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    May 30

    Su RCTV la RAI sta sparando cazzate




    L'immagine che vedete qui sopra è quella che è, ma più grande non sono riuscito a trovarla. Ebbene, è l'ennesima dimostrazione che, a riguardo delle proteste a Caracas contro la chiusura di RCTV, la RAI mente.

    Questa immagine, insieme ad altre, secondo la RAI rappresenterebbe il popolo di Caracas che due giorni fa protestava contro il trasferimento su cavo e satellite di RCTV; seguono altre immagini di giovani che gridano e tirano pietre, auto incendiate, ecc. Peccato però che questa, come tutte le immagini successive, sia stata scattata non due giorni fa da un corrispondente RAI a Caracas (infatti la RAI in questi giorni non ha corrispondenti a Caracas) ma l'11 aprile 2002, quando il presidente di Federcameras Pedro Carmona tentò un golpe contro il governo Chavez, fallito nel giro di quarantott'ore.

    Si fa vedere il popolo che protesta e lotta contro l'allontanamento forzato e antidemocratico di Chavez avvenuto nel 2002 e si fa credere ai telespettatori che quelle immagini siano state scattate ieri e rappresentino un popolo che rivuole indietro RCTV!

    Ma alla CNN (che qualcuno ancora ritiene essere una televisione seria) hanno fatto ben di peggio di quei rubagalline della RAI. Hanno fatto vedere immagini di una manifestazione per la libertà di stampa in Messico, avvenuta di recente dopo l'omicidio di un giornalista, dando ad intendere che stava avvenendo ieri in Venezuela!

    E' il momento di dire basta a questo giornalismo ipocrita, censuratore e autocensurato, che lecca i piedi e l'ano dei potenti, e trasforma il bianco in nero e il nero in bianco. Ha ragione Grillo: internet è l'ultimo spazio riservato alla democrazia. Se la televisione ci deve propinare queste porcate, ne possiamo benissimo fare a meno.
    May 29

    Radio Caracas TeleVision: tra spazzatura e bugie



    La vicenda dell'oscuramento di Radio Caracas TeleVision, la più vecchia emittente televisiva privata del Venezuela, attiva dal 1953, ci ha insegnato quale sia il livello di ipocrisia dei media e della politica ogni qual volta si tratti l'argomento proibito del governo Chavez e della Rivoluzione Bolivariana.

    Da ieri RCTV può trasmettere soltanto via cavo o via satellite; questo non significa ovviamente che sia scomparsa, o che sia stata censurata od ostracizzata dal governo bolivariano. Semplicemente è scaduta la sua licenza a trasmettere via etere (l'ultima volta era stata rinnovata 10 anni fa, dal governo del filoamericano Perez, e già allora era stato un rinnovo tirato per i capelli) e adesso la sua frequenza verrà occupata da una nuova televisione, gestita da una cooperativa di lavoratori. Tutto questo indigna a livello internazionale semplicemente perchè si tratta di una televisione anti - Chavez. E allora ecco che le bugie fioccano.

    D'altronde le similitudini con la vicenda di Rete4 non mancano e per questa ragione noi italiani dovremmo averne capito qualcosa; eppure fatichiamo lo stesso a comprendere, rincitrulliti come siamo da un fronte mediaco bugiardo e dequalificato nella sua professionalità. Ma procediamo con ordine. Prendo ispirazione, in questo mio intervento nel blog, dai numerosi articoli scritti da Gennaro Carotenuto, corrispondente dal Venezuela, che si possono leggere nel suo sito personale www.gennarocarotenuto.it
    Ne consiglio la lettura a tutti gli interessati, a scopo di approfondimento.

    La prima delle manifestazioni organizzate da RCTV e dall'opposizione venezuelana contro il mancato rinnovo della licenza a trasmettere via etere è andata in scena per le strade e le piazze di Caracas il 19 maggio scorso. Girava un sacco di bella gente, di quella che abita nei quartieri alti di Caracas, che alle ultime elezioni ha sostenuto Rosales e che nel 2002 appoggiò il golpe del presidente di Federcameras Carmona, mentre si scandivano slogan e parole d'ordine che ricordano assai le giustificazioni date dai nostri politici alla sopravvivenza di Rete4. Tutta la città è stata riempita di maxischermi dai quali era possibile assistere alla manifestazione e ascoltare i discorsi dei politici dell'opposizione e degli uomini di RCTV: ed è inutile sottilineare quanto contraddittorio sia sentire questi signori che parlano di mancanza di libertà d'espressione in Venezuela, mentre in ogni angolo della capitale le loro parole risuonavano a tutto volume. Bugiardi! Ma ancora più bugiardi sono stati i nostri media, che hanno ripreso acriticamente le balle proferite da questi uomini e le hanno riversate nel nostro mondo, all'insegna del motto secondo cui tutte le balle contro Chavez sono lecite.

    RCTV, che appoggiò apertamente il colpo di Stato dell'11 aprile 2002 contro Chavez, finge di non sapere che l'etere è pubblico e che esiste una responsabilità sociale e civica dei media in base alla quale inondare di sesso e di violenza il mercato televisivo non significa esattamente "libertà d'espressione". E' significativo come lo stesso presidente di RCTV abbia pubblicamente detto, più volte, di proibire ai suoi figli di guardare i programmi della sua rete televisiva. Ma non proibisce, anzi incoraggia i figli degli altri venezuelani a guardarla: RCTV è nota sostanzialmente per i programmi contro Chavez e per i video di musica Reggaeton che trasmette dalla mattina alla sera. Il ruolo pedagogico della televisione, come mezzo di diffusione della cultura, nel caso di RCTV non esiste.

    E' bene rammentare come, alle ultime elezioni presidenziali del 3 dicembre 2006, le commissioni di Osservazione Internazionale verificarono che i quattro quinti di tutti i servizi televisivi, radiofonici e giornalistici di quella campagna elettorale fossero favorevoli all'opposizione. Tuttavia, istituzioni internazionali presitigiose (forse perchè controllate dal governo degli Stati Uniti) come Freedom House possono definire il Venezuela "paese non libero" dal punto di vista della libertà di stampa e collocarlo addirittura al 161° posto nel mondo, cioè dopo l'Afghanistan, dove è noto che i giornalisti possano compiere il loro lavoro in piena tranquillità e sicurezza, e senza condizionamenti, pressioni e minacce di sorta. Nonostante questo dato si commenti e si sbugiardi da solo, dimostrando peraltro palesemente l'intenzione diffamatoria di istituzioni come Freedom House, i nostri media non fanno una piega nel recepirlo accreditando Freedom House e facendogli pure da grancassa mediatica.

    Sempre a proposito di libertà di stampa: bisognerebbe che i nostri cari giornalisti, che criticano la scarsa libertà d'espressione in Venezuela, prendessero fra le mani una copia de El Nacional (paragonabile ai nostri "Il Giornale" o "Il Tempo") del 20 maggio scorso, un giorno dopo la prima delle tante manifestazioni dell'opposizione pro - RCTV. E' strapieno di interviste a manifestanti della manifestazione che, guardacaso, sono tutti ex chavisti pentiti: "Ho votato per Chavez ma adesso ho paura per la libertà", dice un impiegato, mentre una casalinga alla quale dedicano un bel box in prima pagina aggiunge: "Ho votato per Chavez, ma non pensavo mi levasse le mie telenovele". Tra un'intervista e l'altra è tutto un fiorire di articolo apodittici nei quali viene magnificata la superiorità del settore privato e dimostrato il pericolo rappresentato dai media pubblici, il ruolo dello Stato e il valore dei media privati. Tutto il servizio, un bel fascicolo grande quanto il Venerdì di Repubblica, era stato pagato con il denaro pubblico dello Stato di Zulia, governato dallo sfidante di Chavez, Manuel Rosales! I signori dell'opposizione, RCTV compresa, parlano tanto di settore privato ma intanto vanno avanti a denaro pubblico. Manuel Rosales compare in tutte le pagine dell'inserto sempre in posa, sempre inaugurando qualcosa, sempre tagliando con le forbici un nastrino tricolore. Poi parlano dell'indipendenza della stampa venezuelana e del culto della personalità!

    A dimostrazione della scarsa professionalità dei nostri media, che prendono le notizie per come gliele danno senza nemmeno pensare a fare un riscontro alle fonti, basti pensare a tutto quello che hanno detti i nostri giornali e telegiornali a proposito del sondaggio dell'istituto Datanalisis secondo cui il 70% dei venezuelani sarebbe contrario all'oscuramento di RCTV. Nè la Repubblica, nè l'Unità, nè i TG Rai o Mediaset hanno avuto il coraggio di citare la fonte, e soprattutto che tale sondaggio era stato commissionato non dal governo bolivariano bensì proprio da RCTV. Si tratta di una chiara manipolazione mediatica che ha avuto l'effetto sperato, visto che i giornalisti italiani ci sono cascati in pieno.

