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RIFLESSIONI GLOBALITeoria e pratica dell'intrigo internazionale 4月17日 Nuovo BlogQuesto blog d'ora in avanti proseguirà su: http://riflessioniglobali.blogspot.com Per maggiore comodità raggiungibile anche dall'indirizzo: http://www.riflessioniglobali.tk Grazie per l'attenzione. 12月28日 Morta Benazir Bhutto: in Pakistan non cambia niente![]() Rawalpindi, 27 dicembre 2007: mentre parla ai suoi simpatizzanti durante un comizio politico, la figlia dell'ex premier Alì Bhutto, ucciso nel '79 dal generale golpista Zia Ul Aq, segretaria del Partito del Popolo del Pakistan, segue la sorte del padre e muore in un attentato. Una bomba crea il panico e solleva fumo e polvere, offuscando la visuale alle persone presenti e alle telecamere; quasi contemporaneamente si odono dei colpi d'arma da fuoco. Quando le nebbie si diradano e la folla vince il proprio panico, ci si accorge che a terra giace Benazir. Morta. Il governo viene immediatamente chiamato in causa, non fosse altro per la "professionalità" con cui l'attentato è stato svolto e per le "note" antipatie fra Benazir e l'ormai ex Generale Perwex Musharraf. Niente da dire sulla capacità di Al Zahawiri e della filiale di Al Kaeda da lui guidata di organizzare un attentato fatto bene come quello di ieri a Rawalpindi; ma conoscendo la storia del Pakistan, fatta di complotti militari e servizi segreti deviati, la tentazione di pensare che l'ISI (la CIA pakistana) c'abbia messo la zampino è irresistibile. E non è nemmeno un'ipotesi del tutto peregrina. Il governo ha subito espresso la propria costernazione per la morte della rivale, rientrata in Patria nell'ottobre scorso proprio con l'intenzione di chiudere il capitolo Musharraf, o affrontandolo e vincendolo, oppure dialogandoci insieme per dar vita ad una maggioranza nuova che escluda i fondamentalisti islamici. C'è chi, in questa costernazione, ha visto un sentimento sincero, o perlomeno obbligatorio, per così dire di circostanza, e chi invece lo ritiene solo una messinscena da parte del solito Musharraf che ringrazia il Cielo per aver superato pure questa nuova burrasca. Anche in questo caso entrambe le ipotesi possono essere vere e, aggiungerei, persino complementari. Quello che dobbiamo aver ben chiaro è che Benazir Bhutto non è rientrata in Pakistan per fare una visita ai parenti, nè perchè a Dubai o a Londra le avessero detto che l'ospite è come il pesce e dopo tre giorni puzza. Fino a pochi mesi fa se n'è stata in esilio perchè era una persona politicamente morta e finita, al pari del suo vecchio rivale Nawaz Sharif: due personalità politiche di indubbio spessore, ma spazzate via dal colpo di Stato militare del '98 che aveva posto Musharraf ai vertici del Pakistan. Entrambi sono rientrati in Patria perchè anche Musharraf ormai aveva fatto il suo tempo, gli americani non lo ritenevano efficace come aveva promesso d'essere e, soprattutto, stava ripetendo l'ennesimo errore del suo predecessore Zia Ul Aq (anch'esso sostenuto e poi abbattuto dagli americani, nell'arco di un decennio): allearsi con i fondamentalisti dopo averli usati. Il Dipartimento di Stato Usa, con alla testa Condoleeza Rice, avrebbe voluto un "uomo forte" che, dopo aver sguinzagliato i fondamentalisti in India e in Afghanistan, una volta raggiunti gli obiettivi li sopprimesse: nulla di nuovo sotto il sole, è la medesima strategia che gli inglesi applicarono con i Sikh proprio ai tempi della conquista di India e Pakistan. Insomma, si profilava la possibilità di rimpiazzare Musharraf; bastava solo vedere come e quando. E così sono ritornati in campo i soliti sponsor della politica pakistana: da una parte gli statunitensi che hanno mandato avanti la Bhutto, un tempo persona ad essi poco gradita (e questo fa riflettere su come cambino le persone e le alleanze con il tempo: pensate all'OLP in Palestina, un tempo "bestia nera" per Kissinger e oggi unico interlocutore riconosciuto dalla Casa Bianca nella zona, visto che nel frattempo s'è affermata Hamas), dall'altra i sauditi con Nawaz Sharif. La Bhutto doveva recuperare il vecchio progetto americano di pacificazione dell'Afghanistan (in parole povere avrebbe dovuto fare la guerra nell'Indukush al posto degli americani, che ormai non ne possono più) per farvi passare le pipelines attraverso le quali condurre fino all'Oceano Indiano il petrolio uzbeko; Sharif invece doveva rafforzare il Pakistan nei confronti dell'Iran, potenza in ascesa e grande padrino degli Sciiti in tutta l'area del Golfo. Si tratta di due progetti apparantemente compatibili, ma a svelare dove sta il trucco c'è la differenza con cui il regime di Musharraf ha represso i suoi due rivali. Benazir Bhutto ha ricevuto un trattamento di gran lunga migliore di Nawaz Sharif, che ha rischiato l'arresto e l'espatrio forzato fin dal primo momento che è ritornato in Patria, e successivamente negli scontri avvenuti durante le elezioni è stato posto per due volte agli arresti. Benazir Bhutto ha ricevuto solo gli arresti domiciliari, subito dopo revocati, a dimostrazione che il regime teneva nei suoi confronti un atteggiamento ben più morbido. Che cosa significa tutto questo? Significa che per gli Stati Uniti Musharraf è un alleato recuperabile, così come lo era Saddam prima che decidesse di invadere il Kuwait; e la Bhutto non è stata fatta ritornare in Pakistan unicamente per sostituirlo, ma anche e soprattutto per aiutarlo politicamente, offrendogli l'alleanza con il PPP in alternativa ai fondamentalisti. Non dimentichiamoci che quest'ultimi sono assai più vicini a Sharif, e se Musharraf avesse dovuto allearsi con loro il Pakistan sarebbe decisamente uscito dall'orbita americana per entrare in quella saudita: un fatto indubbiamente nuovo nella geopolitica della regione, e foriera per gli Usa di cattivi presagi. I vecchi alleati nel Medio Oriente, dall'Arabia Saudita alla Turchia, sono ormai tutti in rivolta e non si fidano più del modo di giocare del loro partner d'oltre Oceano; hanno capito che quando gli americani giocano in Medio Oriente, sono disposti anche a sacrificare gli interessi dei loro alleati, turchi, egiziani, sauditi o giordani che siano. E questo alle (una volta) fedeli cancellerie mediorientali non va giù. Contro la Turchia gli Usa finanziano e fomentano il PKK, partito un tempo marxista e antiamericano; contro il Pakistan e l'Arabia Saudita cosa faranno? La prima mossa è stata quella di appropriarsi di una vecchia nemica come la Bhutto, ma a quanto pare il piano è fallito; il destino del PPP in questo frangente è difficilmente prevedibile. Può darsi che Musharraf si trovi costretto a difenderlo, ma a che pro? Solo il carisma di Benazir Bhutto poteva rendere accettabile ai militanti del PPP un'alleanza con Musharraf, da essi tanto malvisto; ma adesso sarà difficile che il PPP possa presentarsi seriamente come un'alternativa al fronte fondamentalista. Tuttavia un'alleanza con i fondamentalisti potrebbe rappresentare un'anticamera al ritorno di Sharif al governo, ma soprattutto un aumento esponenziale dell'influenza saudita nel Pakistan, allo scopo di fare di Islamabad una potenza anti-sciita e anti-iraniana; e anche questa possibilità non affascina affatto Musharraf, che sogna di passare alla storia come il nuovo Ataturk. Non dobbiamo dimenticare che il Pakistan è uno dei paesi con la più grande minoranza sciita al suo interno; collocarlo contro l'Iran significherebbe ripetere per la seconda volta l'errore iracheno. Anche l'Iraq, con una fortissima componente sciita al suo interno, fu mandato dagli americani contro l'Iran, paese totalmente sciita; fu una lotta fratricida che destabilizzò enormemente l'Iraq, la cui unità venne salvata solo dalla residua forza del regime baathista; il crollo di quest'ultimo, nel 2003, ha determinato l'implosione politica e sociale del paese. Se ciò capitasse in Pakistan (dove la popolazione è di 150 milioni contro i 25 dell'Iraq) sarebbe una tragedia sei volte più grande; a tacere poi delle armi nucleari e dei relativi segreti, che potrebbero finire in mano a chiunque. L'Arabia Saudita, per tutelare la propria sicurezza dinanzi all'espansionismo sciita nel Golfo sostenuto dall'Iran, sarebbe disposta ad accettare un simile rischio? Tutto questo serve a dimostrare che cercare di pacificare il paese rivitalizzando le vecchie personalità della Guerra Fredda non ha molto senso, proprio com'è avvenuto in Palestina. Bisogna discutere con i protagonisti nuovi, ma soprattutto accettare il fatto che gli Stati Uniti, come superpotenza mondiale, hanno fatto il loro tempo e non riescono più ad influenzare il corso della vita politica di altri paesi. Solo coinvolgendo le potenze della regione, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India, si potrà trovare una soluzione ai drammi afghani e pakistani. Non ci saranno vie d'uscita senza il coinvolgimento del Trattato di Shangai, che riunisce proprio tutte queste potenze; che piaccia o no a Londra o Washington, le cose stanno così. La Spagna e il Portogallo hanno dovuto mollare le loro colonie, seguite poi dalla Francia e dall'Inghilterra; il potere non lo si conserva per sempre. Nessun impero è mai stato eterno, men che meno è riuscito ad imporre per sempre la propria volontà su un popolo o un territorio. Tutti, anche i più potenti, sono costretti ad essere sconfitti, e India e Pakistan insegnarono già questa lezione agli inglesi ai tempi del Mahatma Ghandi. Solo finendola con l'immischiarsi nelle faccende altrui e favorendo piuttosto il dialogo fra comunità e Stati limitrofi sarà possibile risolvere i conflitti che dilaniano interi continenti. E' questo l'unico modo perchè le cose in Pakistan cambino per davvero; altrimenti non cambierà niente, e se non potrà essere Benazir a fare l'autocrate vorrà dire che continuerà Musharraf a farlo, oppure sarà Sharif o qualcun altro ancora, magari uscito dalle fila dell'esercito. 12月24日 Auguri di buone feste A tutti coloro che passeranno di qui rivolgo i miei auguri di buone feste. 12月5日 Iran. Ma va'! Adesso la CIA dice che... (più Google)(Premessa che ha del clamoroso ma, a pensarci bene, nemmeno troppo: sono andato or ora su Google a cercare un'immagine di Ahmadinejad per pubblicarla in questo intervento ma, sorpresa!, non ce n'era neanche una. Dopo aver rimosso il sito ufficiale della resistenza irachena, www.uruknet.org, dalla sua lista, Google per fare un nuovo piacere ai padroni ha tolto anche le immagini del presidente iraniano. Siccome non ho voglia di andare a cercare un altro motore di ricerca per reperire una foto, vorrà dire che questo intervento verrà pubblicato senza immagini. Pazienza!) Torniamo a bomba all'argomento: la CIA ha detto che l'Iran ha smesso di portare avanti i piani per il nucleare militare fin dal 2003. Questo permette alla Casa Bianca di giustificare il suo mancato intervento contro l'Iran; infatti, dopo numerose minacce, preparazioni belliche con dislocamento della flotta nel Golfo e così via, a Washington si erano resi conto che allargare il conflitto era un'opzione impossibile. Perchè i soldi non bastavano, anzi il debito pubblico statunitense si fa sempre più pressante; perchè l'esercito Usa è in pieno disfacimento, con le diserzioni che aumentano giorno dopo giorno, nessuno più che vuole arruolarsi e l'aumento dei suicidi fra i reduci dalla guerra in Iraq. Infine, perchè nel Consiglio di Sicurezza ONU siedono due super potenze, Russia e Cina, che tanto vedono crescere la loro importanza nel mondo quanto gli Usa la vedono diminuire. Insomma, morale della favola gli Usa hanno dovuto rinunciare al proposito di muovere guerra all'Iran, e per evitare che a Teheran se ne facessero troppo vanto hanno tirato fuori la scusa che non ce n'era più bisogno. La lezione irachena, con tutto quello che è successo a Saddam e al regime baathista, è servita agli iraniani che, proprio in quel 2003, avrebbero interrotto i piani militari. Ma guarda un po'! Gli americani in questo modo hanno preso due piccioni con una fava: hanno ridato smalto alla loro teoria che la guerra in Iraq sarebbe funzionata come un "colpirne uno per educarne cento" e al tempo stesso hanno giustificato la loro incapacità di portare avanti la "guerra al terrore". Peccato però che non ci creda nessuno, salvo la solita stampa asservita che, a furia di raccontarla a tutti 24 ore su 24, alla fine riuscirà ad entrare nelle menti di tanta opinione pubblica distratta. Nel 2003 il famoso "dossier iraniano" tanto sbandierato dalla Casa Bianca non esisteva ancora; al contrario, impegnati tutti com'erano a Washington con la guerra contro l'Iraq, l'amministrazione Bush si diceva fiduciosa che a Teheran avrebbero subito capito l'antifona deponendo le armi. E, al di là di ogni considerazione, giova ripetere che il progetto nucleare iraniano è solo relativo al nucleare civile e non a quello militare, come l'AIEA stessa dimostra quotidianamente (è la stessa AIEA a cui Israele proibisce di visitare il sito di Dimona, nel deserto del Negev, dove vengono custodite più di 200 testate atomiche, la stessa AIEA non riconosciuta dagli Stati Uniti; chissà perchè sempre questa legge dei due pesi e delle due misure). Tuttavia non c'è nessuno, nè in sede politica nè tantomeno a livello informativo, che lo riconosca e lo affermi; al contrario, tutti a dire che l'Iran vuole i missili a testata nucleare per attaccare Israele. Per Israele sarebbe la giustificazione ideale per attaccare l'Iran, grazie allo spalleggiamento degli Usa, e soprattutto regolare definitivamente i conti con gli Hezbollah in Libano, alleati del regime degli Ayatollah. Ma adesso? Diciamocelo oggettivamente: Usa e Israele, e i loro vassalli europei, hanno fatto una ben magra figura ad alzare sempre i toni in tutti questi anni, a far minacce e a preparar guerra, se poi sono costretti a dire che da quattro anni in Iran il progetto per il nucleare militare (che oltretutto non è mai esistito, ma questo guai a dirlo) è sospeso. D'altronde, dire che la guerra contro l'Iran non si poteva fare perchè l'esercito e il paese non ce la fanno più, e la Russia non vuole, sarebbe l'ammissione della propria sconfitta. Meglio evitare. 12月3日 Due voti a confronto, così per capire meglio il mondo![]() Il voto di ieri in Russia è stato presentato come il duello all'ultimo sangue tra il bene e il male, Kasparov e Putin. Peccato che tale dicotomia si discosti molto dalla realtà, e diciamo anche dal senso delle proporzioni. L'unica cosa che può rendere Kasparov simpatico a noi occidentali è il fatto di trovarsi sul libro paga del Dipartimento di Stato Usa (e a questo punto è lecito chiedersi per quanto tempo ancora, visto che finora non ne ha azzeccata una); per quanto riguarda tutto il resto, con il suo 2% di elettorato difficilmente può rappresentare un'alternativa a Russia Unita, il partito del presidente Putin, così come nei confronti di qualunque altra formazione politica russa caratterizzata da una certa consistenza elettorale (il Partito Comunista di Ziuganov, la sinistra nazionalista Rodina, i liberaldemocratici ultranazionalisti di Zirinowskij, e pochi altri). Il fatto che il suo partito non abbia figurato nelle schede elettorali non ha quindi inciso particolarmente sugli equilibri elettorali russi; del resto Kasparov non ha fatto molto per impedire che ciò avvenisse, anzi ha preferito gonfiare la notizia per guadagnarsi tanta pubblicità gratuita sul lungo termine, al punto che in televisione era il terzo personaggio politico russo più presente prima di tanti altri che hanno un pacchetto di voti ben più cospicuo. Le irregolarità a danno di Kasparov c'erano, e il signorino non ha fatto nulla per rimediarle, preferendo il bacio in bocca con le telecamere della stampa piovuta in Russia da tutto il mondo. D'altronde qualcosa di simile si vide anche qui in Italia, durante le regionali 2005, con la lista della Mussolini esclusa dal voto in Lazio per una storia di firme false... Per quanto riguarda gli alleati di Kasparov, poi, essi condividono con lui i numeri elettorali assolutamente marginali, i programmi inattuabili e sgraditi alla maggior parte dell'elettorato russo, nonchè il fatto di dipendere dall'assegno di mantenimento inviato dalla Casa Bianca. Si pensi ai Nazional-bolscevichi di Limonov, che invocano un giorno sì e un giorno no la caccia all'omosessuale e nel frattempo accusano Russia Unita di scarsa sensibilità ai diritti umani... Difficilmente i cittadini russi, dopo aver assistito allo scempio che è stato fatto del loro paese proprio da uomini come Kasparov e i suoi amici rivoluzionari della domenica, accetteranno di consegnare la Russia a uomini di tale stampo; sanno che dietro di loro ci sono gli Stati Uniti, e i grandi interessi economici dell'Occidente, e non accetteranno mai che si compia un simile tradimento ai danni della patria. I russi hanno subito Eltsin, hanno già dato. Ecco perchè Russia Unita ha vinto con oltre il 60% dei voti. ![]() In Venezuela invece il tanto atteso referendum, che avrebbe dovuto portare al cambiamento di molti articoli della Costituzione Bolivariana per rafforzare il processo socialista del paese, ha visto la vittoria del no. Certo, è stata una vittoria risicata, 50,5% contro 49,25%, ma è pur sempre un evento significativo. Per la seconda volta Chavez subisce una sconfitta, sia pur temporanea, nei 9 anni di governo del Venezuela. La prima sconfitta fu il tentato golpe di Pedro Carmona nel 2002, voluto dalle opposizioni e appoggiato da Usa e Spagna, risoltosi nel giro di due giorni nel ritorno di Chavez al potere per volere popolare. Questa è la seconda sconfitta, anch'essa temporanea, molto più tenue rispetto alla prima anche perchè non mette comunque in discussione il lavoro già fatto finora dal governo bolivariano. Ma è un dato di fatto che le infiltrazioni della CIA in Venezuela, denunciate da Chavez nei giorni scorsi, hanno avuto l'esito sperato dall'opposizione capitalista venezuelana e dai suoi protettori ispanoamericani. Chavez era stato rieletto lo scorso anno, con oltre il 60% dei voti, proprio sull'onda del progetto di trasformazione socialista del paese latinoamericano; la vittoria del referendum era quindi nè più e nè meno che una formalità, da svolgersi nel rispetto della Costituzione. Se si è verificato questo intoppo è perchè evidentemente la strategia di boicottaggio del Socialismo del XXI Secolo, che i nemici di Chavez hanno cominciato ad attuare fin dal primo giorno della sua rielezione, sta ormai iniziando a dare i suoi primi frutti. A questo punto è importante che il Venezuela insieme ai suoi alleati rafforzi l'opposizione alle insidie del capitalismo settentrionale, accelerando i progetti socialisti nazionali ed internazionali fino al punto di renderli completamente irreversibili. Ci siamo già, a dire il vero; ma è importante andare ancora più avanti, perchè gli ultimi colpi di coda dell'agonizzante gestione Bush non si trasformino nei primi segni di declino del grande sogno socialista latinoamericano. Forse esagero con le parole; più che di declino sarebbe bene parlare di malattia passeggera. Ma è proprio durante questi momenti che gli avvoltoi del capitalismo internazionale se ne approfittano per portare a casa i risultati agognati; lo abbiamo già visto tante volte, in tanti paesi. Il Socialismo è fatto per gli uomini e dipende dagli uomini; se quest'ultimi si sono formati sotto il capitalismo, lo sfruttamento e il consumismo, continueranno ad essere facili prede per i predatori capitalisti. Ecco perchè questa fase transitoria è particolarmente delicata e richiede i massimi accorgimenti... Chavez era consapevole del gioco a cui stava giocando, ma non poteva fare altrimenti, e questa è la sua principale giustificazione. Sapeva che l'essere stato estromesso dall'elezione ad un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU avrebbe significato, nel lungo termine, rendere indifeso il Venezuela agli attacchi dei capitalisti nord americani proprio nel momento culminante della sua trasformazione in chiave socialista. Ecco, se il Venezuela avesse avuto quel seggio all'ONU, oggi il referendum sarebbe stato vinto, perchè Chavez avrebbe potuto in sede internazionale denunciare le manovre che si operavano ai danni del suo paese, e neutralizzarle. Non essendo avvenuto ciò, si è trovato a correre uno dei più grandi rischi di tutta la sua carriera politica. Ma ciò non ha importanza; il processo democratico che è stato bloccato nel referendum dai nemici interni ed esterni continuerà per le vie ad esso più congeniali, attraverso i comizi comunali, e le forme di democrazia dirette previste dalla Costituzione Bolivariana. Ci vorrà più tempo, ma il processo sarà comunque inarrestabile; perchè forti della lezione appena ricevuta, i socialisti e i rivoluzionari del Venezuela e di tutta l'America Latina sapranno far mangiare nuovamente la polvere ai capitalisti del nord. C'è una piccola isola, a poche miglia dalla Florida, che dal lontano 1959 resiste ad ogni tentativo di violazione della sua sovranità, ed ha visto il sogno socialista espandersi oltre i propri confini, proprio in quei paesi nei quali la dittatura fascista e il neoliberismo della scuola di Chicago sembravano destinati a regnare per sempre. Il suo esempio è il faro per tutta l'America Latina, e sappiamo benissimo che il Venezuela, allievo più promettente fra tutti quanti, non si lascerà scalfire dalle velleità imperialiste di un mondo capitalista ormai in declino. 