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June 14 Chi si nasconde dietro gli scontri di Gaza?![]() Che succede nella Striscia di Gaza? Forse è la definitiva resa dei conti fra il passato, Al Fatah, e il futuro, Hamas? Da ieri, in quella travagliata prigione a cielo aperto fra Israele, l'Egitto e il mare, è in atto una guerra che è anche un'operazione di pulizia e un colpo di Stato, ma soprattutto si tratta della ripetizione all'infinito di un vecchio copione; è una storia che ha preso il suo avvio dalla morte di Arafat, per non dire persino dall'inizio della Seconda Intifada, quando nel 2000 Sharon passeggiò spavaldo sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. E' una strategia molto strana: a Gaza, e in tutto quello scorcio di Medio Oriente chiamato Palestina, non si sta scrivendo niente di definitivo nelle pagine della storia. Non è una vendetta di una fazione sull'altra, nè un cambiamento di registro o un'inversione di tendenze: analizzare i fatti palestinesi, e in primo luogo di Gaza, usando un metro europeo porterebbe a risultati fuorvianti. E' semplicemente la ripetizione, all'infinito, del medesimo copione, senza alcuna decisiva soluzione all'orizzonte. Arafat ed Al Fatah, insieme ai suoi nemici in terra israeliana, sono due fantasmi della Guerra Fredda. Arafat trovava, nei paesi dell'Europa dell'Est, un appoggio e una comprensione più verbali che reali, e questo valeva tanto per lui quanto per tutti gli Stati arabi "progressisti", l'Egitto di Nasser e la Siria in primo luogo. Chiunque, a tutte le latitudini del mondo, abbia cercato il sostegno dei sovietici non ha potuto non scopiazzarne le ipertrofiche strutture burocratiche e propagandistiche, da Cuba al Vietnam all'Etiopia fino al Mondo Arabo. Era un modo per compensare la "scarsità nazionale" che, nel caso di Arafat, costituiva addirittura un caso paradossale: lo Stato palestinese infatti non esisteva. L'intensa frequentazione di Arafat dei vari Tito, Ceausescu, Husak, Jaruzelskij, Breznev, Gromyko, Zivkov, Honecker, Kadar, era un modo per conferire alla nazione che rappresentava pari dignità rispetto agli altri grandi. Arafat non era il leader di un qualsiasi movimento anticolonialista, ma un vero e proprio Capo di Stato accreditato da altri importanti Capi di Stato. Da qualche parte lo Stato palestinese, che in tanti non riconoscevano, c'era. Ma con la fine del "campo socialista" anche quel sostegno verbale e propagandistico è venuto meno, visto che l'appoggio materiale a conti fatti era sempre stato scarsino e in misura tale da non compromettere mai nè Mosca, nè Belgrado, nè Bucarest: ad un Al Fatah legato all'URSS non poteva sostituirsi una nuova realtà non allineata. Iniziava il dramma della Palestina costretta a vivere una storia che ripete sempre sè stessa. Ma ecco che, improvvisamente, nasce con l'assistenza finanziaria di Ryad, Arabia Saudita, il movimento Hamas: come gli Hezbollah nel Libano, si fanno prima di tutto conoscere ed apprezzare per la loro assistenza sanitaria, in una regione dove gli ospedali non sono mai esistiti. Acquisiscono sempre più credito presso la popolazione mentre Arafat intanto si avvia verso il viale del tramonto: ormai è una sorta di Gorbaciov palestinese, apprezzato all'estero dove viene considerato l'unico interlocutore valido, ma al contempo sempre più in difficoltà in patria. Quando Arafat muore, ormai già da tempo umiliato dalle bombe israeliane che il suo prestigio "verbale" non ha potuto fermare, Al Fatah inizia a decomporsi irrimediabilmente; e il vuoto pneumatico lasciato dal vecchio "movimento unico", che unico in realtà non era mai del tutto stato, viene presto colmato proprio da Hamas. In Algeria la fine del comunismo sovietico ha messo il crisi il Fronte di Liberazione Nazionale, già da tempo diviso, e ha portato alla vittoria all'elezione del Fronte di Salvezza Islamico; era il '91, e fu l'avvio di una vera e propria guerra civile. In Palestina avviene lo stesso, pochi mesi dopo la morte del vecchio Arafat: Hamas vince le elezioni, democraticamente, secondo le regole esportate dall'Occidente. Le cancellerie europee non accettano tanto facilmente tale smacco: esattamente come ad Algeri, anche a Gaza si vuole usare il sangue per regolare i conti col passato. I governi dell'Occidente fino ad allora hanno fatto finta di non vedere le fucilazioni di fantomatiche spie decise da Al Fatah; men che meno hanno visto e criticato la buonuscita miliardaria assegnata alla vedova di Arafat, ritenuta doverosa poichè si tratta pur sempre di una First Lady. Ma è la First Lady di uno Stato senza Stato, e tutti quei miliardi suonano come una beffa agli occhi dei palestinesi sprofondati nella miseria. La corruzione di Al Fatah è tutta propaganda per Hamas, movimento moralizzatore che vuole riportare l'ordine nei martoriati territori della Palestina. Per le cancellerie europee ciò che conta è garantirsi la fedeltà di Al Fatah, ricoprendola di miliardi che servono ad alimentare inimmaginabili giri di corruzione e di clientele, piuttosto che lasciare libera la Palestina di vivere un ricambio politico. Difficilmente nel breve e lungo termine vedremo dei risultati positivi in quelle regioni: semplicemente proseguirà la solita vecchia saga fatta di bombe e spedizioni punitive, con qualche episodio più caldo dell'ordinario. Tutti sanno fino a che punto correre per poi fermarsi prima che sia troppo tardi: dopotutto anche Nasrallah, in Libano, non volle che a dar manforte agli Hezbollah sciiti venissero i sunniti dei campi profughi; anzi creò persino un apposito corpo di guardia allo scopo di isolarli. E' una guerra di trincea dove a un colpo di fucile si risponde con un altro colpo di fucile. Anche Hamas è riuscito finora ad isolare il terrorismo di matrice pakistana: quando gli israeliani accusano Hamas d'essere pari ad Al Qaeda, sanno benissimo che il terrorismo pakistano non è mai riuscito a dilagare da quelle parti, e proprio grazie ad Hamas. Certo, anche Hamas si è servito dei terroristi suicidi, ma anche gli elicotteri e i carri armati israeliani non scherzano. "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra", diceva un bel giovane nato duemila anni fa proprio da quelle parti. E' tutto un gioco al rialzo. Domani a Gaza la vita potrebbe ritornare uguale a com'era prima: i rubinetti a secco, l'erogazione della corrente a singhiozzo, i soliti camion che contrabbandano di tutto dall'Egitto e i soldati israeliani che chiudono un occhio intascandosi la loro parte. Lo abbiamo già visto tante volte. Eppure potrebbe anche succedere un imprevisto: in guerra succede, non sai mai veramente chi è il tuo vicino in trincea e Al Qaeda, Ansar Al Islam, Qassam o chissà chi altro ancora potrebbero smuovere le acque; beninteso, sempre a colpi di tritolo, perché quello è l'unico copione, la sola lingua conosciuta. Ma è il copione iracheno, più di quello di Gaza o della Cisgiordania, a conquistare sempre nuovi attori fra i giovani senza terra e senza domani dell'immensa periferia palestinese. Si ripete, all'infinito, il copione afghano, algerino ed iracheno: ed è così che i sogni europei di rivitalizzare i vecchi protagonisti della Guerra Fredda si dimostrano alla prova dei fatti soltanto dei miseri sogni d'Ottone. June 07 Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale: l'ultima corsa prima della disfatta
