salire i prezzi dell'energia, delle case, del cibo e di altri beni ancora.

    Il petrolio è stato legato al dollaro sin dagli anni '70, quando l'OPEC acconsentì ad esprimerlo esclusivamente in dollari. Questo fornì agli Stati Uniti un monopolio virtuale che ha permesso loro di mantenere enormi deficit senza paura di fermare gli aumenti dei tassi. Come ha detto Bill O’ Grady della A.G.Edwards, "Se l'OPEC decidesse di non volere più dollari, sarebbe la fine dell'egemonia statunitense, in quanto il dollaro non sarebbe più l'unica valuta di riserva".

    "Se il dollaro perde il suo status come valuta di riserva del mondo, questo costringerebbe gli Stati Uniti a finanziare n modo massiccio il proprio deficit di bilancio gestendo un surplus commerciale, che aumenterebbe l'inflazione". (Associated Press).

    Non è pensabile che gli Stati Uniti ottengano un surplus commerciale in tempi brevi. Bush ha attaccato ferocemente il settore della produzione appaltando a ditte estere 3 milioni di posti di lavoro e facendo chiudere stabilimenti in tutto il paese.

    Le sue miopi politiche di "libero commercio" e gli enormi sgravi fiscali per i ricchi assicurano che gli Statunitensi saranno lasciati ad affrontare costi dell'energia alle stelle ed una valuta in iper-inflazione. Non c'è modo di riorganizzarci abbastanza velocemente per "costruirci la strada" in modo da uscire dal casino dei conti in rosso.

    Attualmente, il debito nazionale è un enorme 8.4 trilioni di dollari con un deficit commerciale altrettanto atroce di 800 miliardi di dollari (7 % del PIL). La domanda del dollaro nel commercio petrolifero, sempre in aumento, è l'unico fattore che ha impedito al dollaro di capitolare a terra. Persino una piccola conversione in euro eroderà la valuta del dollaro e potrebbe accelerare una svendita.

    Attualmente, il petrolio è venduto esclusivamente nella Borsa Petrolifera di Londra e nella Borsa Internazionale di New York, entrambe possedute da investitori statunitensi. Se la borsa iraniana apre, le banche centrali del pianeta ridurranno le loro riserve di dollari per mantenere una parte della loro valuta in euro. Questo è un passo logico per l'Europa, che compra il 70 % del petrolio iraniano. E' anche una scelta ragionevole per la Russia, che vende due-terzi del proprio petrolio all'Europa ma (sorprendentemente) continua ad esprimere quelle transazioni in dollari.

    Washington è riuscita a mantenere il suo monopolio solo sostenendo i regimi più corrotti e repressivi negli Stati del Golfo. La scelta più prudente, per l'Arabia Saudita, sarebbe lasciare il dollaro, indebitato fino al collo, e migliorare i suoi guadagni con il ben più forte euro. Purtroppo, lo Zio Sam ha una pistola puntata alla loro testa. Capiscono che una tale transazione inviterebbe la stessa risposta che ha avuto Saddam 6 mesi dopo essersi convertito agli euro, destituito con la missione "colpisci e terrorizza".

    Grazie ad una spesa sconsiderata, i tagli alla tasse che pesano sul budget e il sorprendente aumento nelle riserve di denaro (la Federal Reserve le ha raddoppiate in soli dieci anni) il dollaro si è diretto verso la discarica. Cina e Giappone (che possiedono 1.7 trilioni di dollari in valuta e titoli statunitensi) si stanno gradualmente allontanando dal dollaro in direzione dell'euro (nonostante la Federal Reserve abbia impedito all'opinione pubblica di conoscere l'estensione dei danni, trascurando la pubblicazione M-3 sugli afflussi di capitale). La Banca Centrale Europea (BCE) e la banca centrale del Giappone stanno cercando disperatamente di evitare la probabilità di un collasso del dollaro emettendo dichiarazioni attentamente formulate per dissipare le paure dell'opinione pubblica mentre si preparano adr un ritiro "ordinato".