11月19日 Tanto per dirne una... I fallimenti della politica italiana Il Partito Democratico è un fallimento incontrovertibile ed innegabile. Non parlo tanto dei numeri, perchè i sondaggisti pazzi lo danno quando al 15%, quando al 30. Parlo dei contenuti e delle modalità, cose rimaste tutte uguali a com'erano nei DS e nella Margherita, e per questo motivo non tanto superate quanto eticamente discutibili. Il fatto è che la democrazia si sta sempre più riducendo ad un guscio vuoto, dove la rappresentanza dei cittadini e la loro capacità di influire sulla vita politica del paese sono state ridotte anno dopo anno ai minimi termini; pensare di colmare questi vuoti con la storiella delle primarie, dei referendum, delle raccolte di firme, ecc, tutte iniziative che vanno adesso per la maggiore sia nel centrodestra che nel centrosinistra, rappresenta solo un palliativo. Certo, queste iniziative (le primarie del PD nel centrosinistra e la raccolta firme per le elezioni subito fatte da FI nel centrodestra) riscuotono un grande successo di pubblico, ma non tanto perchè quest'ultimo realmente creda in esse, o partecipandovi si senta protagonista della storia. Questi sono stati d'animo che appartenevano agli albori della nostra repubblica, quando la Costituente era in fasce e un'ingenuità mista all'entusiasmo portava gli italiani a sperare e addirittura a pretendere un futuro di libertà, uguaglianza e giustizia. Oggi la gente opta per queste poche e povere possibilità offerte dalla politica perchè semplicemente non ci sono altre alternative, all'infuori del voto, e di stare a guardare come la classe politica si spartisce l'Italia senza poterci mettere bocca agli italiani proprio non va giù. Peccato che il loro spirito d'iniziativa resti frustrato dall'impossibilità di dargli uno sbocco; altrimenti nel giro di due giorni Montecitorio verrebbe rivoltato come un calzino e la storia di questo paese potrebbe finalmente cominciare a girare per il meglio. Fatto sta che gli italiani si lasciano trascinare perchè non c'è niente di meglio, per far sentire la propria voce, che andare a firmare ai gazebo di Forza Italia, oppure andare a votare alle primarie del PD, o ascoltare i comizi di Grillo, o chissà cos'altro ancora. E sono così confusi che molti di loro fanno insieme tutte queste cose; votano per Veltroni e poi firmano contro il governo Prodi e magari prestano l'orecchio anche a qualche invettiva di Grillo, e non si perdono una sola puntata di Adriano Celentano su RaiUno (perchè viviamo in uno strano paese, dove il gossip lo fanno i politici e la politica la fanno i comici o i personaggi dello spettacolo in genere: da Baudo che polemizza contro la Chiesa a Bonolis che a San Remo tira le frecciatine contro la guerra in Iraq, da Grillo che lancia il V Day alle varie soubrettes e soubrettine che Berlusconi ha chiamato alla sua corte, a tacer poi di Corona e del suo al momento fantomatico partito). Dicono "bravo!" al politico che nei dibattiti - talk shows grida più forte, perchè probabilmente fa anche più ridere degli altri, e d'altra parte non è un mistero che i politici che prendono meno voti sono proprio quelli che in tv risultano meno simpatici, indipendentemente dai contenuti; o meglio, quei politici che non fanno ridere e al tempo stesso riescono ad essere ridicoli, gravissimo handicap nella politica italiana ed occidentale in genere. Il fatto è che la politica italiana è sempre la solita minestra riscaldata, a cui si cambia colore e presentazione, ma gira e rigira il sapore è sempre lo stesso, anzi, peggiora addirittura, perchè come sapranno tutti coloro che in fatto di cucina non sono digiuni (mai espressione fu più felice) il sapore dei cibi riscaldati tende sempre a degenerare. Il PD ha fallito ancora prima della sua nascita, e le primarie sono state il canto del cigno; ma si è mai visto qualcosa morire prima di nascere, passando oltretutto attraverso un successo grandioso? La grandezza di Veltroni e del Centrosinistra sta in questo. Berlusconi, dal canto suo, non sa più come fare per tenere unito un centrodestra che sbanda tutte le mattine in mille rivoli. Da una parte spara addosso alla disunione del centrosinistra, ma è come quei soldati in trincea che sparavano addosso ai nemici mentre a loro volta si prendevano le pallottole dei commilitoni delle retrovie. E' già la seconda volta che propone il partito unico, stavolta chiamato "Partito del popolo della libertà", un nome che in altri tempi sarebbe stato in odore di cattocomunismo, ed ha già ricevuto il "no grazie" dei suoi alleati. E ora che farà? Probabilmente farà come Veltroni e cercherà di trasformare in successo quella che non è l'unificazione di più partiti dell'alleanza, ma l'evoluzione di un vecchio partito in uno nuovo; in pratica, un insuccesso mostruoso che accomuna destra e sinistra in Italia negli ultimi 15 anni. Nella Prima Repubblica erano più furbi e sapevano che l'elettorato andava rassicurato conservando sempre i vecchi simboli: Craxi, che fu il più esagitato degli innovatori di allora, si guardò bene dal trasformare il suo PSI in, che so, "Partito della sinistra moderata", o roba del genere. D'Alema invece, nel fare qualcosa di simile col PCI, non c'ha visto niente di male. Ma siccome non si fidava del tutto, ha preferito che le responsabilità se le prendessero, nell'ordine, Occhetto, Veltroni e Fassino. Insomma, ormai la politica in Italia la fanno solo i paraculo, e con questo s'è detto tutto. 11月15日 Riflessione del 15 novembre: il lavoro e l'immigrazioneIl razzismo e il nazionalismo sono due fenomeni ideologici che la grande borghesia lanciò sul finire del secolo XIX per contrastare le idee emergenti della democrazia e del socialismo, che proprio in quegli anni stavano conquistando le masse popolari. Al motto "proletari di tutto il mondo unitevi" razzisti e nazionalisti contrapponevano il mito della superiorità di un paese e del suo popolo sugli altri, la necessità di espandersi per ottenere lo spazio vitale, il colonialismo, e così via con una sequela di disgrazie storiche, politiche ed ideologiche ben sperimentate nel secolo XX. E ancora oggi, per quanto ne dicano i politici odierni, queste divisioni sono sopravvissute. Non è vero che sono state superate con la caduta del muro di Berlino, o altre baggianate del genere. Al contrario, l'operato reazionario lanciato quasi due secoli fa continua a riscuotere successi menomando la mentalità dei popoli europei ed occidentali. Fomentando la divisione, l'antagonismo e l'egoismo la grande borghesia ha potuto salvaguardare la società capitalistica basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, al contempo prevenendo la nascita di una società socialista imperniata sui valori della solidarietà, della fratellanza e del mutuo rispetto. Non solo, ma è addirittura riuscita a far sì che il tentativo novecentesco di creare una "società degli eguali", a partire dalla Rivoluzione d'Ottobre, producesse un secondo inferno alternativo a quello capitalista, poichè invece del vero socialismo lo Stato sovietico finì per incarnare un "capitalismo di Stato" alternativo a quello privato. Mettendo le diverse categorie di lavoratori in contrapposizione fra di loro, la grande borghesia è riuscita a spezzarne l'unità e in molti casi persino a prevenirla, ottenendo così di poter imperare a proprio piacimento sul proletariato diviso e privato di una propria coscienza di classe, distratto dalle sirene del nazionalismo, del razzismo, del colonialismo e del militarismo, insomma facendone la nuova classe degli schiavi e dei servi della gleba dell'era industriale e post industriale. Il primo passo della borghesia è stato quello di dividere i lavoratori all'interno di ciascun paese; il secondo quello di farli cadere ancora più in basso, mettendoli in competizione con i prestatori d'opera giunti dall'estero, quelli che volgarmente chiamiamo immigrati oppure, se vengono da paesi non aderenti all'UE, extracomunitari. Il capitalismo ha aperto le porte agli extracomunitari perchè facessero concorrenza ai lavoratori occidentali nella loro stessa patria; poichè l'immigrato pur di lavorare e sopravvivere è disposto ad accettare diminuzioni di diritti e di retribuzioni, il lavoratore occidentale si trova costretto a fare altrettanto. Si tratta di un trauma transitorio e questo la borghesia lo sa: nuove generazioni stanno crescendo, e sono ragazzi che non hanno mai visto le grandi lotte del passato per la conquista dei diritti dei lavoratori, nè tantomeno sospettano che ve ne siano mai state. Si lasceranno aggiogare facilmente, distratti anche loro come i padri e le madri dal razzismo e dai tanti diversivi consumistici della società capitalistica, dal pallone alla moda allo sballo del fine settimana ai reality e via dicendo. Questa è la società che abbiamo permesso ai capitalisti di costruire. E' una società che si potrebbe mondare solo con una bella rivoluzione, ma nell'attuale lavacro delle coscienze difficilmente il proletariato si deciderà a rovesciare questa situazione che lo vede sfruttato e vilipeso; piuttosto preferirà continuare a tirare la carretta come in tanti anni gli è stato insegnato di fare. Si continuerà a guardare all'immigrato come un nemico, senza sapere che è vittima quanto lo siamo noi della sete di profitto dei capitalisti - una sete di profitto talmente elevata da non avere rispetto per nessuna tragedia umana. L'immigrazione è figlia del colonialismo; il capitalismo vecchia maniera andava a cercare la manodopera in loco, in Africa, Asia, Sud America, oggi invece preferisce importarlo in Occidente. L'immigrazione è una nuova forma di colonialismo, ne è infatti l'evoluzione. Il vecchio colonialismo si combatteva militarmente, nelle colonie, attraverso i gruppi politici che reclamavano l'indipendenza dalla madrepatria (da Simon Bolivar a Nieto, Dos Santos, Ben Bella, Bourghiba, senza dimenticarci di Mao e Ho Chi Minh), oppure con la non violenza come fece Ghandi in India. Per quello nuovo occorre elaborare una nuova forma di lotta, che veda nell'immigrato non il rivale ma l'alleato. Dopotutto, anche i movimenti anticoloniali africani ed asiatici trovarono il loro migliore alleato nell'opinione pubblica inglese e francese, cioè dei paesi colonizzatori. 11月14日 I fatti mondiali ci invitano a riflettere (Riflessione del 14 novembre) Il mio amico Gennaro Carotenuto quando parla di giornali e tv nostrani usa la felice definizione di "media mainstreams". E' una definizione molto ben riuscita perchè i media italiani e occidentali in generale hanno la brutta abitudine di esaminare i fatti mondiali secondo una prospettiva rovesciata che ovviamente è a tutto vantaggio del nostro sistema di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'ONU per esempio ha ribadito per l'ennesima volta che l'embargo a Cuba dev'essere soppresso, ma ovviamente i nostri telegiornali hanno trasformato una votazione dal fortissimo significato politico in un semplice discorsetto fatto nel Consiglio delle Nazioni, ritenendo del tutto relativo il fatto che contro l'embargo abbiano votato più di 180 paesi su un totale di 190. Anzi, tanto per far capire da che parte tira il vento, il TG1 nell'edizione delle 20.00 (la più seguita) ha pure avuto la brillante idea di trasmettere i servizi di un suo corrispondente dall'Avana. Peccato però che in questi servizi non si dicesse mai nulla di vero. Hanno intervistato il principale produttore di tabacco dell'isola, però di un'intervista durata oltre un'ora è stato trasmesso solo un collage di varie parti della durata totale di meno di 5 minuti, in maniera tale da mettere in bocca all'intervistato il contrario di quello che aveva detto. Poi ne hanno fatta una ancora peggiore; hanno intervistato sul lungomare dei ragazzi, e il doppiaggio in italiano non corrispondeva di una sola parola all'intervista originale! Chi sa un po' di spagnolo sarà rimasto sorpreso dal sentir tradurre un discorso a favore della Rivoluzione Cubana in un intervento del tutto a favore del regime change a Cuba con relative privatizzazioni e via dicendo. Insomma, o al TG1 pensano che gli italiani sono dei fessi, oppure i fessi sono loro, quelli della redazione. Propendo per la seconda ipotesi. Un'altra notizia di grande effetto: al vertice ispanoamericano di Santiago svoltosi pochi giorni Zapatero e il Sovrano di Spagna si sono arrabbiati con Chavez, al punto che il Re ad un certo punto s'è alzato ed è andato via. I nostri media hanno immediatamente trasmesso la notizia come l'ennesima dimostrazione di folclore da parte dello statista venezualano, citando come significativo precedente il fatto che avesse definito Bush "il diavolo" al vertice dell'ONU di due anni fa. Premesso che dare del diavolo a Bush, sia all'ONU che in qualsiasi altra sede mondiale, è cosa del tutto naturale ed ammissibile, è già avvenuta da parte anche di altri leaders e non solo di Chavez, e comunque non costituisce nè folclore nè reato (che a dire il vero, è semmai più urtante colui che ancora si ostina, dinanzi a telecamere e microfoni, a dire che in Iraq si combatte per la democrazia), bisogna pure puntualizzare come l'alterco fra Chavez e il Re di Spagna non sia stato esattamente un fenomeno di basso gossip politico. A quel vertice erano presenti tutte le bestie nere dell'Occidente: Kirchner, Chavez, Correa, il ministro degli esteri cubano Lage, Morales, Ortega... Che ha detto Chavez? Che le imprese spagnole in Sud America sono state peggio delle cavallette: negli anni passati hanno rilevato per quattro lire aziende latinoamericane privatizzate per non dire regalate dai vecchi governi liberisti (i cui capi, a parte quelli fuggiti all'estero, sono tutti finiti o stanno per finire in galera, da Menem a De La Rua a Fujimori a Perez, e così via), hanno peggiorato le condizioni di lavoro arrivando tranquillamente a livelli di schiavismo nei confronti della manodopera locale, e si sono avvalse dell'appoggio politico spagnolo (a quei tempi c'era il signor Aznar) per rafforzare la loro posizione politica ed economica in tutto il continente (leggi ricatto). Zapatero subito dopo il suo insediamento aveva criticato Aznar proprio per questo ma, sorpresa, nel momento in cui anche Chavez lo ha fatto, Zapatero s'è offeso mettendosi a difendere il predecessore. Certo, la reazione del Re è in parte comprensibile, essendo politicamente ricattato dai partiti politici spagnoli (in passato fu persino costretto a cancellare una sua visita di Stato a Cuba per la contrarietà di Aznar, che è alleato degli anticastristi della Florida), e a questo punto lo è anche quella di Zapatero, che non può permettersi in un vertice internazionale, dinanzi al mondo, di entrare in contraddizione col vertice dello Stato spagnolo rappresentato dal monarca di Casa Borbone. Men che meno potrebbe permetterselo dinanzi a Chavez, Ortega, Morales e compagnia bella: e chi glielo va a spiegare a quelli dell'UE? Per non parlare dei popolari, sempre col fiato addosso ai socialisti... A questo punto era normale attendersi che la motivata e condivisibile puntualizzazione di Ortega (che ha ribadito come l'operato delle aziende spagnole in America Latina sia stata una vera ruberia) mandasse in bestia il Re, con suo relativo eclissamento dal consesso iberoamericano. Ora, cosa sarebbe costato ai media nostrani spiegare così la notizia? Nemmeno per sogno: hanno detto che Chavez ne ha fatta un'altra delle sue, riuscendo a mandare in bestia il Re e addirittura Zapatero, che per noi è già una bestia nera di suo. Zapatero è un liberista, economicamente parlando, e con Chavez ha avuto una discussione al fulmicotone proprio in materia d'economia; secondo il leader spagnolo, infatti, la svolta socialista delle economie latinoamericane priva le multinazionali spagnole della possibilità di fare i loro saccheggi come in passato. Ha detto che questo costituisce un forte regresso democratico. Lo ha detto anche uno zingaro (nessun razzismo, era pure un ragazzino, figuriamoci) che ho sorpreso qualche giorno fa nel giardino di casa mia, con chiari intenti predatori: quando l'ho allontanato mi ha detto che sono un bastardo e un incivile. Ma se non voglio che si rubi a casa mia, devo essere per forza un antidemocratico? I leader sudamericani hanno fatto qualcosa del genere con le imprese spagnole ed americane, e ovviamente spagnoli e americani non hanno gradito; ma mi risulta che nessuno abbia mai dato a quest'ultimi il diritto di rubare. 11月11日 Riflessione della domenica (11 novembre)Se qualcuno dovesse chiedermi cosa ne penso di questo periodo, direi che vedo grigio un po' da tutte le parti. No, non parlo della situazione internazionale, che a ben guardare poi è sempre quella, con i suoi alti e bassi, cose che deprimono e altre che esaltano. Per una volta voglio esulare dai temi soliti di questo blog, peraltro inattivo da un bel po' di tempo. Io mi riferisco proprio alla mia situazione, quella personale. Mi deludono le persone, con le loro piccolezze e frustrazioni. La società è composta da tante persone frustrate ed insicure, apparentemente al centro del mondo ma in realtà circondate da una grande solitudine interiore. E che cosa fanno queste persone per allevare la loro sofferenza, per sentirsi in pace con loro stesse? Cercano di compensare questo grande vuoto interiore, questa inscurezza, con un'infinità di smancerie spesso peretrate a danno degli altri. Mi domando, ha un senso? Secondo me questo atteggiamento, caratterizzato dall'arroganza nei confronti del prossimo e dalla tendenza ad approfittarsi della pazienza e disponibilità altrui, è da figli di puttana. Io sono sempre stato un tipo arrendevole, nel senso che ho sempre preferito drla vinta agli altri piuttostoche inerpicarmi in interminabili litigate. Ma tutte le volte mi sono sempre reso conto che questa tattica era sbagliata. Certa gente può capire male: ti vedono indulgente e ti scambiano per debole. A quel punto se ne approfittano e con te iniziano a comportarsi in un modo che con altri non si sognerebbero mai. Allora io mi domando: sono forse venuto al mondo per alleviare le debolezze e le angosce altrui? No, sono nato per perseguire la ricerca della mia felicità, come del resto tutti gli esseri umani. Questo vuol dire che certe mezze seghe, che fino ad oggi con me si sono prese eccessive libertà per così dire comportamentali, dovranno cominciare a rigare dritto. Io non mi lascerò intimorire nè tanto meno sarò disposto a fare sconti come ne ho fatti in passato. Basta, è ora di finirla. Io non ce la faccio più a sovraccaricarmi d'ansia per colpa della coglionaggine altrui, ne ho già troppi di pensieri per conto mio. Sono sempre stato uno che preferiva il dialogo alla violenza, la ragione alla sopraffazione, ma se certe persone capiscono solo il linguaggio della forza allora mi dovrò adeguare. Vorrà dire che inizierò a rispondere colpo a colpo ad ogni atteggiamento che riterrò lesivo della mia serenità. Arriverò a diventare anche molesto, se necessario. Farò di tutto per suscitare sensi di colpa nel responsabile, ad indurlo a chiedermi scusa e se necessario ad umiliarsi dinanzi a me, perchè da questo momento vigerà il principio del pan per focaccia. Io se c'è una cosa che non sopporto sono le persone che ti umiliano in pubblico, che danno ordini, che alzano la voce, che si mettono a fare i caporali, ecc. Mi da fastidio quando lo fanno con gli altri, figurarsi con me. Finora ho fatto finta di nulla, ma quando qualcuno è venuto da me chiedendomi come facessi a sopportare tutto questo mi sono reso conto che veramente siamo andati oltre il livello di guardia. Quindi basta, d'ora innanzi niente più indulgenze e comprensioni. Gli altri sono forse comprensivi con me? Non direi. Naturalmente continuerò ad essere paziente e comprensivo con chi se lo meriterà, ma con coloro che abusano ed hanno abusato della mia pazienza non ci sarà nessuna scusante. Queste persone devono pagare, non soltanto devono iniziare a rispettarmi da questo momento, ma devono pagare anche per tutto quello che hanno fatto finora facendola sempre franca. Questo vuol dire che il mio attegiamento, soprattutto all'inizio, sarà anche spropositato rispetto alle loro provocazioni. Non ci saranno sconti, questa è la parola d'ordine. Il bello inizia ora, ci sarà da divertirsi. 8月12日 ...e l'economia russa invece fa il bottoRiporto dal blog di Stefano Grazioli, Poganka, questo interessante articolo sul boom dell'economia russa. Tanto per sfatare la diceria sulla Russia paese in rovina e l'Occidente che invece trabocca di soldi.... BOOM "Nei primi sei mesi del 2007 l’economia russa ha registrato un aumento senza precedenti degli investimenti nell’industria, permettendo agli analisti di rivedere al rialzo le previsioni della crescita economica del Paese per l’anno corrente. Alcuni esperti hanno parlato addirittura di un “miracolo”: nel periodo gennaio-giugno i ritmi di crescita degli investimenti nel settore reale dell’economia nazionale ha superato il 20% rispetto a quanto registrato nello stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2004 e nel 2005 gli investimenti erano aumentati rispettivamente del 10,9% e del 14 per cento. Per molti anni una crescita del genere aveva caratterizzato soltanto l’economia cinese, ma nel 2007 la Russia ha quasi raggiunto il suo grande vicino asiatico: gli analisti sostengono che le previsioni di crescita possano essere riviste ulteriormente verso l’alto alla fine del terzo trimestre.L’afflusso degli investimenti ha dato una spinta alla crescita della produzione industriale: nella prima metà dell’anno il settore edilizio ha fatto un balzo in avanti del 25% (l’anno scorso la crescita era stata appena del 6,4%). Anche gli altri settori fondamentali, come metallurgia, l’industria manifatturiera, chimica e leggera hanno registrato progressi analoghi. Le basi dell’attuale boom degli
investimenti in Russia erano state poste nella seconda metà del 2006,
il periodo in cui la maggior parte delle imprese industriali sono
riuscite ad ammodernare il proprio parco macchinari. Ma anche
per gli anni a venire la Russia dispone di mezzi più che sufficienti
per sostenere la crescita: il settore bancario è riuscito ad accumulare
una notevole disponibilità di denaro, che potrà garantire l’ulteriore
crescita dell’industria russa ancora per 2-3 anni. Le banche migliorano
le tecnologie di erogazione dei crediti; il denaro diventa sempre più
accessibile anche alle imprese piccole e medie. Altri fattori determinanti per la crescita economica della Russia sono l’aumento delle esportazioni e dei consumi che, a sua volta, stimola la crescita del commercio. Nel periodo 2007-2008 i redditi reali disponibili della popolazione aumenteranno a un ritmo medio del 10-12% l’anno. Il continuo apprezzamento del rublo ha provocato una fuga di massa della popolazione dal dollaro: secondo le stime della Banca centrale della Russia le riserve di valuta pregiata, che i russi avevano accumulato ‘sotto i materassi’ sarebbe calata da 40 miliardi a 13-16 miliardi di dollari. Nei primi sei mesi del 2007 in Russia sono state registrate vendite record di dollari in contanti da parte della popolazione. Più difficile, invece, è la situazione rispetto al miglioramento della struttura delle esportazioni, che ammontano al 60-70% delle esportazioni totali della Russia e continuano a essere dominate dalle vendite di idrocarburi, di metalli e di altre materie prime. Le importazioni della Russia crescono di anno in anno.
Da una parte il fenomeno è legato al crescente consumismo della
popolazione russa, dall’altra aumenta l’attivismo delle aziende
industriali che preferiscono acquistare impianti tecnologici e
macchinari all’estero. Di conseguenza diminuisce la bilancia positiva
del commercio russo con l’estero. Nel maggio del 2007 (l’ultimo dato
disponibile al momento della preparazione di questo numero del
Notiziario) è diminuito rispetto ai dati registrati nel corrispondente
mese del 2006 del 10,6 per cento, scendendo a 12,7 miliardi di dollari.
Nel mese di maggio il commercio estero russo è stato di 47,9 miliardi
di dollari, ovvero +19,7% rispetto al maggio dell’anno precedente.