    In più è stato detto che RCTV è l'unica televisione anti - governativa, con l'eccezione di Globovision che però si vede solo nella Capitale! E questo non l'ha detto, lo ripeto, un giornaletto qualunque, ma nientemeno che La Repubblica! La realtà delle cose è un tantino diversa: i grandi canali dell'opposizione che trasmettono in tutto il paese sono quattro: RCTV, Globovision, Venevision e Televen. Inoltre in ogni Stato (il Venezuela è una repubblica federale, casomai La Repubblica ignorasse anche questo) esistono altri canali dell'opposizione. Come mai la Repubblica, insieme ad altri "prestigiosi" fogli italiani cancella due importanti reti nazionali e tutte quelle locali?

    Quanto scritto da L'Unità è assai simile al pezzo pubblicato su Repubblica: innanzitutto, come su Repubblica, non viene detto che RCTV è trasferita su cavo e su satellite, ma che "sparisce". Entrambi i giornali fanno credere che si tratti di un'azione illegale del governo bolivariano, volta alla censura. Soprattutto né l'Unità né La Repubblica citano il punto di vista venezuelano, il ricchissimo dibattito sulla responsabilità sociale dei media, il fiorire di centinaia di media indipendenti nel paese, né il fatto che non esiste solo la libertà di stampa ma anche il diritto costituzionale ad essere informati in forma non inquinata.

    Tutto questo la Repubblica e l'Unità non possono dirlo, nè tantomeno gli asserviti telegiornali nazionali, perchè a Caracas i loro inviati non c'erano; e anche se ci fossero stati, avrebbero ignorato ciò che faceva loro comodo ignorare.

    Ma ora che abbiamo messo i puntini sulle "i" riguardo la serietà professionale dei nostri media, passiamo al sodo. Non ci dobbiamo stupire del fatto che i nostri media rinuncino al loro dovere d'informazione in nome dell'opportunismo politico: come dice Gennaro Carotenuto nei suoi apprezzabilissimi articoli sull'affaire RCTV, è possibile che gli stessi che approvarono la legge che trasferiva Rete4 sul satellite, oggi utilizzano gli stessi argomenti di Emilio Fede (che a parole disprezzano) per attaccare il governo venezuelano?

    Abbiamo già detto che Marcello Granier, proprietario di RCTV, proibisce ai propri figli di vedere la sua televisione. I nostri media però non lo hanno mai detto; men che meno hanno mai detto che RCTV negli ultimi tre anni ha quotidianamente violato la legge di responsabilità civile dei media che limitava pornografia e violenza. Dunque, delle due l'una: o si stabilisce che RCTV è al di sopra della legge, oppure RCTV deve sottomettersi alla legge stessa.

    In compenso i nostri media hanno fatto passare per una "censura del Parlamento Europeo contro Chavez" quella che era soltanto una mozione presentata dalle destre del Parlamento Europeo e che ha avuto il voto favorevoli di solo 43 parlamentari su 800 in un'aula deserta. Il colpo di Stato dell'aprile 2002 è stato edulcorato dal GR3 delle 8.45 del 27 maggio ed è diventato una "tentata sollevazione popolare". Da non dimenticare che il GR3 paragonò Salvador Allende ad Adolf Hitler: è la libertà d'espressione, bellezza, direbbe Humprey Bogart.

    In quale paese al mondo è possibile fare costantemente campagna per il rovesciamento violento del proprio governo, essere pagati da un paese straniero (vedi documenti Golinger) per farlo e spacciare ciò come libertà di espressione? Cosa succederebbe se in Italia, quella stessa Italia dove non si può trasmettere un documentario della BBC, Canale5 o Rai2 incitassero quotidianamente all'eversione? E' possibile che i giornalisti italiani siano così ignoranti o così malintenzionati da considerare "eversione" e "opposizione" come sinonimi?

    In Venezuela negli ultimi due anni sono nate più di 300 radio comunitarie di ogni tendenza politica e religiosa; addirittura, nell'ultima campagna elettorale, l'80% dei media era ancora controllato dall'opposizione. I media italiani, nel trattare il caso RCTV, hanno preferito non solo omettere questi dati ma mentire ai propri lettori arrivando a sostenere che RCTV fosse l'unico media rimasto all'opposizione. E Globovision? E Televen? E Venevision? E tutti i canali locali? E i grandi quotidiani, El Universal, El Nacional, tutti strenuamente all'opposizione? E "Tal cual" di Teodoro Petkoff? Che giornalismo è quello che omette del tutto di verificare i dati e sposa solo la posizione più conveniente? Il primo dovere del giornalismo è controllare la veridicità delle fonti!

    Il caso Mediaset ormai ce lo insegna: la tv commerciale è oramai così importante nelle nostre società da essere intoccabile e non governabile in nessun modo da organismi democraticamente eletti. La tv si pone persino al di sopra della democrazia. Giova ricordare che la programmazione delle TV commerciali è decisa dal potere supremo degli azionisti e degli sponsor che decidono cosa dobbiamo sapere e cosa dobbiamo pensare. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la libertà di espressione. Nonostante il "pensiero unico" neoliberale pretenda che perfino l'acqua che beviamo sia una merce, sempre più persone sono convinte che così non possa essere. E che quindi anche quel che dobbiamo sapere e pensare non sia una merce sulla quale fare profitti.

    E' semmai il "pensiero unico" a violare la libertà di espressione. Magari senza proibirlo, ma riducendolo ad una nicchia di mercato. Come a Caracas l'11 d'aprile 2002, quando il 100% dei canali commerciali partecipò all'organizzazione del colpo di Stato. Ma proprio quel giorno una minuscola TV di quartiere di una delle peggiori favelas di Caracas, CatiaTV, diede una lezione al mondo, chiamando i venezuelani a non arrendersi al colpo di stato e affermando che "un'altra comunicazione è possibile".

    Il caso RCTV non riguarda solo il Venezuela, riguarda l'Italia e il mondo. Se la libertà di espressione è solo quella dei Bruno Vespa e dei Marcelo Granier di dominare il mercato ed essere intoccabili, se la libertà di espressione è solo quella degli sponsor che stabiliscono chi e cosa va in onda e chi e cosa non conviene che ci vada, va denunciato che siamo di fronte ad una concezione oligarchica ed antidemocratica della libertà di espressione stessa. A parole si appella a questa, ma solo per monopolizzarla e negare tutte le altre libertà di espressione, a partire da quella di chi non ha voce. Criticano la TV spazzatura, criticano la TV diseducativa fatta di sesso e violenza, sostengono che reality show e simili producono guasti gravissimi sulla società. Ma sarebbero disposti a morire per difendere il diritto di Simona Ventura a condurre l'Isola dei Famosi.
    May 26

    Ucraina: è tintinnar di baionette?




    L'Ucraina è divisa, spezzata, contesa fra un fronte filoatlantico incarnato da Yushenko (e in passato anche dalla Timoshenko) e da un fronte filorusso coagulato intorno a Janukovic. Il paese rischia davvero la spaccatura geografica e politica, fra l'ovest che guarda all'UE e agli USA e l'est che guarda alla Russia.

    E' il frutto di una storia che vede l'Ucraina, esattamente come altri stati nati dalla fine dell'Unione Sovietica, disegnata in maniera piuttosto arbitraria sulle cartine geografiche, unendo popoli simili ma diversi al tempo stesso all'interno dei medesimi confini: ucraini in Russia e russi in Ucraina, insieme a polacchi, lituani, ruteni, romeni... Stalin, che era Commissario alle Nazionalità ai tempi della nascita dell'URSS, progetto da lui fortemente voluto al punto da mettersi in esacerbata contrapposizione con Lenin, il quale invece voleva mantenere la Russia tutta unita, riteneva che non far coincidere i confini degli Stati federati con quelli dell'etnografia sarebbe servito a mantenere l'Unione Sovietica più coesa, rendendo impossibili eventuali secessioni. Così non fu, come sappiamo, perchè il progetto dell'URSS gli sopravvisse appena 38 anni, lasciando sul campo insanabili e continui conflitti fra gli Stati post sovietici, i quali si rivendicano l'un l'altro il diritto su questa e quella fascia di terra, per storia e popolazione appartenenti più alla propria storia che a quella del confinante.