    Ma non sarà "ordinato". Il dollaro ha perso il 5 % contro l'euro a partire da aprile e sta calando velocemente. La borsa iraniana potrebbe essere la scossa finale che spingerà il dollaro oltre il limite. Questa è la dura lezione per quelli che scelgono di ignorare i fondamenti dell'economia e costruiscono la loro casa sulla sabbia. Paul Volcker ha anticipato questo scenario in un discorso del 2005, quando disse che gli squilibri del bilancio erano più grandi di quanto avesse mai visto e predetto: "una possibilità del 75 % di un crollo del dollaro nei prossimi 5 anni".

    Volcker aveva ragione, ma il consigliere economico Peter Grandich lo ha riassunto persino meglio quando ha fatto notare: "L'unico a non sapere che il dollaro Usa è morto... è il dollaro Usa".

    Mike Whitney
    Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
    Link: http://www.informationclearinghouse.info/article12960.htm
    07.05.2006

    5월 11일

    Giorgio Napolitano è il nuovo Presidente della Repubblica

     

    IERI E' STATO ELETTO, CON 543 VOTI, IL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA.

    GIORGIO NAPOLITANO

    CIO' CHE MI PIACE DI QUESTA NOMINA E' CHE ORA, A 60 ANNI DALLA FONDAZIONE DELLA REPUBBLICA, TUTTI I PARTITI CHE HANNO PARTECIPATO ALLA LIBERAZIONE DELL'ITALIA E ALLA FORMAZIONE DELLA CARTA COSTITUZIONALE SIANO STATI RAPPRESENTATI. MANCHEREBBE, A BEN GUARDARE, IL PRI; MA SPADOLINI, CHE SAREBBE STATO ECCELLENTE PER SALIRE AL COLLE, E' PURTROPPO MORTO PRIMA DEL TEMPO. PRI A PARTE, MANCAVA SOLO IL PCI AD ESSERE RAPPRESENTATO AL COLLE. SIMBOLICAMENTE PARLANDO, CIO' E' SIGNIFICATIVO. TUTTI GLI ALTRI PARTITI, DC, PLI, PSI, PSDI, HANNO AVUTO UN LORO RAPPRESENTANTE, QUANDO FIGURE DI ECCEZIONE, QUANDO FIGURE MEDIOCRI. CIAMPI, PERSONAGGIO TECNICO E NON POLITICO, HA ASSICURATO COMUNQUE UNA RAPPRESENTANZA POSTUMA AL PARTITO D'AZIONE (IN CUI MILITAVA DURANTE LA GUERRA DI LIBERAZIONE), CHE PIU' DI TUTTI GLI ALTRI AVEVA INCARNATO LO SPIRITO DELLA RESISTENZA E DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE, E CHE SI ERA DISCIOLTO AI PRIMI VAGITI DELLA REPUBBLICA, NEL 1947, CONFLUENDO PER META' NEL PRI E PER META' NEL PSI. UN ULTERIORE VANTAGGIO DELL'ELEZIONE DI NAPOLITANO RISIEDE NEL FATTO CHE, ESSENDO UNA FIGURA STORICA DEL VECCHIO PCI, PUO' RAPPRESENTARNE PARIMENTI I SUOI ATTUALI EREDI, OVVERO DS, PDCI E PRC. CON D'ALEMA QUESTO NON SAREBBE STATO POSSIBILE, O QUANTO MENO SOLO IN MANIERA INDIRETTA. MA DOPOTUTTO SONO SOLO DELLE SIMBOLOGIE...