Comunque, nel momento in cui le esportazioni sono cresciute dell’11,8%,
salendo a quota 30,3 miliardi di dollari, le importazioni sono
aumentate ancora del 36,4% (17,6 miliardi di dollari). Le zone economiche speciali vengono costituite in
Russia sin dal 2006 per sviluppare i settori di alte tecnologie,
l’industria manifatturiera e il turismo. Una parte consistente
degli investimenti è garantita dallo Stato. Finora in Russia sono state
avviate 15 zone economiche speciali di cui sei hanno l’obiettivo di
promuovere il settore innovativo. È in corso la costituzione di alcune
zone presso i porti marittimi russi. 8月11日 Ora l'economia Usa affonda
(In foto: l'ex governatore della Federal Reserve Usa, Alan Greenspan) L'economia statunitense, signori miei, sta iniziando il suo collasso. Intendiamoci, gli Usa sono sempre stati indebitati, enormemente indebitati. Ma trent'anni fa il trucchetto di Reagan (rilanciare gli Usa con la dregulation assoluta, rastrellando risorse finanziarie dai ceti più deboli a favore di quelli più abbienti, promuovere l'industria con la corsa agli armamenti) poteva funzionare perchè gli Usa guidavano il "mondo libero" per produzione industriale. Oggi gli Usa sono un paese deindustrializzato, la ricchezza prodotta non va alle masse, quasi tutto viene trasferito nei paesi a basso costo della manodopera: ci guadagnano gli americani ricchi e, oggi come allora, ci rimettono quelli poveri. Il debito è ben più alto di quello di trent'anni fa, ma il Pil è enormemente più basso. La sperequazione che sta nel mezzo divora il benessere dell'americano medio. Il signor Alan Greenspan ha gonfiato i conti in America, favorendo la cosiddetta "bolla speculativa" che oggi, com'era normale che dovesse succedere, ha iniziato a sgonfiarsi. Sono stati aumentati i prezzi delle case in una situazione in cui il potere d'acquisto dei cittadini americani calava progressivamente. Sapete, in America gli enti per le case popolari non esistono. Ovviamente, per alimentare il mercato, è stato incentivato come non mai il credito al consumo. Insomma, negli Usa sta succedendo un po' la stessa cosa che accadde in Corea del Sud ai tempi della crisi asiatica del '98. Con una differenza: laggiù sui debiti hanno costruito una forte economia manufatturiera, negli Usa invece hanno alimentato la speculazione. E oggi i nodi vengono al pettine. E' iniziata l'agonia. 6月14日 Chi si nasconde dietro gli scontri di Gaza?![]() Che succede nella Striscia di Gaza? Forse è la definitiva resa dei conti fra il passato, Al Fatah, e il futuro, Hamas? Da ieri, in quella travagliata prigione a cielo aperto fra Israele, l'Egitto e il mare, è in atto una guerra che è anche un'operazione di pulizia e un colpo di Stato, ma soprattutto si tratta della ripetizione all'infinito di un vecchio copione; è una storia che ha preso il suo avvio dalla morte di Arafat, per non dire persino dall'inizio della Seconda Intifada, quando nel 2000 Sharon passeggiò spavaldo sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. E' una strategia molto strana: a Gaza, e in tutto quello scorcio di Medio Oriente chiamato Palestina, non si sta scrivendo niente di definitivo nelle pagine della storia. Non è una vendetta di una fazione sull'altra, nè un cambiamento di registro o un'inversione di tendenze: analizzare i fatti palestinesi, e in primo luogo di Gaza, usando un metro europeo porterebbe a risultati fuorvianti. E' semplicemente la ripetizione, all'infinito, del medesimo copione, senza alcuna decisiva soluzione all'orizzonte. Arafat ed Al Fatah, insieme ai suoi nemici in terra israeliana, sono due fantasmi della Guerra Fredda. Arafat trovava, nei paesi dell'Europa dell'Est, un appoggio e una comprensione più verbali che reali, e questo valeva tanto per lui quanto per tutti gli Stati arabi "progressisti", l'Egitto di Nasser e la Siria in primo luogo. Chiunque, a tutte le latitudini del mondo, abbia cercato il sostegno dei sovietici non ha potuto non scopiazzarne le ipertrofiche strutture burocratiche e propagandistiche, da Cuba al Vietnam all'Etiopia fino al Mondo Arabo. Era un modo per compensare la "scarsità nazionale" che, nel caso di Arafat, costituiva addirittura un caso paradossale: lo Stato palestinese infatti non esisteva. L'intensa frequentazione di Arafat dei vari Tito, Ceausescu, Husak, Jaruzelskij, Breznev, Gromyko, Zivkov, Honecker, Kadar, era un modo per conferire alla nazione che rappresentava pari dignità rispetto agli altri grandi. Arafat non era il leader di un qualsiasi movimento anticolonialista, ma un vero e proprio Capo di Stato accreditato da altri importanti Capi di Stato. Da qualche parte lo Stato palestinese, che in tanti non riconoscevano, c'era. Ma con la fine del "campo socialista" anche quel sostegno verbale e propagandistico è venuto meno, visto che l'appoggio materiale a conti fatti era sempre stato scarsino e in misura tale da non compromettere mai nè Mosca, nè Belgrado, nè Bucarest: ad un Al Fatah legato all'URSS non poteva sostituirsi una nuova realtà non allineata. Iniziava il dramma della Palestina costretta a vivere una storia che ripete sempre sè stessa. Ma ecco che, improvvisamente, nasce con l'assistenza finanziaria di Ryad, Arabia Saudita, il movimento Hamas: come gli Hezbollah nel Libano, si fanno prima di tutto conoscere ed apprezzare per la loro assistenza sanitaria, in una regione dove gli ospedali non sono mai esistiti. Acquisiscono sempre più credito presso la popolazione mentre Arafat intanto si avvia verso il viale del tramonto: ormai è una sorta di Gorbaciov palestinese, apprezzato all'estero dove viene considerato l'unico interlocutore valido, ma al contempo sempre più in difficoltà in patria. Quando Arafat muore, ormai già da tempo umiliato dalle bombe israeliane che il suo prestigio "verbale" non ha potuto fermare, Al Fatah inizia a decomporsi irrimediabilmente; e il vuoto pneumatico lasciato dal vecchio "movimento unico", che unico in realtà non era mai del tutto stato, viene presto colmato proprio da Hamas. In Algeria la fine del comunismo sovietico ha messo il crisi il Fronte di Liberazione Nazionale, già da tempo diviso, e ha portato alla vittoria all'elezione del Fronte di Salvezza Islamico; era il '91, e fu l'avvio di una vera e propria guerra civile. In Palestina avviene lo stesso, pochi mesi dopo la morte del vecchio Arafat: Hamas vince le elezioni, democraticamente, secondo le regole esportate dall'Occidente. Le cancellerie europee non accettano tanto facilmente tale smacco: esattamente come ad Algeri, anche a Gaza si vuole usare il sangue per regolare i conti col passato. I governi dell'Occidente fino ad allora hanno fatto finta di non vedere le fucilazioni di fantomatiche spie decise da Al Fatah; men che meno hanno visto e criticato la buonuscita miliardaria assegnata alla vedova di Arafat, ritenuta doverosa poichè si tratta pur sempre di una First Lady. Ma è la First Lady di uno Stato senza Stato, e tutti quei miliardi suonano come una beffa agli occhi dei palestinesi sprofondati nella miseria. La corruzione di Al Fatah è tutta propaganda per Hamas, movimento moralizzatore che vuole riportare l'ordine nei martoriati territori della Palestina. Per le cancellerie europee ciò che conta è garantirsi la fedeltà di Al Fatah, ricoprendola di miliardi che servono ad alimentare inimmaginabili giri di corruzione e di clientele, piuttosto che lasciare libera la Palestina di vivere un ricambio politico. Difficilmente nel breve e lungo termine vedremo dei risultati positivi in quelle regioni: semplicemente proseguirà la solita vecchia saga fatta di bombe e spedizioni punitive, con qualche episodio più caldo dell'ordinario. Tutti sanno fino a che punto correre per poi fermarsi prima che sia troppo tardi: dopotutto anche Nasrallah, in Libano, non volle che a dar manforte agli Hezbollah sciiti venissero i sunniti dei campi profughi; anzi creò persino un apposito corpo di guardia allo scopo di isolarli. E' una guerra di trincea dove a un colpo di fucile si risponde con un altro colpo di fucile. Anche Hamas è riuscito finora ad isolare il terrorismo di matrice pakistana: quando gli israeliani accusano Hamas d'essere pari ad Al Qaeda, sanno benissimo che il terrorismo pakistano non è mai riuscito a dilagare da quelle parti, e proprio grazie ad Hamas. Certo, anche Hamas si è servito dei terroristi suicidi, ma anche gli elicotteri e i carri armati israeliani non scherzano. "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra", diceva un bel giovane nato duemila anni fa proprio da quelle parti. E' tutto un gioco al rialzo. Domani a Gaza la vita potrebbe ritornare uguale a com'era prima: i rubinetti a secco, l'erogazione della corrente a singhiozzo, i soliti camion che contrabbandano di tutto dall'Egitto e i soldati israeliani che chiudono un occhio intascandosi la loro parte. Lo abbiamo già visto tante volte. Eppure potrebbe anche succedere un imprevisto: in guerra succede, non sai mai veramente chi è il tuo vicino in trincea e Al Qaeda, Ansar Al Islam, Qassam o chissà chi altro ancora potrebbero smuovere le acque; beninteso, sempre a colpi di tritolo, perché quello è l'unico copione, la sola lingua conosciuta. Ma è il copione iracheno, più di quello di Gaza o della Cisgiordania, a conquistare sempre nuovi attori fra i giovani senza terra e senza domani dell'immensa periferia palestinese. Si ripete, all'infinito, il copione afghano, algerino ed iracheno: ed è così che i sogni europei di rivitalizzare i vecchi protagonisti della Guerra Fredda si dimostrano alla prova dei fatti soltanto dei miseri sogni d'Ottone. 6月7日 Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale: l'ultima corsa prima della disfatta
(nella foto: il neo presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick) In sostituzione dello screditato Paul Wolfowitz (che aveva utilizzato la sua posizione per concedere un aumento di stipendio alla sua compagna), la delegazione Usa nella Banca Mondiale ha indicato all'unanimità come nuovo presidente Robert Zoellick, un 53enne ex dirigente di Wall Street e funzionario dell'amministrazione Bush. Qualcuno si chiederà: ma com'è possibile che gli Usa, da soli, possano decidere sia il corso politico sia i presidenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale? Non sono questi due organismi autonomi e, come dicono i loro nomi, "mondiali"? Niente di più falso. La Banca Mondiale è controllata dalla Federal Reserve Usa, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha negli Usa il principale paese donatore nonchè l'unica nazione con potere di veto. Questo vuol dire che tali istituzioni, che prestano i loro soldi a tutto il Terzo Mondo annegandolo nei debiti, permettono indirettamente agli Stati Uniti di controllare le economie dei paesi in via di sviluppo, impedendo loro per sempre di crescere e, in ultima analisi, di diventare concorrenziali rispetto alle avanzate economie occidentali. Si crede unanimemente ed erroneamente che lo scopo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale sia quello di incoraggiare lo sviluppo e liberare il Terzo Mondo dalla povertà, ma in realtà attraverso i SAPs (Structural Adjustament Programmes, ovvero "programmi di aggiustamento strutturale") BM e FMI ricattano i paesi in via di sviluppo con la formula del "io ti do i soldi, ma tu fai quello che ti dico". Innanzitutto il primo obbligo a cui i paesi del Terzo Mondo devono sottostare è quello di rimborsare immediatamente gli interessi sul debito contratto con l'Occidente, visto che il debito in sè è talmente elevato per le possibilità di quelle povere economie che mai esse potrebbero ripagarlo basandosi solo sulle proprie forze. Nel frattempo, anno dopo anno, BM e FMI riottengono nella forma del pagamento degli interessi più di quanto avevano precedentemente prestato e, poichè il debito di base rimane comunque inestinguibile, hanno la garanzia che tali paesi dovranno continuare a pagare gli interessi vita natural durante. In questo modo BM e FMI possono non soltanto prosperare, ma addirittura aumentare la loro ricchezza, ovviamente a scapito dei popoli del Terzo Mondo che precipitano sempre di più nella miseria. Inoltre ordinando ai paesi del Terzo Mondo di focalizzarsi sulla produzione per scopi di esportazione, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale hanno incanalato solo tra il 1984 ed il 1990 170 miliardi di dollari: si tratta di denaro che quei paesi avrebbero potuto investire nella loro economia interna e che invece hanno dovuto dirottare per il pagamento del debito estero. Com'è possibile per un paese in via di sviluppo uscire da questo circolo vizioso? O dichiarando la bancarotta, come ha fatto l'Argentina (ma il sistema economico internazionale è congegnato in modo tale che i primi a rimetterci, sostanzialmente, sono i piccoli risparmiatori mentre BM e FMI tutto sommato se la cavano) o ripagando tutto il debito in anticipo come hanno fatto la Russia, l'Indonesia, il Venezuela, ecc. Alcuni possono permetterselo perchè hanno, per esempio, una buona struttura industriale e soprattutto risorse energetiche da esportare in abbondanza, e se il prezzo del greggio e del gas aumenta a dismisura come è avvenuto negli ultimi anni allora è tutto oro che cola: la storia del Venezuela e della Russia insegnano. Ma per quanto riguarda tutti gli altri paesi che non hanno risorse, e per questo vengono chiamati addirittura Quarto Mondo, tale gioco è impossibile. Più di 70 paesi del Terzo Mondo, dall'Africa all'Europa dell'Est, dal Sud America all'Asia, sono sottomessi ai SAPs: si va dalla Nigeria (recentemente definito "il più grande Stato fallito sulla faccia della Terra") alla Giamaica, dall'Ungheria all'Etiopia, passando per il Lesotho, il Kenya, il Ghana, l'Uganda, l'Egitto, la Romania, il Guatemala, l'Honduras, il Bangladesh, l'Albania, lo Sri Lanka, e chi più ne ha più ne metta: BM e FMI praticano su di loro ben 556 programmi SAPs, comportanti la liberalizzazione dell'economia interna, con le aziende straniere che possono così impadronirsi dei settori economici strategici di quei paesi senza incontrare ostacolo alcuno. Tanto sono inutili e dannose queste strategie per il miglioramento macroeconomico e microeconomico dei paesi interessati, tanto sono vantaggiose per BM, FMI e le multinazionali: uno studio intrapreso dalla Banca Mondiale sul risultato dal 1988 al 1998 dei SAPs in 15 paesi dell'Africa subsahariana ha dimostrato il loro totale fallimento sotto ogni punto di vista. Sempre lo stesso studio (chiamato "Adjustment Lending: An Evaluation of Ten Years of Experience", cioè: "Prestiti d'aggiustamento: una valutazione dopo dieci anni di esperienza") dimostra come 36 dei 47 paesi africani, dopo l'aggiustamento strutturale da parte della BM e del FMI, abbiano un livello del debito estero che è pari al 110% del loro Prodotto Interno Lordo. Inoltre gli Stati africani, incapaci di competere con le multinazionali occidentali, sono stati costretti a ritirarsi dal settore sanitario come parte del programma di economia di mercato imposto loro dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Ciò ha messo i bambini africani alla mercè di organizzazioni internazionali prive di scrupoli e di multinazionali farmaceutiche che sono ora libere di usarli come cavie da laboratorio per sperimentare i farmaci ed i vaccini che poi vengono venduti come "clinicamente testati" in Occidente. Ad esempio, nel gennaio 2001, l'azienda farmaceutica statunitense TNC Pfizer ha usato un farmaco sperimentale su 50.000 bambini malati di meningite a Kano, in Nigeria, senza neppure l'autorizzazione ufficiale delle autorità locali. Come risultato dell'epidemia 15.000 persone sono morte mentre molte altre sono diventate cieche e sorde. Non parliamo poi della piaga dell'AIDS, che ha visto di recente il Sud Africa opporsi in Tribunale alle multinazionali farmaceutiche perchè intendeva acquistare i farmaci contro l'AIDS "replicati" e quindi a minor costo in Thailandia, provocando così un pregiudizio economico a quelle compagnie americane ed europee che consideravano il Sud Africa come loro esclusivo monopolio. In nome della legge del profitto la vita degli uomini perde qualsiasi valore, e questo è il primo risultato del capitalismo in quelle terre così travagliate. Ed è proprio sulla questione dei farmaci "non brevettati" che si registrano i maggiori dissapori fra paesi del Terzo e Quarto Mondo da una parte e BM e FMI dall'altra. Subito dopo la sentenza favorevole al Sud Africa (che ha condannato le multinazionali occidentali e ha riconosciuto il diritto del Sud Africa a comprare medicinali a basso costo contro l'AIDS in Thailandia), l'attuale presidente della Banca Mondiale, all'epoca capo dell'USTR (Office of the United States Trade Representative, "Organo del governo USA che gestisce le politiche di commercio con l’estero"), ha imposto alla maggior parte dei paesi africani di aderire alle leggi sulla proprietà intellettuale americane che rendono ad esempio le medicine fuori dalla portata dei paesi in via di sviluppo. Non deve infatti passare in secondo piano il fatto che Zoellick sia notoriamente l'uomo di fiducia dei grandi marchi dell'industria farmaceutica, e gli accordi commerciali bilaterali che ha negoziato bloccano efficacemente l'accesso di milioni di persone ai medicinali generici. Con questi presupposti è molto difficile che il nuovo presidente della Banca Mondiale possa recuperare un buon rapporto con i paesi in via di sviluppo, che del FMI e della BM proprio non ne possono più, e cominciano a guardarsi intorno alla ricerca di nuovi e meno esosi "promotori". Ed è qui che appare all'orizzonte la sagoma minacciosa (per il FMI e la BM, ovviamente) del dragone cinese. Sebbene i mass media dicano che l'attuale riunione del G8 sia incentrata soprattutto su effetto serra, cambiamento climatico e riduzione delle emissioni, in realtà l'argomento più scottante sarà proprio la Cina. Per colpa di Pechino Washington e soci stanno infatti perdendo il controllo dell'Africa. BM e FMI hanno già perso il controllo dell'Asia e del Sud America, in seguito alle crisi finanziarie asiatiche del '97 - '98, del Brasile del '98 - '99 e dell'Argentina nel 2001. Nel primo caso i paesi asiatici si sono sganciati dal FMI e hanno reintrodotto controlli sui movimenti di capitale, sostituendo i crediti del FMI con quelli elargiti surrettiziamente dal Giappone e approfittando dell'effetto trainante della Cina, unica non danneggiata dalla crisi grazie alla sua autonomia finanziaria, per uscire dalla crisi. Brasile e Argentina invece si sono sganciati dal FMI portando avanti draconiane politiche di bilancio volte al pagamento anticipato del debito, oggi totalmente estinto, e insieme ad altri paesi del Sud America, a cominciare dal Venezuela, lavorano oggi alla costruzione di un "Banco del Sud" che sostituisca in tutta l'America Latina BM e FMI. In Africa invece è la Cina a sostituire BM e FMI grazie al suo immenso avanzo nei conti con l'estero, prestando dollari in ammontare maggiore e a tassi concorrenziali. Inoltre, questi prestiti sono erogati secondo il criterio del "no questions asked, no strings attached" (nessuna domanda, nessuna condizione), per cui i governi africani li preferirebbero comunque. Ciò che infatti interessa alla Cina non è di assumere il controllo delle economie di questi paesi, ma semplicemente garantirsi la loro fedeltà politica nel vendergli petrolio e materie prime. I cinesi vengono in Africa, pagano senza troppo discutere sul prezzo, non s'intromettono nelle faccende interne dei paesi e non obbligano i governi locali a fare alcuna riforma in senso liberista. Inoltre, in cambio delle materie prime ricevute, offrono prodotti finiti a buon prezzo, che permettono il miglioramento delle condizioni di quei paesi. L'Angola ha ottenuto un prestito di 2 miliardi di dollari dalla Cina senza essere obbligata a privatizzare le proprie risorse e servizi, come invece chiedeva il FMI; il risultato è che ora l'Angola vende il suo petrolio ad un prezzo vantaggioso alla Cina (recentemente ha superato anche l'Arabia Saudita diventando il primo fornitore di petrolio ai cinesi), e il denaro ricavato lo può investire per interventi statali nell'economia interna che migliorano le condizioni del paese. In più l'Angola acquisisce un maggior potere d'acquisto e importa sempre più tecnologia dalla Cina e sempre meno dall'Occidente, essendo quella cinese assai più a buon mercato rispetto a quella europea ed americana. Stesso discorso per quanto riguarda lo Zimbabwe, che addirittura ha sganciato la propria valuta dal dollaro associandola allo yuan cinese, ed è ormai divenuto in Africa uno dei mercati preferenziali per l'economia cinese: il paese sta uscendo dal debito e le condizioni economiche migliorano, a dispetto dall'embargo votatogli contro da Usa e Inghilterra. Il vicolo cieco in cui si trovano FMI e BM è il risultato del rapporto che i paesi occidentali hanno stabilito con il Terzo Mondo, quale fonte di surplus finanziario attraverso l'indebitamento e i pagamenti per il suo servizio. In questo modo il Fondo Monetario Internazionale è diventato un'organizzazione di usurai su scala globale e di esazione del debito, mentre la Banca Mondiale ha seguito il cosiddetto "business model", per cui le sue entrate devono provenire da attività profittevoli. Il loro ruolo ora s'è ridimensionato e i due organismi si stanno riducendo a coordinare e mediare gli interessi imperialistici in via sempre più residuale e marginale. Saranno i paesi occidentali adesso a doverlo fare in prima persona. E' questo il nuovo ruolo del G7; attenzione, G7 e non G8, poichè l'ottavo membro, la Russia, ha tutto l'interesse a veder affondare FMI e BM, e già vi sta contribuendo con l'acquisto del loro oro e l'ingresso nel WTO che le permetterà la convertibilità del rublo. Senza poi citare il ruolo sempre più massivo di Mosca nel commercio internazionale dell'energia, con l'ormai imminente apertura della borsa di San Pietroburgo in cui il gas e il petrolio della Russia e dell'Asia Centrale verranno venduti in rubli; tutte manovre che hanno come scopo quello di dare alla Russia le stesse "armi economiche" usate ora dalla Cina nel Terzo Mondo contro FMI e BM. Quando il G7 parlerà di come affrontare il surplus cinese, e di qui a cinque anni quello russo, non si tratterà certo delle esportazioni di Pechino verso gli Usa o l'Europa (non possono farci nulla, in quanto i primi a beneficiarne sono proprio le multinazionali e le società importatrici occidentali), e nemmeno del ruolo di quasi monopolio di Mosca nel mercato dell'energia, ma del fatto che il G7 sta perdendo l'Africa. La resa dei conti ormai è vicina. Come dicevano i latini, ab majora! 