    Dal 1991 la Russia rivendica la sovranità della Crimea, che nel 1961 Krusciov aveva assegnato all'Ucraina per dimostrare l'amicizia fra i popoli russo ed ucraino; e c'è poco da fare, in Crimea la maggioranza della popolazione è russa. Un compromesso è stato trovato mantenendo alla Crimea uno status privilegiato all'interno dell'Ucraina, che già aveva in tempi sovietici: ha una consistente autonomia politica che le consente anche di svolgere una propria politica estera indipendente da Kiev. Ciò non toglie che le tensioni si siano periodicamente ripresentate; subito dopo l'elezione di Yushenko, e l'insediamento della Timoshenko alla presidenza del consiglio, è stata proprio la Crimea, insieme alle regioni dell'est dell'Ucraina, a costituire il fulcro della protesta filorussa contro i nuovi governanti filoamericani di Kiev. E quando quest'ultimi hanno tentato di aprire la Crimea alle basi NATO, la popolazione locale a suon di proteste molto bellicose è riuscita a rispedire i soldati americani al mittente. La Rada, il parlamento locale, ha dichiarato la Crimea regione "NATO free". Da non sottovalutare la presenza, in quella regione, della flotta russa del Mar Nero, che ben difficilmente avrebbe potuto convivere con le flotte del Patto Atlantico.

    La popolazione russa o russofona dell'Ucraina orientale non è disposta a sottomettersi ad un presidente come Yushenko che vuole svendere il proprio paese agli interessi americani. Questa popolazione ha visto l'economia del paese crollare nei due anni di governo arancione, mentre fino ad allora l'Ucraina era stato uno dei paesi della CSI con i maggiori ritmi di crescita; ha visto l'Ucraina, sulla falsariga della Georgia e degli Stati baltici, avvicinarsi pericolosamente alla NATO e fare con essa esercitazioni militari congiunte - esercitazioni che sono, repetita iuvant, dirette contro la Russia, il paese che gli abitanti dell'Ucraina orientale sentono come la loro madre. Hanno suscitato disgusto e scandali a non finire le storie di corruzione di Yushenko e della Timoshenko e dei loro alleati, che si concedevano e tuttora si concedono uno stile di vita sprezzantemente lussuoso sopra un popolo impantanato in difficoltà economiche crescenti. L'Ucraina è parte integrante della Russia e non è un mistero che il meridione di quest'ultima ne rappresenti il ventre molle: mettendo le mani su Kiev, gli americani di fatto possono virtualmente tenere in scacco la Russia intera. Questo irrita profondamente i russi e le popolazioni slave ad essi solidali, che sognano di tornare a vivere in uno Stato russo più esteso e solido, non più dilaniato dagli attuali ed illogici confini.
     

    (Nella foto: il Presidente ucraino Yushenko e l'ex Primo Ministro Timoshenko)

    Da qualche mese Janukovic ha vinto le elezioni e il suo partito, il Partito delle Regioni, filorusso, socialcomunista e difensore delle autonomie locali, ha ottenuto la maggioranza relativa nel parlamento ucraino. Yushenko, il cui partito ha subito una vistosa mutilazione elettorale, è stato costretto ad affidargli il governo mentre la Julia Timoshenko, con la quale aveva litigato perchè era persino più filoamericana di lui, è stata retrocessa tra i piccoli politici dopo aver perso gran parte dei voti. E' ormai ampiamente noto a tutti gli ucraini che le elezioni di due anni fa, quelle che portarono Yushenko e Timoshenko ai vertici del potere, erano state truccate dai media filoamericani e in particolare dall'agenzia specializzata in "regime change" PSB, già vista all'opera in Serbia, in Georgia, in Venezuela, addirittura in Italia nel 2006.

    Ma Yushenko ha rapporti molto difficili con Janukovic; dopotutto lui è stato messo sul seggiolone dalla Casa Bianca per portare l'Ucraina sotto l'influenza americana, e allora come potrebbe mai scendere a patti con Janukovic che, al contrario, è stato eletto dal popolo per riportare l'Ucraina nella fratellanza slava con la Russia? Ecco allora perchè oggi i due leader sono arrivati alle mani.


    (Nella foto: l'attuale Presidente del Consiglio, il filorusso Janukovic)

    Chi vincerà? Yushenko ha chiamato a sè i poliziotti che gli sono fedeli. Janukovic ha dalla sua più di metà della popolazione ucraina, che rappresenta poi il nerbo produttivo del paese. Gode inoltre di un aperto sostegno da parte della Russia, mentre Yushenko ottiene un appoggio sempre più tiepido da UE e USA, che non vogliono compromettersi più di tanto a sostenere un leader politicamente sul viale del tramonto. Forse la crisi ucraina è prossima alla svolta; oppure si trascinerà ancora, per un bel po', stancamente, senza sfociare in chiare e decisive vie d'uscita.

    Ma è nettamente probabile che le elezioni politiche anticipate, che Janukovic è riuscito ad ottenere da Yushenko, possano determinare la fine dell'indipendentismo ucraino in salsa atlantica; Janukovic ha il 90% delle probabilità di vincere spazzando via in un sol colpo gli uomini mandati avanti dagli americani. E tutto questo va a favore del progetto di riunificazione degli Stati slavi della CSI, progetto che già nel 2008 vedrà la nascità del nuovo Stato formato da Russia e Bielorussia. A questa nuova federazione s'assocerà a questo punto l'Ucraina di Janukovic, e ciò rappresenterà un segnale molto forte anche per gli altri Stati dell'ex URSS, ma soprattutto per i vecchi paesi satellite che oggi veleggiano verso la NATO o già ne fanno parte. Forse la fine di Yushenko sarà anche la fine degli odiosi gemelli Kaczynsky in Polonia, e riporterà verso lidi più europei e meno americani cechi e romeni. E di questo non potremo che essere grati a Viktor Janukovic.
    May 17

    Iraq, quattro anni dopo: missione compiuta?

    Ve lo ricordate il presidente George W. Bush quando, caduto il regime baathista e la statua di Saddam Hussein nel centro di Bagdad, atterrò sulla portaerei Abrahm Lincoln per dire che la missione era accomplished, compiuta? Era il 10 maggio 2003. Da allora sono passati quattro anni, e che cos'è stato realmente compiuto?

    Facendo una lista basata su stime e numeri del tutto prudenziali potremmo dire che:

    1) Da allora sono morti quasi un milione di iracheni, uccisi direttamente dai bombardamenti e dalle autobombe o per "effetti collaterali" quali la denutrizione, la penuria di medicinali, il peggioramento delle condizioni igieniche, gli effetti dell'uranio impoverito, l'esplosione di mine e ordigni inesplosi che, notoriamente, colpiscono soprattutto i bambini; a tacere poi dei quattro milioni di iracheni espatriati o sfollati all'interno de paese;

    2) Fin dai primi giorni dell'invasione sono avvenuti la razzia e il saccheggio dei siti archeologici e dei monumenti di inestimabile valore delle civiltà sumerica, assira e babilonese, dando vita ad un giro di ricettazione che ha coinvolto anche le più alte sfere dell'esercito americano;

    3) E' stato abbattuto il governo legittimo ed i suoi membri sono stati rapiti dall'esercito americano e sottoposti ad un processo di dubbia legittimità;

    4) Il Presidente, i suoi figli ed i suoi nipoti sono stati assassinati; analoga sorte è toccata al Vicepresidente e ad altri membri del governo;

    5) Cento giornalisti e trentasette collaboratori sono stati uccisi, nella stragrande maggioranza dei casi proprio dal "fuoco amico"; nemmeno durante la guerra del Vietnam si arrivò a tanto, anzi a quell'epoca non ci fu una sola telecamera intaccata dalle pallottole. Uccidere coloro che mostravano al mondo la barbarie e l'illegalità di questo conflitto è stata la linea politica della Cas Bianca fin dai primi giorni dell'invasione dell'Iraq;

    6) Sono stati assassinati oltre trecento tra professori e ricercatori e migliaia di essi sono fuggiti all'estero. L'educazione della generazione a venire è così compromessa a tutto vantaggio degli insegnamenti teologici o pseudoteologici, visto che mentre le Università chiudono le madrasse sorgono come funghi; e questo proprio nel paese che offri`per primo al mondo l'intero ambito delle materie poi studiate nelle Università! L'Iraq farà la stessa fine dell'Afghanistan, perdendo ogni elemento di laicità ed immergendosi in un futuro di oscurantismo religioso proprio per colpa del paese più secolarizzato del mondo, gli Stati Uniti;