(nella foto: il neo presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick) In sostituzione dello screditato Paul Wolfowitz (che aveva utilizzato la sua posizione per concedere un aumento di stipendio alla sua compagna), la delegazione Usa nella Banca Mondiale ha indicato all'unanimità come nuovo presidente Robert Zoellick, un 53enne ex dirigente di Wall Street e funzionario dell'amministrazione Bush. Qualcuno si chiederà: ma com'è possibile che gli Usa, da soli, possano decidere sia il corso politico sia i presidenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale? Non sono questi due organismi autonomi e, come dicono i loro nomi, "mondiali"? Niente di più falso. La Banca Mondiale è controllata dalla Federal Reserve Usa, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha negli Usa il principale paese donatore nonchè l'unica nazione con potere di veto. Questo vuol dire che tali istituzioni, che prestano i loro soldi a tutto il Terzo Mondo annegandolo nei debiti, permettono indirettamente agli Stati Uniti di controllare le economie dei paesi in via di sviluppo, impedendo loro per sempre di crescere e, in ultima analisi, di diventare concorrenziali rispetto alle avanzate economie occidentali. Si crede unanimemente ed erroneamente che lo scopo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale sia quello di incoraggiare lo sviluppo e liberare il Terzo Mondo dalla povertà, ma in realtà attraverso i SAPs (Structural Adjustament Programmes, ovvero "programmi di aggiustamento strutturale") BM e FMI ricattano i paesi in via di sviluppo con la formula del "io ti do i soldi, ma tu fai quello che ti dico". Innanzitutto il primo obbligo a cui i paesi del Terzo Mondo devono sottostare è quello di rimborsare immediatamente gli interessi sul debito contratto con l'Occidente, visto che il debito in sè è talmente elevato per le possibilità di quelle povere economie che mai esse potrebbero ripagarlo basandosi solo sulle proprie forze. Nel frattempo, anno dopo anno, BM e FMI riottengono nella forma del pagamento degli interessi più di quanto avevano precedentemente prestato e, poichè il debito di base rimane comunque inestinguibile, hanno la garanzia che tali paesi dovranno continuare a pagare gli interessi vita natural durante. In questo modo BM e FMI possono non soltanto prosperare, ma addirittura aumentare la loro ricchezza, ovviamente a scapito dei popoli del Terzo Mondo che precipitano sempre di più nella miseria. Inoltre ordinando ai paesi del Terzo Mondo di focalizzarsi sulla produzione per scopi di esportazione, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale hanno incanalato solo tra il 1984 ed il 1990 170 miliardi di dollari: si tratta di denaro che quei paesi avrebbero potuto investire nella loro economia interna e che invece hanno dovuto dirottare per il pagamento del debito estero. Com'è possibile per un paese in via di sviluppo uscire da questo circolo vizioso? O dichiarando la bancarotta, come ha fatto l'Argentina (ma il sistema economico internazionale è congegnato in modo tale che i primi a rimetterci, sostanzialmente, sono i piccoli risparmiatori mentre BM e FMI tutto sommato se la cavano) o ripagando tutto il debito in anticipo come hanno fatto la Russia, l'Indonesia, il Venezuela, ecc. Alcuni possono permetterselo perchè hanno, per esempio, una buona struttura industriale e soprattutto risorse energetiche da esportare in abbondanza, e se il prezzo del greggio e del gas aumenta a dismisura come è avvenuto negli ultimi anni allora è tutto oro che cola: la storia del Venezuela e della Russia insegnano. Ma per quanto riguarda tutti gli altri paesi che non hanno risorse, e per questo vengono chiamati addirittura Quarto Mondo, tale gioco è impossibile. Più di 70 paesi del Terzo Mondo, dall'Africa all'Europa dell'Est, dal Sud America all'Asia, sono sottomessi ai SAPs: si va dalla Nigeria (recentemente definito "il più grande Stato fallito sulla faccia della Terra") alla Giamaica, dall'Ungheria all'Etiopia, passando per il Lesotho, il Kenya, il Ghana, l'Uganda, l'Egitto, la Romania, il Guatemala, l'Honduras, il Bangladesh, l'Albania, lo Sri Lanka, e chi più ne ha più ne metta: BM e FMI praticano su di loro ben 556 programmi SAPs, comportanti la liberalizzazione dell'economia interna, con le aziende straniere che possono così impadronirsi dei settori economici strategici di quei paesi senza incontrare ostacolo alcuno. Tanto sono inutili e dannose queste strategie per il miglioramento macroeconomico e microeconomico dei paesi interessati, tanto sono vantaggiose per BM, FMI e le multinazionali: uno studio intrapreso dalla Banca Mondiale sul risultato dal 1988 al 1998 dei SAPs in 15 paesi dell'Africa subsahariana ha dimostrato il loro totale fallimento sotto ogni punto di vista. Sempre lo stesso studio (chiamato "Adjustment Lending: An Evaluation of Ten Years of Experience", cioè: "Prestiti d'aggiustamento: una valutazione dopo dieci anni di esperienza") dimostra come 36 dei 47 paesi africani, dopo l'aggiustamento strutturale da parte della BM e del FMI, abbiano un livello del debito estero che è pari al 110% del loro Prodotto Interno Lordo. Inoltre gli Stati africani, incapaci di competere con le multinazionali occidentali, sono stati costretti a ritirarsi dal settore sanitario come parte del programma di economia di mercato imposto loro dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Ciò ha messo i bambini africani alla mercè di organizzazioni internazionali prive di scrupoli e di multinazionali farmaceutiche che sono ora libere di usarli come cavie da laboratorio per sperimentare i farmaci ed i vaccini che poi vengono venduti come "clinicamente testati" in Occidente. Ad esempio, nel gennaio 2001, l'azienda farmaceutica statunitense TNC Pfizer ha usato un farmaco sperimentale su 50.000 bambini malati di meningite a Kano, in Nigeria, senza neppure l'autorizzazione ufficiale delle autorità locali. Come risultato dell'epidemia 15.000 persone sono morte mentre molte altre sono diventate cieche e sorde. Non parliamo poi della piaga dell'AIDS, che ha visto di recente il Sud Africa opporsi in Tribunale alle multinazionali farmaceutiche perchè intendeva acquistare i farmaci contro l'AIDS "replicati" e quindi a minor costo in Thailandia, provocando così un pregiudizio economico a quelle compagnie americane ed europee che consideravano il Sud Africa come loro esclusivo monopolio. In nome della legge del profitto la vita degli uomini perde qualsiasi valore, e questo è il primo risultato del capitalismo in quelle terre così travagliate. Ed è proprio sulla questione dei farmaci "non brevettati" che si registrano i maggiori dissapori fra paesi del Terzo e Quarto Mondo da una parte e BM e FMI dall'altra. Subito dopo la sentenza favorevole al Sud Africa (che ha condannato le multinazionali occidentali e ha riconosciuto il diritto del Sud Africa a comprare medicinali a basso costo contro l'AIDS in Thailandia), l'attuale presidente della Banca Mondiale, all'epoca capo dell'USTR (Office of the United States Trade Representative, "Organo del governo USA che gestisce le politiche di commercio con l’estero"), ha imposto alla maggior parte dei paesi africani di aderire alle leggi sulla proprietà intellettuale americane che rendono ad esempio le medicine fuori dalla portata dei paesi in via di sviluppo. Non deve infatti passare in secondo piano il fatto che Zoellick sia notoriamente l'uomo di fiducia dei grandi marchi dell'industria farmaceutica, e gli accordi commerciali bilaterali che ha negoziato bloccano efficacemente l'accesso di milioni di persone ai medicinali generici. Con questi presupposti è molto difficile che il nuovo presidente della Banca Mondiale possa recuperare un buon rapporto con i paesi in via di sviluppo, che del FMI e della BM proprio non ne possono più, e cominciano a guardarsi intorno alla ricerca di nuovi e meno esosi "promotori". Ed è qui che appare all'orizzonte la sagoma minacciosa (per il FMI e la BM, ovviamente) del dragone cinese. Sebbene i mass media dicano che l'attuale riunione del G8 sia incentrata soprattutto su effetto serra, cambiamento climatico e riduzione delle emissioni, in realtà l'argomento più scottante sarà proprio la Cina. Per colpa di Pechino Washington e soci stanno infatti perdendo il controllo dell'Africa. BM e FMI hanno già perso il controllo dell'Asia e del Sud America, in seguito alle crisi finanziarie asiatiche del '97 - '98, del Brasile del '98 - '99 e dell'Argentina nel 2001. Nel primo caso i paesi asiatici si sono sganciati dal FMI e hanno reintrodotto controlli sui movimenti di capitale, sostituendo i crediti del FMI con quelli elargiti surrettiziamente dal Giappone e approfittando dell'effetto trainante della Cina, unica non danneggiata dalla crisi grazie alla sua autonomia finanziaria, per uscire dalla crisi. Brasile e Argentina invece si sono sganciati dal FMI portando avanti