6月5日 La Titanomachia, ovvero Bush, Putin e la Cina verso lo scontro finale![]() Questa è l'immagine felice di un'epoca che non è più. Era da poco passato l'11 settembre 2001 e in Cina, vestiti nella sete delle casacche locali, Vladimir Putin, George Bush e Jang Zemin siglavano l'entente cordiale che avrebbe permesso agli Stati Uniti di attuare la loro strategia d'imperialismo nell'Asia Centrale e nel Medio Oriente in maniera del tutto pacifica, o meglio sarebbe dire facilitata, senza incontrare l'opposizione manifesta degli altri due grandi. Era il primo, sostanzioso frutto dell'attentato alle torri gemelle: Cina e Russia autorizzavano gli Usa a dar la caccia ai terroristi in tutto il mondo, anche nel loro "cortile di casa", quell'insieme di paesi che finiscono tutti in "an" (Afghanistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Azerbaigian) e che fino a poche settimane prima i due colossi eurosiatici volevano difendere dalle intromissioni americane a tutti i costi. D'altronde spostare l'attenzione dal conflitto sotterraneo per il dominio geopolitico del mondo alla guerra al terrorismo internazionale era anche nell'interesse del nascente blocco russo - cinese: a Mosca si potevano regolare i conti, definitivamente e una volta per tutte, con i separatisti ceceni, e a Pechino si potevano schiacciare i guerriglieri islamici delle aree a sud ovest del paese. Ognuno portava a casa propria un risultato, e tutti erano contenti. Certo, l'asse Russia - Cina non gradiva affatto la presenza dei marines sotto il proprio balcone, a presidiare un territorio tanto strategico quanto travagliato come l'Afghanistan: non avevano forse già a loro disposizione, gli americani, quella mina vagante del Pakistan? Per non parlare dell'India, divisa dalla Cina da una silenziosa rivalità che la nascente intesa fra Mosca e Pechino non aiutava più di tanto a superare, tradizionalmente in bilico tra il Cremlino e la Casa Bianca. No, indubbiamente se si fossero limitati a considerare la situazione nel breve termine, i cinesi non avrebbero affatto potuto ritenersi soddisfatti. Ma il bello della diplomazia cinese è sempre stato quello di pensare le cose in grande, forse più di quanto non si faccia a Mosca o a Washington. La Cina, forte di una popolazione che è la più grande al mondo - 1 miliardo e 300 milioni di persone - e la cui demografia non conosce crisi; di un'estensione geografica tra le più vaste a disposizione per uno Stato e al tempo stesso insufficiente per il suo immenso sviluppo; di una crescita economica senza paragoni nella storia e di una cultura millenaria che si piega ma non si spezza di fronte all'avanzata della colonizzazione culturale portata avanti dalla globalizzazione, poteva permettersi il lusso d'irretire i propri rivali, di portarli al fianco della sua alcova e di dissanguarli come un'amante insaziabile fa con i propri pretendenti. Così è stato: la Cina ha accettato di buon grado che gli americani entrassero nel grande gioco dell'Asia Centrale, consapevole che si sarebbero autodistrutti economicamente e militarmente; nel frattempo, Pechino avrebbe fatto incetta di titoli di credito Usa, precipitandoli sempre di più nel vortice del debito e assurgendosi a creditore numero uno, mentre a Washington vivevano (e conducevano un attivismo estero) nettamente al di sopra delle loro possibilità. Gli Stati Uniti hanno cominciato la "guerra al terrore", in realtà guerra d'interessi economici e strategici, pensando al proprio tornaconto; ma, svuotandosi poco per volta delle loro sostanze, hanno finito per diventare dei mercenari che conducono le guerre per conto terzi. E per la precisione, proprio della Cina e in seconda battuta della Russia, principali "assi pigliatutto" insieme all'Unione Europea dell'immenso debito estero americano. Gli Stati Uniti ci mettono le tecnologie militari e soprattutto la "carne da cannone", gli altri ci mettono il denaro per far muovere tutto l'ambaradan. Quando poi il gigante americano s'accascerà a terra, privo di ogni forza residua dopo aver combattuto la guerra che fa comodo a tutti, allora Cina e Russia si faranno avanti dividendosi più o meno fraternamente le spoglie. Al mercenario spossato non rimarranno che le briciole, e il bello è che all'intellighenzia di Washington questo va più che bene. Negli Stati Uniti, dove il liberismo sempre più estremizzato dalle destre repubblicane ha spezzato ogni possibilità di un'equa spartizione delle risorse, quelle briciole andranno tutte a coloro che avevano interesse a muovere la guerra, fosse anche per il vantaggio russo, cinese o europeo: poche briciole nelle mani di pochi uomini sono pur sempre cifre da capogiro. Se gli Stati Uniti si autoconsegnano ad un futuro da "impero straccione" è unicamente per volontà e tornaconto della sua classe dirigente, di quell'apparato "militar industriale" che già Heysenhower denunciava nella metà degli anni '50. E' una tattica tutta cinese, che soltanto i cinesi in virtù della loro massa critica possono permettersi, quella di utilizzare gli altri a proprio vantaggio. Chiusi nella Città Proibita, i dirigenti della Repubblica Popolare hanno pensato: "Su via, sopportiamo per qualche anno gli americani al nostro confine; sappiamo bene quale destino attende colui che osa ingabbiarsi fra le impervie montagne afghane; ridottosi a mal partito, egli non potrà più nuocerci". D'altra parte la storia insegna, e se per gli americani l'esempio sovietico dell'Afghanistan e quello patrio del Vietnam non significano nulla, possiamo soltanto concludere che se la sono cercata. Dispiace soltanto che questo errore da parte della nomenklatura americana sia stato possibile grazie al sistema sociale statunitense, che manda a morire nell'Hindukush o nel deserto iracheno dei poveri ragazzi afroamericani o latini (magari per ottenere la Carta Verde, o perchè al di fuori della carriera militare non esistono altre prospettive di lavoro) per tutelare gli interessi di una ristretta oligarchia di bianchi iper e multi miliardari. Per la Russia il cammino è stato molto più impervio; anche perchè, essendo una potenza bicontinentale, europea ed asiatica allo stesso tempo, si è trovata costretta a badare a due fronti contemporaneamente, entrambi infiltrati dalle ambizioni di dominio unilaterale e mondiale degli americani, e tutto ciò senza disporre delle ridondante demografia cinese. A fronte del miliardo e 300 milioni di popolazione che può vantare Pechino, i 140 milioni di russi sparsi nello spazio statale più vasto del pianeta fanno ridere e sono per per Mosca una grande preoccupazione. Una delle principali catastrofi dovute alla fine dell'Urss è stato il declino demografico della Federazione Russa, con il numero di morti che a 16 anni dalla caduta del comunismo ancora sovrasta quello delle nascite. Stando ai calcoli attuali, il numero delle nascite tornerà a superare quello delle morti solo entro il 2017: una data fin troppo significativa per la Russia. Sarà il 2017 l'anno che segnerà il completamento dell'impero al momento soltanto in fase di costruzione, o meglio sarebbe dire di ricostruzione? Il 2000 è stato un anno cruciale nell'evoluzione dei rapporti fra Stati Uniti e Russia. Mentre della Cina ancora non ci si curava granchè, poichè il capitalismo globale ancora non ne aveva intuito la portata (anzi, pensava che l'ingresso di Pechino nel WTO avrebbe permesso di gestire il subcontinente cinese alla stregua di qualsiasi altro piccolo paese del terzo mondo, cioè come una vacca da mungere), e tantomeno ci si curava dell'India, a Mosca e Washington s'insediavano due nuove personalità che rievocavano il fantasma della guerra fredda. I mesi immediatamente precedenti all'11 settembre furono segnati da un continuo e reciproco scambio d'accuse fra Russia e Stati Uniti, con al centro della questione proprio il controllo dell'Asia Centrale e del Caspio. E non mancarono episodi come l'affondamento del sommergibile Kursk, ufficialmente presentato al mondo come un incidente ma in realtà causato dallo scontro con un sottomarino americano inoltratosi in acque nazionali russe. Se non fosse avvenuto l'11 settembre molto probabilmente lo scontro a cui assistiamo adesso fra Russia e Stati Uniti per il controllo dell'Asia Centrale e del Medio Oriente sarebbe iniziato cinque anni prima; cioè in un momento in cui la Russia (all'epoca ancora fortemente indebitata col FMI e la BM, organi gestiti dagli Usa, con l'esercito in disarmo e in una fase in cui non aveva ancora ultimato le tecnologie militari di cui ora può fregiarsi) non si trovava ancora nelle condizioni ottimali per competere con l'amministrazione Bush (che, ricordiamolo, era ben più forte di quanto non lo sia oggi, visto che il disastro iracheno e la crescita esponenziale del debito erano incubi ancora di là da venire). L'11 settembre, un attentato di cui la CIA era a conoscenza e che la Casa Bianca ha assecondato perchè serviva un evento di fortissimo impatto sull'opinione pubblica americana per giustificare le operazioni militari in Asia Centrale e Medio Oriente, è stato paradossalmente più utile alla Russia di quanto lo sia stato ai sostenitori e agli sponsorizzatori dell'amministrazione Bush. Innanzitutto ha permesso alla Russia di prevenire le ambizioni americane in Asia Centrale trasformando gli Usa in una sorta di socio guardato a vista; mentre gli americani si sobbarcavano il grosso del lavoro in Afghanistan, assumendosi onori e soprattutto oneri, i russi potevano ritornare in Afghanistan alla chetichella, e stabilirvi le loro basi. E nessun afghano ha demonizzato il ritorno dei russi nel paese, mentre tutti hanno cominciato a manifestare un livore e un'insofferenza crescenti verso gli occupanti americani ed europei, identificati dalla popolazione locale come il vero simbolo dell'Occidente imperialista e colonizzatore. Del pari, la Russia ha potuto ristabilire basi negli altri paesi dell'Asia Centrale, aumentando la propria influenza nell'ex spazio sovietico. E tutto questo con gli americani "in casa". Stabilito un modus vivendi con gli americani nel Fronte Orientale, in Asia Centrale, la Russia poteva così stabilire un altro modus vivendi, ben più proficuo, con gli europei nel Fronte Occidentale. Sono gli anni, non dimentichiamocelo, in cui il prezzo del gas e soprattutto quello del petrolio sale alle stelle: l'11 settembre, la crescita economica asiatica e la ripresa delle tensioni in Palestina fanno alzare il costo del greggio al barile a ritmo giornaliero. E poichè la Russia ha petrolio e gas in quantità abissali, per il Cremlino è tutto oro che cola. Ma gli americani non accettano di farsi strumentalizzare così da russi e cinesi: l'obiettivo di Washington è il recupero della propria potenza economica a livello globale per preparare un nuovo "secolo americano", e non certo quello di fare beneficienza a Russia e Cina con le proprie fatiche. L'Iraq è la chiave di volta di tutta questa strategia: sostituire il regime baathista, caduto nell'influenza russa e cinese a suon di crediti ed investimenti da parte di Mosca e Pechino, con un regime democratico e filoamericano permetterà di cambiare i rapporti di forza in Medio Oriente a tutto vantaggio degli Stati Uniti. Il nuovo Iraq, pensano alla Casa Bianca, venderà greggio a basso prezzo e in abbondanza, dando una bella boccata d'ossigeno all'economia degli Stati Uniti (che oltretutto riceverà un bell'aiuto anche dalla ricostruzione) e colpendo gli interessi della Russia, che proprio grazie all'impennata del prezzo del petrolio può permettersi di rialzare la testa troppo impudentemente. Inoltre le basi americane fino ad ora ospitate in Arabia Saudita potranno essere trasferite in Iraq, e questo aiuterà a mantenere buoni rapporti con la casa dei Saud: c'è troppo malumore nel paese per la contiguità ai luoghi sacri dell'Islam degli "infedeli" venuti da oltre Oceano. Ad incoraggiare ulteriormente gli americani c'è il fatto che l'Iraq, militarmente parlando, è il più vulnerabile paese del Medio Oriente: dopo due guerre e dieci anni d'embargo Saddam Hussein ha ben poco da schierare al fronte dinanzi all'immensa macchina da guerra statunitense. Alla Casa Bianca la campagna di Babilonia sembra proprio un colpo sicuro e facile, un vero e proprio uovo di Colombo: non sanno, o fanno finta di non sapere che si tratta invece di un grossissimo azzardo. E' proprio questo azzardo, risoltosi nella maniera opposta a quella preventivata dagli americani, ad aver precipitato quest'ultimi nell'incolmabile svantaggio che li separa dai russi. La Russia macina sempre più miliardi, vendendo petrolio e gas a peso d'oro, mentre gli Stati Uniti affondano in un debito estero per il quale al momento non s'intravedono soluzioni. Le conseguenze disastrose della guerra in Iraq hanno minato la credibilità e la potenza dell'esercito americano e negli Usa sempre meno giovani sono disposti ad arruolarsi per fare da carne da cannone in nome degli interessi dei loro governanti. Le casse statali vengono dissanguate per finanziare le operazioni militari, sottraendo così investimenti al settore sociale: le conseguenze negli anni a venire saranno pesantissime, anche perchè ci saranno famiglie, in America, che per la perdita in guerra del capofamiglia o dell'unico figlio si troveranno in ristrettezze economiche, e poi ci saranno i reduci afflitti da menomazioni fisiche e da disturbi mentali, praticamente sprovvisti di ogni tutela medica in grado di alleviare la loro situazione. Gli Stati Uniti hanno perso l'ultimo treno, e marciano verso l'autodistruzione. Le "rivoluzioni democratiche" pilotate da Washington in Ucraina, Georgia e Kirghizistan sono il canto del cigno di un progetto imperialista nell'ex spazio sovietico che si è già arenato in Bielorussia. Non è con questi regime's changes mirati ad accerchiare la Russia e prendere il controllo degli oleodotti e dei gasdotti che si potranno tenere sotto controllo Mosca, Pechino o l'Europa; servono soldi, crediti e non debiti. Questo è il motivo principale per cui tutti i paesi ex sovietici che Washington ha cercato di porre sotto la propria influenza con tali rivoluzioni fittizie sono ora ritornati sotto l'ala protettrice della Russia: gli Stati Uniti sono lontani, al di là del Pacifico, e hanno sempre minori garanzie economiche da offrire per il loro sviluppo. La Russia invece è vicina, il suo petrolio e il suo gas sono indispensabili e come minimo un accordo di buon vicinato va trovato. Solo la Georgia resiste, ma per quanto tempo ancora il governo di Sakhasvilij potrà giustificare il proprio filoamericanismo ad una popolazione che necessita del gas russo, e non della retorica filo atlantica, per riscaldarsi ed alimentare l'economia? Lo stesso governo di Sakhasvilij sa benissimo che, dinanzi ad una Russia determinata a ristabilire la propria influenza nel Caucaso, la Casa Bianca si volterebbe dall'altra parte: non è per tutelare il governo di un paese amico, per quanto strategico e determinante sia nello scacchiere mondiale, che ci si avventura in una escalation con l'orso russo. Adesso siamo alla resa finale. La Russia non vuole lo scudo spaziale americano, ufficialmente presentato per proteggere l'Europa Occidentale da eventuali attacchi missilistici iraniani e nord coreani (e pensare che un razzo, nord coreano o marziano che sia, possa partire dal Pacifico e approdare all'Atlantico sorvolando tutta l'Eurasia è semplicemente un insulto all'intelligenza), ma in realtà nato per controllare la Russia ed affermare il controllo statunitense in tutto il blocco euro asiatico. L'alleanza russo - cinese, che coinvolge molti paesi dell'Asia Centrale e del Medio Oriente all'interno del Trattato di Shangai e delle relative organizzazioni satelliti, deve misurarsi con l'allargamento della Nato nei Balcani, nel Mar Nero, nel Caucaso, fino al Caspio. E' una corsa all'accaparramento delle risorse energetiche: chi arriverà per primo potrà garantirsi un posto al sole nel nuovo secolo. E' fin troppo chiaro che il nuovo scudo, che costerà agli Stati Uniti un occhio della testa e li precipiterà ancora più in fondo al baratro dell'indebitamento, servirà a mantenere alla Casa Bianca il forte potere negoziale nei confronti dell'Europa, della Russia e della Cina di cui fino ad oggi ha potuto usufruire per ragioni più economiche che militari. Il fatto che la potenza americana si affidi sempre di più alle leve militari anzichè a quelle economiche e finanziarie è la prima novità nei rapporti di forze fra i grandi della Terra. Per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno fare affidamento soltanto sulla forza militare per garantire la propria declinante egemonia? A Praga è in atto lo scontro fra Est e Ovest, fra Putin e Bush. I due leader si affronteranno ufficialmente solo in maniera verbale, in realtà affilando le armi per il confronto finale. Gli Stati Uniti hanno già in mente la controtattica da utilizzare nei confronti della Russia: invitare quest'ultima a partecipare alla costruzione dello scudo spaziale. Dopotutto la Russia non ha sempre detto che gli Stati Uniti dovrebbero considerarla un socio, piuttosto che un rivale? Ma tutto questo è inaccettabile per Putin. Infatti una proposta del genere parte sempre dal presupposto americano di poter porre la Russia sotto il proprio controllo; esattamente come avvenne quando la Russia venne associata al G7, e al tavolo di discussione con la Nato. Ma la Russia non ha più voglia di fare da comprimario dinanzi ad una potenza americana che straccia gli accordi e fa tutto da sè, senza ascoltare nessuno; ha già mandato giù fin troppi bocconi amari in questi ultimi anni, quando era costretta a starsene a mani ferme dinanzi alle amministrazioni Clinton e Bush che mancavano ad ogni accordo, allargando sempre la Nato, bombardando la Jugoslavia, appoggiando governi ostili a Mosca nella CSI e via dicendo. Adesso le cose cambiano. Gli Stati Uniti di oggi sono come l'Unione Sovietica fra gli anni '70 e '80: quando, sempre sull'orlo del crollo economico, alterava l'equilibrio balistico e militare mondiale canalizzando tutte le sue risorse nella produzione bellica e nell'avventurismo in Africa, in Medio Oriente e in Afghanistan. A quei tempi la Cina era alleata degli Stati Uniti, e l'Urss era per entrambi il rivale numero uno. Oggi è tutto diverso: Russia e Cina sono alleate contro gli Stati Uniti, e quest'ultimi associano la fragilità economica all'inquietudine militare; proprio come, ottant'anni fa, la Germania del Kaiser Guglielmo II. La ricomposizione del blocco euroasiatico è la grande novità che determinerà l'affondamento della superpotenza imperialista numero uno, gli Stati Uniti d'America. 6月3日 Usa e Inghilterra fomentano il revisionismo storico contro la Russia nella Seconda Guerra Mondiale![]() (La bandiera sovietica sventola sulle rovine della Cancelleria dopo la caduta di Berlino) Si, anche noi italiani a proposito di revisionismo storico ne sappiamo qualcosa. Come non citare, per esempio, tutti i tentativi di riabilitare i repubblichini mettendoli sullo stesso piano dei partigiani? I discorsi di Ciampi, Violante e Tremaglia, i libri di Pansa e i programmi di Vespa e Ferrara... "Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scordiamoci il passato, trallallero trallallà...", dice una celeberrima canzone, assai significativa... Non ci deve quindi stupire la tendenza della storiografia anglosassone ad enfatizzare i meriti degli Alleati nella sconfitta del Nazismo contemporaneamente diminuendo i meriti dei russi: e questo nonostante il fatto che proprio l'Unione Sovietica fu il paese a lasciare sul campo il maggior numero di caduti per liberare l'Europa, ben più di 20 milioni. L'articolo di recente pubblicato da Aleksander Krylov su http://en.fondsk.ru (Strategic Cultural Fondation) è da questo punto di vista a dir poco significativo. In Estonia, un mese fa, mentre le autorità locali s'incontravano con quelle europee e quelle americane per festeggiare la schiavitù delle prime nei confronti delle seconde e la partecipazione a tutto tondo del piccolo Stato baltico nella NATO (tanto per mettere sotto scacco la Russia che, da quelle parti, fa passare alcuni dei suoi più importanti gasdotti), veniva rimossa la statua dedicata ai soldati dell'Armata Rossa. Eppure erano stati quest'ultimi, non gli americani o gli inglesi, a liberare l'Estonia dai nazisti; e checchè se ne dica, ciò a cui miravano i governanti estoni nel rimuovere quel monumento è cercare di sminuire il ruolo dell'Armata Rossa nella sconfitta del Nazifascismo. Ma, in occasione del 62° anniversario della vittoria sul Nazismo, che per i russi ricorre il 9 maggio, è opportuno ricordare come l'immane sacrificio del popolo russo (20 milioni di morti è solo una stima prudenziale; si dice che il numero potrebbe essere tranquillamente anche il doppio), con la vittoria nelle battaglie di Stalingrado e di Kursk, abbia rovesciato l'esito della Seconda Guerra Mondiale ben prima dello sbarco in Normandia. Se guardiamo come viene insegnata la storia ai giovani negli USA e in Gran Bretagna, non si potrà non notare l'attenzione data prevalentemente ai fatti relativi al Fronte Occidentale: la battaglia di El Alamein, l'offensiva delle Ardenne, lo sbarco in Normandia, ecc... Tutto questo ha ovviamente un suo perchè: si enfatizza il ruolo degli Alleati nella sconfitta della Germania riducendo contemporaneamente i meriti dell'Unione Sovietica e delle forze partigiane attive in tutt'Europa, dalla Francia all'Italia alla Polonia ai Balcani. Questo pone le "basi storiche" per affermare, da parte degli angloamericani, il diritto a mantenere un ruolo di guida e di egemonia sul resto dell'Europa, ed affermarsi sull'Est Europeo "evacuato" dalla Russia in seguito al crollo del comunismo. Se si nega che alla liberazione dell'Italia, o di qualunque altro importante Stato europeo fino al 1945 occupato dai tedeschi, abbiano contribuito in maniera determinante i partigiani, automaticamente si riconosce unicamente agli inglesi e agli americani il merito di aver restituito il paese alla libertà e alla democrazia; e in questo