    7) Gli ospedali non funzionano, e sono ridotti a semplici centri di ammassamento dei feriti; gli obitori sono stracolmi;

    8) Gruppi paramilitari appartenenti a sette e squadroni della morte, finanziati dalla CIA, s'aggirano per gli ospedali e rapiscono i degenti dai loro letti per poi ucciderli nei modi più efferati;

    9) Oltre duemila medici sono stati uccisi, duecentocinquanta rapiti e diciottomila fuggiti. Occorreranno anni, se non decenni, prima che l'Iraq possa nuovamente disporre di una nuova categoria di medici e quindi di un sistema sanitario decente;

    10) I Palestinesi che vivono in Iraq da generazioni sono stati uccisi, minacciati e quindi costretti a fuggire verso un'insicura terra di nessuno all'interno dell Iraq, poichè non avevano la possibilità di varcarne i confini;

    11) E' stata fomentata la guerra civile fra gruppi e sette di etnie che avevan convissuto per secoli pacificamente;

    12) Hanno preso piede gli attacchi suicidi, novità assoluta per un paese che ne era rimasto fino ad oggi del tutto estraneo;

    13) La corruzione politica ha toccato livelli mai visti prima, con elezioni truccate, i cui risultati si sono ottenuti con minaccie di morte e di confisca della tessera per l'approvigionamento nonchè col ricorso a pratiche clientelari;

    14) L'esercito anglo-americano si è fatto una buona pubblicità con le torture, le morti, le sodomizzazioni, i prigionieri denudati e gli elettrodi del carcere di Abu Ghraib. Rappresenteranno per sempre l'immagine della "liberazione" e della demcrazia da esportazione di George W. Bush;

    15) Le prigioni sono aumentate di numero, nonostante il tanto propagandato passaggio dalla dittatura alla democrazia, e non solo all'interno dell'Iraq ma anche fuori, in Inghilterra, Spagna, Est Europa; tutte carceri gestite dalla CIA ed interdette alle organizzazioni umanitarie;

    16) Innumerevoli stragi hanno colpito il popolo iracheno a Falluja, Samarra, Tel Afar, Ramadi, Al Quaim, Mahmoudia, Iskanderiya, Baquba, Haditha, Najav, Kerbala, Basra e in tante altre località ancora, troppe per essere tutte menzionate;

    17) Sono avvenuti episodi raccapriccianti, come lo stupro di una bambina ed il massacro della sua famiglia da parte di soldati statunitensi;

    18) Il civile ed evoluto Occidente ha recuperato, in Iraq, le pratiche di guerra degli eserciti del Medioevo e dei Lanzichenecchi di manzoniana memoria, con la pratica di sfondare porte alle tre di mattina per umiliare, terrorizzare famiglie e rubarne gioielli, denaro ed oggetti di valore;

    19) Migliaia di persone sono "scomparse", proprio come i "desaparecidos" dell'America Latina ai tempi delle dittature militari;

    20) Le strutture sociali ed istituzionali del paese e della società irachena sono quasi del tutto collassate, compromettendo così le possibilità future di ripresa dell'Iraq: si radicalizza la religione, i migliori se ne vanno, i vecchi muoiono portandosi nella tomba il patrimonio culturale e storico della nazione, le donne perdono tutte le conquiste sociali accumolate prima della guerra, quando l'Iraq era un paese laico;

    21) Inglesi ed americani si sono appropriati del petrolio iracheno, cioè di un bene che appartiene al popolo dell'Iraq e senza il quale mai esso potrà recuperare il suo antico benessere; per impedire tale razzia i pozzi sono stati dati alle fiamme e gli oleodotti sono stati fatti saltare, con gravi danni all'economia e all'ambiente del paese;

    22) Scuole ed ospedali sono state distrutte ma il nuovo governo, burattino degli americani, se ne è guardato bene dal ricostruirle; questo perchè esso condivide con gli americani il disinteresse per le tematiche sociali e poi un popolo povero, ignorante e sempre nel bisogno è pù facile da controllare di un popolo fiero, colto e consapevole di sè;

    23) I miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iraq sono andati dispersi in un immenso vortice di corruzione, per alimentare il consenso di gruppi di potere amici e relative clientele; il popolo iracheno non ha visto un solo centesimo;

    24) La costituzione è stata riscritta illegalmente, in aperta violazione con le norme dello Stato iracheno;

    25) Al posto del governo legittimamente riconosciuto è stato posto un governo che risponde agli interessi di tutti gli invasori tranne che al suo popolo, il popolo dell'Iraq;

    26) Hanno dilagato in tutto il paese gli squadroni della morte, creati dal falco dell'amministrazione repubblicana USA John Negroponte e finanziati, come già detto, dalla CIA; gli USA, come occupanti, sono responsabili delle loro barbare azioni, ma hanno tutto l'interesse a lasciarli agire, visto che uccidono un sacco di dissidenti, e del resto è proprio per questo che sono nati;

    27) Tutto l'Iraq è oggi un grande campo di concentramento, fatto di coprifuoco, posti di blocco, recinzioni di filo spinato;

    28) Molti soldati americani vendono a siti porno e di pervertiti fotografie dei cadaveri degli iracheni bruciati, insanguinati e mutilati; e mentre Google censura Uruknet, il sito della Resistenza Irachena, nessuno pensa invece ad oscurare questi altri siti raccapriccianti;

    29) Si sta operando per trasformare l'Iraq in una teocrazia moderatada e filoamericana da una parte, mentre altri propendono per una teocrazia filoiraniana e altri ancora per una dittatura militare neobaathista; il risultato è che l'Iraq, oltre a perdere la propria sovranità, perderà anche la sua unità, dividendosi in piccoli "principati" causa di instabilità politica permanente in tutta la regione;

    30) E' stato commesso dagli americani il peggiore crimine secondo il processo di Norimberga, ovvero una guerra d'aggressione basata su un mucchio di menzogne;

    31) Gli Stati Uniti stessi sono stati precipitati nell'instabilità, con Bush che ha raggiunto il record negativo di essere il presidente meno popolare dal 1797 ad oggi;

    32) Il terrorismo internazionale, ben lungi dall'esser stato sconfitto, è anzi oggi più potente che mai; l'immagine di USA e Inghilterra, ai minimi storici presso le masse arabe, pone i loro cittadini a rischio per anni se non addirittura per decenni; perchè saranno i cittadini comuni di USA ed Inghilterra a pagare per gli errori e l'arroganza dei loro governanti, non dimentichiamocelo;

    33) La conta dei morti all'interno delle truppe americane che si sta avvicinando alla cifra di quattromila unità, secondo i dati ufficiali, e le migliaia di feriti gravi; aumentano quotidianamente le diserzioni in seno al'esercito, mentre sempre meno giovani sono disposti ad arruolarsi;

    34) Gli Stati Uniti hanno accumolato, a causa della guerra, oltre mille miliardi di debito pubblico con il rischio concreto di un collasso del dollaro;

    35) Il mondo è molto meno sicuro di quanto lo fosse l'11 settembre 2001; si pensi agli attentati di Madrid, Londra, Bali, Sharm el Sheick;

    36) L'opinione pubblica globale non sol è contro l'intervento in Iraq, ma sta avvicinandosi vieppiù a tesi antiamericane;

    37) Le parole "libertà", "democrazia" e "liberazione" sono state consegnate alla vergogna ed alla spazzatura della storia, associate a quanto di più contrario a tali termini vi possa essere;

    38) A causa del loro comportamento in Iraq, gli USA saranno associati per sempre ai cappucci, alle catene ai piedi, alla crudeltà ed all'illegalità.

    Ultima curiosità: il 10 maggio segna anche il decimo anniversario della nomina a Primo Ministro dell'eterno braccio destro di George W. Bush, Tony Blair, che esattamente una settimana fa ha lasciato Downing Street. Ce ne rallegriamo, anche se la politica britannica non subirà grandi cambiamenti per questo. Tony Blair e George W. Bush: due anniversari, due leader le cui reputazioni rovinate riposeranno per sempre tra le sabbie della Mesopotamia, insieme con la Convenzione dell'ONU sui Diritti dell' Uomo e quella sui Diritti dei Bambini (della quale gli Stati Uniti non sono, vergognosamente, firmatari). Due leader a cui il fantasma di Norimberga potrebbe dare ancora la caccia. Forse, invece di pregare insieme, dovrebbero mettere la parola "fine" a tutto questo e mangiare pretzels insieme. O darsela a gambe e fuggire il più lontano possibile. Ma non in Sud America (dove pare che comunque Bush abbia comprato, in Paraguay, un bel ranch; non si sa mai, potrebbe sempre tornare utile), visto che anche lì il tasso di antiamericanismo e di "comunismo" si sta intensificando un po' troppo ultimamente. E poi se c'è da dare la caccia a quale nazista, il Sud America è il primo luogo che viene preso in considerazione. Io consiglierei loro di scappare proprio nel posto più insospettabile...