    LA COSA CHE MI DISPIACE DI QUESTA NOMINA E' INVECE LA PROGRESSIVA GERONTOCRATIZZAZIONE DEL POTERE POLITICO: FINO A POCHI ANNI FA SI CANDIDAVANO ANCHE PERSONALITA' GIOVANI, SU TUTTI I LIVELLI, IN PRIMO LUOGO PER LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO. OGGI LA SITUAZIONE E' DIVERSA, MANCA IL RICAMBIO GENERAZIONALE E LA CLASSE POLITICA SI E' ECCESSIVAMENTE STACCATA DALLA SOCIETA'. PRODI E BERLUSCONI NON SONO PROPRIO DELLE GIOVANI PROMESSE, DALL'ALTO DELLE LORO 70 PRIMAVERE... E ANCHE PER IL COLLE, SI PREFERISCE CANDIDARE PERSONALITA' IN ETA' PIU' ADATTA AL RUOLO DI SENATORI A VITA CHE AL RUOLO DI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (LA PROPOSTA DI RIELEGGERE CIAMPI STA LI' A DIMOSTRARLO).

     

    5월 8일

    Le ragazze scomparse dell'Iraq

    Il settimanale Time, giornale della destra americana che raramente si astiene dal tessere le lodi dell'amministrazione Bush, stavolta non ha chiuso sugli occhi su un fenomeno vergognoso che contraddistingue l'occupazione statunitense dell'Iraq. Dopo il furto e la ricettazione di reperti archeologici, il commercio abusivo di armi leggere ricondizionate, la concessione del monopolio dell'agricoltura irachena alle multinazionali dell'OGM, ecco un'altra perla della democrazia importata (denunciata, ribadisco, da un settimanale di qualità, si, ma non propriamente progressista):

    DI BRIAN BENNETT

    Il commercio del sesso, quasi inesistente sotto Saddam Hussein, e’ riaffiorato in Iraq. Il Time Magazine riferisce di una piaga sociale raramente discussa: le ragazzine rapite e vendute ai bordelli.

    L’ uomo al telefono con una ragazzina di 14 anni si faceva chiamare Sa'ad. Stava chiamando da un luogo molto lontano da Dubai e gli stava raccontando di cose meravigliose che si trovano in quel posto. La stava per comprare. Safah, la ragazzina, era ben consapevole dell’ imminente transazione. Durante le settimane successive fu rapita ed imprigionata in una casa nel distretto borghese di Karada a Baghdad, Safah senti’ i suoi rapito negoziare con Sa'ad sul prezzo. Fu alla fine fissato in 10.000 dollari.

    Fissando il pavimento cosparso di bottiglie vuote di whisky, l’orfana ascoltava come Sa’ad descriveva la vista che la stava aspettando: una bella casa, vestiti costosi, feste con le star del pop. Cosi’ ella si uni’ ad altre due ragazzine molto felici che vivenvano con Sa’ad nel suo harem. Safah sapeva come sarebbe andata a finire. Un passaporto falso con la sua foto ed un nome immaginario era gia’ stato fabbricato. Ed anche se fosse fuggita, non aveva una famiglia che si sarebbe presa cura di lei. Sarebbe finita quasi sicuramente in prigione. Cosa doveva fare? Safah rappresenta uno degli aspetti del discusso dilagare di rapimenti in Iraq: il commercio del sesso. Nessuno sa quante giovani donne sono state rapite e vendute dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003.

    Da allora, l’ Organizzazione per la Liberta’ delle Donne in Iraq, con sede a Baghdad, stima dall’ aneddotica evidenza che piu’ di 2000 donne Irachene siano scomparse. Un ufficiale Occidentale a Baghdad che monitorizza la condizione delle donne in Iraq ritiene che la cifra possa essere esagerata ma ammette che il commercio del sesso, quasi inesistente sotto Saddam Hussein, e’ diventato un serio problema. Il collasso dell’ ordine e della legge e l’ assenza di un governo stabile hanno consentito alle bande criminali, insieme ai terroristi, di svilupparsi velocemente. Intanto, alcuni di coloro che cercano di portare un aiuto affermano che i burocrati nei ministeri hanno confiscato o sigillato tutti gli immobili per le iniziative di carita’ che potevano fornire un rifugio a queste ragazze. In questo modo, e’ stato consentito al commercio del sesso di svilupparsi senza alcun controllo.