modo si giustifica la sua sottomissione agli interessi angloamericani. A dimostrazione di quanto efficace sia questo metodo d'insegnamento, va menzionato come non siano rari i casi di studenti inglesi ed americani convinti che l'Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale fosse alleata della Germania! Questa interpretazione storica è diventata una sorta d'atto dovuto nei confronti del grande protettore americano non appena vi è stato l'avvento della Guerra Fredda, al punto che Wiston Churchill, nelle sue memorie, screditò completamente il ruolo cruciale avuto dall'Armata Rossa nella sconfitta della Germania nazista (caso piuttosto singolare, visto che al tempo stesso enfatizzava il ruolo avuto dalla Russia zarista nella lotta contro gli Imperi Centrali durante la Prima Guerra Mondiale). Nel Secondo Dopoguerra la storiografia venne fortemente influenzata dalle memorie di guerra di ufficiali e militari ex nazisti, che generalmente tendevano a giustificare sè stessi e la Wehrmacht prendendo le distanze, ideologicamente parlando, dal Fuhrer. L'arroganza di casta di questi militari d'alto lignaggio e il loro orgoglio ferito raramente si riversavano contro gli angloamericani, che anzi consideravano alla stregua di loro protettori, ma bensì contro i sovietici; ed è fin troppo chiaro che gli angloamericani e i loro simpatizzanti li lasciassero fare, concedendogli massima visibilità. D'altra parte le memorie di guerra dei militari e dei politici dell'URSS, e dei partigiani dei vari paesi europei, non venivano quasi mai assunti al livello di "contraddittorio" politico - militare contro la produzione storiografica e memoriale degli ex hitleriani, e così il monopolio di quest'ultimi non veniva quasi per nulla scalfito. Va aggiunto poi che ben raramente le memorie degli ufficiali sovietici potevano varcare la Cortina di Ferro per confrontarsi con quelle degli ex fascisti, e in ogni caso erano fortemente censurate e ideologizzate nel paese d'origine. Solo a partire dagli anni '70 in Occidente si sono avuti i primi seri tentativi di operare un confronto fra i ruoli di angloamericani e russi nei rispettivi fronti di guerra. John Erickson, storico britannico, fu tra i primi a muoversi in questa direzione: nei suoi libri “The Road to Stalingrad” (“La strada per Stalingrado”, 1975) e “The Road to Berlin” (“La strada per Berlino”, 1983), rivelò la portata dell'effettivo contributo del Fronte Orientale per la sconfitta della Germania nazista. Dopo, David M. Glantz, storico militare statunitense, scrisse numerosi testi sulla guerra dal fronte russo. Tra il 1989 e il 2006, diede alle stampe 16 lavori, tra cui “When Titans Clashed: How the Red Army Stopped Hitler” (“Quando i Titani si scontrarono: Come l'Armata Rossa fermò Hitler”). Centinaia di testi di studiosi inglesi e statunitensi si concentrarono su vari aspetti particolari delle operazioni al Fronte Orientale, come il trattamento dei prigionieri di guerra, le pulizie etniche in tempo di guerra, il ruolo dell'NKVD (la polizia politica dell'URSS ai tempi di Beria e Stalin), l'economia e le risorse alimentari, ecc... Quelle edizioni non erano fatte per il grande pubblico, sicché per decenni le impressioni delle masse di lettori in Gran Bretagna e USA vennero formate soprattutto dalle memorie lasciate da W. Churchill ed altri uomini di Stato occidentali, che presentavano il fronte occidentale come teatro principale della Seconda Guerra Mondiale. Questa tradizionale impostazione ha iniziato a scemare solo di recente. Sotto questo aspetto, “Europe at War 1939-1945: No Simple Victory” (“L'Europa alla guerra dal 1939 al 1945: una vittoria non semplice”) di Norman Davies, uno storico britannico, ha giocato un ruolo decisivo. In quest'ultimo libro Davies condanna, in maniera chiara e senza il tipico aplomb degli studiosi inglesi, il patologico narcisismo degli USA e soprattutto manifesta una speciale acrimonia contro quegli autori americani che stupidamente continuano a convincere i loro connazionali che soltanto gli USA fermarono il fascismo e sconfissero Hitler, negando i visibili meriti degli altri paesi. Secondo Norman Davies, sul fronte orientale i combattimenti, che infuriarono per 4 anni, coinvolsero 400 divisioni tedesche e sovietiche; il fronte stesso si estendeva per 1.600 km, da Leningrado, sul Baltico, a Baku, nel Caucaso. Nel frattempo, le offensive sul fronte occidentale coinvolsero 15-20 divisioni al massimo. L'esercito tedesco subì l'88% delle perdite sul fronte orientale. Fu l'Armata Rossa a fermare la volontà e la capacità della Wehrmacht di portare a compimento importanti offensive al fronte nel 1943. Gli storici angloamericani vogliono rimuovere e nascondere alle nuove generazioni la Battaglia di Kurks, ma invano. Norman Davies sostiene che il ruolo chiave dell'Armata Rossa nella Seconda Guerra Mondiale sarà così palese ai venturi storici che in futuro USA e Gran Bretagna verranno semplicemente accreditate di aver soltanto fornito un supporto estremamente importante. Ciononostante, nel perorare la causa del cruciale contributo offerto dall'Armata Rossa contro il fascismo, N. Davies incappa nel cliché ideologico sullo “scontro dei due totalitarismi”: nella sua visione, il regime più animalesco della storia europea non fu annientato dalle democrazie, ma da un altro brutale regime. In altre parole, un tiranno (Hitler) fu sconfitto da un altro tiranno (Stalin). Dunque, pur riconoscendo il decisivo apporto dell'Unione Sovietica per la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, N. Davies ignora completamente il fatto che il nazismo tedesco, sconfitto dalla Russia storica, e successivamente dall'URSS sua erede tra il 1941 e il 1945, fu un prodotto incredibilmente aggressivo e inumano della civiltà occidentale. Allo stesso tempo, N. Davies riconosce il ruolo personale di Stalin nella vittoria russa. Non è un fatto di poco conto: per decenni si è sminuita completamente la figura di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale, attribuendogli tutti gli errori e le debolezze vere o presunte che attanagliavano l'Unione Sovietica al momento in cui essa venne invasa dalle truppe tedesche. Questa riabilitazione rappresenta quindi un fatto estremamente importante nella storiografia recente. Geoffrey Roberts, un altro storico, concorda con questa visione. Nel suo “Stalin’s Wars. From World War to Cold War, 1939-1953” (“Le Guerre di Stalin: dalla Guerra Mondiale alla Guerra Fredda, 1939-1953”), scrive che la rinascita dalle ceneri dopo errori così numerosi e la condotta del paese verso la vittoria più grande fu un vero e proprio trionfo, e che il mondo fu salvato per le democrazie da Stalin. La verità è che il mondo fu salvato dai Russi, non dal genio di Stalin. Stalin stesso lo ammise nel 1945, nel suo brindisi “ai Russi” durante un ricevimento per i comandanti dell'Armata Rossa al Cremlino. Per i Russi, questa guerra sarà sempre grande, patriottica e totale, perchè per essi fu uno scontro mortale contro il male assoluto – il nazismo che venne dall'Ovest. Ecco perchè in Russia la Seconda Guerra Mondiale viene chiamata "Grande Guerra Patriottica". 6月1日 Dir bugie su Putin e la Russia è una moda
Lo sappiamo bene: sparare a zero su Putin e sul deficit democratico della Russia è, per i nostri insigni giornalisti, politologi ed opinionisti, uno sport nazionale. Il fatto è che più la Russia cresce e s'afferma come superpotenza in grado di rompere le uova nel paniere agli USA e al loro progetto di mondo unipolare, più i media occidentali che sono asserviti agli interessi dei loro governi e potentati economici si danno da fare per demolire l'immagine internazionale della Russia e la sua presentabilità nel mondo. E' un circolo vizioso, che ci condurrà nei mesi e negli anni a venire ad un'intensificazione delle calunnie e delle strumentalizzazioni sulla Russia, su Putin e su colui che gli succederà nel 2008, almeno fino a quando ci si renderà universalmente conto che tali cazzate altro non sono, appunto, che cazzate. Allora tutto l'operato mediatico dell'Occidente in declino politico sfumerà sciogliendosi come neve al sole e i responsabili, giacchè la categoria di quei giornalisti ormai la conosciamo bene, si ricicleranno accodandosi a qualche altro mecenate bisognoso di scribacchini di bugie a un tanto al chilo. Tanto per dare un'idea di quale volume abbiano raggiunto le cazzate sulla Russia propinateci dai nostri giornalisti in questi giorni, si citi il caso delle uova tirate addosso a Vladimir Luxuria e Marco Cappato. Chi ha tirato quelle uova, chi ha alzato le mani contro Luxuria e Cappato? Non erano giovani manifestanti di Russia Unita, il partito del presidente Putin, e nè tantomeno dei suoi simpatizzanti senza tessera. Erano i nazionalbolscevichi alleati di Kasparov. Chissà perchè quando costoro si danno a manifestazioni d'omofobia la stampa li dipinge come "alleati di Putin" e quando, invece, sono insieme a Kasparov, vengono raffigurati come suoi strenui oppositori politici. A dire la verità i partiti d'opposizione a Putin sono ben altri, e assai più credibili. La Russia è piena di partiti, grossomodo un centinaio, e fra tutti questi Kasparov e i suoi amici nazionalbolscevichi sono fra i più piccoli: messi insieme non raggiungono il 4%. Ma hanno il grande pregio di essere nel libro paga del Dipartimento di Stato USA, cosa che ne fa agli occhi dei giornalisti occidentali "una vera opposizione". Il Partito Comunista di Ziuganov, la sinistra nazionalista di Rodina, gli ultranazionalisti di Zirinovskij, il Partito Socialdemocratico russo tanto anticomunista da non accettare fra i suoi militanti gli ex iscritti al PCUS, il "grande centro" di Jabloko, ecc, non hanno questa caratteristica oppure sono vecchi amici caduti in disgrazia e perciò non meritano di essere considerati l'opposizione a Russia Unita. Sono talmente ostrcizzati dal mondo dell'informazione che i cittadini europei o americani neppure ne conoscono l'esistenza. Quel che è peggio, alcuni di questi movimenti collaborano persino con Russia Unita, e allora perchè l'Occidente dovrebbe considerarli come "alternativa democratica"? Certo è vero che considerare, per converso, i nazionalbolscevichi come "alternativa democratica" a Putin richiederebbe una grande fantasia, o spregiudicatezza, o ignoranza politica, o faccia tosta, a scelta. Potremmo forse considerare Forza Nuova una "alternativa democratica" alle attuali forze politiche italiane? Qualsiasi giornalista che lo sostenesse si prenderebbe (si spera) come minimo una denuncia per apologia di Fascismo. Il capolavoro i nostri giornalisti occidentali lo hanno fatto al vertice russo - tedesco di Samara avvenuto a metà dello scorso mese di maggio. L'opposizione (i principali "caposaldi" li abbiamo citati poco fa) ha potuto sfilare tranquillamente, e in mezzo ai manifestanti c'erano anche i neonazisti, gli stalinisti e gli ultranazionalisti cosacchi, tanto per far capire come la manifestazione fosse davvero aperta a tutti, al punto da mettere persino l'opposizione in brutta luce davanti all'opinione pubblica russa e di tutto il mondo. Ora, in una manifestazione che spaziava dai neonazisti agli stalinisti, chi è stato l'unico che non ha potuto partecipare? Ma Kasparov, ovviamente! Insieme, è chiaro, ai suoi inseparabili amici nazionalbolscevichi. A quanto pare, avrebbe potuto benissimo raggiungere i manifestanti, anche soltanto andandoci il giorno prima, ma non c'è riuscito: a questo punto molto meglio, più conveniente e meno rischioso mettersi a gridare davanti alle telecamere, in fondo è tutta pubblicità gratuita. Ovviamente i cameramen gli hanno dato spago, e gli opinionisti buoni per tutte le stagioni non hanno perso tempo nel raffigurarlo come "bastione della democrazia" in Russia e rivale temibile e credibile per Putin (è infatti noto che col 2% dei voti si può fare di tutto, anche vincere le elezioni). Nessuno dei nostri insigni politologi si domanda perchè Kasparov sia più interessato a farsi vedere a braccetto col nazionalbolscevico Limonov e a fare conferenze stampa davanti alla CNN, invece che a stringere un'alleanza con forze dell'opposizione più serie e concrete. Al contrario, rimangono col fiato sospeso come se dal suo destino dipendessero le sorti di tutta la Russia. D'altronde, se qui in Italia Luca Barbareschi (attore e noto fascistone) fondasse un suo partito, s'alleasse con Pino Rauti e si mettesse ad inveire contro la dittatura di Prodi e di Berlusconi, troverebbe di sicuro qualcuno disposto ad ascoltarlo. A Samara Putin ha voluto lanciare un messaggio ben preciso: qualche centinaio di manifestanti che scendono in piazza, mobilitati da due piccoli partiti che campano sull'assegno inviato da Washington, non fanno paura al Cremlino. Al Dipartimento di Stato Usa, alla Casa Bianca, alla Commissione Europea, alla NATO, alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale possono anche smetterla di campare d'illusioni. Dare qualche manganellata o fermare Kasparov per un paio d'ore sono segnali non tanto per chi alle bastonate purtroppo c'è abituato, e nemmeno per il "campione di democrazia" che sbraita dietro un altoparlante, ma per tutti coloro che in Occidente pensano di poter ancora imporre la loro volontà al Cremlino. Alla fine la storia è sempre quella dei due pesi e delle due misure: si paventa l'involuzione autoritaria della Russia, ma in realtà essa sta avvenendo per davvero in Uzbekistan e proprio con la benedizione di Stati Uniti ed Unione Europea. Pure in Polonia c'è poco da stare allegri, ma chissà perchè mentre sulla Russia si dicono un sacco di bugie, su ciò che sta avvenendo a Varsavia invece non si dice proprio nulla. Dov'è finita la tanto decantata "trasparenza nell'informazione"? In Kazakistan il signor Nazarbayev cambia la Costituzione in senso autoritario ed "ereditario", ma nessuno dice niente: meglio parlare di una finta dittatura in Russia piuttosto che puntare il dito contro una dittatura vera in Kazakistan, specialmente se ci è alleata e ci passa il petrolio. Anzi, al Kazakistan nel 2009 gli diamo pure la presidenza dell'OSCE. Ma non allarghiamoci troppo. Abbiamo nominato la Polonia; tema un po' periferico (ma nemmeno tanto, pensandoci bene) rispetto al "discorso Russia", ma ricollegandosi all'inizio della discussione, le uova tirate contro Luxuria e Cappato, ci sta benissimo, visto che i gemelli Kaczynsky ne stanno combinando delle belle anche sotto l'aspetto dei diritti civili. Prodi s'è incontrato con Kaczynsky (quello che fa il presidente), omofobo come nessun altro mai. E intanto si parla delle uova e delle botte a Mosca contro il radicale Cappato e la rifondista Luxuria...! Ma come, dico io, questi due gemelli a Varsavia tutti i giorni ne combinano una, rispetto alla Russia sono persino membri dell'Unione Europea e nessuno, dico NESSUNO, che a Bruxelles o Roma o Berlino o Parigi dia loro una tiratina d'orecchie??? Luxuria e Cappato, quando sono stati assaliti dai nazionalbolscevichi, stavano portando una lettera di protesta al sindaco di Mosca Lushkov contro la sua omofobia; ma non ne hanno scritta neppure mezza contro l'omofobia dei gemelli Kaczynsky. Avrebbero potuto scriverla e dire a Prodi che se ne facesse tramite; e invece niente. D'accordo, ci stiamo preparando per il vertice di Riga, e in quell'occasione assai probabilmente verrà sollevato il tema dei diritti civili in Polonia, ma intanto un mezzo discorsetto poteva essere fatto tranquillamente. Stando all'ultimo rapporto di Amnesty International ( http://thereport.amnesty.org/eng/Regions/Europe-and-Central-Asia/Poland ) la Polonia risulta essere il paese (non solo socialmente ma anche istituzionalmente) pi omofobo, antigay ed antilesbiche di tutta Europa, al punto che la Russia a dispetto di Lushkov al confronto appare apertissima. Ma, siccome la Polonia ormai è nell'Unione Europea e per la NATO è un paese importantissimo, è meglio non parlarne. Ora io non mi aspetto che sia Prodi a parlare di queste cose, ma perlomeno i suoi alleati radicali che su questi argomenti si scaldano sempre tantissimo... Se davvero queste sono delle questioni di principio, allora proprio non si riesce a capire perchè si debba puntare l'indice contro la Russia e al contempo tacere sulla Polonia, paese in cui si passa dalle discriminazioni vere e proprie al progetto della "commissione sul problema degli omosessuali".
(I due gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynsky) Beninteso, al di là dell'esempio polacco (assai negativo perchè inserito all'interno dell'UE), non è che la Russia sul tema della tolleranza verso gli omosessuali sia al livello delle democrazie scandinave... Tuttavia quanto affermano i nostri cari opinionisti, secondo i quali in Russia i diritti avrebbero subito negli ultimi anni una forte restrinzione, è un mucchio di balle. Ai tempi di Eltsin una manifestazione di omosessuali si sarebbe conclusa in un'enorme carneficina in piazza, con i nazionalisti e i naziskin a bastonare i dimostranti senza che nessuno potesse farci niente. La Russia di Eltsin non era democratica nè tantomeno rispettava i diritti umani, e Mosca negli anni '90 era mille volte più pericolosa di quanto non lo sia oggi. La Gay Parade è arrivata con Putin: invece delle bastonate di oggi, ieri ci sarebbero state le revolverate. Può piacere o non piacere, ma è così. La Russia su queste tematiche continua ancora ad essere arretrata, e Lushkov è un omofobo, ma basta guardare un po’ di televisione e girare nei locali per capire che, nonostante gli esagitati nazionalisti, la società russa oggi è più aperta nei confronti degli omosessuali di quanto gli avvenimenti recenti non facciano pensare. Ma i nostri bravi giornalisti non si limitano a questo, poichè di notizie da strumentalizzare ce ne sono fin troppe. Eccoli allora discutere sul caso Livtinenko: lo definiscono un oppositore di Putin giustiziato per le sue denunce troppo scomode. Così, a sentire questi "cremlinologi" improvvisati, Litvinenko sarebbe stato un oppositore (aveva un partito? Faceva politica? Era un giornalista indipendente? O era magari un ex agente del KGB, amico dell’oligarca Berezovski, nemico di quel Paul Klebnikov, giornalista ammazzato a pistolettate per aver scritto un libro in cui Boris Berezovskij era dipinto come un mafioso corrotto?) e Yandarbiev un leader ceceno in esilio (e non un terrorista in fuga, ma dipende sempre dai punti di vista, come insegnano non solo il KGB ma la CIA, il Mossad e i signori dell’MI6, che in Cecenia non erano certo dalla parte dei russi, nella prima metà degli anni '90). Se tutti quelli che accusano il Cremlino di essere il mandante dell’omicidio Litvinenko dovessero essere ammazzati dall’FSB, alla Lubjanka avrebbero già finito il polonio e pure le pallottole.
(L'oligarca russo Noris Berezovskij) La realtà è che il signor Boris Berezovskij, leader del crimine organizzato russo, primo degli oligarchi dell'era eltsiniana ad allontanarsi dalla Russia dopo la venuta di Putin, appoggiato dall'Occidente che gli garantisce l'asilo politico in Inghilterra (a dispetto di tutte le rchieste di estradizione venute dalla Russia, che la magistratura inglese ha peraltro accolto e che il governo Blair ha sempre graziosamente "ignorato"), ha sempre usato la tattica di uccidere i suoi alleati, purchè pesci piccoli, allo scopo di mettere ne guai a livello internazionale il suo nemico Putin. Che interesse avrebbe avuto Putin ad uccidere la Politkowskaija o Litvinenko, personalità che nessuno conosceva? Ucciderli non sarebbe servito ad altro che a renderli famosi e tutti avrebbero immediatamente sospettato il Cremlino: una tattica controproducente, suicida, che però va nell'interesse di Berezovskij e dei suoi sostenitori. Ai tempi di Eltsin invece il Cremlino ammazzava tutti coloro che si mettevano contro la famiglia presidenziale e i loro amici oligarchi; eppure l'Occidente non faceva una piega, non diceva nemmeno una parola. Ma a quei tempi la Russia, guidata dalla cricca di Eltsin e soci, sacrificava i suoi interessi nazionali facendo la fortuna di americani ed europei: e allora perchè rompere i coglioni al Cremlino con la storia della democrazia? La Russia degli anni '90 era un immenso Azerbaijan (o Zaire, o Uzbekistan, o altro paese da saccheggio a conduzione familiare che dir si voglia) che andava dal Baltico al Pacifico, e faceva comodo un po' a tutti. Proprio non si capisce perchè oggi la Russia, invece di difendere i propri interessi nazionali com'è giusto che sia, debba trasformarsi in una sorta di confraternita di beneficenza succube alle mire occidentali, come nel decennio eltsiniano. Adesso sorge l'ennesima new: Litvinenko era un uomo dei servizi segreti inglesi. Lo dice Andrey Lugovoy, anche lui agente segreto dell'ex KGB passato a quanto pare al soldo degli inglesi. Non suona come una grande scoperta: che Litvinenko e Lugovoi, entrambi legati a Berezovski, entrambi ex Kgb e alla ricerca di altre fortune abbiano avuto contatti con i servizi britannici é poco ma sicuro. Cosa ne sia venuto fuori lo abbiamo visto. Chiamarli agenti é probabilmente una parola grossa: anche Scaramella voleva entrare al Sismi. Litvinenko era anche lui una mezza calzetta e si puó dare per assodato che non agisse per conto proprio. Se gli ordini li prendesse da Boris Berezovskj o dall'MI6 é facile da capire. Gli inglesi non sono stupidi e il loro lavoro lo fanno bene. Quindi? Lugovoi é un vero patriota perchè ha rifiutato di collaborare? Improbabile. Ha ammazzato lui Litvinenko? Forse. Per ordine di chi? Questa domanda é la piú difficile. In fondo è poco importante sapere chi sia stato materialmente a mettere il polonio nel tè (se non per la cronaca e il tribunale): importante è capire perchè lo ha fatto, chi in questi giochini ci ha guadagnato o perso: cui prodest? Ecco perchè è bene analizzare tutto, senza perdere la visione dell'insieme, per capire chi ci ha guadagnato e chi no dall'uccisione di Litvinenko. Il portavoce del Foreign Office ha commentato tutta la vicenda dicendo: "Questo è una questione di crimine e non un problema d'intelligenza". Ha detto che i servizi segreti non c'entrano, soprattutto quelli inglesi. E, poichè non c'entrano nemmeno quelli russi, allora l'unica porta a cui rimane da bussare è quella di Boris Berzovskij. E se si dimostra che davvero l'omicidio Litvinenko non è un caso di spionaggio internazionale ma semplicemente di criminalità internazionale, allora è uno schiaffo ai media inventori di accuse e di complotti ma soprattutto un bel casino per Berezovkij. 