    ...in Iraq.

    May 14

    In morte del Capitalismo Globale

    (nella foto: il Presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz)

    Paul Wolfowitz è il paradigma perfetto dell'ipocrisia che rappresenta il sistema economico globale capeggiato dall'Occidente. Dapprima, quando si insediò alla presidenza della BM, disse che la sua missione sarebbe consistita nel combattere per una "good governance", cioè una buona amministrazione; quindi non ha rispettato le regole per far avere alla sua fidanzata un aumento di stipendio... Sempre a proposito dell'ipocrisia, dice un giornalista: "Chi vuole sentirsi fare una predica sulla corruzione da qualcuno che gli dica "fai ciò che dico e non ciò che faccio"?" Nessuno ovviamente. Tuttavia questa domanda è una descrizione piuttosto efficace dell'atteggiamento ipocrita con cui gli Stati Uniti e l'Europa, attraverso la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l'Organizzazione del commercio mondiale, si rivolgono ai Paesi in via di sviluppo, dicendo loro: "Voi abbattete le vostre barriere commerciali, noi manteniamo le nostre". Dai premi all'agricoltura allo scandalo del Dubai Ports World, l'ipocrisia costituisce il principio guida del nostro ordine economico.

    Anche nel modo di reagire allo scandolo, Paul Wolfowitz ha rappresentato perfettamente i metodi della BM: ha assunto un famoso avvocato e s'è quindi messo alla ricerca di un leadership "coach", qualcuno che insomma gli insegni cos'è la leadership. Non c'è niente di meglio, quando si è in presenza di dubbi, che far fuori il budget per pagare consulenti eccessivamente cari e definire il tutto un aiuto. La bugia più seria al centro della controversia è l'implicazione che la BM fosse un'istituzione con credenziali etiche impeccabili, fin quando, secondo 42 ex dirigenti bancari, la sua credibilità non è stata "inevitabilmente compromessa" da Wolfowitz.

    La verità è che la credibilità della Banca Mondiale è stata inevitabilmente compromessa in più di un'occasione: quando ha imposto tasse scolastiche agli studenti del Ghana in cambio di un prestito, quando ha chiesto alla Tanzania di privatizzare il suo sistema idrico, quando ha posto la privatizzazione delle telecomunicazioni come condizione di aiuto per l'uragano Mitch, quando ha chiesto la "flessibilità" del lavoro all'indomani dello tsunami in Sri Lanka, quando ha spinto perché fossero eliminati gli aiuti alimentari in Iraq all'indomani dell'invasione. Agli ecuadoriani importa poco della fidanzata di Wolfowitz, a loro interessa di più che nel 2005 la BM abbia negato 100 milioni di dollari dopo che il Paese aveva avuto il coraggio di spendere una parte della sua rendita petrolifera in salute ed educazione. Alla faccia dell'organizzazione antipovertà! La giustificata e condivisibile reazione del Presidente Rafael Correa, sostenuto dai suoi omologhi latinoamericani Hugo Chavez ed Evo Morales, con i quali condivide l'onore e l'onere di portare la nazione latinoamericana verso il Socialismo, è stata quella di espellere i rappesentanti della BM dall'Ecuador, dopo averli dichiarati "persone non gradite". Ad inasprire ulteriormente i rapporti tra Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale da una parte ed Ecuador dall'altra è stata anche la decisione di Rafael Correa di espellere dal paese, subito dopo la sua elezione, la compagnia petrolifera americana OXY (responsabile di aver saccheggiato le risorse del paese, di averne deturpato l'ambiente e di aver sfruttato vergognosamente la manodopera degli Indios), e i soldati americani ospitati in basi militari concesse dai governi precedenti.

    Ma l'argomento sul quale la Banca mondiale può avanzare ben poche ed esili rivendicazioni circa la propria autorità morale, è la lotta alla corruzione. Negli ultimi 40 anni, quasi ovunque si sia verificato un saccheggio di massa a livello statale, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale sono stati i primi a comparire sulla scena del crimine. E non stavano certo guardando altrove mentre i politici locali si riempivano le tasche, hanno scritto le regole di base per i ladri e hanno gridato "Più veloce per favore!", un processo noto come terapia choc a tiro rapido. La Russia sotto la leadership di Boris Eltsin, recentemente scomparso, è stato un esempio calzante. A cominciare dal 1990, la Banca Modiale ha cavalcato il movimento che ha condotto l'ex Unione Sovietica a imporre immediatamente quella venne definita la "riforma radicale". Si trattava, sostanzialmente, di una terapia d'urto basata sul ritorno ex abrupto ad un "capitalismo della giungla" che non aveva certo la funzione di rivitalizzare l'economia russa, ma semmai di distruggerla, per assecondare i fini espansionistici degli Stati Uniti, presidenti ombra del FMI e della BM, perchè alla Casa Bianca avevano tutto da guadagnare dal tracollo dell'Unione Sovietica, la loro bestia nera d'allora. Come ha rivelato qualche tempo fa Egon Gaydar, ministro dell'economia della Federazione Russa durante il primo governo Eltsin, quando le rovine dell'URSS erano ancora fumanti: "noi non dovevamo attuare la terapia d'urto per far ripartire l'economia russa, ma per distruggerla". In cambio dei loro servigi, gli uomini del team Eltsin ottennero dall'Occidente lautissime mance.

    (nella foto: Boris Eltsin durante il fallito colpo di Stato contro Gorbaciov dell'agosto 1991)

    Quando Mikhail Gorbacev si rifiutò di procedere, Eltsin salì al potere. Questo bulldozer di uomo non avrebbe lasciato che niente e nessuno si mettesse fra sé e il programma firmato da Washington, inclusi i politici russi allora eletti. Dopo aver ordinato ai carri armati dell'esercito di aprire il fuoco sui dimostranti nell'ottobre 1993, uccidendo centinaia di persone e lasciando il Parlamento annerito dalle fiamme, la scena era pronta per una privatizzazione, diciamo pure una svendita totale, del patrimonio statale più prezioso della Russia da parte dei cosiddetti oligarchi. Ovviamente, la BM c'era. A proposito della smania del legiferare senza troppa democrazia che seguì il colpo di Stato di Eltsin, Charles Blitzer, primo economista della Banca Mondiale in Russia, disse al "Wall Street Journal": "Non mi sono mai divertito così tanto in vita mia". Quando Eltsin lasciò il potere, la sua famiglia era diventata inspiegabilmente ricca e agiata, mentre alcuni suoi deputati furono intrappolati in scandali di corruzione e tangenti. Tali episodi furono riferiti in Occidente, come d'altronde sono sempre raccontati, come momenti sfortunati di un progetto di modernizzazione altrimenti etica ed economica. In realtà, la corruzione fu inglobata nell'idea stessa di terapia choc. La travolgente velocità di cambiamento era cruciale per superare il rifiuto assai diffuso verso le riforme, ma ha anche significato, per definizione, che non potesse esserci sorveglianza o supervisione. Inoltre, le mazzette ai funzionari e ai dirigenti locali furono un incentivo indispensabile per i russi dell'apparato del Pcus (apparatchik) per la creazione di quel mercato aperto chiesto da Washington.

    Ovviamente questo ha prodotto delle reazioni: esattamente come in Ecuador l'arroganza dell BM e del FMI hanno determinato la loro cacciata da parte del presidente izquerdista Rafale Correa (risoluto a trasformare il suo paese in una Repubblica Socialista, sulla scia di quato fatto da Chavez in Venezuela, grazie al forte sostegno che riceve dalla popolazione), così anche in Russia i debiti verso BM e FMI sono stati pagati in anticipo, e questo ha scombussolato le finanze delle due grandi istituzioni bancarie nate dagli accordi di Bretton Woods del 1944, che s'aspettavano di poter prosperare ancora per degli anni sulla maturazione di interessi usurari e faraonici. La decisione di Russia, Venezuela, Bolivia, Argentina, Brasile, Ecuador, Indonesia, Paraguay, Angola, Zimbabwe, ecc, di pagare in anticipo i loro debiti con FMI e BM ha costretto quest'ultimi a vendere le loro barre d'oro, l'unico bene rifugio realmente esistente, pur di andare avanti. E chi è che sta comprando i lingotti d'oro di BM e FMI? Per ironia della sorte, proprio molti dei vecchi debitori: in particolare Cina e Russia.