draconiane politiche di bilancio volte al pagamento anticipato del debito, oggi totalmente estinto, e insieme ad altri paesi del Sud America, a cominciare dal Venezuela, lavorano oggi alla costruzione di un "Banco del Sud" che sostituisca in tutta l'America Latina BM e FMI. In Africa invece è la Cina a sostituire BM e FMI grazie al suo immenso avanzo nei conti con l'estero, prestando dollari in ammontare maggiore e a tassi concorrenziali. Inoltre, questi prestiti sono erogati secondo il criterio del "no questions asked, no strings attached" (nessuna domanda, nessuna condizione), per cui i governi africani li preferirebbero comunque. Ciò che infatti interessa alla Cina non è di assumere il controllo delle economie di questi paesi, ma semplicemente garantirsi la loro fedeltà politica nel vendergli petrolio e materie prime. I cinesi vengono in Africa, pagano senza troppo discutere sul prezzo, non s'intromettono nelle faccende interne dei paesi e non obbligano i governi locali a fare alcuna riforma in senso liberista. Inoltre, in cambio delle materie prime ricevute, offrono prodotti finiti a buon prezzo, che permettono il miglioramento delle condizioni di quei paesi. L'Angola ha ottenuto un prestito di 2 miliardi di dollari dalla Cina senza essere obbligata a privatizzare le proprie risorse e servizi, come invece chiedeva il FMI; il risultato è che ora l'Angola vende il suo petrolio ad un prezzo vantaggioso alla Cina (recentemente ha superato anche l'Arabia Saudita diventando il primo fornitore di petrolio ai cinesi), e il denaro ricavato lo può investire per interventi statali nell'economia interna che migliorano le condizioni del paese. In più l'Angola acquisisce un maggior potere d'acquisto e importa sempre più tecnologia dalla Cina e sempre meno dall'Occidente, essendo quella cinese assai più a buon mercato rispetto a quella europea ed americana. Stesso discorso per quanto riguarda lo Zimbabwe, che addirittura ha sganciato la propria valuta dal dollaro associandola allo yuan cinese, ed è ormai divenuto in Africa uno dei mercati preferenziali per l'economia cinese: il paese sta uscendo dal debito e le condizioni economiche migliorano, a dispetto dall'embargo votatogli contro da Usa e Inghilterra. Il vicolo cieco in cui si trovano FMI e BM è il risultato del rapporto che i paesi occidentali hanno stabilito con il Terzo Mondo, quale fonte di surplus finanziario attraverso l'indebitamento e i pagamenti per il suo servizio. In questo modo il Fondo Monetario Internazionale è diventato un'organizzazione di usurai su scala globale e di esazione del debito, mentre la Banca Mondiale ha seguito il cosiddetto "business model", per cui le sue entrate devono provenire da attività profittevoli. Il loro ruolo ora s'è ridimensionato e i due organismi si stanno riducendo a coordinare e mediare gli interessi imperialistici in via sempre più residuale e marginale. Saranno i paesi occidentali adesso a doverlo fare in prima persona. E' questo il nuovo ruolo del G7; attenzione, G7 e non G8, poichè l'ottavo membro, la Russia, ha tutto l'interesse a veder affondare FMI e BM, e già vi sta contribuendo con l'acquisto del loro oro e l'ingresso nel WTO che le permetterà la convertibilità del rublo. Senza poi citare il ruolo sempre più massivo di Mosca nel commercio internazionale dell'energia, con l'ormai imminente apertura della borsa di San Pietroburgo in cui il gas e il petrolio della Russia e dell'Asia Centrale verranno venduti in rubli; tutte manovre che hanno come scopo quello di dare alla Russia le stesse "armi economiche" usate ora dalla Cina nel Terzo Mondo contro FMI e BM. Quando il G7 parlerà di come affrontare il surplus cinese, e di qui a cinque anni quello russo, non si tratterà certo delle esportazioni di Pechino verso gli Usa o l'Europa (non possono farci nulla, in quanto i primi a beneficiarne sono proprio le multinazionali e le società importatrici occidentali), e nemmeno del ruolo di quasi monopolio di Mosca nel mercato dell'energia, ma del fatto che il G7 sta perdendo l'Africa. La resa dei conti ormai è vicina. Come dicevano i latini, ab majora! June 05 La Titanomachia, ovvero Bush, Putin e la Cina verso lo scontro finale![]() Questa è l'immagine felice di un'epoca che non è più. Era da poco passato l'11 settembre 2001 e in Cina, vestiti nella sete delle casacche locali, Vladimir Putin, George Bush e Jang Zemin siglavano l'entente cordiale che avrebbe permesso agli Stati Uniti di attuare la loro strategia d'imperialismo nell'Asia Centrale e nel Medio Oriente in maniera del tutto pacifica, o meglio sarebbe dire facilitata, senza incontrare l'opposizione manifesta degli altri due grandi. Era il primo, sostanzioso frutto dell'attentato alle torri gemelle: Cina e Russia autorizzavano gli Usa a dar la caccia ai terroristi in tutto il mondo, anche nel loro "cortile di casa", quell'insieme di paesi che finiscono tutti in "an" (Afghanistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Azerbaigian) e che fino a poche settimane prima i due colossi eurosiatici volevano difendere dalle intromissioni americane a tutti i costi. D'altronde spostare l'attenzione dal conflitto sotterraneo per il dominio geopolitico del mondo alla guerra al terrorismo internazionale era anche nell'interesse del nascente blocco russo - cinese: a Mosca si potevano regolare i conti, definitivamente e una volta per tutte, con i separatisti ceceni, e a Pechino si potevano schiacciare i guerriglieri islamici delle aree a sud ovest del paese. Ognuno portava a casa propria un risultato, e tutti erano contenti. Certo, l'asse Russia - Cina non gradiva affatto la presenza dei marines sotto il proprio balcone, a presidiare un territorio tanto strategico quanto travagliato come l'Afghanistan: non avevano forse già a loro disposizione, gli americani, quella mina vagante del Pakistan? Per non parlare dell'India, divisa dalla Cina da una silenziosa rivalità che la nascente intesa fra Mosca e Pechino non aiutava più di tanto a superare, tradizionalmente in bilico tra il Cremlino e la Casa Bianca. No, indubbiamente se si fossero limitati a considerare la situazione nel breve termine, i cinesi non avrebbero affatto potuto ritenersi soddisfatti. Ma il bello della diplomazia cinese è sempre stato quello di pensare le cose in grande, forse più di quanto non si faccia a Mosca o a Washington. La Cina, forte di una popolazione che è la più grande al mondo - 1 miliardo e 300 milioni di persone - e la cui demografia non conosce crisi; di un'estensione geografica tra le più vaste a disposizione per uno Stato e al tempo stesso insufficiente per il suo immenso sviluppo; di una crescita economica senza paragoni nella storia e di una cultura millenaria che si piega ma non si spezza di fronte all'avanzata della colonizzazione culturale portata avanti dalla globalizzazione, poteva permettersi il lusso d'irretire i propri rivali, di portarli al fianco della sua alcova e di dissanguarli come un'amante insaziabile fa con i propri pretendenti. Così è stato: la Cina ha accettato di buon grado che gli americani entrassero nel grande gioco dell'Asia Centrale, consapevole che si sarebbero autodistrutti economicamente e militarmente; nel frattempo, Pechino avrebbe fatto incetta di titoli di credito Usa, precipitandoli sempre di più nel vortice del debito e assurgendosi a creditore numero uno, mentre a Washington vivevano (e conducevano un attivismo estero) nettamente al di sopra delle loro possibilità. Gli Stati Uniti hanno cominciato la "guerra al terrore", in realtà guerra d'interessi economici e strategici, pensando al proprio tornaconto; ma, svuotandosi poco per volta delle loro sostanze, hanno finito per diventare dei mercenari che conducono le guerre per conto terzi. E per la precisione, proprio della Cina e in seconda battuta della Russia, principali "assi pigliatutto" insieme all'Unione Europea dell'immenso debito estero americano. Gli Stati Uniti ci mettono le tecnologie militari e soprattutto la "carne da cannone", gli altri ci mettono il denaro per far muovere tutto l'ambaradan. Quando poi il gigante americano s'accascerà a terra, privo di ogni forza