5月30日 Su RCTV la RAI sta sparando cazzate![]() L'immagine che vedete qui sopra è quella che è, ma più grande non sono riuscito a trovarla. Ebbene, è l'ennesima dimostrazione che, a riguardo delle proteste a Caracas contro la chiusura di RCTV, la RAI mente. Questa immagine, insieme ad altre, secondo la RAI rappresenterebbe il popolo di Caracas che due giorni fa protestava contro il trasferimento su cavo e satellite di RCTV; seguono altre immagini di giovani che gridano e tirano pietre, auto incendiate, ecc. Peccato però che questa, come tutte le immagini successive, sia stata scattata non due giorni fa da un corrispondente RAI a Caracas (infatti la RAI in questi giorni non ha corrispondenti a Caracas) ma l'11 aprile 2002, quando il presidente di Federcameras Pedro Carmona tentò un golpe contro il governo Chavez, fallito nel giro di quarantott'ore. Si fa vedere il popolo che protesta e lotta contro l'allontanamento forzato e antidemocratico di Chavez avvenuto nel 2002 e si fa credere ai telespettatori che quelle immagini siano state scattate ieri e rappresentino un popolo che rivuole indietro RCTV! Ma alla CNN (che qualcuno ancora ritiene essere una televisione seria) hanno fatto ben di peggio di quei rubagalline della RAI. Hanno fatto vedere immagini di una manifestazione per la libertà di stampa in Messico, avvenuta di recente dopo l'omicidio di un giornalista, dando ad intendere che stava avvenendo ieri in Venezuela! E' il momento di dire basta a questo giornalismo ipocrita, censuratore e autocensurato, che lecca i piedi e l'ano dei potenti, e trasforma il bianco in nero e il nero in bianco. Ha ragione Grillo: internet è l'ultimo spazio riservato alla democrazia. Se la televisione ci deve propinare queste porcate, ne possiamo benissimo fare a meno. 5月29日 Radio Caracas TeleVision: tra spazzatura e bugie![]() La vicenda dell'oscuramento di Radio Caracas TeleVision, la più vecchia emittente televisiva privata del Venezuela, attiva dal 1953, ci ha insegnato quale sia il livello di ipocrisia dei media e della politica ogni qual volta si tratti l'argomento proibito del governo Chavez e della Rivoluzione Bolivariana. Da ieri RCTV può trasmettere soltanto via cavo o via satellite; questo non significa ovviamente che sia scomparsa, o che sia stata censurata od ostracizzata dal governo bolivariano. Semplicemente è scaduta la sua licenza a trasmettere via etere (l'ultima volta era stata rinnovata 10 anni fa, dal governo del filoamericano Perez, e già allora era stato un rinnovo tirato per i capelli) e adesso la sua frequenza verrà occupata da una nuova televisione, gestita da una cooperativa di lavoratori. Tutto questo indigna a livello internazionale semplicemente perchè si tratta di una televisione anti - Chavez. E allora ecco che le bugie fioccano. D'altronde le similitudini con la vicenda di Rete4 non mancano e per questa ragione noi italiani dovremmo averne capito qualcosa; eppure fatichiamo lo stesso a comprendere, rincitrulliti come siamo da un fronte mediaco bugiardo e dequalificato nella sua professionalità. Ma procediamo con ordine. Prendo ispirazione, in questo mio intervento nel blog, dai numerosi articoli scritti da Gennaro Carotenuto, corrispondente dal Venezuela, che si possono leggere nel suo sito personale www.gennarocarotenuto.it Ne consiglio la lettura a tutti gli interessati, a scopo di approfondimento. La prima delle manifestazioni organizzate da RCTV e dall'opposizione venezuelana contro il mancato rinnovo della licenza a trasmettere via etere è andata in scena per le strade e le piazze di Caracas il 19 maggio scorso. Girava un sacco di bella gente, di quella che abita nei quartieri alti di Caracas, che alle ultime elezioni ha sostenuto Rosales e che nel 2002 appoggiò il golpe del presidente di Federcameras Carmona, mentre si scandivano slogan e parole d'ordine che ricordano assai le giustificazioni date dai nostri politici alla sopravvivenza di Rete4. Tutta la città è stata riempita di maxischermi dai quali era possibile assistere alla manifestazione e ascoltare i discorsi dei politici dell'opposizione e degli uomini di RCTV: ed è inutile sottilineare quanto contraddittorio sia sentire questi signori che parlano di mancanza di libertà d'espressione in Venezuela, mentre in ogni angolo della capitale le loro parole risuonavano a tutto volume. Bugiardi! Ma ancora più bugiardi sono stati i nostri media, che hanno ripreso acriticamente le balle proferite da questi uomini e le hanno riversate nel nostro mondo, all'insegna del motto secondo cui tutte le balle contro Chavez sono lecite. RCTV, che appoggiò apertamente il colpo di Stato dell'11 aprile 2002 contro Chavez, finge di non sapere che l'etere è pubblico e che esiste una responsabilità sociale e civica dei media in base alla quale inondare di sesso e di violenza il mercato televisivo non significa esattamente "libertà d'espressione". E' significativo come lo stesso presidente di RCTV abbia pubblicamente detto, più volte, di proibire ai suoi figli di guardare i programmi della sua rete televisiva. Ma non proibisce, anzi incoraggia i figli degli altri venezuelani a guardarla: RCTV è nota sostanzialmente per i programmi contro Chavez e per i video di musica Reggaeton che trasmette dalla mattina alla sera. Il ruolo pedagogico della televisione, come mezzo di diffusione della cultura, nel caso di RCTV non esiste. E' bene rammentare come, alle ultime elezioni presidenziali del 3 dicembre 2006, le commissioni di Osservazione Internazionale verificarono che i quattro quinti di tutti i servizi televisivi, radiofonici e giornalistici di quella campagna elettorale fossero favorevoli all'opposizione. Tuttavia, istituzioni internazionali presitigiose (forse perchè controllate dal governo degli Stati Uniti) come Freedom House possono definire il Venezuela "paese non libero" dal punto di vista della libertà di stampa e collocarlo addirittura al 161° posto nel mondo, cioè dopo l'Afghanistan, dove è noto che i giornalisti possano compiere il loro lavoro in piena tranquillità e sicurezza, e senza condizionamenti, pressioni e minacce di sorta. Nonostante questo dato si commenti e si sbugiardi da solo, dimostrando peraltro palesemente l'intenzione diffamatoria di istituzioni come Freedom House, i nostri media non fanno una piega nel recepirlo accreditando Freedom House e facendogli pure da grancassa mediatica. Sempre a proposito di libertà di stampa: bisognerebbe che i nostri cari giornalisti, che criticano la scarsa libertà d'espressione in Venezuela, prendessero fra le mani una copia de El Nacional (paragonabile ai nostri "Il Giornale" o "Il Tempo") del 20 maggio scorso, un giorno dopo la prima delle tante manifestazioni dell'opposizione pro - RCTV. E' strapieno di interviste a manifestanti della manifestazione che, guardacaso, sono tutti ex chavisti pentiti: "Ho votato per Chavez ma adesso ho paura per la libertà", dice un impiegato, mentre una casalinga alla quale dedicano un bel box in prima pagina aggiunge: "Ho votato per Chavez, ma non pensavo mi levasse le mie telenovele". Tra un'intervista e l'altra è tutto un fiorire di articolo apodittici nei quali viene magnificata la superiorità del settore privato e dimostrato il pericolo rappresentato dai media pubblici, il ruolo dello Stato e il valore dei media privati. Tutto il servizio, un bel fascicolo grande quanto il Venerdì di Repubblica, era stato pagato con il denaro pubblico dello Stato di Zulia, governato dallo sfidante di Chavez, Manuel Rosales! I signori dell'opposizione, RCTV compresa, parlano tanto di settore privato ma intanto vanno avanti a denaro pubblico. Manuel Rosales compare in tutte le pagine dell'inserto sempre in posa, sempre inaugurando qualcosa, sempre tagliando con le forbici un nastrino tricolore. Poi parlano dell'indipendenza della stampa venezuelana e del culto della personalità! A dimostrazione della scarsa professionalità dei nostri media, che prendono le notizie per come gliele danno senza nemmeno pensare a fare un riscontro alle fonti, basti pensare a tutto quello che hanno detti i nostri giornali e telegiornali a proposito del sondaggio dell'istituto Datanalisis secondo cui il 70% dei venezuelani sarebbe contrario all'oscuramento di RCTV. Nè la Repubblica, nè l'Unità, nè i TG Rai o Mediaset hanno avuto il coraggio di citare la fonte, e soprattutto che tale sondaggio era stato commissionato non dal governo bolivariano bensì proprio da RCTV. Si tratta di una chiara manipolazione mediatica che ha avuto l'effetto sperato, visto che i giornalisti italiani ci sono cascati in pieno. In più è stato detto che RCTV è l'unica televisione anti - governativa, con l'eccezione di Globovision che però si vede solo nella Capitale! E questo non l'ha detto, lo ripeto, un giornaletto qualunque, ma nientemeno che La Repubblica! La realtà delle cose è un tantino diversa: i grandi canali dell'opposizione che trasmettono in tutto il paese sono quattro: RCTV, Globovision, Venevision e Televen. Inoltre in ogni Stato (il Venezuela è una repubblica federale, casomai La Repubblica ignorasse anche questo) esistono altri canali dell'opposizione. Come mai la Repubblica, insieme ad altri "prestigiosi" fogli italiani cancella due importanti reti nazionali e tutte quelle locali? Quanto scritto da L'Unità è assai simile al pezzo pubblicato su Repubblica: innanzitutto, come su Repubblica, non viene detto che RCTV è trasferita su cavo e su satellite, ma che "sparisce". Entrambi i giornali fanno credere che si tratti di un'azione illegale del governo bolivariano, volta alla censura. Soprattutto né l'Unità né La Repubblica citano il punto di vista venezuelano, il ricchissimo dibattito sulla responsabilità sociale dei media, il fiorire di centinaia di media indipendenti nel paese, né il fatto che non esiste solo la libertà di stampa ma anche il diritto costituzionale ad essere informati in forma non inquinata. Tutto questo la Repubblica e l'Unità non possono dirlo, nè tantomeno gli asserviti telegiornali nazionali, perchè a Caracas i loro inviati non c'erano; e anche se ci fossero stati, avrebbero ignorato ciò che faceva loro comodo ignorare. Ma ora che abbiamo messo i puntini sulle "i" riguardo la serietà professionale dei nostri media, passiamo al sodo. Non ci dobbiamo stupire del fatto che i nostri media rinuncino al loro dovere d'informazione in nome dell'opportunismo politico: come dice Gennaro Carotenuto nei suoi apprezzabilissimi articoli sull'affaire RCTV, è possibile che gli stessi che approvarono la legge che trasferiva Rete4 sul satellite, oggi utilizzano gli stessi argomenti di Emilio Fede (che a parole disprezzano) per attaccare il governo venezuelano? Abbiamo già detto che Marcello Granier, proprietario di RCTV, proibisce ai propri figli di vedere la sua televisione. I nostri media però non lo hanno mai detto; men che meno hanno mai detto che RCTV negli ultimi tre anni ha quotidianamente violato la legge di responsabilità civile dei media che limitava pornografia e violenza. Dunque, delle due l'una: o si stabilisce che RCTV è al di sopra della legge, oppure RCTV deve sottomettersi alla legge stessa. In compenso i nostri media hanno fatto passare per una "censura del Parlamento Europeo contro Chavez" quella che era soltanto una mozione presentata dalle destre del Parlamento Europeo e che ha avuto il voto favorevoli di solo 43 parlamentari su 800 in un'aula deserta. Il colpo di Stato dell'aprile 2002 è stato edulcorato dal GR3 delle 8.45 del 27 maggio ed è diventato una "tentata sollevazione popolare". Da non dimenticare che il GR3 paragonò Salvador Allende ad Adolf Hitler: è la libertà d'espressione, bellezza, direbbe Humprey Bogart. In quale paese al mondo è possibile fare costantemente campagna per il rovesciamento violento del proprio governo, essere pagati da un paese straniero (vedi documenti Golinger) per farlo e spacciare ciò come libertà di espressione? Cosa succederebbe se in Italia, quella stessa Italia dove non si può trasmettere un documentario della BBC, Canale5 o Rai2 incitassero quotidianamente all'eversione? E' possibile che i giornalisti italiani siano così ignoranti o così malintenzionati da considerare "eversione" e "opposizione" come sinonimi? In Venezuela negli ultimi due anni sono nate più di 300 radio comunitarie di ogni tendenza politica e religiosa; addirittura, nell'ultima campagna elettorale, l'80% dei media era ancora controllato dall'opposizione. I media italiani, nel trattare il caso RCTV, hanno preferito non solo omettere questi dati ma mentire ai propri lettori arrivando a sostenere che RCTV fosse l'unico media rimasto all'opposizione. E Globovision? E Televen? E Venevision? E tutti i canali locali? E i grandi quotidiani, El Universal, El Nacional, tutti strenuamente all'opposizione? E "Tal cual" di Teodoro Petkoff? Che giornalismo è quello che omette del tutto di verificare i dati e sposa solo la posizione più conveniente? Il primo dovere del giornalismo è controllare la veridicità delle fonti! Il caso Mediaset ormai ce lo insegna: la tv commerciale è oramai così importante nelle nostre società da essere intoccabile e non governabile in nessun modo da organismi democraticamente eletti. La tv si pone persino al di sopra della democrazia. Giova ricordare che la programmazione delle TV commerciali è decisa dal potere supremo degli azionisti e degli sponsor che decidono cosa dobbiamo sapere e cosa dobbiamo pensare. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la libertà di espressione. Nonostante il "pensiero unico" neoliberale pretenda che perfino l'acqua che beviamo sia una merce, sempre più persone sono convinte che così non possa essere. E che quindi anche quel che dobbiamo sapere e pensare non sia una merce sulla quale fare profitti. E' semmai il "pensiero unico" a violare la libertà di espressione. Magari senza proibirlo, ma riducendolo ad una nicchia di mercato. Come a Caracas l'11 d'aprile 2002, quando il 100% dei canali commerciali partecipò all'organizzazione del colpo di Stato. Ma proprio quel giorno una minuscola TV di quartiere di una delle peggiori favelas di Caracas, CatiaTV, diede una lezione al mondo, chiamando i venezuelani a non arrendersi al colpo di stato e affermando che "un'altra comunicazione è possibile". Il caso RCTV non riguarda solo il Venezuela, riguarda l'Italia e il mondo. Se la libertà di espressione è solo quella dei Bruno Vespa e dei Marcelo Granier di dominare il mercato ed essere intoccabili, se la libertà di espressione è solo quella degli sponsor che stabiliscono chi e cosa va in onda e chi e cosa non conviene che ci vada, va denunciato che siamo di fronte ad una concezione oligarchica ed antidemocratica della libertà di espressione stessa. A parole si appella a questa, ma solo per monopolizzarla e negare tutte le altre libertà di espressione, a partire da quella di chi non ha voce. Criticano la TV spazzatura, criticano la TV diseducativa fatta di sesso e violenza, sostengono che reality show e simili producono guasti gravissimi sulla società. Ma sarebbero disposti a morire per difendere il diritto di Simona Ventura a condurre l'Isola dei Famosi. 5月26日 Ucraina: è tintinnar di baionette?![]() L'Ucraina è divisa, spezzata, contesa fra un fronte filoatlantico incarnato da Yushenko (e in passato anche dalla Timoshenko) e da un fronte filorusso coagulato intorno a Janukovic. Il paese rischia davvero la spaccatura geografica e politica, fra l'ovest che guarda all'UE e agli USA e l'est che guarda alla Russia. E' il frutto di una storia che vede l'Ucraina, esattamente come altri stati nati dalla fine dell'Unione Sovietica, disegnata in maniera piuttosto arbitraria sulle cartine geografiche, unendo popoli simili ma diversi al tempo stesso all'interno dei medesimi confini: ucraini in Russia e russi in Ucraina, insieme a polacchi, lituani, ruteni, romeni... Stalin, che era Commissario alle Nazionalità ai tempi della nascita dell'URSS, progetto da lui fortemente voluto al punto da mettersi in esacerbata contrapposizione con Lenin, il quale invece voleva mantenere la Russia tutta unita, riteneva che non far coincidere i confini degli Stati federati con quelli dell'etnografia sarebbe servito a mantenere l'Unione Sovietica più coesa, rendendo impossibili eventuali secessioni. Così non fu, come sappiamo, perchè il progetto dell'URSS gli sopravvisse appena 38 anni, lasciando sul campo insanabili e continui conflitti fra gli Stati post sovietici, i quali si rivendicano l'un l'altro il diritto su questa e quella fascia di terra, per storia e popolazione appartenenti più alla propria storia che a quella del confinante. Dal 1991 la Russia rivendica la sovranità della Crimea, che nel 1961 Krusciov aveva assegnato all'Ucraina per dimostrare l'amicizia fra i popoli russo ed ucraino; e c'è poco da fare, in Crimea la maggioranza della popolazione è russa. Un compromesso è stato trovato mantenendo alla Crimea uno status privilegiato all'interno dell'Ucraina, che già aveva in tempi sovietici: ha una consistente autonomia politica che le consente anche di svolgere una propria politica estera indipendente da Kiev. Ciò non toglie che le tensioni si siano periodicamente ripresentate; subito dopo l'elezione di Yushenko, e l'insediamento della Timoshenko alla presidenza del consiglio, è stata proprio la Crimea, insieme alle regioni dell'est dell'Ucraina, a costituire il fulcro della protesta filorussa contro i nuovi governanti filoamericani di Kiev. E quando quest'ultimi hanno tentato di aprire la Crimea alle basi NATO, la popolazione locale a suon di proteste molto bellicose è riuscita a rispedire i soldati americani al mittente. La Rada, il parlamento locale, ha dichiarato la Crimea regione "NATO free". Da non sottovalutare la presenza, in quella regione, della flotta russa del Mar Nero, che ben difficilmente avrebbe potuto convivere con le flotte del Patto Atlantico. La popolazione russa o russofona dell'Ucraina orientale non è disposta a sottomettersi ad un presidente come Yushenko che vuole svendere il proprio paese agli interessi americani. Questa popolazione ha visto l'economia del paese crollare nei due anni di governo arancione, mentre fino ad allora l'Ucraina era stato uno dei paesi della CSI con i maggiori ritmi di crescita; ha visto l'Ucraina, sulla falsariga della Georgia e degli Stati baltici, avvicinarsi pericolosamente alla NATO e fare con essa esercitazioni militari congiunte - esercitazioni che sono, repetita iuvant, dirette contro la Russia, il paese che gli abitanti dell'Ucraina orientale sentono come la loro madre. Hanno suscitato disgusto e scandali a non finire le storie di corruzione di Yushenko e della Timoshenko e dei loro alleati, che si concedevano e tuttora si concedono uno stile di vita sprezzantemente lussuoso sopra un popolo impantanato in difficoltà economiche crescenti. L'Ucraina è parte integrante della Russia e non è un mistero che il meridione di quest'ultima ne rappresenti il ventre molle: mettendo le mani su Kiev, gli americani di fatto possono virtualmente tenere in scacco la Russia intera. Questo irrita profondamente i russi e le popolazioni slave ad essi solidali, che sognano di tornare a vivere in uno Stato russo più esteso e solido, non più dilaniato dagli attuali ed illogici confini. ![]() (Nella foto: il Presidente ucraino Yushenko e l'ex Primo Ministro Timoshenko) Da qualche mese Janukovic ha vinto le elezioni e il suo partito, il Partito delle Regioni, filorusso, socialcomunista e difensore delle autonomie locali, ha ottenuto la maggioranza relativa nel parlamento ucraino. Yushenko, il cui partito ha subito una vistosa mutilazione elettorale, è stato costretto ad affidargli il governo mentre la Julia Timoshenko, con la quale aveva litigato perchè era persino più filoamericana di lui, è stata retrocessa tra i piccoli politici dopo aver perso gran parte dei voti. E' ormai ampiamente noto a tutti gli ucraini che le elezioni di due anni fa, quelle che portarono Yushenko e Timoshenko ai vertici del potere, erano state truccate dai media filoamericani e in particolare dall'agenzia specializzata in "regime change" PSB, già vista all'opera in Serbia, in Georgia, in Venezuela, addirittura in Italia nel 2006. Ma Yushenko ha rapporti molto difficili con Janukovic; dopotutto lui è stato messo sul seggiolone dalla Casa Bianca per portare l'Ucraina sotto l'influenza americana, e allora come potrebbe mai scendere a patti con Janukovic che, al contrario, è stato eletto dal popolo per riportare l'Ucraina nella fratellanza slava con la Russia? Ecco allora perchè oggi i due leader sono arrivati alle mani. ![]() (Nella foto: l'attuale Presidente del Consiglio, il filorusso Janukovic) Chi vincerà? Yushenko ha chiamato a sè i poliziotti che gli sono fedeli. Janukovic ha dalla sua più di metà della popolazione ucraina, che rappresenta poi il nerbo produttivo del paese. Gode inoltre di un aperto sostegno da parte della Russia, mentre Yushenko ottiene un appoggio sempre più tiepido da UE e USA, che non vogliono compromettersi più di tanto a sostenere un leader politicamente sul viale del tramonto. Forse la crisi ucraina è prossima alla svolta; oppure si trascinerà ancora, per un bel po', stancamente, senza sfociare in chiare e decisive vie d'uscita. Ma è nettamente probabile che le elezioni politiche anticipate, che Janukovic è riuscito ad ottenere da Yushenko, possano determinare la fine dell'indipendentismo ucraino in salsa atlantica; Janukovic ha il 90% delle probabilità di vincere spazzando via in un sol colpo gli uomini mandati avanti dagli americani. E tutto questo va a favore del progetto di riunificazione degli Stati slavi della CSI, progetto che già nel 2008 vedrà la nascità del nuovo Stato formato da Russia e Bielorussia. A questa nuova federazione s'assocerà a questo punto l'Ucraina di Janukovic, e ciò rappresenterà un segnale molto forte anche per gli altri Stati dell'ex URSS, ma soprattutto per i vecchi paesi satellite che oggi veleggiano verso la NATO o già ne fanno parte. Forse la fine di Yushenko sarà anche la fine degli odiosi gemelli Kaczynsky in Polonia, e riporterà verso lidi più europei e meno americani cechi e romeni. E di questo non potremo che essere grati a Viktor Janukovic. 5月17日 Iraq, quattro anni dopo: missione compiuta?