    In conclusione, è più che plausibile che la corruzione non sia mai stata una priorità per la Banca mondiale e per il Fondo monetario internazionale. I dirigenti di queste istituzioni sanno che quando i politici arruolati per far avanzare un programma economico guadagnano nel proprio Paese acerrimi nemici, significa che in quel programma ben poco è destinato ai conti correnti esteri di quei politici. Ma la Russia è ben lungi dall'essere l'unica: dal dittatore cileno Augusto Pinochet, che accumulò oltre 125 conti bancari durante la costruzione del primo Stato neoliberale, al presidente argentino Carlos Menem, che mentre liquidava il Paese viaggiava alla guida di una sfavillante Ferrari Testarossa, fino ai "miliardi spariti" dell'Iraq di questi giorni, esiste, in ogni Paese, una classe di politici ambigui e ostruzionisti disposti ad agire come subappaltatori occidentali. Prendono diritti che sono in realtà tangenti; è la corruzione, il silenzioso ma onnipresente partner nella crociata di privatizzazione del mondo in via di sviluppo.

    Le tre principali istituzioni al centro di questa crociata sono in crisi, non a causa di piccole ipocrisie ma di grandi ipocrisie. Il Wto, l'Organizzazione per il Commercio Mondiale, non riesce a rimettersi in carreggiata; il Fondo Monetario Internazionale sta finendo in rovina, destituito da Cina e Venezuela. E ora anche la Banca mondiale sta andando a fondo. Il "Financial Times" riferisce che i dirigenti della Banca mondiale che dispensavano consigli, "vengono ora derisi". Forse tutti dovremmo ridere della Banca Mondiale. Ciò che non dovremmo assolutamente fare però è partecipare al tentativo di mondare la storia rovinosa di questa istituzione, ripetendo l'assurda storiella secondo la quale la reputazione di un'organizzazione antipovertà altrimenti lodevole sia stata macchiata da un uomo. La Banca vuole, com'è comprensibile, gettare a mare Wolfowitz. Ma, come dice Naomi Klein, insigne economista assai critico sulle dinamiche del capitalismo globale: "lasciamo che la nave coli a picco insieme al capitano..."

    Questa settimana, la decisione del Venezuela di uscire dall'FMI e dalla BM sarà vista negli Stati Uniti giusto come un altro esempio della faida in corso tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e l'amministrazione Bush. Ma è probabile che nel resto del mondo venga considerata diversamente e possa avere un impatto traumatico su BM e FMI, il cui potere e la cui legittimità nei paesi in via di sviluppo come sappiamo sta fortemente declinano negli ultimi anni. Altri paesi potrebbero infatti seguire l'esempio del Venezuela. Abbiamo già detto che il presidente dell'Equador Rafael Correa, insigne economista di fama internazionale, la scorsa settimana ha annunciato che stava buttando fuori dal paese i rappresentanti della Banca Mondiale. E' stato un atto senza precedenti, che il presidente Correa ha messo in risalto dichiarando: "non tollereremo l'estorsione da parte di questa burocrazia internazionale". Nel 2005, la Banca Mondiale ha trattenuto un prestito all'Equador di 100 milioni di dollari approvato precedentemente per cercare di costringere il governo ad utilizzare l'abbondanza di ricavi petroliferi per la restituzione del debito piuttosto che per la scelta di spesa sociale del governo. A Washington si cerca d'impedire a tutti i costi la svolta socialista dell'Ecuador.

    (nella foto: il Presidente ecuadoriano Rafael Correa)

    Questo è il modo nel quale queste due istituzioni operano da decenni. Con l'FMI come leader ed il dipartimento del Tesoro USA che detiene il potere di veto, hanno diretto un "cartello dei creditori" che è stato in grado di esercitare una pressione enorme sui governi in un vasto assortimento di temi economici. Questa pressione ha generato non soltanto un assai diffuso risentimento, ma ha pure spesso portato al fallimento economico dei paesi e delle regioni dove l'FMI e la Banca Mondiale hanno avuto maggiore influenza. Negli ultimi 25 anni l'America Latina ha avuto la sua peggiore performance di crescita economica a lungo termine in più di un secolo.

    Si pensi a questo proposito all'Argentina, dove le grandi privatizzazioni e il neoliberismo estremista di Menem è culminato nel "crack del secolo". Adesso il Venezuela ha acquistato quote rilevanti del debito argentino, liberando Buenos Aires dai ricatti del FMI e della BM, e altrettanto ha fatto con il Brasile. Agli inizi del 2006, rivolgendosi agli uomini del FMI e della BM, il presidente brasiliano Lula da Silva ha tuonato: "non abbiamo più bisogno di voi!".

    (nella foto, da sinistra: il presidente argentino Nestor Kirchner, il presidente boliviano Evo Morales, il presidente brasiliano Lula da Silva e il presidente venezuelano Hugo Chavez Frias)

    Il progetto dei governi di sinistra dell'America Latina è di dare vita, dopo l'ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, una sorta di MEC in chiave latinoamericana basata sui parametri della cooperazione e proposta da Chavez in altenativa all'ALCA avanzata dagli USA; ne fanno parte Venezuela, Argentina, Cuba, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Saint Kittys e Nevis, Cuba, Nicaragua, Haiti e altri) al Banco del Sur, che sostituirà FMI e BM per i paesi dell'America Latina. L'iniziativa è comunque aperta anche a paesi africani ed europei. A finanziarlo saranno i capitali che attualmente i paesi fondatori tengono negli Stati Uniti. Per FMI e BM sarà un altro duro colpo; vendere altri lingotti d'oro sarà d'aiuto per superare questa crisi?

    Il Venezuela ha anche particolare rancore verso l'FMI, che probabilmente sarà condiviso in altri paesi in via di sviluppo con governi democratici di sinistra. Il 12 aprile 2002, appena poche ore dopo che il governo democraticamente eletto venne rovesciato da un colpo di stato militare, l'FMI dichiarò pubblicamente di essere "pronto a collaborare con la nuova amministrazione [di Pedro Carmona] in qualsiasi maniera questa lo ritenesse opportuno". Questa manifestazione istantanea di sostegno finanziario per una dittatura appena installata - la quale aveva annullato immediatamente la costituzione del paese, sciolto l'assemblea generale e la Corte Suprema - era senza precedenti nella storia dell'FMI. L'FMI tipicamente non reagisce così rapidamente, nemmeno rispetto ad un governo eletto. C'è poco da meravigliarsi che in Venezuela ed altrove questa mossa sia stata vista come un tentativo da parte dell'FMI per sostenere lo stesso colpo di stato. Secondo documenti del governo USA, Washington, che domina il Fondo, sapeva in anticipo del colpo di stato, lo appoggiò e finanziò alcuni dei suoi leader. In aggiunta, il Venezuela non è stato lieto che negli ultimi anni l'FMI abbia regolarmente sottostimato la sua crescita economica, come ha fatto pure per l'Argentina. La previsioni dell'FMI sono largamente utilizzate e possono perciò influenzare gli investitori.

    E' probabile che la decisione del Venezuela rafforzi la mano delle nazioni in via di sviluppo all'interno dell'FMI e della BM, che chiedono delle vere riforme. Adesso gli Stati Uniti, con meno del 5% della popolazione mondiale, hanno nell'FMI più voti che i paesi che rappresentano la maggioranza del pianeta. I paesi in via di sviluppo al mondo, che sostengono il peso maggiore degli errori di queste istituzioni, hanno poca o nessuna voce nel loro processo decisionale. La mossa del Venezuela (e di qualsiasi altro paese che seguirà) dimostrerà al FMI ed alla BM che l'opzione di abbandonare queste istituzione è tutto sommato reale.