residua dopo aver combattuto la guerra che fa comodo a tutti, allora Cina e Russia si faranno avanti dividendosi più o meno fraternamente le spoglie. Al mercenario spossato non rimarranno che le briciole, e il bello è che all'intellighenzia di Washington questo va più che bene. Negli Stati Uniti, dove il liberismo sempre più estremizzato dalle destre repubblicane ha spezzato ogni possibilità di un'equa spartizione delle risorse, quelle briciole andranno tutte a coloro che avevano interesse a muovere la guerra, fosse anche per il vantaggio russo, cinese o europeo: poche briciole nelle mani di pochi uomini sono pur sempre cifre da capogiro. Se gli Stati Uniti si autoconsegnano ad un futuro da "impero straccione" è unicamente per volontà e tornaconto della sua classe dirigente, di quell'apparato "militar industriale" che già Heysenhower denunciava nella metà degli anni '50. E' una tattica tutta cinese, che soltanto i cinesi in virtù della loro massa critica possono permettersi, quella di utilizzare gli altri a proprio vantaggio. Chiusi nella Città Proibita, i dirigenti della Repubblica Popolare hanno pensato: "Su via, sopportiamo per qualche anno gli americani al nostro confine; sappiamo bene quale destino attende colui che osa ingabbiarsi fra le impervie montagne afghane; ridottosi a mal partito, egli non potrà più nuocerci". D'altra parte la storia insegna, e se per gli americani l'esempio sovietico dell'Afghanistan e quello patrio del Vietnam non significano nulla, possiamo soltanto concludere che se la sono cercata. Dispiace soltanto che questo errore da parte della nomenklatura americana sia stato possibile grazie al sistema sociale statunitense, che manda a morire nell'Hindukush o nel deserto iracheno dei poveri ragazzi afroamericani o latini (magari per ottenere la Carta Verde, o perchè al di fuori della carriera militare non esistono altre prospettive di lavoro) per tutelare gli interessi di una ristretta oligarchia di bianchi iper e multi miliardari. Per la Russia il cammino è stato molto più impervio; anche perchè, essendo una potenza bicontinentale, europea ed asiatica allo stesso tempo, si è trovata costretta a badare a due fronti contemporaneamente, entrambi infiltrati dalle ambizioni di dominio unilaterale e mondiale degli americani, e tutto ciò senza disporre delle ridondante demografia cinese. A fronte del miliardo e 300 milioni di popolazione che può vantare Pechino, i 140 milioni di russi sparsi nello spazio statale più vasto del pianeta fanno ridere e sono per per Mosca una grande preoccupazione. Una delle principali catastrofi dovute alla fine dell'Urss è stato il declino demografico della Federazione Russa, con il numero di morti che a 16 anni dalla caduta del comunismo ancora sovrasta quello delle nascite. Stando ai calcoli attuali, il numero delle nascite tornerà a superare quello delle morti solo entro il 2017: una data fin troppo significativa per la Russia. Sarà il 2017 l'anno che segnerà il completamento dell'impero al momento soltanto in fase di costruzione, o meglio sarebbe dire di ricostruzione? Il 2000 è stato un anno cruciale nell'evoluzione dei rapporti fra Stati Uniti e Russia. Mentre della Cina ancora non ci si curava granchè, poichè il capitalismo globale ancora non ne aveva intuito la portata (anzi, pensava che l'ingresso di Pechino nel WTO avrebbe permesso di gestire il subcontinente cinese alla stregua di qualsiasi altro piccolo paese del terzo mondo, cioè come una vacca da mungere), e tantomeno ci si curava dell'India, a Mosca e Washington s'insediavano due nuove personalità che rievocavano il fantasma della guerra fredda. I mesi immediatamente precedenti all'11 settembre furono segnati da un continuo e reciproco scambio d'accuse fra Russia e Stati Uniti, con al centro della questione proprio il controllo dell'Asia Centrale e del Caspio. E non mancarono episodi come l'affondamento del sommergibile Kursk, ufficialmente presentato al mondo come un incidente ma in realtà causato dallo scontro con un sottomarino americano inoltratosi in acque nazionali russe. Se non fosse avvenuto l'11 settembre molto probabilmente lo scontro a cui assistiamo adesso fra Russia e Stati Uniti per il controllo dell'Asia Centrale e del Medio Oriente sarebbe iniziato cinque anni prima; cioè in un momento in cui la Russia (all'epoca ancora fortemente indebitata col FMI e la BM, organi gestiti dagli Usa, con l'esercito in disarmo e in una fase in cui non aveva ancora ultimato le tecnologie militari di cui ora può fregiarsi) non si trovava ancora nelle condizioni ottimali per competere con l'amministrazione Bush (che, ricordiamolo, era ben più forte di quanto non lo sia oggi, visto che il disastro iracheno e la crescita esponenziale del debito erano incubi ancora di là da venire). L'11 settembre, un attentato di cui la CIA era a conoscenza e che la Casa Bianca ha assecondato perchè serviva un evento di fortissimo impatto sull'opinione pubblica americana per giustificare le operazioni militari in Asia Centrale e Medio Oriente, è stato paradossalmente più utile alla Russia di quanto lo sia stato ai sostenitori e agli sponsorizzatori dell'amministrazione Bush. Innanzitutto ha permesso alla Russia di prevenire le ambizioni americane in Asia Centrale trasformando gli Usa in una sorta di socio guardato a vista; mentre gli americani si sobbarcavano il grosso del lavoro in Afghanistan, assumendosi onori e soprattutto oneri, i russi potevano ritornare in Afghanistan alla chetichella, e stabilirvi le loro basi. E nessun afghano ha demonizzato il ritorno dei russi nel paese, mentre tutti hanno cominciato a manifestare un livore e un'insofferenza crescenti verso gli occupanti americani ed europei, identificati dalla popolazione locale come il vero simbolo dell'Occidente imperialista e colonizzatore. Del pari, la Russia ha potuto ristabilire basi negli altri paesi dell'Asia Centrale, aumentando la propria influenza nell'ex spazio sovietico. E tutto questo con gli americani "in casa". Stabilito un modus vivendi con gli americani nel Fronte Orientale, in Asia Centrale, la Russia poteva così stabilire un altro modus vivendi, ben più proficuo, con gli europei nel Fronte Occidentale. Sono gli anni, non dimentichiamocelo, in cui il prezzo del gas e soprattutto quello del petrolio sale alle stelle: l'11 settembre, la crescita economica asiatica e la ripresa delle tensioni in Palestina fanno alzare il costo del greggio al barile a ritmo giornaliero. E poichè la Russia ha petrolio e gas in quantità abissali, per il Cremlino è tutto oro che cola. Ma gli americani non accettano di farsi strumentalizzare così da russi e cinesi: l'obiettivo di Washington è il recupero della propria potenza economica a livello globale per preparare un nuovo "secolo americano", e non certo quello di fare beneficienza a Russia e Cina con le proprie fatiche. L'Iraq è la chiave di volta di tutta questa strategia: sostituire il regime baathista, caduto nell'influenza russa e cinese a suon di crediti ed investimenti da parte di Mosca e Pechino, con un regime democratico e filoamericano permetterà di cambiare i rapporti di forza in Medio Oriente a tutto vantaggio degli Stati Uniti. Il nuovo Iraq, pensano alla Casa Bianca, venderà greggio a basso prezzo e in abbondanza, dando una bella boccata d'ossigeno all'economia degli Stati Uniti (che oltretutto riceverà un bell'aiuto anche dalla ricostruzione) e colpendo gli interessi della Russia, che proprio grazie all'impennata del prezzo del petrolio può permettersi di rialzare la testa troppo impudentemente. Inoltre le basi americane fino ad ora ospitate in Arabia Saudita potranno essere trasferite in Iraq, e questo aiuterà a mantenere buoni rapporti con la casa dei Saud: c'è troppo malumore nel paese per la contiguità ai luoghi sacri dell'Islam degli "infedeli" venuti da oltre Oceano. Ad incoraggiare ulteriormente gli americani c'è il fatto che l'Iraq, militarmente parlando, è il più vulnerabile paese del Medio Oriente: dopo due guerre e dieci anni d'embargo Saddam Hussein ha ben poco da schierare al fronte dinanzi all'immensa macchina da guerra statunitense. Alla Casa Bianca