Ve lo ricordate il presidente George W. Bush quando, caduto il regime baathista e la statua di Saddam Hussein nel centro di Bagdad, atterrò sulla portaerei Abrahm Lincoln per dire che la missione era accomplished, compiuta? Era il 10 maggio 2003. Da allora sono passati quattro anni, e che cos'è stato realmente compiuto? Facendo una lista basata su stime e numeri del tutto prudenziali potremmo dire che: 1) Da allora sono morti quasi un milione di iracheni, uccisi direttamente dai bombardamenti e dalle autobombe o per "effetti collaterali" quali la denutrizione, la penuria di medicinali, il peggioramento delle condizioni igieniche, gli effetti dell'uranio impoverito, l'esplosione di mine e ordigni inesplosi che, notoriamente, colpiscono soprattutto i bambini; a tacere poi dei quattro milioni di iracheni espatriati o sfollati all'interno de paese; 2) Fin dai primi giorni dell'invasione sono avvenuti la razzia e il saccheggio dei siti archeologici e dei monumenti di inestimabile valore delle civiltà sumerica, assira e babilonese, dando vita ad un giro di ricettazione che ha coinvolto anche le più alte sfere dell'esercito americano; 3) E' stato abbattuto il governo legittimo ed i suoi membri sono stati rapiti dall'esercito americano e sottoposti ad un processo di dubbia legittimità; 4) Il Presidente, i suoi figli ed i suoi nipoti sono stati assassinati; analoga sorte è toccata al Vicepresidente e ad altri membri del governo; 5) Cento giornalisti e trentasette collaboratori sono stati uccisi, nella stragrande maggioranza dei casi proprio dal "fuoco amico"; nemmeno durante la guerra del Vietnam si arrivò a tanto, anzi a quell'epoca non ci fu una sola telecamera intaccata dalle pallottole. Uccidere coloro che mostravano al mondo la barbarie e l'illegalità di questo conflitto è stata la linea politica della Cas Bianca fin dai primi giorni dell'invasione dell'Iraq; 6) Sono stati assassinati oltre trecento tra professori e ricercatori e migliaia di essi sono fuggiti all'estero. L'educazione della generazione a venire è così compromessa a tutto vantaggio degli insegnamenti teologici o pseudoteologici, visto che mentre le Università chiudono le madrasse sorgono come funghi; e questo proprio nel paese che offri`per primo al mondo l'intero ambito delle materie poi studiate nelle Università! L'Iraq farà la stessa fine dell'Afghanistan, perdendo ogni elemento di laicità ed immergendosi in un futuro di oscurantismo religioso proprio per colpa del paese più secolarizzato del mondo, gli Stati Uniti; 7) Gli ospedali non funzionano, e sono ridotti a semplici centri di ammassamento dei feriti; gli obitori sono stracolmi; 8) Gruppi paramilitari appartenenti a sette e squadroni della morte, finanziati dalla CIA, s'aggirano per gli ospedali e rapiscono i degenti dai loro letti per poi ucciderli nei modi più efferati; 9) Oltre duemila medici sono stati uccisi, duecentocinquanta rapiti e diciottomila fuggiti. Occorreranno anni, se non decenni, prima che l'Iraq possa nuovamente disporre di una nuova categoria di medici e quindi di un sistema sanitario decente; 10) I Palestinesi che vivono in Iraq da generazioni sono stati uccisi, minacciati e quindi costretti a fuggire verso un'insicura terra di nessuno all'interno dell Iraq, poichè non avevano la possibilità di varcarne i confini; 11) E' stata fomentata la guerra civile fra gruppi e sette di etnie che avevan convissuto per secoli pacificamente; 12) Hanno preso piede gli attacchi suicidi, novità assoluta per un paese che ne era rimasto fino ad oggi del tutto estraneo; 13) La corruzione politica ha toccato livelli mai visti prima, con elezioni truccate, i cui risultati si sono ottenuti con minaccie di morte e di confisca della tessera per l'approvigionamento nonchè col ricorso a pratiche clientelari; 14) L'esercito anglo-americano si è fatto una buona pubblicità con le torture, le morti, le sodomizzazioni, i prigionieri denudati e gli elettrodi del carcere di Abu Ghraib. Rappresenteranno per sempre l'immagine della "liberazione" e della demcrazia da esportazione di George W. Bush; 15) Le prigioni sono aumentate di numero, nonostante il tanto propagandato passaggio dalla dittatura alla democrazia, e non solo all'interno dell'Iraq ma anche fuori, in Inghilterra, Spagna, Est Europa; tutte carceri gestite dalla CIA ed interdette alle organizzazioni umanitarie; 16) Innumerevoli stragi hanno colpito il popolo iracheno a Falluja, Samarra, Tel Afar, Ramadi, Al Quaim, Mahmoudia, Iskanderiya, Baquba, Haditha, Najav, Kerbala, Basra e in tante altre località ancora, troppe per essere tutte menzionate; 17) Sono avvenuti episodi raccapriccianti, come lo stupro di una bambina ed il massacro della sua famiglia da parte di soldati statunitensi; 18) Il civile ed evoluto Occidente ha recuperato, in Iraq, le pratiche di guerra degli eserciti del Medioevo e dei Lanzichenecchi di manzoniana memoria, con la pratica di sfondare porte alle tre di mattina per umiliare, terrorizzare famiglie e rubarne gioielli, denaro ed oggetti di valore; 19) Migliaia di persone sono "scomparse", proprio come i "desaparecidos" dell'America Latina ai tempi delle dittature militari; 20) Le strutture sociali ed istituzionali del paese e della società irachena sono quasi del tutto collassate, compromettendo così le possibilità future di ripresa dell'Iraq: si radicalizza la religione, i migliori se ne vanno, i vecchi muoiono portandosi nella tomba il patrimonio culturale e storico della nazione, le donne perdono tutte le conquiste sociali accumolate prima della guerra, quando l'Iraq era un paese laico; 21) Inglesi ed americani si sono appropriati del petrolio iracheno, cioè di un bene che appartiene al popolo dell'Iraq e senza il quale mai esso potrà recuperare il suo antico benessere; per impedire tale razzia i pozzi sono stati dati alle fiamme e gli oleodotti sono stati fatti saltare, con gravi danni all'economia e all'ambiente del paese; 22) Scuole ed ospedali sono state distrutte ma il nuovo governo, burattino degli americani, se ne è guardato bene dal ricostruirle; questo perchè esso condivide con gli americani il disinteresse per le tematiche sociali e poi un popolo povero, ignorante e sempre nel bisogno è pù facile da controllare di un popolo fiero, colto e consapevole di sè; 23) I miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iraq sono andati dispersi in un immenso vortice di corruzione, per alimentare il consenso di gruppi di potere amici e relative clientele; il popolo iracheno non ha visto un solo centesimo; 24) La costituzione è stata riscritta illegalmente, in aperta violazione con le norme dello Stato iracheno; 25) Al posto del governo legittimamente riconosciuto è stato posto un governo che risponde agli interessi di tutti gli invasori tranne che al suo popolo, il popolo dell'Iraq; 26) Hanno dilagato in tutto il paese gli squadroni della morte, creati dal falco dell'amministrazione repubblicana USA John Negroponte e finanziati, come già detto, dalla CIA; gli USA, come occupanti, sono responsabili delle loro barbare azioni, ma hanno tutto l'interesse a lasciarli agire, visto che uccidono un sacco di dissidenti, e del resto è proprio per questo che sono nati; 27) Tutto l'Iraq è oggi un grande campo di concentramento, fatto di coprifuoco, posti di blocco, recinzioni di filo spinato; 28) Molti soldati americani vendono a siti porno e di pervertiti fotografie dei cadaveri degli iracheni bruciati, insanguinati e mutilati; e mentre Google censura Uruknet, il sito della Resistenza Irachena, nessuno pensa invece ad oscurare questi altri siti raccapriccianti; 29) Si sta operando per trasformare l'Iraq in una teocrazia moderatada e filoamericana da una parte, mentre altri propendono per una teocrazia filoiraniana e altri ancora per una dittatura militare neobaathista; il risultato è che l'Iraq, oltre a perdere la propria sovranità, perderà anche la sua unità, dividendosi in piccoli "principati" causa di instabilità politica permanente in tutta la regione; 30) E' stato commesso dagli americani il peggiore crimine secondo il processo di Norimberga, ovvero una guerra d'aggressione basata su un mucchio di menzogne; 31) Gli Stati Uniti stessi sono stati precipitati nell'instabilità, con Bush che ha raggiunto il record negativo di essere il presidente meno popolare dal 1797 ad oggi; 32) Il terrorismo internazionale, ben lungi dall'esser stato sconfitto, è anzi oggi più potente che mai; l'immagine di USA e Inghilterra, ai minimi storici presso le masse arabe, pone i loro cittadini a rischio per anni se non addirittura per decenni; perchè saranno i cittadini comuni di USA ed Inghilterra a pagare per gli errori e l'arroganza dei loro governanti, non dimentichiamocelo; 33) La conta dei morti all'interno delle truppe americane che si sta avvicinando alla cifra di quattromila unità, secondo i dati ufficiali, e le migliaia di feriti gravi; aumentano quotidianamente le diserzioni in seno al'esercito, mentre sempre meno giovani sono disposti ad arruolarsi; 34) Gli Stati Uniti hanno accumolato, a causa della guerra, oltre mille miliardi di debito pubblico con il rischio concreto di un collasso del dollaro; 35) Il mondo è molto meno sicuro di quanto lo fosse l'11 settembre 2001; si pensi agli attentati di Madrid, Londra, Bali, Sharm el Sheick; 36) L'opinione pubblica globale non sol è contro l'intervento in Iraq, ma sta avvicinandosi vieppiù a tesi antiamericane; 37) Le parole "libertà", "democrazia" e "liberazione" sono state consegnate alla vergogna ed alla spazzatura della storia, associate a quanto di più contrario a tali termini vi possa essere; 38) A causa del loro comportamento in Iraq, gli USA saranno associati per sempre ai cappucci, alle catene ai piedi, alla crudeltà ed all'illegalità. Ultima curiosità: il 10 maggio segna anche il decimo anniversario della nomina a Primo Ministro dell'eterno braccio destro di George W. Bush, Tony Blair, che esattamente una settimana fa ha lasciato Downing Street. Ce ne rallegriamo, anche se la politica britannica non subirà grandi cambiamenti per questo. Tony Blair e George W. Bush: due anniversari, due leader le cui reputazioni rovinate riposeranno per sempre tra le sabbie della Mesopotamia, insieme con la Convenzione dell'ONU sui Diritti dell' Uomo e quella sui Diritti dei Bambini (della quale gli Stati Uniti non sono, vergognosamente, firmatari). Due leader a cui il fantasma di Norimberga potrebbe dare ancora la caccia. Forse, invece di pregare insieme, dovrebbero mettere la parola "fine" a tutto questo e mangiare pretzels insieme. O darsela a gambe e fuggire il più lontano possibile. Ma non in Sud America (dove pare che comunque Bush abbia comprato, in Paraguay, un bel ranch; non si sa mai, potrebbe sempre tornare utile), visto che anche lì il tasso di antiamericanismo e di "comunismo" si sta intensificando un po' troppo ultimamente. E poi se c'è da dare la caccia a quale nazista, il Sud America è il primo luogo che viene preso in considerazione. Io consiglierei loro di scappare proprio nel posto più insospettabile... ...in Iraq. 5月14日 In morte del Capitalismo Globale
(nella foto: il Presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz) Paul Wolfowitz è il paradigma perfetto dell'ipocrisia che rappresenta il sistema economico globale capeggiato dall'Occidente. Dapprima, quando si insediò alla presidenza della BM, disse che la sua missione sarebbe consistita nel combattere per una "good governance", cioè una buona amministrazione; quindi non ha rispettato le regole per far avere alla sua fidanzata un aumento di stipendio... Sempre a proposito dell'ipocrisia, dice un giornalista: "Chi vuole sentirsi fare una predica sulla corruzione da qualcuno che gli dica "fai ciò che dico e non ciò che faccio"?" Nessuno ovviamente. Tuttavia questa domanda è una descrizione piuttosto efficace dell'atteggiamento ipocrita con cui gli Stati Uniti e l'Europa, attraverso la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l'Organizzazione del commercio mondiale, si rivolgono ai Paesi in via di sviluppo, dicendo loro: "Voi abbattete le vostre barriere commerciali, noi manteniamo le nostre". Dai premi all'agricoltura allo scandalo del Dubai Ports World, l'ipocrisia costituisce il principio guida del nostro ordine economico. Anche nel modo di reagire allo scandolo, Paul Wolfowitz ha rappresentato perfettamente i metodi della BM: ha assunto un famoso avvocato e s'è quindi messo alla ricerca di un leadership "coach", qualcuno che insomma gli insegni cos'è la leadership. Non c'è niente di meglio, quando si è in presenza di dubbi, che far fuori il budget per pagare consulenti eccessivamente cari e definire il tutto un aiuto. La bugia più seria al centro della controversia è l'implicazione che la BM fosse un'istituzione con credenziali etiche impeccabili, fin quando, secondo 42 ex dirigenti bancari, la sua credibilità non è stata "inevitabilmente compromessa" da Wolfowitz. La verità è che la credibilità della Banca Mondiale è stata inevitabilmente compromessa in più di un'occasione: quando ha imposto tasse scolastiche agli studenti del Ghana in cambio di un prestito, quando ha chiesto alla Tanzania di privatizzare il suo sistema idrico, quando ha posto la privatizzazione delle telecomunicazioni come condizione di aiuto per l'uragano Mitch, quando ha chiesto la "flessibilità" del lavoro all'indomani dello tsunami in Sri Lanka, quando ha spinto perché fossero eliminati gli aiuti alimentari in Iraq all'indomani dell'invasione. Agli ecuadoriani importa poco della fidanzata di Wolfowitz, a loro interessa di più che nel 2005 la BM abbia negato 100 milioni di dollari dopo che il Paese aveva avuto il coraggio di spendere una parte della sua rendita petrolifera in salute ed educazione. Alla faccia dell'organizzazione antipovertà! La giustificata e condivisibile reazione del Presidente Rafael Correa, sostenuto dai suoi omologhi latinoamericani Hugo Chavez ed Evo Morales, con i quali condivide l'onore e l'onere di portare la nazione latinoamericana verso il Socialismo, è stata quella di espellere i rappesentanti della BM dall'Ecuador, dopo averli dichiarati "persone non gradite". Ad inasprire ulteriormente i rapporti tra Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale da una parte ed Ecuador dall'altra è stata anche la decisione di Rafael Correa di espellere dal paese, subito dopo la sua elezione, la compagnia petrolifera americana OXY (responsabile di aver saccheggiato le risorse del paese, di averne deturpato l'ambiente e di aver sfruttato vergognosamente la manodopera degli Indios), e i soldati americani ospitati in basi militari concesse dai governi precedenti. Ma l'argomento sul quale la Banca mondiale può avanzare ben poche ed esili
rivendicazioni circa la propria autorità morale, è la lotta alla corruzione.
Negli ultimi 40 anni, quasi ovunque si sia verificato un saccheggio di massa a
livello statale, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale sono
stati i primi a comparire sulla scena del crimine. E non stavano certo guardando
altrove mentre i politici locali si riempivano le tasche, hanno scritto le
regole di base per i ladri e hanno gridato "Più veloce per favore!", un processo
noto come terapia choc a tiro rapido. La Russia sotto la leadership di Boris
Eltsin, recentemente scomparso, è stato un esempio calzante. A cominciare dal
1990, la Banca Modiale ha cavalcato il movimento che ha condotto l'ex Unione
Sovietica a imporre immediatamente quella venne definita la "riforma radicale".
Si trattava, sostanzialmente, di una terapia d'urto basata sul ritorno ex
abrupto ad un "capitalismo della giungla" che non aveva certo la funzione
di rivitalizzare l'economia russa, ma semmai di distruggerla, per assecondare i
fini espansionistici degli Stati Uniti, presidenti ombra del FMI e della
BM, perchè alla Casa Bianca avevano tutto da guadagnare dal tracollo dell'Unione
Sovietica, la loro bestia nera d'allora. Come ha rivelato qualche tempo fa Egon
Gaydar, ministro dell'economia della Federazione Russa durante il primo governo
Eltsin, quando le rovine dell'URSS erano ancora fumanti: "noi non
dovevamo attuare la terapia d'urto per far ripartire l'economia russa, ma per
distruggerla". In cambio dei loro servigi, gli uomini del team Eltsin ottennero
dall'Occidente lautissime mance.
(nella foto: Boris Eltsin durante il fallito colpo di Stato contro Gorbaciov dell'agosto 1991) Quando Mikhail Gorbacev si rifiutò di procedere, Eltsin salì al potere. Questo bulldozer di uomo non avrebbe lasciato che niente e nessuno si mettesse fra sé e il programma firmato da Washington, inclusi i politici russi allora eletti. Dopo aver ordinato ai carri armati dell'esercito di aprire il fuoco sui dimostranti nell'ottobre 1993, uccidendo centinaia di persone e lasciando il Parlamento annerito dalle fiamme, la scena era pronta per una privatizzazione, diciamo pure una svendita totale, del patrimonio statale più prezioso della Russia da parte dei cosiddetti oligarchi. Ovviamente, la BM c'era. A proposito della smania del legiferare senza troppa democrazia che seguì il colpo di Stato di Eltsin, Charles Blitzer, primo economista della Banca Mondiale in Russia, disse al "Wall Street Journal": "Non mi sono mai divertito così tanto in vita mia". Quando Eltsin lasciò il potere, la sua famiglia era diventata inspiegabilmente ricca e agiata, mentre alcuni suoi deputati furono intrappolati in scandali di corruzione e tangenti. Tali episodi furono riferiti in Occidente, come d'altronde sono sempre raccontati, come momenti sfortunati di un progetto di modernizzazione altrimenti etica ed economica. In realtà, la corruzione fu inglobata nell'idea stessa di terapia choc. La travolgente velocità di cambiamento era cruciale per superare il rifiuto assai diffuso verso le riforme, ma ha anche significato, per definizione, che non potesse esserci sorveglianza o supervisione. Inoltre, le mazzette ai funzionari e ai dirigenti locali furono un incentivo indispensabile per i russi dell'apparato del Pcus (apparatchik) per la creazione di quel mercato aperto chiesto da Washington. Ovviamente questo ha prodotto delle reazioni: esattamente come in Ecuador l'arroganza dell BM e del FMI hanno determinato la loro cacciata da parte del presidente izquerdista Rafale Correa (risoluto a trasformare il suo paese in una Repubblica Socialista, sulla scia di quato fatto da Chavez in Venezuela, grazie al forte sostegno che riceve dalla popolazione), così anche in Russia i debiti verso BM e FMI sono stati pagati in anticipo, e questo ha scombussolato le finanze delle due grandi istituzioni bancarie nate dagli accordi di Bretton Woods del 1944, che s'aspettavano di poter prosperare ancora per degli anni sulla maturazione di interessi usurari e faraonici. La decisione di Russia, Venezuela, Bolivia, Argentina, Brasile, Ecuador, Indonesia, Paraguay, Angola, Zimbabwe, ecc, di pagare in anticipo i loro debiti con FMI e BM ha costretto quest'ultimi a vendere le loro barre d'oro, l'unico bene rifugio realmente esistente, pur di andare avanti. E chi è che sta comprando i lingotti d'oro di BM e FMI? Per ironia della sorte, proprio molti dei vecchi debitori: in particolare Cina e Russia. In conclusione, è più che plausibile che la corruzione non sia mai stata una priorità per la Banca mondiale e per il Fondo monetario internazionale. I dirigenti di queste istituzioni sanno che quando i politici arruolati per far avanzare un programma economico guadagnano nel proprio Paese acerrimi nemici, significa che in quel programma ben poco è destinato ai conti correnti esteri di quei politici. Ma la Russia è ben lungi dall'essere l'unica: dal dittatore cileno Augusto Pinochet, che accumulò oltre 125 conti bancari durante la costruzione del primo Stato neoliberale, al presidente argentino Carlos Menem, che mentre liquidava il Paese viaggiava alla guida di una sfavillante Ferrari Testarossa, fino ai "miliardi spariti" dell'Iraq di questi giorni, esiste, in ogni Paese, una classe di politici ambigui e ostruzionisti disposti ad agire come subappaltatori occidentali. Prendono diritti che sono in realtà tangenti; è la corruzione, il silenzioso ma onnipresente partner nella crociata di privatizzazione del mondo in via di sviluppo. Le tre principali istituzioni al centro di questa crociata sono in crisi, non a causa di piccole ipocrisie ma di grandi ipocrisie. Il Wto, l'Organizzazione per il Commercio Mondiale, non riesce a rimettersi in carreggiata; il Fondo Monetario Internazionale sta finendo in rovina, destituito da Cina e Venezuela. E ora anche la Banca mondiale sta andando a fondo. Il "Financial Times" riferisce che i dirigenti della Banca mondiale che dispensavano consigli, "vengono ora derisi". Forse tutti dovremmo ridere della Banca Mondiale. Ciò che non dovremmo assolutamente fare però è partecipare al tentativo di mondare la storia rovinosa di questa istituzione, ripetendo l'assurda storiella secondo la quale la reputazione di un'organizzazione antipovertà altrimenti lodevole sia stata macchiata da un uomo. La Banca vuole, com'è comprensibile, gettare a mare Wolfowitz. Ma, come dice Naomi Klein, insigne economista assai critico sulle dinamiche del capitalismo globale: "lasciamo che la nave coli a picco insieme al capitano..." Questa settimana, la decisione del Venezuela di uscire dall'FMI e dalla BM sarà vista negli Stati Uniti giusto come un altro esempio della faida in corso tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e l'amministrazione Bush. Ma è probabile che nel resto del mondo venga considerata diversamente e possa avere un impatto traumatico su BM e FMI, il cui potere e la cui legittimità nei paesi in via di sviluppo come sappiamo sta fortemente declinano negli ultimi anni. Altri paesi potrebbero infatti seguire l'esempio del Venezuela. Abbiamo già detto che il presidente dell'Equador Rafael Correa, insigne economista di fama internazionale, la scorsa settimana ha annunciato che stava buttando fuori dal paese i rappresentanti della Banca Mondiale. E' stato un atto senza precedenti, che il presidente Correa ha messo in risalto dichiarando: "non tollereremo l'estorsione da parte di questa burocrazia internazionale". Nel 2005, la Banca Mondiale ha trattenuto un prestito all'Equador di 100 milioni di dollari approvato precedentemente per cercare di costringere il governo ad utilizzare l'abbondanza di ricavi petroliferi per la restituzione del debito piuttosto che per la scelta di spesa sociale del governo. A Washington si cerca d'impedire a tutti i costi la svolta socialista dell'Ecuador.
(nella foto: il Presidente ecuadoriano Rafael Correa) Questo è il modo nel quale queste due istituzioni operano da decenni. Con l'FMI come leader ed il dipartimento del Tesoro USA che detiene il potere di veto, hanno diretto un "cartello dei creditori" che è stato in grado di esercitare una pressione enorme sui governi in un vasto assortimento di temi economici. Questa pressione ha generato non soltanto un assai diffuso risentimento, ma ha pure spesso portato al fallimento economico dei paesi e delle regioni dove l'FMI e la Banca Mondiale hanno avuto maggiore influenza. Negli ultimi 25 anni l'America Latina ha avuto la sua peggiore performance di crescita economica a lungo termine in più di un secolo. Si pensi a questo proposito all'Argentina, dove le grandi privatizzazioni e il neoliberismo estremista di Menem è culminato nel "crack del secolo". Adesso il Venezuela ha acquistato quote rilevanti del debito argentino, liberando Buenos Aires dai ricatti del FMI e della BM, e altrettanto ha fatto con il Brasile. Agli inizi del 2006, rivolgendosi agli uomini del FMI e della BM, il presidente brasiliano Lula da Silva ha tuonato: "non abbiamo più bisogno di voi!".