    Anche l'Africa, solitamente un continente affacciato alla finestra ad osservare gli altri che decidono per il suo destino, sta iniziando a muoversi positivamente. Il processo di unità degli Stati africani prosegue, nella direzione degli agognati Stati Uniti d'Africa. E se in Sud America è il Venezuela a coordinare il processo di aggregazione fra i vari Stati, in Africa è la Libia a svolgere tale ruolo. Dopo aver sostenuto Kabila senior nella sua guerra contro il dittatore Mobutu e Kabila junior nella conquista della presidenza della Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire, dopo aver appoggiato la nascita della Repubblica Araba Saharawi nell'ex Sahara spagnolo, dopo aver sostenuto la causa dei movimenti progressisti di molti paesi africani (non dimentichiamoci che negli anni '70 e '80, mentre l'Occidente appoggiava in Sud Africa il regime dell'Apartheid, la Libia insieme a Cuba appoggiava e finanziava Mandela), oggi la Libia ha acquistato quote rilevanti del debito estero dello Zimbabwe, il primo paese africano a sganciare la propria valuta dal dollaro per unirla allo yuan cinese. L'Angola ha ottenuto dalla Cina un finanziamento di 2 miliardi di dollari che le ha permesso di dire di no al FMI, e ciò le consentirà di mantenere le strutture socialiste del paese. Altri paesi, come Burkina Faso, Namibia, Gambia, Guinea Bissau, Congo Brazzaville, Sao Tomè e Principe, Eritrea, sono retti da governi progressisti che aspirano al miglioramento delle proprie condizioni.

    Insomma, il FMI e la BM sono davanti al bivio. Se questo stimolerà una riforma che possa realmente cambiare la relazione coloniale che queste istituzioni mantengono con i loro mutuatari resta da vedere. Più probabilmente continueranno semplicemente a diventare meno relativi al mondo in via di sviluppo, come è avvenuto in modo drastico nell'ultimo decennio.

    May 10

    Lettera al Presidente Putin

     

    Finalmente non sono più il solo a sostenere certe cose. Il fronte di coloro che riconoscono nella Russia l'unica potenza in grado di contrastare l'arroganza imperialista yankee aumenta di giorno in giorno. A garantire la nascita e la sopravvivenza di un mondo multipolare può esserci solo la Russia, non la Cina o l'India o l'Europa Unita che, per un verso e per un altro, sono prima di tutto attori comprimari. E a dimostrare tutto questo c'è la lettera di un ragazzo, apparsa anche su Rinascita, dedicata al Presidente russo Vladimir Putin. Leggiamola insieme.

    "Caro Presidente Putin, sono un cittadino italiano di 33 anni, vivo in Italia ed in marzo, in occasione del vertice italo-russo, mi sono recato a Bari, la mia città natale, per gridarti queste parole: “Bravo Presidente, non ti fermare, vai avanti, libertà per l’Europa”.

    Per un attimo, mentre ti gridavo queste parole e tu camminavi con la scorta per recarti al castello Svevo di Bari, per proseguire i lavori del vertice con le autorità italiane, mi è parso come se avessi udito le mie parole e mi è sembrato d’intravedere sul tuo volto anche un breve sorriso, come un cenno di gratitudine nei miei confronti: d’altronde ho fatto più di mille chilometri in treno per dirtele. Apprezzo molto quello che stai facendo per il tuo popolo e per l’Europa, ma la strada è lunga e difficile poiché la maggior parte degli europei sono abilmente pilotati e addomesticati, nella formazione delle loro coscienze e nell’indirizzo delle proprie opinioni, da gente senza scrupoli e nemica dell’Europa.

    Spesso sui quotidiani o nelle notizie dei telegiornali, c’è un attacco vergognoso e in malafede nei tuoi confronti; molti europei ancora non s’interessano alla tua politica e non conoscono i tuoi progetti per ridare sovranità e dignità a tutta l’Europa; ma il popolo russo è con te.
    A Bari ho parlato con dei cittadini russi che vivono in Italia da tempo e che credono in te e ti sostengono, malgrado le enormi difficoltà e la rovina economica che hai ereditato dai tuoi predecessori, soprattutto dal disastroso Eltsin. Non fermarti quindi, vai avanti per il bene del tuo popolo, anche quando non sarai più il presidente della Russia, perché questa Europa deve conoscere una nuova alba ed ha bisogno di persone come te.
    Quella attuale, è l’Europa colonizzata dagli interessi, dai poteri forti e oscuri e dalle banche; l’Europa in cui vivono paesi come l’Italia, la Polonia e la Repubblica Ceca, tutti governi (e non i popoli) asserviti agli Usa, che non vuole l’unione, bensì la divisione per meglio controllarne gli interessi, compresi quelli strategici.
    Questa è l’Europa di Dresda del 1945 massacrata dai bombardamenti degli anglo-americani.

    Avanti Presidente, avanti così, con coraggio!
    Il popolo russo deve essere orgoglioso di avere un capo di Stato come te.
    A Bari, lo scorso mese, al cospetto del nostro Presidente del Consiglio, tu sembravi un gigante di dignità politica, diplomatica e morale; con la tua presenza rendevi vana tutta l’accozzaglia di politicanti (non politici) italiani che ti circondava.

    Caro Presidente, ho voluto scriverti anche per dirti che in Europa, ieri rattristata dal comunismo ed oggi soffocata dal capitalismo, esistono cittadini che con passione ed in buona fede ti sostengono.
    Auspicando una nuova alba per la nostra Europa, ti auguro buon lavoro e buon proseguimento di missione."

    Nicola Mastrandrea
     
    Fonte: www.rinascita.info
    Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_attualita/Lettera_aperta_al_presiden.shtml
    9.05.07

    May 07

    Europa e America Latina, Chavez e Sarkozy: perchè Nord e Sud marciano in direzione opposta



    (Nikolas Sarkozy in un simpatico quanto inquietante fotomontaggio)

    Una cosa che mi ha sempre colpito di Nikolas Sarkozy, fin dal suo primo apparire, era la somiglianza fisiognomica con il fu Conducator della Repubblica Socialista di Romania, Nicolae Ceausescu. D'altronde entrambi avevano in comune la madre romena e una certa visione "autocratica" della politica, e persino il nome: Nikolas per il primo, Nicolae per il secondo. Quando si dice il destino...!



    (Il presidente romeno Nicolae Ceausescu in una foto scattata negli ultimi anni della sua vita)

    Ma al di là delle battute (non vorrei che l'accostamento suscitasse malumori nelle fila dell'UMP e dei suoi simpatizzanti, e per tanti motivi: perchè Ceausescu è considerato il diavolo e l'accostamento con Sarkozy verrebbe considerato azzardato e addirittura infamante, perchè Ceausescu era un romeno e Sarkozy ha un cognome ungherese, e chi se ne intende un po' di Europa Centrale sa bene quale amore ci sia fra romeni e ungheresi, e perchè l'uno è un liberale e liberista mentre l'altro è stato l'ultimo degli stalinisti utopisti), queste elezioni francesi c'insegnano moltissimo. Innanzitutto l'UMP non è più il partito di De Gaulle; con Sarkozy ha tagliato i ponti col passato al punto che Chirac, che aveva indicato in Villepin e non in Sarkozy il suo erede politico, ha deciso di non appoggiare il neopresidente francese durante la sua campagna elettorale. Chirac è l'ultimo dei gollisti, e con lui si chiude un'era. L'UMP oggi si è spostato nettamente a destra, al punto da sottrarre una larga fetta di voti al FN di Le Pen, che mai come in queste elezioni era andato così male; contemporaneamente ha perso i voti della sinistra del partito, i veri gollisti, che sono confluiti nella formazione di centro di Bayrou.

    Viene così a crearsi una situazione piuttosto strana, che definirei "post ideologica" e "post gollista" allo stesso tempo: da una parte i gollisti perdono la loro identità aprendosi alla destra estrema di Le Pen, dall'altra i socialisti fanno altrettanto aprendosi al centro di Bayrou. Il partito gollista ha fatto un po' la fine della vecchia DC da noi, divisa un pezzo a destra e un pezzo a sinistra, e fusasi con le formazioni che erano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra.

    Ma quello che più colpisce del nuovo personaggio, parlo sempre di Sarkozy, è la sua politica. Dovrebbe essere più filoamericana di quella condotta da Chirac, ma subito dopo la conferma della sua elezione Sarkozy ha detto chiaramente: "gli Stati Uniti sappiano che potranno sempre contare in noi ogni volta che si troveranno in difficoltà, ma ricordino al tempo stesso che essere alleati non significa sempre andare d'accordo". Insomma, tutto sommato una conferma della politica tradizionale francese, anche senza i clamori della vecchia linea gollista, che portò in passato la Francia persino al di fuori della Nato.