la campagna di Babilonia sembra proprio un colpo sicuro e facile, un vero e proprio uovo di Colombo: non sanno, o fanno finta di non sapere che si tratta invece di un grossissimo azzardo. E' proprio questo azzardo, risoltosi nella maniera opposta a quella preventivata dagli americani, ad aver precipitato quest'ultimi nell'incolmabile svantaggio che li separa dai russi. La Russia macina sempre più miliardi, vendendo petrolio e gas a peso d'oro, mentre gli Stati Uniti affondano in un debito estero per il quale al momento non s'intravedono soluzioni. Le conseguenze disastrose della guerra in Iraq hanno minato la credibilità e la potenza dell'esercito americano e negli Usa sempre meno giovani sono disposti ad arruolarsi per fare da carne da cannone in nome degli interessi dei loro governanti. Le casse statali vengono dissanguate per finanziare le operazioni militari, sottraendo così investimenti al settore sociale: le conseguenze negli anni a venire saranno pesantissime, anche perchè ci saranno famiglie, in America, che per la perdita in guerra del capofamiglia o dell'unico figlio si troveranno in ristrettezze economiche, e poi ci saranno i reduci afflitti da menomazioni fisiche e da disturbi mentali, praticamente sprovvisti di ogni tutela medica in grado di alleviare la loro situazione. Gli Stati Uniti hanno perso l'ultimo treno, e marciano verso l'autodistruzione. Le "rivoluzioni democratiche" pilotate da Washington in Ucraina, Georgia e Kirghizistan sono il canto del cigno di un progetto imperialista nell'ex spazio sovietico che si è già arenato in Bielorussia. Non è con questi regime's changes mirati ad accerchiare la Russia e prendere il controllo degli oleodotti e dei gasdotti che si potranno tenere sotto controllo Mosca, Pechino o l'Europa; servono soldi, crediti e non debiti. Questo è il motivo principale per cui tutti i paesi ex sovietici che Washington ha cercato di porre sotto la propria influenza con tali rivoluzioni fittizie sono ora ritornati sotto l'ala protettrice della Russia: gli Stati Uniti sono lontani, al di là del Pacifico, e hanno sempre minori garanzie economiche da offrire per il loro sviluppo. La Russia invece è vicina, il suo petrolio e il suo gas sono indispensabili e come minimo un accordo di buon vicinato va trovato. Solo la Georgia resiste, ma per quanto tempo ancora il governo di Sakhasvilij potrà giustificare il proprio filoamericanismo ad una popolazione che necessita del gas russo, e non della retorica filo atlantica, per riscaldarsi ed alimentare l'economia? Lo stesso governo di Sakhasvilij sa benissimo che, dinanzi ad una Russia determinata a ristabilire la propria influenza nel Caucaso, la Casa Bianca si volterebbe dall'altra parte: non è per tutelare il governo di un paese amico, per quanto strategico e determinante sia nello scacchiere mondiale, che ci si avventura in una escalation con l'orso russo. Adesso siamo alla resa finale. La Russia non vuole lo scudo spaziale americano, ufficialmente presentato per proteggere l'Europa Occidentale da eventuali attacchi missilistici iraniani e nord coreani (e pensare che un razzo, nord coreano o marziano che sia, possa partire dal Pacifico e approdare all'Atlantico sorvolando tutta l'Eurasia è semplicemente un insulto all'intelligenza), ma in realtà nato per controllare la Russia ed affermare il controllo statunitense in tutto il blocco euro asiatico. L'alleanza russo - cinese, che coinvolge molti paesi dell'Asia Centrale e del Medio Oriente all'interno del Trattato di Shangai e delle relative organizzazioni satelliti, deve misurarsi con l'allargamento della Nato nei Balcani, nel Mar Nero, nel Caucaso, fino al Caspio. E' una corsa all'accaparramento delle risorse energetiche: chi arriverà per primo potrà garantirsi un posto al sole nel nuovo secolo. E' fin troppo chiaro che il nuovo scudo, che costerà agli Stati Uniti un occhio della testa e li precipiterà ancora più in fondo al baratro dell'indebitamento, servirà a mantenere alla Casa Bianca il forte potere negoziale nei confronti dell'Europa, della Russia e della Cina di cui fino ad oggi ha potuto usufruire per ragioni più economiche che militari. Il fatto che la potenza americana si affidi sempre di più alle leve militari anzichè a quelle economiche e finanziarie è la prima novità nei rapporti di forze fra i grandi della Terra. Per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno fare affidamento soltanto sulla forza militare per garantire la propria declinante egemonia? A Praga è in atto lo scontro fra Est e Ovest, fra Putin e Bush. I due leader si affronteranno ufficialmente solo in maniera verbale, in realtà affilando le armi per il confronto finale. Gli Stati Uniti hanno già in mente la controtattica da utilizzare nei confronti della Russia: invitare quest'ultima a partecipare alla costruzione dello scudo spaziale. Dopotutto la Russia non ha sempre detto che gli Stati Uniti dovrebbero considerarla un socio, piuttosto che un rivale? Ma tutto questo è inaccettabile per Putin. Infatti una proposta del genere parte sempre dal presupposto americano di poter porre la Russia sotto il proprio controllo; esattamente come avvenne quando la Russia venne associata al G7, e al tavolo di discussione con la Nato. Ma la Russia non ha più voglia di fare da comprimario dinanzi ad una potenza americana che straccia gli accordi e fa tutto da sè, senza ascoltare nessuno; ha già mandato giù fin troppi bocconi amari in questi ultimi anni, quando era costretta a starsene a mani ferme dinanzi alle amministrazioni Clinton e Bush che mancavano ad ogni accordo, allargando sempre la Nato, bombardando la Jugoslavia, appoggiando governi ostili a Mosca nella CSI e via dicendo. Adesso le cose cambiano. Gli Stati Uniti di oggi sono come l'Unione Sovietica fra gli anni '70 e '80: quando, sempre sull'orlo del crollo economico, alterava l'equilibrio balistico e militare mondiale canalizzando tutte le sue risorse nella produzione bellica e nell'avventurismo in Africa, in Medio Oriente e in Afghanistan. A quei tempi la Cina era alleata degli Stati Uniti, e l'Urss era per entrambi il rivale numero uno. Oggi è tutto diverso: Russia e Cina sono alleate contro gli Stati Uniti, e quest'ultimi associano la fragilità economica all'inquietudine militare; proprio come, ottant'anni fa, la Germania del Kaiser Guglielmo II. La ricomposizione del blocco euroasiatico è la grande novità che determinerà l'affondamento della superpotenza imperialista numero uno, gli Stati Uniti d'America. June 03 Usa e Inghilterra fomentano il revisionismo storico contro la Russia nella Seconda Guerra Mondiale![]() (La bandiera sovietica sventola sulle rovine della Cancelleria dopo la caduta di Berlino) Si, anche noi italiani a proposito di revisionismo storico ne sappiamo qualcosa. Come non citare, per esempio, tutti i tentativi di riabilitare i repubblichini mettendoli sullo stesso piano dei partigiani? I discorsi di Ciampi, Violante e Tremaglia, i libri di Pansa e i programmi di Vespa e Ferrara... "Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scordiamoci il passato, trallallero trallallà...", dice una celeberrima canzone, assai significativa... Non ci deve quindi stupire la tendenza della storiografia anglosassone ad enfatizzare i meriti degli Alleati nella sconfitta del Nazismo contemporaneamente diminuendo i meriti dei russi: e questo nonostante il fatto che proprio l'Unione Sovietica fu il paese a lasciare sul campo il maggior numero di caduti per liberare l'Europa, ben più di 20 milioni. L'articolo di recente pubblicato da Aleksander Krylov su http://en.fondsk.ru (Strategic Cultural Fondation) è da questo punto di vista a dir poco significativo. In Estonia, un mese fa, mentre le autorità locali s'incontravano con quelle europee e quelle americane per festeggiare la schiavitù delle prime nei confronti delle seconde e la partecipazione a tutto tondo del piccolo Stato baltico nella NATO (tanto per mettere sotto scacco la Russia che, da quelle parti, fa passare alcuni dei suoi più importanti gasdotti), veniva rimossa la statua dedicata ai soldati dell'Armata Rossa. Eppure erano stati quest'ultimi, non