(nella foto, da sinistra: il presidente argentino Nestor Kirchner, il presidente boliviano Evo Morales, il presidente brasiliano Lula da Silva e il presidente venezuelano Hugo Chavez Frias) Il progetto dei governi di sinistra dell'America Latina è di dare vita, dopo l'ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, una sorta di MEC in chiave latinoamericana basata sui parametri della cooperazione e proposta da Chavez in altenativa all'ALCA avanzata dagli USA; ne fanno parte Venezuela, Argentina, Cuba, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Saint Kittys e Nevis, Cuba, Nicaragua, Haiti e altri) al Banco del Sur, che sostituirà FMI e BM per i paesi dell'America Latina. L'iniziativa è comunque aperta anche a paesi africani ed europei. A finanziarlo saranno i capitali che attualmente i paesi fondatori tengono negli Stati Uniti. Per FMI e BM sarà un altro duro colpo; vendere altri lingotti d'oro sarà d'aiuto per superare questa crisi? Il Venezuela ha anche particolare rancore verso l'FMI, che probabilmente sarà condiviso in altri paesi in via di sviluppo con governi democratici di sinistra. Il 12 aprile 2002, appena poche ore dopo che il governo democraticamente eletto venne rovesciato da un colpo di stato militare, l'FMI dichiarò pubblicamente di essere "pronto a collaborare con la nuova amministrazione [di Pedro Carmona] in qualsiasi maniera questa lo ritenesse opportuno". Questa manifestazione istantanea di sostegno finanziario per una dittatura appena installata - la quale aveva annullato immediatamente la costituzione del paese, sciolto l'assemblea generale e la Corte Suprema - era senza precedenti nella storia dell'FMI. L'FMI tipicamente non reagisce così rapidamente, nemmeno rispetto ad un governo eletto. C'è poco da meravigliarsi che in Venezuela ed altrove questa mossa sia stata vista come un tentativo da parte dell'FMI per sostenere lo stesso colpo di stato. Secondo documenti del governo USA, Washington, che domina il Fondo, sapeva in anticipo del colpo di stato, lo appoggiò e finanziò alcuni dei suoi leader. In aggiunta, il Venezuela non è stato lieto che negli ultimi anni l'FMI abbia regolarmente sottostimato la sua crescita economica, come ha fatto pure per l'Argentina. La previsioni dell'FMI sono largamente utilizzate e possono perciò influenzare gli investitori. E' probabile che la decisione del Venezuela rafforzi la mano delle nazioni in via di sviluppo all'interno dell'FMI e della BM, che chiedono delle vere riforme. Adesso gli Stati Uniti, con meno del 5% della popolazione mondiale, hanno nell'FMI più voti che i paesi che rappresentano la maggioranza del pianeta. I paesi in via di sviluppo al mondo, che sostengono il peso maggiore degli errori di queste istituzioni, hanno poca o nessuna voce nel loro processo decisionale. La mossa del Venezuela (e di qualsiasi altro paese che seguirà) dimostrerà al FMI ed alla BM che l'opzione di abbandonare queste istituzione è tutto sommato reale. Anche l'Africa, solitamente un continente affacciato alla finestra ad osservare gli altri che decidono per il suo destino, sta iniziando a muoversi positivamente. Il processo di unità degli Stati africani prosegue, nella direzione degli agognati Stati Uniti d'Africa. E se in Sud America è il Venezuela a coordinare il processo di aggregazione fra i vari Stati, in Africa è la Libia a svolgere tale ruolo. Dopo aver sostenuto Kabila senior nella sua guerra contro il dittatore Mobutu e Kabila junior nella conquista della presidenza della Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire, dopo aver appoggiato la nascita della Repubblica Araba Saharawi nell'ex Sahara spagnolo, dopo aver sostenuto la causa dei movimenti progressisti di molti paesi africani (non dimentichiamoci che negli anni '70 e '80, mentre l'Occidente appoggiava in Sud Africa il regime dell'Apartheid, la Libia insieme a Cuba appoggiava e finanziava Mandela), oggi la Libia ha acquistato quote rilevanti del debito estero dello Zimbabwe, il primo paese africano a sganciare la propria valuta dal dollaro per unirla allo yuan cinese. L'Angola ha ottenuto dalla Cina un finanziamento di 2 miliardi di dollari che le ha permesso di dire di no al FMI, e ciò le consentirà di mantenere le strutture socialiste del paese. Altri paesi, come Burkina Faso, Namibia, Gambia, Guinea Bissau, Congo Brazzaville, Sao Tomè e Principe, Eritrea, sono retti da governi progressisti che aspirano al miglioramento delle proprie condizioni. Insomma, il FMI e la BM sono davanti al bivio. Se questo stimolerà una
riforma che possa realmente cambiare la relazione coloniale che queste
istituzioni mantengono con i loro mutuatari resta da vedere. Più probabilmente
continueranno semplicemente a diventare meno relativi al mondo in via di
sviluppo, come è avvenuto in modo drastico nell'ultimo decennio. 5月10日 Lettera al Presidente Putin
Finalmente non sono più il solo a sostenere certe cose. Il fronte di coloro che riconoscono nella Russia l'unica potenza in grado di contrastare l'arroganza imperialista yankee aumenta di giorno in giorno. A garantire la nascita e la sopravvivenza di un mondo multipolare può esserci solo la Russia, non la Cina o l'India o l'Europa Unita che, per un verso e per un altro, sono prima di tutto attori comprimari. E a dimostrare tutto questo c'è la lettera di un ragazzo, apparsa anche su Rinascita, dedicata al Presidente russo Vladimir Putin. Leggiamola insieme. "Caro Presidente Putin, sono un cittadino italiano di 33 anni, vivo in Italia ed in marzo, in occasione del vertice italo-russo, mi sono recato a Bari, la mia città natale, per gridarti queste parole: “Bravo Presidente, non ti fermare, vai avanti, libertà per l’Europa”. 5月7日 Europa e America Latina, Chavez e Sarkozy: perchè Nord e Sud marciano in direzione opposta![]() (Nikolas Sarkozy in un simpatico quanto inquietante fotomontaggio) Una cosa che mi ha sempre colpito di Nikolas Sarkozy, fin dal suo primo apparire, era la somiglianza fisiognomica con il fu Conducator della Repubblica Socialista di Romania, Nicolae Ceausescu. D'altronde entrambi avevano in comune la madre romena e una certa visione "autocratica" della politica, e persino il nome: Nikolas per il primo, Nicolae per il secondo. Quando si dice il destino...! ![]() (Il presidente romeno Nicolae Ceausescu in una foto scattata negli ultimi anni della sua vita) Ma al di là delle battute (non vorrei che l'accostamento suscitasse malumori nelle fila dell'UMP e dei suoi simpatizzanti, e per tanti motivi: perchè Ceausescu è considerato il diavolo e l'accostamento con Sarkozy verrebbe considerato azzardato e addirittura infamante, perchè Ceausescu era un romeno e Sarkozy ha un cognome ungherese, e chi se ne intende un po' di Europa Centrale sa bene quale amore ci sia fra romeni e ungheresi, e perchè l'uno è un liberale e liberista mentre l'altro è stato l'ultimo degli stalinisti utopisti), queste elezioni francesi c'insegnano moltissimo. Innanzitutto l'UMP non è più il partito di De Gaulle; con Sarkozy ha tagliato i ponti col passato al punto che Chirac, che aveva indicato in Villepin e non in Sarkozy il suo erede politico, ha deciso di non appoggiare il neopresidente francese durante la sua campagna elettorale. Chirac è l'ultimo dei gollisti, e con lui si chiude un'era. L'UMP oggi si è spostato nettamente a destra, al punto da sottrarre una larga fetta di voti al FN di Le Pen, che mai come in queste elezioni era andato così male; contemporaneamente ha perso i voti della sinistra del partito, i veri gollisti, che sono confluiti nella formazione di centro di Bayrou. Viene così a crearsi una situazione piuttosto strana, che definirei "post ideologica" e "post gollista" allo stesso tempo: da una parte i gollisti perdono la loro identità aprendosi alla destra estrema di Le Pen, dall'altra i socialisti fanno altrettanto aprendosi al centro di Bayrou. Il partito gollista ha fatto un po' la fine della vecchia DC da noi, divisa un pezzo a destra e un pezzo a sinistra, e fusasi con le formazioni che erano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. Ma quello che più colpisce del nuovo personaggio, parlo sempre di Sarkozy, è la sua politica. Dovrebbe essere più filoamericana di quella condotta da Chirac, ma subito dopo la conferma della sua elezione Sarkozy ha detto chiaramente: "gli Stati Uniti sappiano che potranno sempre contare in noi ogni volta che si troveranno in difficoltà, ma ricordino al tempo stesso che essere alleati non significa sempre andare d'accordo". Insomma, tutto sommato una conferma della politica tradizionale francese, anche senza i clamori della vecchia linea gollista, che portò in passato la Francia persino al di fuori della Nato. Anche le 35 ore, eredità del vecchio governo Jospin, dovrebbero essere mantenute, ma in un contesto economico, sociale e lavorativo molto più dinamizzato dalle riforme liberiste che Sarkozy ha in mente. Gira e rigira si tratterà della linea politica alla quale Chirac ci aveva abituati, ma leggermente spostata più a destra. Il fatto è che tutta l'Europa sta andando a destra, perchè è un continente destrorso. Innanzitutto è un continente fortemente liberista, e lo dimostrano anche i nostri socialisti: si veda Zapatero, che in economia è un pedissequo applicatore dei dettami economici di un iperliberista come Hayek. Per non parlare di Blair... O dei socialdemocratici austriaci o tedeschi, in felice coabitazione con i democristiani in governi di "Grande Coalizione". Essere socialisti in Europa significa osare di più in campo sociale e di meno in campo economico, essere liberisti significa il contrario, ma alla fine sono le due facce della stessa medaglia. Che poi la sinistra italiana sia in questi campi ancora più a destra della destra europea, questa non è l'eccezione ma la conferma della regola. Nel frattempo giunge la notizia che il Sud America, che pure da una costola dell'Europa è nato, e quindi ne condivide la cultura, ha preso una strada del tutto contraria. Chavez è stato rieletto, lo scorso novembre, dopo aver detto chiaro e tondo ai cittadini venezuelani che il suo intento era di trasformare il paese in una Repubblica Socialista. Non solo, ma adesso con l'Argentina e il Brasile (progetto al quale aderiranno successivamente anche Bolivia, Ecuador e Paraguay) il Venezuela darà vita a un Banco del Sud che rimpiazzerà, per l'America Latina e in linea teorica per tutti i paesi che richiedano crediti, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. L'obiettivo è di applicare i criteri socialisti nell'erogazione dei crediti ai paesi del Terzo Mondo, sostituendo BM e FMI, usurai internazionali nati dal sistema di Bretton Woods. Le due casseforti del capitalismo mondiale sono sempre più in crisi, sempre più a corto di finanziamenti e di clienti; il sistema di Bretton Woods, nato nel 1944 basandosi sul dollaro forte, sta ormai affondando paurosamente. Ben venga! Il Venezuela è l'avanguardia, nel Sud America, di questo processo politico che sta coinvolgendo anche altri paesi: la Bolivia e l'Ecuador, prima di tutto, che stanno modificando le loro Costituzioni e allargando le strutture di rappresentanza del potere verso il basso, per diventare anche loro in futuro delle Repubbliche Socialiste, proprio come il Venezuela. E poi il Salvador e il Nicaragua, dove è tornato al governo Daniel Ortega, con le medesime intenzioni. E via di questo passo; ogni paese avrà i suoi tempi e il suo percorso per approdare alla comune meta socialista, che però in Venezuela e Bolivia è già definita ed irrevocabile. Dal 1998 al 2006 gli stipendi in Venezuela sono aumentati da 50 a 300 dollari, con un aumento dei medesimi e del potere d'acquisto pari al 600% in otto anni. La partecipazione dello Stato nei bacini petroliferi dell'Orinoco (tra i più importanti al mondo), in vista del definitivo approdo all'economia socialista da parte del paese, è passata dal 40 al 60%, con buona pace delle compagnie petrolifere estere che hanno accettato di buon grado. Tutto questo permette di finanziare una struttura assistenziale, di istruzione e sanitaria che è ai vertici per qualità nel Sud America e costante premiata dalle organizzazioni ONU; il paese è ad analfabetismo zero e gode adesso di un'assistenza ospedaliera pubblica efficiente. Per gli anziani che hanno sempre vissuto in povertà e non hanno mai potuto avere un lavoro nel passato regime capitalista del paese sono state istituite pensioni sociali di 200 dollari mensili; qualcuno in Europa chiama tutto questo "assistenzialismo e demagogia", immemore che in passato (e in molte altre parti del mondo) lo si chiamava "diritto all'istruzione, alla sanità, ecc ecc". Nel 2010 infine entrerà in vigore la legge che permetterà ai venezuelani di avere la settimana lavorativa di 30 ore, pari a 6 ore al giorno: 6 per lavorare, 6 per riposare, 6 per divertirsi e 6 per formarsi, perchè in un paese come il Venezuela, dove fino a pochi anni fa l'analfabetismo e l'esclusione sociale erano un'emergenza nazionale, il valore dell'istruzione è chiaro a tutti. Con buona pace di Sarkozy che a togliere le 35 ore in Francia c'avrebbe pure fatto un pensierino. ![]() (Il presidente venezuelano Hugo Chavez Frias alle ultime elezioni) 5月2日 Questo blog ricominca a funzionare!Ebbene sì, questo blog ricomincia a funzionare, e lo fa in occasione di una data storica e preziosa per tutti: il 1 MAGGIO. Innanzitutto mi scuso con i visitatori abituali di questo blog, che venivano qui per leggere le mie opinioni sulla società e sul mondo e ad un certo punto l'hanno trovato abbandonato a sè stesso. Mi cospargo il capo di cenere e prometto di rifarmi vivo nel blog di ciascuno di loro con un commento di scusa. Ora ritorno a bomba sul tema del 1 Maggio: lo si celebra in onore della classe lavoratrice di tutto il mondo (anche di quella che vive in paesi in cui il 1 Maggio non è riconosciuto e festeggiato), e in memoria della strage che fu fatta degli operai che manifestavano a Chicago per rivendicare migliori condizioni di lavoro, ormai più di un secolo fa (ma aggiungerei anche in memoria, per noi italiani, delle vittime di Portella della Ginestra, ennesimo mistero nazionale sul quale mai si riuscirà a fare del tutto chiarezza). Eppure, sorpresa!, un sacco di persone credono che il 1 Maggio sia festeggiato perchè, in base al calendario cattolico, in quel giorno si celebra la figura di San Giuseppe Artigiano. Facile l'equazione: "se san Giuseppe era artigiano, allora era lavoratore, e se il 1 Maggio è il suo giorno sul calendario, ecco perchè il 1 Maggio è il giorno dei lavoratori". Peccato però che tale sillogismo sia COMPLETAMENTE sbagliato. Riusciremo a rimuovere del tutto tali superstizioni? Ma ho anche un'altra data da farmi perdonare. E mi riferisco al 25 Aprile. Il 25 Aprile in Italia è diventato come il 4 Novembre in Russia: un tempo era il giorno della Rivoluzione d'Ottobre (nessun errore: la Rivoluzione d'Ottobre avvenne nel 1917 e all'epoca in Russia era ancora in vigore il calendario gregoriano, 13 giorni indietro rispetto a quello europeo occidentale), oggi è il Giorno della Riconciliazione Nazionale fra comunisti e anticomunisti, nostalgici dell'URSS e propugnatori della nuova Russia capitalista, e addirittura nostalgici di quella zarista. Il 4 Novembre ha perso il suo antico valore politico. Da noi il 25 Aprile è ufficialmente ancora il Giorno della Liberazione; ma l'antifascismo non è più sentito come il collante di tutte le forze politiche del nostro paese, anche perchè molte di loro con il vecchio fascismo sono imparentate e poi il revisionismo storico va sempre più di moda. Così un po' alla volta il 25 Aprile è diventata una sorta di Giornata della Riconciliazione Nazionale anche da noi, fra partigiani e repubblichini, fascisti ed antifascisti. Beninteso, non voglio calcare assolutamente troppo la mano sul parallelismo tra il 4 Novembre e il 25 Aprile: il primo è il giorno che commemora la nascita di un regime che se da una parte incarnò le speranze di tanti, dall'altra ne fece anche di cotte e di crude; il secondo è il giorno in cui un paese, il nostro, ritrovò la pace, la libertà e l'unità dopo cinque anni di guerra di cui 2 consumatisi sul suolo nazionale come conflitto civile. Tuttavia, tanto per far capire quanto degenerata sia la concezione del 25 Aprile presso gli italiani, basterà fare un esempio: da una parte ci sono i vecchietti, con le loro bandiere, le loro medaglie e i loro ricordi, che commemorano la Liberazione e le lotte contro l'invasore e le sue stragi, dall'altra ci sono i ragazzi (il futuro della nostra nazione) che vedono nel 25 Aprile un giorno come tutti gli altri per andarsene a prendere la tintarella o sballarsi, come un giorno di festa qualsiasi. Non di giorno di festa qualsiasi si tratta, ma di un anniversario di una conquista che ci costò tante fatiche e tanto sangue, e dell'importanza di questa conquista dovremmo tutti riflettere, almeno il 25 Aprile, partecipando alle varie iniziative che si fanno per commemorare la Liberazione. Altrimenti finirà che qualcuno, il 25 Aprile (già succede negli altri giorni dell'anno), potrà prendersi la libertà di dire che repubblichini e partigiani erano uguali. E tutti gli daranno pure ragione. 2月6日 Attacco nucleare sull'Iran?
(Il generale Leonid Ivashov, a sinistra, insieme al giornalista di American Free Press Christopher Bollyn) Secondo il generale Leonid Ivashov, della Strategic Cultural Foundation (già vice presidente dell'Accademia sugli affari di geopolitica, capo del Dipartimento per gli affari generali nel Ministero della difesa dell'Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei ministri della difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), capo del Dipartimento di collaborazione militare presso il Ministero della difesa della Federazione Russa e Capo di Stato Maggiore dell'esercito russo), le "veline" che informano di un attacco nucleare americano all'Iran nei possimi mesi si fanno sempre più frequenti ed attendibili. Per esempio, citando delle fonti ben informate ma segrete, il Kuwaiti Arab Times ha riportato che gli Stati Uniti stanno pianificando di sferrare un attacco missilistico e dinamitardo sull'Iran prima della fine di aprile 2007. La campagna avrà inizio dal mare e sarà supportata dai sistemi di difesa dei missili Patriot in modo da evitare alle forze statunitensi un'operazione di terra e ridurre il pericolo di un contrattacco da parte di "qualsiasi paese del Golfo Persico". "Qualsiasi paese" si riferisce per lo più all'Iran. La fonte che ha fornito le informazioni al giornale kuwaita ritiene che le forze statunitensi presenti in Iraq e in altri paesi della regione verranno difese dagli attacchi missilistici iraniani mediante i Patriot di frontiera.
I preparativi militari per l'attacco sono praticamente ultimati; l'esecuzione di Saddam Hussein e dei suoi principali collaboratori è servita, fra le tante cose, anche come copertura a tali preparativi, con cui distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Se si analizzano le conseguenze dell'azione, è evidente che gli Stati Uniti hanno ordinato l'impiccagione dell'ex leader iracheno e dei suoi collaboratori. Questo dimostra che gli Stati Uniti hanno adottato il piano irreversibile di suddividere l'Iraq in tre pseudo-stati in conflitto tra loro (lo stato degli Sciiti, dei Sunniti e dei Curdi). Washington ritiene che la situazione di un caos regolato serva a controllare le erogazioni di petrolio del Golfo Persico e le altre vie di trasporto del petrolio strategicamente importanti. L'aspetto più rilevante della questione è la creazione nel cuore del Medio Oriente di una zona caratterizzata da un conflitto cruento senza fine e l'inevitabile coinvolgimento dei paesi vicini all'Iraq (Iran, Siria e, per quanto concerne il Kurdistan, la Turchia). In tal modo si risolverà il problema di destabilizzare completamente la regione, un obiettivo di fondamentale importanza per gli Stati Uniti e soprattutto per Israele. La guerra in Iraq è stata solo un elemento di una serie di passi fatti nel processo di destabilizzazione della regione. È stata soltanto una fase nell'operazione per arrivare ad affrontare l'Iran e gli altri paesi, che gli Stati Uniti hanno dichiarato o dichiareranno di attaccare. E' una trappola, un'imboscata.
Comunque, per gli Stati Uniti non è facile essere ancora coinvolti in un'altra campagna militare mentre l'Iraq e l'Afghanistan non sono "in pace" (gli Usa non hanno risorse sufficienti per questa operazione). Inoltre, le proteste contro la politica dei neoconservatori di Washington si intensificano in tutto il mondo. Di conseguenza, secondo il generale Ivashov, gli Stati Uniti impiegheranno armi nucleari contro l'Iran. Sarà la seconda volta che verranno utilizzate armi nucleari in combattimento dopo l'attacco del 1945 degli Usa al Giappone. A partire dall'ottobre 2006 gruppi politici e militari israeliani hanno apertamente fatto delle dichiarazioni riguardo alla possibilità di attacchi missilistici e nucleari all'Iran, quando l'idea era stata immediatamente sostenuta da G. Bush. Al momento è spacciato nella forma di un attacco nucleare "inevitabile". L'opinione pubblica è stata portata a credere che non ci sia niente di mostruoso riguardo tale possibilità e che, al contrario di quello che dovrebbe essere, un attacco nucleare è piuttosto fattibile. Si suppone che non ci sia nessun altro modo per "fermare" un Iran già apertamente incamminato verso l'uso dell'atomo.
Come reagiranno le altre potenze in possesso di armi nucleari? In questo il generale Ivashov è pessimista: la Russia nel migliore dei casi si limiterà a condannare verbalmente l'attacco senza far seguire fatti concreti e nel peggiore dei casi, come quando è avvenuto l'attacco alla Iugoslavia, la sua reazione consisterà in qualcosa come "sebbene gli Stati Uniti abbiano commesso un errore, la vittima stessa ha provocato l'attacco". L'Europa reagirà essenzialmente nello stesso modo. Probabilmente la reazione all'aggressione nucleare sarà più forte da parte della Cina e di vari altri paesi. In qualsiasi caso, non vi sarà nessun attacco nucleare di rappresaglia alle forze statunitensi (gli Stati Uniti ne sono assolutamente sicuri). Le Nazioni Unite non rappresentano niente in questo contesto. Avendo fallito nel condannare l'aggressione alla Iugoslavia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è di fatto preso le sue responsabilità. Questa istituzione è solo in grado di prendere delle risoluzioni che la diplomazia russa e anche quella francese intendono come la messa al bando dell'uso della forza mentre la diplomazia statunitense e britannica interpretano, in senso esattamente opposto, come se si autorizzasse la loro aggressione.
Come si svolgerà sostanzialmente questa guerra? Dopo un primo attacco israelo - americano ai siti nucleari iraniani, sicuramente Israele subirà l'attacco missilistico da parte di Teheran. Probabilmente gli Hezbollah e la resistenza palestinese diventeranno più forti. Come vittime, gli israeliani ricorreranno a provocazioni per giustificare la loro aggressione, subiranno qualche danno tollerabile, poi alla fine gli Stati Uniti indignati destabilizzeranno l'Iran, facendola sembrare una nobile missione di punizione. Parte dell'opinione pubblica tende a credere che l'apprensione circa le proteste dilaganti nel mondo possano fermare gli Stati Uniti. Il generale Ivashov dubita anche di questo: l'importanza di questo fattore non dovrebbe essere sopravvalutato. Nel passato ha trascorso ore a parlare con Milosevic cercando di convincerlo che la NATO si stava preparando di attaccare la Iugoslavia. Per molto tempo Milosevic non poté credergli e continuava a dirgli: "Legga solo la Carta delle Nazioni Unite. Quali motivi avranno per farlo?". Ma lo fecero. Ignorarono il diritto internazionale in modo vergognoso e attaccarono. Cosa abbiamo ottenuto ora?, si domanda il vecchio generale sovietico. Sì, c'è stato shock e indignazione. Ma il risultato è quello che gli aggressori volevano. Milosevic è morto, la Iugoslavia è stata divisa, la Serbia è stata colonizzata e i funzionari della NATO hanno installato i loro quartieri generali nel ministero della difesa del paese. L'influenza russa sui Balcani, già all'epoca alquanto evanescente, venne fatta retrocedere fino alle rive dello Dnepr. Lo stesso è accaduto in Iraq. Ci sono stati shock e indignazione. Ma ciò che conta per gli americani non è quanto grande sia stato lo shock ma quanto sono alti i profitti del loro complesso industriale e militare.
L'informazione secondo cui è previsto l'arrivo di una seconda portaerei statunitense entro la fine di gennaio permette di analizzare l'eventuale sviluppo della situazione di guerra. Per attaccare l'Iran gli Stati Uniti impiegheranno in prevalenza il lancio aereo di munizioni nucleari. Verranno impiegati i missili cruise (portati da aerei statunitensi come anche da navi e sottomarini) e, probabilmente, i missili balistici. Probabilmente l'attacco nucleare sarà seguito da raid aerei, in partenza dalle portaerei, e da altri mezzi di assalto. Il comando statunitense sta cercando di escludere un'operazione di terra: l'Iran ha un esercito forte e le forze statunitensi è probabile che subiscano delle perdite massicce. Per G. Bush, che già si trova in una situazione difficile, questo sarebbe inaccettabile. Non serve un attacco di terra per distruggere le infrastrutture in Iran, per annullare lo sviluppo del paese, per provocare panico, per creare un caos politico, economico e militare. Questo può essere attuato utilizzando prima il nucleare e successivamente i mezzi di combattimento convenzionali. Così vi è il tentativo di portare il gruppo di portaerei più vicino alla costa iraniana.
Quali risorse di autodifesa possiede l'Iran? Sono considerevoli ma, senza paragone, inferiori alle forze Usa. L'Iran possiede 29 sistemi Tor russi. Senza dubbio costituiscono un importante rinforzo della difesa aerea iraniana. Comunque, al momento l'Iran non ha garantita nessuna protezione dai raid aerei. Le tattiche statunitensi saranno le stesse come al solito. Prima neutralizzeranno le difese aeree e i radar, poi attaccheranno gli aerei in cielo e a terra, le installazioni di controllo e le infrastrutture, senza correre rischi. Entro alcune settimane la macchina di guerra informativa inizierà a lavorare. L'opinione pubblica è già sotto pressione. Si verificherà un crescente fanatismo militare anti-iraniano, nuove fughe di notizie, disinformazione... Nella tradizione americana, quando la Casa Bianca decide di affrontare un nemico esterno il fronte interno si compatta per non dare al nemico l'impressione che la società americana sia divisa. Giornali, industria cinematografica, televisioni: tutti andranno d'accordo nel creare negli Stati Uniti dei giorni della guerra all'Iran l'atmosfera del "dopo Pearl Harbour".
Allo stesso tempo, tutto quanto invia un segnale all'opposizione pro-occidentale e a una parte dell'elite di Mahmoud Ahmadinejad perché siano pronti ai prossimi sviluppi. La speranza statunitense è che l'attacco all'Iran abbia inevitabilmente come risultato un caos e che si possano corrompere alcuni dei generali iraniani in modo da costituire una quinta colonna nel paese. L'Iran è sicuramente molto differente dall'Iraq. Tuttavia, se l'aggressore riesce ad istigare un conflitto tra i due bracci delle forze armate iraniane (le Guardie Rivoluzionarie Islamiche e l'esercito) il paese si troverà in una situazione critica, soprattutto nel caso in cui proprio all'inizio della campagna gli Stati Uniti riescano a colpire il gruppo iraniano al comando e lancino un attacco nucleare o uno massiccio mediante combattimento convenzionale al comando centrale del paese. Oggi la possibilità di un'aggressione degli Stati Uniti all'Iran è estremamente alta, sebbene non sia ancora chiaro se il Congresso degli Stati Uniti abbia intenzione di autorizzare la guerra. Ci potrebbe volere una provocazione per eliminare questo ostacolo (un attacco a Israele o agli obiettivi statunitensi, incluse le basi militari). La scala di misura della provocazione può essere paragonabile all'attacco dell'11/9 a New York. Allora il Congresso direbbe certamente "Sì" al Presidente americano. Da questo punto di vista i tentativi del Pentagono di provocare le forze filoiraniane in Iraq trascinando verso il conflitto i loro protettori di Teheran sono dimostrativi della volontà americana di cercare un casus belli. |
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