    Anche le 35 ore, eredità del vecchio governo Jospin, dovrebbero essere mantenute, ma in un contesto economico, sociale e lavorativo molto più dinamizzato dalle riforme liberiste che Sarkozy ha in mente. Gira e rigira si tratterà della linea politica alla quale Chirac ci aveva abituati, ma leggermente spostata più a destra. Il fatto è che tutta l'Europa sta andando a destra, perchè è un continente destrorso. Innanzitutto è un continente fortemente liberista, e lo dimostrano anche i nostri socialisti: si veda Zapatero, che in economia è un pedissequo applicatore dei dettami economici di un iperliberista come Hayek. Per non parlare di Blair... O dei socialdemocratici austriaci o tedeschi, in felice coabitazione con i democristiani in governi di "Grande Coalizione". Essere socialisti in Europa significa osare di più in campo sociale e di meno in campo economico, essere liberisti significa il contrario, ma alla fine sono le due facce della stessa medaglia. Che poi la sinistra italiana sia in questi campi ancora più a destra della destra europea, questa non è l'eccezione ma la conferma della regola.

    Nel frattempo giunge la notizia che il Sud America, che pure da una costola dell'Europa è nato, e quindi ne condivide la cultura, ha preso una strada del tutto contraria. Chavez è stato rieletto, lo scorso novembre, dopo aver detto chiaro e tondo ai cittadini venezuelani che il suo intento era di trasformare il paese in una Repubblica Socialista. Non solo, ma adesso con l'Argentina e il Brasile (progetto al quale aderiranno successivamente anche Bolivia, Ecuador e Paraguay) il Venezuela darà vita a un Banco del Sud che rimpiazzerà, per l'America Latina e in linea teorica per tutti i paesi che richiedano crediti, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. L'obiettivo è di applicare i criteri socialisti nell'erogazione dei crediti ai paesi del Terzo Mondo, sostituendo BM e FMI, usurai internazionali nati dal sistema di Bretton Woods. Le due casseforti del capitalismo mondiale sono sempre più in crisi, sempre più a corto di finanziamenti e di clienti; il sistema di Bretton Woods, nato nel 1944 basandosi sul dollaro forte, sta ormai affondando paurosamente. Ben venga!

    Il Venezuela è l'avanguardia, nel Sud America, di questo processo politico che sta coinvolgendo anche altri paesi: la Bolivia e l'Ecuador, prima di tutto, che stanno modificando le loro Costituzioni e allargando le strutture di rappresentanza del potere verso il basso, per diventare anche loro in futuro delle Repubbliche Socialiste, proprio come il Venezuela. E poi il Salvador e il Nicaragua, dove è tornato al governo Daniel Ortega, con le medesime intenzioni. E via di questo passo; ogni paese avrà i suoi tempi e il suo percorso per approdare alla comune meta socialista, che però in Venezuela e Bolivia è già definita ed irrevocabile.

    Dal 1998 al 2006 gli stipendi in Venezuela sono aumentati da 50 a 300 dollari, con un aumento dei medesimi e del potere d'acquisto pari al 600% in otto anni. La partecipazione dello Stato nei bacini petroliferi dell'Orinoco (tra i più importanti al mondo), in vista del definitivo approdo all'economia socialista da parte del paese, è passata dal 40 al 60%, con buona pace delle compagnie petrolifere estere che hanno accettato di buon grado. Tutto questo permette di finanziare una struttura assistenziale, di istruzione e sanitaria che è ai vertici per qualità nel Sud America e costante premiata dalle organizzazioni ONU; il paese è ad analfabetismo zero e gode adesso di un'assistenza ospedaliera pubblica efficiente. Per gli anziani che hanno sempre vissuto in povertà e non hanno mai potuto avere un lavoro nel passato regime capitalista del paese sono state istituite pensioni sociali di 200 dollari mensili; qualcuno in Europa chiama tutto questo "assistenzialismo e demagogia", immemore che in passato (e in molte altre parti del mondo) lo si chiamava "diritto all'istruzione, alla sanità, ecc ecc". Nel 2010 infine entrerà in vigore la legge che permetterà ai venezuelani di avere la settimana lavorativa di 30 ore, pari a 6 ore al giorno: 6 per lavorare, 6 per riposare, 6 per divertirsi e 6 per formarsi, perchè in un paese come il Venezuela, dove fino a pochi anni fa l'analfabetismo e l'esclusione sociale erano un'emergenza nazionale, il valore dell'istruzione è chiaro a tutti.

    Con buona pace di Sarkozy che a togliere le 35 ore in Francia c'avrebbe pure fatto un pensierino.


    (Il presidente venezuelano Hugo Chavez Frias alle ultime elezioni)
    May 02

    Questo blog ricominca a funzionare!

    Ebbene sì, questo blog ricomincia a funzionare, e lo fa in occasione di una data storica e preziosa per tutti: il 1 MAGGIO.

    Innanzitutto mi scuso con i visitatori abituali di questo blog, che venivano qui per leggere le mie opinioni sulla società e sul mondo e ad un certo punto l'hanno trovato abbandonato a sè stesso. Mi cospargo il capo di cenere e prometto di rifarmi vivo nel blog di ciascuno di loro con un commento di scusa.

    Ora ritorno a bomba sul tema del 1 Maggio: lo si celebra in onore della classe lavoratrice di tutto il mondo (anche di quella che vive in paesi in cui il 1 Maggio non è riconosciuto e festeggiato), e in memoria della strage che fu fatta degli operai che manifestavano a Chicago per rivendicare migliori condizioni di lavoro, ormai più di un secolo fa (ma aggiungerei anche in memoria, per noi italiani, delle vittime di Portella della Ginestra, ennesimo mistero nazionale sul quale mai si riuscirà a fare del tutto chiarezza).

    Eppure, sorpresa!, un sacco di persone credono che il 1 Maggio sia festeggiato perchè, in base al calendario cattolico, in quel giorno si celebra la figura di San Giuseppe Artigiano. Facile l'equazione: "se san Giuseppe era artigiano, allora era lavoratore, e se il 1 Maggio è il suo giorno sul calendario, ecco perchè il 1 Maggio è il giorno dei lavoratori". Peccato però che tale sillogismo sia COMPLETAMENTE sbagliato.

    Riusciremo a rimuovere del tutto tali superstizioni?

    Ma ho anche un'altra data da farmi perdonare. E mi riferisco al 25 Aprile.

    Il 25 Aprile in Italia è diventato come il 4 Novembre in Russia: un tempo era il giorno della Rivoluzione d'Ottobre (nessun errore: la Rivoluzione d'Ottobre avvenne nel 1917 e all'epoca in Russia era ancora in vigore il calendario gregoriano, 13 giorni indietro rispetto a quello europeo occidentale), oggi è il Giorno della Riconciliazione Nazionale fra comunisti e anticomunisti, nostalgici dell'URSS e propugnatori della nuova Russia capitalista, e addirittura nostalgici di quella zarista. Il 4 Novembre ha perso il suo antico valore politico.

    Da noi il 25 Aprile è ufficialmente ancora il Giorno della Liberazione; ma l'antifascismo non è più sentito come il collante di tutte le forze politiche del nostro paese, anche perchè molte di loro con il vecchio fascismo sono imparentate e poi il revisionismo storico va sempre più di moda. Così un po' alla volta il 25 Aprile è diventata una sorta di Giornata della Riconciliazione Nazionale anche da noi, fra partigiani e repubblichini, fascisti ed antifascisti.

    Beninteso, non voglio calcare assolutamente troppo la mano sul parallelismo tra il 4 Novembre e il 25 Aprile: il primo è il giorno che commemora la nascita di un regime che se da una parte incarnò le speranze di tanti, dall'altra ne fece anche di cotte e di crude; il secondo è il giorno in cui un paese, il nostro, ritrovò la pace, la libertà e l'unità dopo cinque anni di guerra di cui 2 consumatisi sul suolo nazionale come conflitto civile.

    Tuttavia, tanto per far capire quanto degenerata sia la concezione del 25 Aprile presso gli italiani, basterà fare un esempio: da una parte ci sono i vecchietti, con le loro bandiere, le loro medaglie e i loro ricordi, che commemorano la Liberazione e le lotte contro l'invasore e le sue stragi, dall'altra ci sono i ragazzi (il futuro della nostra nazione) che vedono nel 25 Aprile un giorno come tutti gli altri per andarsene a prendere la tintarella o sballarsi, come un giorno di festa qualsiasi. Non di giorno di festa qualsiasi si tratta, ma di un anniversario di una conquista che ci costò tante fatiche e tanto sangue, e dell'importanza di questa conquista dovremmo tutti riflettere, almeno il 25 Aprile, partecipando alle varie iniziative che si fanno per commemorare la Liberazione.

    Altrimenti finirà che qualcuno, il 25 Aprile (già succede negli altri giorni dell'anno), potrà prendersi la libertà di dire che repubblichini e partigiani erano uguali. E tutti gli daranno pure ragione.