gli americani o gli inglesi, a liberare l'Estonia dai nazisti; e checchè se ne dica, ciò a cui miravano i governanti estoni nel rimuovere quel monumento è cercare di sminuire il ruolo dell'Armata Rossa nella sconfitta del Nazifascismo. Ma, in occasione del 62° anniversario della vittoria sul Nazismo, che per i russi ricorre il 9 maggio, è opportuno ricordare come l'immane sacrificio del popolo russo (20 milioni di morti è solo una stima prudenziale; si dice che il numero potrebbe essere tranquillamente anche il doppio), con la vittoria nelle battaglie di Stalingrado e di Kursk, abbia rovesciato l'esito della Seconda Guerra Mondiale ben prima dello sbarco in Normandia. Se guardiamo come viene insegnata la storia ai giovani negli USA e in Gran Bretagna, non si potrà non notare l'attenzione data prevalentemente ai fatti relativi al Fronte Occidentale: la battaglia di El Alamein, l'offensiva delle Ardenne, lo sbarco in Normandia, ecc... Tutto questo ha ovviamente un suo perchè: si enfatizza il ruolo degli Alleati nella sconfitta della Germania riducendo contemporaneamente i meriti dell'Unione Sovietica e delle forze partigiane attive in tutt'Europa, dalla Francia all'Italia alla Polonia ai Balcani. Questo pone le "basi storiche" per affermare, da parte degli angloamericani, il diritto a mantenere un ruolo di guida e di egemonia sul resto dell'Europa, ed affermarsi sull'Est Europeo "evacuato" dalla Russia in seguito al crollo del comunismo. Se si nega che alla liberazione dell'Italia, o di qualunque altro importante Stato europeo fino al 1945 occupato dai tedeschi, abbiano contribuito in maniera determinante i partigiani, automaticamente si riconosce unicamente agli inglesi e agli americani il merito di aver restituito il paese alla libertà e alla democrazia; e in questo modo si giustifica la sua sottomissione agli interessi angloamericani. A dimostrazione di quanto efficace sia questo metodo d'insegnamento, va menzionato come non siano rari i casi di studenti inglesi ed americani convinti che l'Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale fosse alleata della Germania! Questa interpretazione storica è diventata una sorta d'atto dovuto nei confronti del grande protettore americano non appena vi è stato l'avvento della Guerra Fredda, al punto che Wiston Churchill, nelle sue memorie, screditò completamente il ruolo cruciale avuto dall'Armata Rossa nella sconfitta della Germania nazista (caso piuttosto singolare, visto che al tempo stesso enfatizzava il ruolo avuto dalla Russia zarista nella lotta contro gli Imperi Centrali durante la Prima Guerra Mondiale). Nel Secondo Dopoguerra la storiografia venne fortemente influenzata dalle memorie di guerra di ufficiali e militari ex nazisti, che generalmente tendevano a giustificare sè stessi e la Wehrmacht prendendo le distanze, ideologicamente parlando, dal Fuhrer. L'arroganza di casta di questi militari d'alto lignaggio e il loro orgoglio ferito raramente si riversavano contro gli angloamericani, che anzi consideravano alla stregua di loro protettori, ma bensì contro i sovietici; ed è fin troppo chiaro che gli angloamericani e i loro simpatizzanti li lasciassero fare, concedendogli massima visibilità. D'altra parte le memorie di guerra dei militari e dei politici dell'URSS, e dei partigiani dei vari paesi europei, non venivano quasi mai assunti al livello di "contraddittorio" politico - militare contro la produzione storiografica e memoriale degli ex hitleriani, e così il monopolio di quest'ultimi non veniva quasi per nulla scalfito. Va aggiunto poi che ben raramente le memorie degli ufficiali sovietici potevano varcare la Cortina di Ferro per confrontarsi con quelle degli ex fascisti, e in ogni caso erano fortemente censurate e ideologizzate nel paese d'origine. Solo a partire dagli anni '70 in Occidente si sono avuti i primi seri tentativi di operare un confronto fra i ruoli di angloamericani e russi nei rispettivi fronti di guerra. John Erickson, storico britannico, fu tra i primi a muoversi in questa direzione: nei suoi libri “The Road to Stalingrad” (“La strada per Stalingrado”, 1975) e “The Road to Berlin” (“La strada per Berlino”, 1983), rivelò la portata dell'effettivo contributo del Fronte Orientale per la sconfitta della Germania nazista. Dopo, David M. Glantz, storico militare statunitense, scrisse numerosi testi sulla guerra dal fronte russo. Tra il 1989 e il 2006, diede alle stampe 16 lavori, tra cui “When Titans Clashed: How the Red Army Stopped Hitler” (“Quando i Titani si scontrarono: Come l'Armata Rossa fermò Hitler”). Centinaia di testi di studiosi inglesi e statunitensi si concentrarono su vari aspetti particolari delle operazioni al Fronte Orientale, come il trattamento dei prigionieri di guerra, le pulizie etniche in tempo di guerra, il ruolo dell'NKVD (la polizia politica dell'URSS ai tempi di Beria e Stalin), l'economia e le risorse alimentari, ecc... Quelle edizioni non erano fatte per il grande pubblico, sicché per decenni le impressioni delle masse di lettori in Gran Bretagna e USA vennero formate soprattutto dalle memorie lasciate da W. Churchill ed altri uomini di Stato occidentali, che presentavano il fronte occidentale come teatro principale della Seconda Guerra Mondiale. Questa tradizionale impostazione ha iniziato a scemare solo di recente. Sotto questo aspetto, “Europe at War 1939-1945: No Simple Victory” (“L'Europa alla guerra dal 1939 al 1945: una vittoria non semplice”) di Norman Davies, uno storico britannico, ha giocato un ruolo decisivo. In quest'ultimo libro Davies condanna, in maniera chiara e senza il tipico aplomb degli studiosi inglesi, il patologico narcisismo degli USA e soprattutto manifesta una speciale acrimonia contro quegli autori americani che stupidamente continuano a convincere i loro connazionali che soltanto gli USA fermarono il fascismo e sconfissero Hitler, negando i visibili meriti degli altri paesi. Secondo Norman Davies, sul fronte orientale i combattimenti, che infuriarono per 4 anni, coinvolsero 400 divisioni tedesche e sovietiche; il fronte stesso si estendeva per 1.600 km, da Leningrado, sul Baltico, a Baku, nel Caucaso. Nel frattempo, le offensive sul fronte occidentale coinvolsero 15-20 divisioni al massimo. L'esercito tedesco subì l'88% delle perdite sul fronte orientale. Fu l'Armata Rossa a fermare la volontà e la capacità della Wehrmacht di portare a compimento importanti offensive al fronte nel 1943. Gli storici angloamericani vogliono rimuovere e nascondere alle nuove generazioni la Battaglia di Kurks, ma invano. Norman Davies sostiene che il ruolo chiave dell'Armata Rossa nella Seconda Guerra Mondiale sarà così palese ai venturi storici che in futuro USA e Gran Bretagna verranno semplicemente accreditate di aver soltanto fornito un supporto estremamente importante. Ciononostante, nel perorare la causa del cruciale contributo offerto dall'Armata Rossa contro il fascismo, N. Davies incappa nel cliché ideologico sullo “scontro dei due totalitarismi”: nella sua visione, il regime più animalesco della storia europea non fu annientato dalle democrazie, ma da un altro brutale regime. In altre parole, un tiranno (Hitler) fu sconfitto da un altro tiranno (Stalin). Dunque, pur riconoscendo il decisivo apporto dell'Unione Sovietica per la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, N. Davies ignora completamente il fatto che il nazismo tedesco, sconfitto dalla Russia storica, e successivamente dall'URSS sua erede tra il 1941 e il 1945, fu un prodotto incredibilmente aggressivo e inumano della civiltà occidentale. Allo stesso tempo, N. Davies riconosce il ruolo personale di Stalin nella vittoria russa. Non è un fatto di poco conto: per decenni si è sminuita completamente la figura di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale, attribuendogli tutti gli errori e le debolezze vere o presunte che attanagliavano l'Unione Sovietica al momento in cui essa venne invasa dalle truppe tedesche. Questa riabilitazione rappresenta quindi un fatto estremamente importante nella storiografia recente. Geoffrey Roberts, un altro storico, concorda con questa visione. Nel suo “Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953” (“Le Guerre di Stalin: dalla Guerra Mondiale alla Guerra Fredda, 1939-1953”), scrive che la rinascita dalle ceneri dopo errori così numerosi e la condotta del paese verso la vittoria più grande fu un vero e proprio trionfo, e che il mondo fu salvato per le democrazie da Stalin. La verità è che il mondo fu salvato dai Russi, non dal genio di Stalin. Stalin stesso lo ammise nel 1945, nel suo brindisi “ai Russi” durante un ricevimento per i comandanti dell'Armata Rossa al Cremlino. Per i Russi, questa guerra sarà sempre grande, patriottica e totale, perchè per essi fu uno scontro mortale contro il male assoluto – il nazismo che venne dall'Ovest. Ecco perchè in Russia la Seconda Guerra Mondiale viene chiamata "Grande Guerra Patriottica". June 01 Dir bugie su Putin e la Russia è una moda