    “ E’ un problema, di sicuro,” dichiara l’ ufficiale, a cui e’ stato raccontato, da coloro in aiuto dell’ Iraq, di ragazze che vengono attualmente rapite e vendute ai bordelli. “ Sfortunatamente, l’ attuale scenario di sicurezza non ci consente di controllare la situazione.” Il rapporto del Dipartimento di Stato USA sul suddetto commercio nel Giugno 2005 afferma che l’ entita’ del problema in Iraq e’ “ difficile da stimare approssimativamente” ma cita che uno sconosciuto numero di donne e ragazze Irachene vengono spedite nello Yemen, Sira, Giordania e Golfo Persico per utizzi sessuali. Le statistiche sono rese piu’ oscure dalla tradizione etnica. Le famiglie sono di solito cosi’ disonorate dalla sparizione di una figlia che non ne denunciano il rapimento. E la risultante vergogna generata della compromessa castita’ e’ tanta che anche se la ragazza dovesse ritornare, potrebbe non essere mai riaccolta dai propri familiari.

    Una visita alla prigione femminile di Khadamiyah nella parte nord di Baghdad fornisce immediatamente l' opportunita’ di trovarsi di fronte a diversi racconti di sequestro di persona ed abbandono. Una sorprendente ragazza di 18 anni il cui soprannome e’ Amana, capelli neri con una pettinatura a coda di cavallo, dichiara di essere stata prelevata all’ orfanotrofio da una banda armata proprio dopo l’ invasione USA e spedita nei bordelli di Samarra, Al-Qaim alla frontiera con la Siria, e Mosul nel nord prima che fosse riporata a Baghdad, drogata di pillole, vestita con una cintura esplosiva e spedita a far saltare in aria una sede religiosa di Khadamiyah, dove poi si e’ consegnata alla polizia. Un giudice l’ha condannata a sette anni di prigione “ per il suo bene” per proteggerla dalla banda di criminali, secondo quanto dichiarato dal direttore della prigione.

    Due altre ragazzine, Asmah, di 14 anni, e Shadah, di 15, sono state prelevate sulla strada per gli Emirati Arabi Uniti prima che potessero sfuggire dai loro rapitori e consegnate ad una stazione di polizia di Dubai. Le sorelle sono state poi spedite in Iraq ma, come molte altre ragazze che hanno tentato di fuggire ai loro rapitori e compratori, sono state spedite in prigione per detenzione di passaporto falso. Inoltre, devono aspettare che la burocrazia riconosca la loro innocenza. Ed intanto cosa e’ accaduto alla banda di rapitori che le hanno prese? Le due sorelle hanno sentito voci secondo le quali i responsabili hanno pagato per il loro rilascio dalla prigione e sono tornati sulla strada.

    “ Non so cosa fare se l’ amministrazione della prigione decide di rilasciarmi,” ha detto Asmah, tirando indietro la sua sciarpa in modo da aggiustasi in capelli neri. “ Non abbiamo nessuno a proteggerci.” Gli avvocati delle donne stanno cercando di allestire dei dormitori per i sopravvisuti ai rapimenti. I luoghi sono segreti per mantenere le donne al sicuro sia dai rapitori che stanno cercando di cancellare ogni loro traccia sia dai parenti oltraggiati nell’ onore che potrebbero tentare di ucciderle per restaurare la propria reputazione. Ma il nuovo governo Iracheno ha installato diversi blocchi stradali. Fino ad ora, le organizzazioni che non ricevono soldi del governo devono ottenere il permesso da quattro ministeri e dal comune della citta’ di Baghdad per ogni protezione che desiderano offrire. Stringendo le proprie mani dall’ esasperazione, l’ attivista Yanar Mohammed dichara, “ Vogliono negare ogni rifugio alle donne ed impedirci di usare le nostre capacita’ per aprirne altri.”