Lo sappiamo bene: sparare a zero su Putin e sul deficit democratico della Russia è, per i nostri insigni giornalisti, politologi ed opinionisti, uno sport nazionale. Il fatto è che più la Russia cresce e s'afferma come superpotenza in grado di rompere le uova nel paniere agli USA e al loro progetto di mondo unipolare, più i media occidentali che sono asserviti agli interessi dei loro governi e potentati economici si danno da fare per demolire l'immagine internazionale della Russia e la sua presentabilità nel mondo. E' un circolo vizioso, che ci condurrà nei mesi e negli anni a venire ad un'intensificazione delle calunnie e delle strumentalizzazioni sulla Russia, su Putin e su colui che gli succederà nel 2008, almeno fino a quando ci si renderà universalmente conto che tali cazzate altro non sono, appunto, che cazzate. Allora tutto l'operato mediatico dell'Occidente in declino politico sfumerà sciogliendosi come neve al sole e i responsabili, giacchè la categoria di quei giornalisti ormai la conosciamo bene, si ricicleranno accodandosi a qualche altro mecenate bisognoso di scribacchini di bugie a un tanto al chilo. Tanto per dare un'idea di quale volume abbiano raggiunto le cazzate sulla Russia propinateci dai nostri giornalisti in questi giorni, si citi il caso delle uova tirate addosso a Vladimir Luxuria e Marco Cappato. Chi ha tirato quelle uova, chi ha alzato le mani contro Luxuria e Cappato? Non erano giovani manifestanti di Russia Unita, il partito del presidente Putin, e nè tantomeno dei suoi simpatizzanti senza tessera. Erano i nazionalbolscevichi alleati di Kasparov. Chissà perchè quando costoro si danno a manifestazioni d'omofobia la stampa li dipinge come "alleati di Putin" e quando, invece, sono insieme a Kasparov, vengono raffigurati come suoi strenui oppositori politici. A dire la verità i partiti d'opposizione a Putin sono ben altri, e assai più credibili. La Russia è piena di partiti, grossomodo un centinaio, e fra tutti questi Kasparov e i suoi amici nazionalbolscevichi sono fra i più piccoli: messi insieme non raggiungono il 4%. Ma hanno il grande pregio di essere nel libro paga del Dipartimento di Stato USA, cosa che ne fa agli occhi dei giornalisti occidentali "una vera opposizione". Il Partito Comunista di Ziuganov, la sinistra nazionalista di Rodina, gli ultranazionalisti di Zirinovskij, il Partito Socialdemocratico russo tanto anticomunista da non accettare fra i suoi militanti gli ex iscritti al PCUS, il "grande centro" di Jabloko, ecc, non hanno questa caratteristica oppure sono vecchi amici caduti in disgrazia e perciò non meritano di essere considerati l'opposizione a Russia Unita. Sono talmente ostrcizzati dal mondo dell'informazione che i cittadini europei o americani neppure ne conoscono l'esistenza. Quel che è peggio, alcuni di questi movimenti collaborano persino con Russia Unita, e allora perchè l'Occidente dovrebbe considerarli come "alternativa democratica"? Certo è vero che considerare, per converso, i nazionalbolscevichi come "alternativa democratica" a Putin richiederebbe una grande fantasia, o spregiudicatezza, o ignoranza politica, o faccia tosta, a scelta. Potremmo forse considerare Forza Nuova una "alternativa democratica" alle attuali forze politiche italiane? Qualsiasi giornalista che lo sostenesse si prenderebbe (si spera) come minimo una denuncia per apologia di Fascismo. Il capolavoro i nostri giornalisti occidentali lo hanno fatto al vertice russo - tedesco di Samara avvenuto a metà dello scorso mese di maggio. L'opposizione (i principali "caposaldi" li abbiamo citati poco fa) ha potuto sfilare tranquillamente, e in mezzo ai manifestanti c'erano anche i neonazisti, gli stalinisti e gli ultranazionalisti cosacchi, tanto per far capire come la manifestazione fosse davvero aperta a tutti, al punto da mettere persino l'opposizione in brutta luce davanti all'opinione pubblica russa e di tutto il mondo. Ora, in una manifestazione che spaziava dai neonazisti agli stalinisti, chi è stato l'unico che non ha potuto partecipare? Ma Kasparov, ovviamente! Insieme, è chiaro, ai suoi inseparabili amici nazionalbolscevichi. A quanto pare, avrebbe potuto benissimo raggiungere i manifestanti, anche soltanto andandoci il giorno prima, ma non c'è riuscito: a questo punto molto meglio, più conveniente e meno rischioso mettersi a gridare davanti alle telecamere, in fondo è tutta pubblicità gratuita. Ovviamente i cameramen gli hanno dato spago, e gli opinionisti buoni per tutte le stagioni non hanno perso tempo nel raffigurarlo come "bastione della democrazia" in Russia e rivale temibile e credibile per Putin (è infatti noto che col 2% dei voti si può fare di tutto, anche vincere le elezioni). Nessuno dei nostri insigni politologi si domanda perchè Kasparov sia più interessato a farsi vedere a braccetto col nazionalbolscevico Limonov e a fare conferenze stampa davanti alla CNN, invece che a stringere un'alleanza con forze dell'opposizione più serie e concrete. Al contrario, rimangono col fiato sospeso come se dal suo destino dipendessero le sorti di tutta la Russia. D'altronde, se qui in Italia Luca Barbareschi (attore e noto fascistone) fondasse un suo partito, s'alleasse con Pino Rauti e si mettesse ad inveire contro la dittatura di Prodi e di Berlusconi, troverebbe di sicuro qualcuno disposto ad ascoltarlo. A Samara Putin ha voluto lanciare un messaggio ben preciso: qualche centinaio di manifestanti che scendono in piazza, mobilitati da due piccoli partiti che campano sull'assegno inviato da Washington, non fanno paura al Cremlino. Al Dipartimento di Stato Usa, alla Casa Bianca, alla Commissione Europea, alla NATO, alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale possono anche smetterla di campare d'illusioni. Dare qualche manganellata o fermare Kasparov per un paio d'ore sono segnali non tanto per chi alle bastonate purtroppo c'è abituato, e nemmeno per il "campione di democrazia" che sbraita dietro un altoparlante, ma per tutti coloro che in Occidente pensano di poter ancora imporre la loro volontà al Cremlino. Alla fine la storia è sempre quella dei due pesi e delle due misure: si paventa l'involuzione autoritaria della Russia, ma in realtà essa sta avvenendo per davvero in Uzbekistan e proprio con la benedizione di Stati Uniti ed Unione Europea. Pure in Polonia c'è poco da stare allegri, ma chissà perchè mentre sulla Russia si dicono un sacco di bugie, su ciò che sta avvenendo a Varsavia invece non si dice proprio nulla. Dov'è finita la tanto decantata "trasparenza nell'informazione"? In Kazakistan il signor Nazarbayev cambia la Costituzione in senso autoritario ed "ereditario", ma nessuno dice niente: meglio parlare di una finta dittatura in Russia piuttosto che puntare il dito contro una dittatura vera in Kazakistan, specialmente se ci è alleata e ci passa il petrolio. Anzi, al Kazakistan nel 2009 gli diamo pure la presidenza dell'OSCE. Ma non allarghiamoci troppo. Abbiamo nominato la Polonia; tema un po' periferico (ma nemmeno tanto, pensandoci bene) rispetto al "discorso Russia", ma ricollegandosi all'inizio della discussione, le uova tirate contro Luxuria e Cappato, ci sta benissimo, visto che i gemelli Kaczynsky ne stanno combinando delle belle anche sotto l'aspetto dei diritti civili. Prodi s'è incontrato con Kaczynsky (quello che fa il presidente), omofobo come nessun altro mai. E intanto si parla delle uova e delle botte a Mosca contro il radicale Cappato e la rifondista Luxuria...! Ma come, dico io, questi due gemelli a Varsavia tutti i giorni ne combinano una, rispetto alla Russia sono persino membri dell'Unione Europea e nessuno, dico NESSUNO, che a Bruxelles o Roma o Berlino o Parigi dia loro una tiratina d'orecchie??? Luxuria e Cappato, quando sono stati assaliti dai nazionalbolscevichi, stavano portando una lettera di protesta al sindaco di Mosca Lushkov contro la sua omofobia; ma non ne hanno scritta neppure mezza contro l'omofobia dei gemelli Kaczynsky. Avrebbero potuto scriverla e dire a Prodi che se ne facesse tramite; e invece niente. D'accordo, ci stiamo preparando per il vertice di Riga, e in quell'occasione assai probabilmente verrà sollevato il tema dei diritti civili in Polonia, ma intanto un mezzo discorsetto poteva essere fatto tranquillamente. Stando all'ultimo rapporto di Amnesty International ( http://thereport.amnesty.org/eng/Regions/Europe-and-Central-Asia/Poland ) la Polonia risulta essere il paese (non solo socialmente ma anche istituzionalmente) pi omofobo, antigay ed antilesbiche di tutta Europa, al punto che la Russia a dispetto di Lushkov al confronto appare apertissima. Ma, siccome la Polonia ormai è nell'Unione Europea e per la NATO è un paese importantissimo, è meglio non parlarne. Ora io non mi aspetto che sia Prodi a parlare di queste cose, ma perlomeno i suoi alleati radicali che su questi argomenti si scaldano sempre tantissimo... Se davvero queste sono delle questioni di principio, allora proprio non si riesce a capire perchè si debba puntare l'indice contro la Russia e al contempo tacere sulla Polonia, paese in cui si passa dalle discriminazioni vere e proprie al progetto della "commissione sul problema degli omosessuali".
(I due gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynsky) Beninteso, al di là dell'esempio polacco (assai negativo perchè inserito all'interno dell'UE), non è che la Russia sul tema della tolleranza verso gli omosessuali sia al livello delle democrazie scandinave... Tuttavia quanto affermano i nostri cari opinionisti, secondo i quali in Russia i diritti avrebbero subito negli ultimi anni una forte restrinzione, è un mucchio di balle. Ai tempi di Eltsin una manifestazione di omosessuali si sarebbe conclusa in un'enorme carneficina in piazza, con i nazionalisti e i naziskin a bastonare i dimostranti senza che nessuno potesse farci niente. La Russia di Eltsin non era democratica nè tantomeno rispettava i diritti umani, e Mosca negli anni '90 era mille volte più pericolosa di quanto non lo sia oggi. La Gay Parade è arrivata con Putin: invece delle bastonate di oggi, ieri ci sarebbero state le revolverate. Può piacere o non piacere, ma è così. La Russia su queste tematiche continua ancora ad essere arretrata, e Lushkov è un omofobo, ma basta guardare un po’ di televisione e girare nei locali per capire che, nonostante gli esagitati nazionalisti, la società russa oggi è più aperta nei confronti degli omosessuali di quanto gli avvenimenti recenti non facciano pensare. Ma i nostri bravi giornalisti non si limitano a questo, poichè di notizie da strumentalizzare ce ne sono fin troppe. Eccoli allora discutere sul caso Livtinenko: lo definiscono un oppositore di Putin giustiziato per le sue denunce troppo scomode. Così, a sentire questi "cremlinologi" improvvisati, Litvinenko sarebbe stato un oppositore (aveva un partito? Faceva politica? Era un giornalista indipendente? O era magari un ex agente del KGB, amico dell’oligarca Berezovski, nemico di quel Paul Klebnikov, giornalista ammazzato a pistolettate per aver scritto un libro in cui Boris Berezovskij era dipinto come un mafioso corrotto?) e Yandarbiev un leader ceceno in esilio (e non un terrorista in fuga, ma dipende sempre dai punti di vista, come insegnano non solo il KGB ma la CIA, il Mossad e i signori dell’MI6, che in Cecenia non erano certo dalla parte dei russi, nella prima metà degli anni '90). Se tutti quelli che accusano il Cremlino di essere il mandante dell’omicidio Litvinenko dovessero essere ammazzati dall’FSB, alla Lubjanka avrebbero già finito il polonio e pure le pallottole.
(L'oligarca russo Noris Berezovskij) La realtà è che il signor Boris Berezovskij, leader del crimine organizzato russo, primo degli oligarchi dell'era eltsiniana ad allontanarsi dalla Russia dopo la venuta di Putin, appoggiato dall'Occidente che gli garantisce l'asilo politico in Inghilterra (a dispetto di tutte le rchieste di estradizione venute dalla Russia, che la magistratura inglese ha peraltro accolto e che il governo Blair ha sempre graziosamente "ignorato"), ha sempre usato la tattica di uccidere i suoi alleati, purchè pesci piccoli, allo scopo di mettere ne guai a livello internazionale il suo nemico Putin. Che interesse avrebbe avuto Putin ad uccidere la Politkowskaija o Litvinenko, personalità che nessuno conosceva? Ucciderli non sarebbe servito ad altro che a renderli famosi e tutti avrebbero immediatamente sospettato il Cremlino: una tattica controproducente, suicida, che però va nell'interesse di Berezovskij e dei suoi sostenitori. Ai tempi di Eltsin invece il Cremlino ammazzava tutti coloro che si mettevano contro la famiglia presidenziale e i loro amici oligarchi; eppure l'Occidente non faceva una piega, non diceva nemmeno una parola. Ma a quei tempi la Russia, guidata dalla cricca di Eltsin e soci, sacrificava i suoi interessi nazionali facendo la fortuna di americani ed europei: e allora perchè rompere i coglioni al Cremlino con la storia della democrazia? La Russia degli anni '90 era un immenso Azerbaijan (o Zaire, o Uzbekistan, o altro paese da saccheggio a conduzione familiare che dir si voglia) che andava dal Baltico al Pacifico, e faceva comodo un po' a tutti. Proprio non si capisce perchè oggi la Russia, invece di difendere i propri interessi nazionali com'è giusto che sia, debba trasformarsi in una sorta di confraternita di beneficenza succube alle mire occidentali, come nel decennio eltsiniano. Adesso sorge l'ennesima new: Litvinenko era un uomo dei servizi segreti inglesi. Lo dice Andrey Lugovoy, anche lui agente segreto dell'ex KGB passato a quanto pare al soldo degli inglesi. Non suona come una grande scoperta: che Litvinenko e Lugovoi, entrambi legati a Berezovski, entrambi ex Kgb e alla ricerca di altre fortune abbiano avuto contatti con i servizi britannici é poco ma sicuro. Cosa ne sia venuto fuori lo abbiamo visto. Chiamarli agenti é probabilmente una parola grossa: anche Scaramella voleva entrare al Sismi. Litvinenko era anche lui una mezza calzetta e si puó dare per assodato che non agisse per conto proprio. Se gli ordini li prendesse da Boris Berezovskj o dall'MI6 é facile da capire. Gli inglesi non sono stupidi e il loro lavoro lo fanno bene. Quindi? Lugovoi é un vero patriota perchè ha rifiutato di collaborare? Improbabile. Ha ammazzato lui Litvinenko? Forse. Per ordine di chi? Questa domanda é la piú difficile. In fondo è poco importante sapere chi sia stato materialmente a mettere il polonio nel tè (se non per la cronaca e il tribunale): importante è capire perchè lo ha fatto, chi in questi giochini ci ha guadagnato o perso: cui prodest? Ecco perchè è bene analizzare tutto, senza perdere la visione dell'insieme, per capire chi ci ha guadagnato e chi no dall'uccisione di Litvinenko. Il portavoce del Foreign Office ha commentato tutta la vicenda dicendo: "Questo è una questione di crimine e non un problema d'intelligenza". Ha detto che i servizi segreti non c'entrano, soprattutto quelli inglesi. E, poichè non c'entrano nemmeno quelli russi, allora l'unica porta a cui rimane da bussare è quella di Boris Berzovskij. E se si dimostra che davvero l'omicidio Litvinenko non è un caso di spionaggio internazionale ma semplicemente di criminalità internazionale, allora è uno schiaffo ai media inventori di accuse e di complotti ma soprattutto un bel casino per Berezovkij. |
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