    Questo significa che per le ragazze come Safah, sono rimasti pochi luoghi sicuri a Baghdad. Nel 2003, dopo la morte del padre di Safah, sua nonna la porto’ all’ orfanotrofio House of Children di Adhamiya senza informare gran parte della famiglia. All’ orfanotrofio, fu accolta da un’affabile infermiera che trascorse molte ore a parlare con Safah, una ragazza dal viso fresco con dita ancora da bambina. Il modesto abbigliamento hijab[che copre tutto il corpo ad eccezioni delle mani e del viso] lasciava intravedere un volto di dolcezza della donna di cui Safah capi’ che si poteva fidare. L’ infermiera si offri’ di adottarla. Ma i canali ufficiali avrebbero richiesto troppo tempo, cosi’ l’ infermiera disse a Safah di stringersi il basso addome, urlare e contorgersi sul tappento dell’ ufficio del direttore, simulando di avere un’ appendicite in modo da richiedere un’assistenza medica d’emergenza. Una volta all’ ospedale, invece di entrare, l’ infermiera getto Safah in una macchina gia’in attesa per strada. Le successive tre settimane furono le peggiori per la vita di Safah. “ Sono stata torturata, picchiata ed insultata all’ interno della casa di tolleranza”, dice Safah. Pero’ non mi ha raccontato molti dettagli di cosa accadde nell’ iniziale nascondiglio pieno di bottiglie di whisky dove era tenuta a Karada. Ma afferma che quando si rese conto che sarebbe stata venduta a Sa'ad, l’ uomo che era al telefono da Dubai, divento’ disperata. Riusci’ a far giungere la notizia della vendita alla stazione di polizia locale. Gli ufficiali fecero incursione nel luogo e arrestarono l’ infermiera. Per ragioni sconosciute, le procedure burocratiche tennero Safah e l’ infermiera nella stessa prigione per sei mesi prima che Safah fosse finalmente liberata e data alla custodia dell’ orfanotrofio un mese fa.

    All’ orfanotrofio, rannicchiata dietro un muro di tre metri sui ventosi argini del Tigri, Safah puo’ prendere lezioni di computer, praticare il cucito e pitturare ritratti della famiglia che avrebbe desiderato avere. Ma non si sente cosi’ al sicuro come era abitutata in passato. Un volontario la rassicura dicendogli che l’ infermiera non era alla prigione femminile di Khadamiyah durante la sua ultima visita. Improvvisamente Safah scappa dalla stanza, piangendo e colpendosi la testa con i pugni nel corridoio. “ Se la liberano. “ dice Safah con gli occhi pieni di panico, “ io non staro’ qui.” Ma nel profondo di se stessa ella sa che non c’e’ altro posto dove potrebbe andare.
    (Come verrà riportato da Yousif Basil e Assad Majeed, Baghdad, nell’edizione del 1 Maggio 2006 del TIME magazine)

    Brian Bennet
    Fonte: http://www.time.com
    Link: http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1186519,00.html?promoid=rss_top
    22.04.06

    5월 6일

    Altri due italiani morti, questa volta a Kabul

    La nostra attenzione ormai era concentrata tutta (o quasi tutta) sull'Iraq, per la ferita ancora fresca dei giovani italiani appena morti laggiù. Ma ieri è giunta la notizia di due alpini, 28 e 29 anni, uccisi a Kabul. La lista dei morti di guerra si allunga, il tricolore all'estero si impregna di sangue patrio, come avrebbero detto i Diaz e gli Orlando di 90 anni fa, quando il patriottismo italico era al massimo fulgore.
     
    Condoglianze quindi alle famiglie delle vittime, dolore per chi ha perso un figlio, o un marito o un padre; ma non cambio il mio punto di vista su ciò che sia l'eroismo. E' eroe anche il carabiniere che muore investito a un posto di blocco da un ubriaco o da un delinquente, fatti anche questi recentissimi, se andiamo a spulciare nella cronaca quotidiana. Come dicono a Napoli, ci vuole fortuna a nascere ma anche a morire.
     
    Qualcuno, a proposito dell'intervento dedicato all'attentato in Iraq, mi ha rivolto delle sempre ben accette critiche; invito però costoro a lasciare anche il loro indirizzo, quando mi mettono un commento, se non altro per una questione di dignità e coraggio personali. Troppo facile tirare il sasso e nascondere la mano.